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UNA VOLTA ANCORA scritto da Chiara Beltrami
Osservo un ultimo istante la mia immagine riflessa nello specchio del bagno. Scosto i capelli di lato e penso che tutto sommato sono ancora piacevole. Ho trentotto anni, vivo sola da quando ho divorziato e non mi passa per la mente di mettermi ancora un uomo in casa. All'inizio tutti sembrano docili e comprensivi. Ma passati i primi momenti, le richieste avanzano. E io non me la sento di soddisfarle. Anche perché vertono tutte attorno allo stesso tema. Rinunciare al mio lavoro. Che non è un lavoro comune. E' una passione, una missione se volete, ma riempie la mia vita in modo totalizzante. E' stata dura ma ce l'ho fatta. Mio padre era poliziotto, mia madre insegnante e a fatica accettarono il desiderio della loro unica figlia di studiare all'università. Medicina. Psichiatria. Una follia, a loro avviso. Gente abituata a non farsi troppe domande e a vivere perché bisogna farlo. Niente e nessuno mi ha fermato. E oggi che finalmente ho tutto ciò che desidero veramente, mi dico che in fondo, se fossero ancora vivi, forse sarebbero felici per me. Un incidente stradale li ha spazzati via in un soffio. Parenti stretti non ne avevo. Dover pensare a me stessa mi ha aiutato a superare il dolore. E il dolore di altri che si affidano alle mie cure. Uomini che giornalmente riversano sulle mie spalle angosce e delusioni, a volte anche gioie. Magari troppo grandi da non saperle gestire. Ma per fortuna ci sono anche quelle nel mare infinito dei loro perché. Passo un velo di rossetto sulle labbra e penso che è da troppo tempo che un uomo non le bacia in modo adeguato. Le mie amicizie sono sempre state quasi esclusivamente maschili. Ho da sempre con le donne un rapporto ambivalente. Le cerco quando ho necessità di fare gruppo, per quanto la parola lobby al femminile sia concetto sconosciuto. Ho una sola vera amica, medico endocrinologo. Compagna di liceo e d'università. Non ci siamo mai perse di vista nonostante le difficoltà imposte dalla nostra professione e il fatto che viviamo in città diverse. Dopo la morte dei miei genitori mi sono trasferita sulla costa orientale. Il calore e i cieli sempre così limpidi del mio Texas erano un insulto al mio dolore recente. Con il curriculum che avevo trovare un buon posto presso il Boston Memorial fu facile. Cominciai come assistente primario e ora dopo una decina d'anni di servizio sono a capo del dipartimento di psichiatria. Viaggio parecchio per lavoro. Congressi e corsi d'aggiornamento soprattutto. Recentemente ho iniziato a collaborare con le forze dell'ordine. Le strade di questo nostro paese non partoriscono più soltanto rapinatori, scippatori e spacciatori. La parola serial killer trova sempre più il posto d'onore nei quotidiani. Da Ted Bundy a Dirk Hamer la buona provincia americana ha sfornato la quintessenza del male. Ho una specializzazione in crimini violenti e tracciare il profilo comportamentale dei sospetti d'omicidio sta diventando una ragione di vita. Ripulire le strade da questa spazzatura è compito di tutti. Mio padre sarebbe orgoglioso di me. Chiudo la ventiquattrore soffermandomi qualche secondo sulla combinazione, afferro la valigia e mi avvio verso l'ascensore. Il taxi che deve condurmi all'aeroporto arranca faticosamente nel traffico del fine settimana. Alla vigilia del sabato le strade rigurgitano di pendolari che raggiungono le famiglie nella tranquilla campagna circostante la metropoli. Piccole casette in legno con un fazzoletto di giardino davanti sono il sogno dell'americano medio e il Maine pullula di cittadine dalla tranquillità apparente. Pronta a scoppiare quando il primo pazzo frustrato, drogato, violentato da bambino afferra un'arma e si fa giustizia da sé dei mali del mondo. O un disgraziato maniaco depravato adesca ragazzine fuori dalle high schools. Passo il check-in e seguo il flusso degli altri passeggeri verso gli autobus che ci attendono, bagnati di pioggia, sulla pista. Prendo posto sull'aereo e dopo aver sorriso alla hostess che dispensa bibite e buone parole a destra e a sinistra, chiudo gli occhi e mi addormento. Il volo per Las Vegas del venerdì sera è carico di disperati alla ricerca della buona occasione. Piccoli impiegati che ancora credono alla dea bendata e perdono denaro e vita sui tavoli da gioco dei casinò. Sono i pendolari del vizio. Hanno davanti l'intero week-end per ribaltare le sorti della loro esistenza. I più tornano a casa la domenica notte forti soltanto della loro disperazione per aver perso tutto. Il congresso al quale devo partecipare comincerà solo lunedì mattina ma ho deciso di regalarmi due giorni di vacanza nella capitale dei sogni. Scendo al mio albergo dove il lusso è la parola d'ordine e finalmente mi concedo una lunga doccia calda. La notte sa essere lunga qui e non vedo perché non concedermi una puntata almeno alle slot machines. Mentre sto perdendo col sorriso sulle labbra osservo la sala gremita più che altro di coppie anziane. E' ancora presto e la vita, quella vera, inizierà solo dopo le ventitré. Mi avvicino ai tavoli da gioco e scruto i volti di chi mi sta a fianco. Anche solo per tentare di capire quali miserie umane si agitano dentro. Amo troppo il mio lavoro. Se potessi vivrei solo di quello. Ma a volte il richiamo della carne si fa sentire forte e prepotente. Allora, come stasera, non è difficile per me agganciare qualcuno che sta aspettando solo quello. Una donna disponibile e disinibita. Un'avventura facile e senza false promesse d'amore. Come quella che mi sta cingendo la vita guidandomi verso il bar. Qualche drinks e se scatterà quella scintilla il gioco potrà proseguire. Su nella mia camera. Mi sorride e non si accorge dei miei movimenti lenti e sinuosi che aprono la borsetta e prendono la bustina di sedativo che giace sul fondo accanto al mio bisturi preferito. Ci sono state parecchie morti strane al Boston Memorial, soprattutto nel reparto psichiatrico, ma tutte le indagini hanno sempre dato esito negativo. Nessuna prova, nessun indizio. Infarti come causa ufficiale di decesso. Del resto sono brava nel mio lavoro. Di un'abnegazione straordinaria. Nessuno si è mai stupito del mio fermarmi oltre l'orario di lavoro anche quando non è il mio turno. Un bravo e fidato medico. Questo sono. Verso il contenuto della bustina mentre David, credo si chiami così, scende con la mano lungo la mia schiena. Accondiscendo alle sue moine e lo invito a bere. Accetta volentieri, poi mi afferra per mano e mi trascina verso gli ascensori. Penso che dovrebbe sentirsi stordito e un po' mi stupisco del suo incedere con sicurezza lungo il corridoio. Ha un fisico robusto, ma crollerà anche lui. Sul mio letto, prima ancora di fare l'amore il mio coltello si porterà via le sue pene. E' sempre sicuro di sé quando mi solleva tra le braccia per depormi sul letto. Sorride mentre mi spoglia e afferra la mia nuca baciandomi. Ho fatto solo in tempo ad aprirgli la camicia. Torce i miei polsi dietro la schiena e una fredda luce accende la stanza. Il sorriso di una lama che saetta nell'aria e recide con precisione la mia carotide. Ora che il mio sangue gorgoglia e si spande sulle lenzuola non riesco a ricordare se era la mia lama. La mia fidata compagna che mi si è rivoltata contro. Di una cosa sola sono certa. Mio padre non sarebbe orgoglioso di me questa volta.
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