|
|
|
home cinema narrativa musica arte misteri articoli interviste link archivioghost news forum album produzioni info |
|
VEDERE E GUARDARE scritto da Isabella Ninfole
Signori, è una serata di una noia mortale, se mi concedete l’inappropriata parola. Qui nulla muta, sempre le stesse persone, le stesse cose, le stesse… situazioni. Mi concederei una leggera distrazione, col vostro permesso. Mi è stata comunicata qualche minuto fa una anomalia in un settore che di solito è più calmo e banale di un bradipo imbalsamato. La qual cosa mi ha stupito non poco, ed un sorrisino mi è pian piano spuntato al pensiero di cosa potrà succedere, e se mai succederà realmente. Il fato è una tale falsità inventata dagli stessi individui che commettono atrocità e pi si scusano asserendo: “era destino che accadesse”. Ma che assurda amenità. Nulla succede per colpa del fato, ogni strada ha sempre diversi sbocchi, il destino è solo il sentiero più facile e prevedibile. E sta alla nostra avventuriera di questa sera intraprendere la via meno battuta, per salvarsi da qualcosa di molto peggio…della morte. Seguitemi, se ancora non riuscite a comprendere. Sarò la vostra guida. Stiamo sorvolando l’Italia in questo momento. L’aria è molto meno respirabile che da noi, me ne rendo conto, ma la colpa è sempre dell’uomo, e della sua poca fantasia nello scegliere le mosse più prevedibili, e sempre più rovinose. Quella è Taranto, città del sud di questa nazione. In questo periodo il caldo è torrido, cosa per nulla insolita dato che è piena estate. Ecco, siamo arrivati, quella è la nostra prescelta di questa sera, la vedete? È la ragazza con i capelli corti, con gli occhiali e con quel ragazzo dagli occhi blu accanto. Siedono sui gradini di una casa. La casa è la sua. Lì si nasconde l’orrore. Ma ancora nessuno lo sa. Almeno, nessuno che conti. “Ho sonno, che si fa?”. Il ragazzo si gira, la guarda con un sorriso davvero tenero per un ragazzo della sua stazza. “Dai vuoi che vado a casa?”, e così dicendo si accende un’altra sigaretta. La ragazza si rassegna. Sa che Marco non può fumare nella macchina dei suoi genitori, quella con cui sono usciti quella sera, quindi dovrà comunque aspettare che finisca. Sorride, sfinita dal sonno. “Si dai, ultima sigaretta e poi a casa”, dice, e si accende l’ultima sigaretta della serata, anche se non le va affatto, ma adora fumare in compagnia, e poi ha una certa inquietudine all’idea di entrare nel suo portone a quell’ora della notte. È sempre tutto buio, e si creano strani giochi di luce intorno all’ascensore, e la sua fervida immaginazione le crea spesso problemi. “Ti è piaciuto il film Isa?”. “Si, parecchio, specialmente la fine, ancora ci sto pensando sai?”, ed è vero, è da quando sono usciti dal cinema due ore fa che ci pensa, è difficile che un horror le entri dentro, ma quando succede, le si salda dentro come un bimbo al seno materno. Ed è anche per questo che in fondo ringrazia Marco per quell’ultima sigaretta. Immagina già l’adrenalina che la percorrerà da cima a fondo mentre percorrerà la sua casa buia e solitaria. “Si”, ripete, “veramente coinvolgente, speriamo di riuscire a dormire stanotte, anche se ne dubito”. Marco sorride, è più un ghigno questa volta, e non le piace per niente. “Attenta allo zoppo, mi raccomando”. Ecco, ci mancava pure lo zoppo adesso, sfamiamo sempre di più la sua paura, già più viva che mai questa notte. “Sei uno stronzo, lo sai?” cerca di sorridere, ma adesso si fumerebbe volentieri altre dieci sigarette di seguito, a costo di vomitare l’anima, pur di non rimanere sola. “Si, lo so, comunque tu stai attenta, magari è la volta buona che ti raggiunge”. E lei già se lo immagina, lo zoppo. Era cominciata come una banale frase buttata lì, qualche anno addietro, con Marco che avviandosi verso la sua macchina, le aveva detto con noncuranza, “attenta allo zoppo con la mannaia”. Isa si era girata , con una espressione a dir poco sorpresa sulla faccia. “Quale zoppo?”. Nel suo palazzo c’erano parecchi vecchi, anche zoppi, ma non le era mai capitato di vederne uno con oggetti affilati, altrimenti sicuramente ci sarebbe rimasta secca. “Quello che vive sulle scale, e che ogni volta che sente l’ascensore, si precipita zoppicando verso l’ottavo piano, aspettando che arrivi alla porta di casa tua…”. In quel momento, abbastanza divertita, aveva pensato che lo zoppo fosse un po’ rincoglionito, non faceva prima a prendere l’ascensore ogni volta invece di ammazzarsi di fatica a farsi otto piani a piedi? Col passare degli anni lo scherzo era continuato saltuariamente, ogni volta Marco aggiungeva un particolare, una movenza, al povero deficiente che però aveva cominciato a farle paura. E quella sera aveva pregato con tutto il cuore che il suo amico tacesse per una volta, che si rendesse conto che era già abbastanza terrorizzata. E invece nulla. Che malvagità sottile anelava nel suo migliore amico, nel suo ghigno di prima aveva intravisto qualcosa che non le piaceva. Come se sapesse benissimo che era terrorizzata, ma che questo non l’avesse minimamente fermato. Tirò l’ultima boccata, ed un retrogusto amarognolo le inondò il palato. Ecco, aveva fumato troppo, avrebbe sicuramente avuto problemi di stomaco quella sera, era meglio cominciarsi a preoccupare di questo, al diavolo lo zoppo e Marco. “Beh, io salgo che ho troppo sonno”. Marco la fissò, riassumendo un’espressione più consona a quella che l’aveva accompagnato durante tutti quegli anni di amicizia. “Ok, vado”. Tirò anche lui l’ultima boccata, spense la sigaretta contro uno scalino e la buttò contro una macchina. “Ci sentiamo domani tramite messaggi ok?”. Le sorrise, ora di nuovo dolcemente. Sicuramente nel nervosismo del momento aveva visto ghigni satanici dove non c’erano assolutamente. Sorrise anche lei, ora sicuramente più distesa. “ok, a domani, vai piano mi raccomando”. “Tranquilla”, disse lui avviandosi, e già aveva girato l’angolo. Sola. Si alzò, prese il suo marsupio e si mise a cercare le chiavi del portone. Nel frattempo si girò e diede un’occhiata ai negozi vicini. C’era una creperia sotto casa sua che faceva sempre orari impossibili. Prima delle tre non chiudeva mai, che fosse un giorno festivo o feriale poco importava. Incontrò lungo la sua ricerca una moneta. Due euro. Beh, una granita ci stava bene per chiudere la serata. Si girò di nuovo non ricordandosi di aver posato lo sguardo intorno già prima, ed incontrò una saracinesca. Chiuso. Guardò l’ora perplessa. Erano le dodici e venti scarse. Ed era domenica. Chiuso? Il sorriso le morì debolmente. Trovo le chiavi, di nuovo nervosa adesso, ed aprì il portone, chiudendolo velocemente dietro di sé. Era come immaginava. Tutto buio, solo in prossimità dell’ascensore vi era una luce rossastra, dovuta alla plafoniera che serviva ad illuminare il mezzo. Il che voleva dire che l’ascensore era al piano terra ovviamente. Bene, odiava aspettare che arrivasse giù, sentendo il silenzio interrotto solo dal rumore dei pesi che salivano. E da qualcosa che scendeva. Camminò alquanto velocemente, sentendosi una ragazzina idiota, fino al portello, e vi si semi-scaraventò dentro chiudendo frettolosamente e premendo l’otto sull’ultimo pulsante. Sorrise. Che sciocca che doveva sembrare ad occhi estranei, una ventitreenne che ha paura del buio. Dall’alto qualcuno non sorrideva affatto. Arrivò, dopo una salita infinita, durata appena trenta secondi. Ma si sa, tutto è relativo, a seconda delle emozioni. Uscì dall’ascensore, si guardò in giro prima di richiuderlo. Il suo pianerottolo era davvero nel buio più totale. Accese la luce accanto l’ascensore, e fu allora che sentì qualcosa che non andava. Non c’era silenzio. Un sordo rumore proveniva dalle scale, da sotto, forse dal sesto piano. Passi. Alquanto strascicati però. Deboli. Ma decisi. Oddio. Sentì il cuore accelerare improvvisamente. Rimase immobile accanto alla luce, ancora con la mano a mezz’aria. Immaginazione. Troppi horror. Ma si soffermò comunque in attesa di non sentire più nulla. Eccolo di nuovo. Era qualcuno che stava salendo. Anche velocemente nonostante si sentisse chiaramente un impedimento. Un leggero zoppicare. Con ancora più terrore si rese conto di non riuscire a muoversi. Era paralizzata dalla paura. Non pensava che certe cose succedessero davvero. Ogni volta che vedeva un film pensava: “ma quando comincia a darsi una mossa ‘sta cogliona, nessuno rimane impalato in un angolo con un mostro che ti insegue”. E invece succedeva davvero. Immobile, a sentire i passi che salivano, lentamente, ma sempre più vicini. Ora dovevano provenire dal settimo piano. Recuperò miracolosamente l’uso degli arti inferiori. Indecisa su cosa fare, camminò il più silenziosamente possibile verso la ringhiera, decisa a vedere chi fosse che avanzava strascicando verso il suo piano. Guardò sotto, e dapprincipio non vide un bel niente. Sentiva solo i passi. Era terribilmente buio, solo il suo pianerottolo era illuminato a quell’ora. Scorse una testa. Che lentamente si girava a guardare nella sua direzione, in alto. Non era umana. Distorta dal buio, ma non era umana, non potevano esistere certi occhi in natura. Non nella natura che conosceva lei sicuramente. Ed aveva qualcosa in mano, qualcosa che urtava contro la ringhiera ad ogni passo. Qualcosa di metallico. Vide che la guardava, ed accelerò il passo. Pochi gradini ed avrebbe cominciato a salire l’ultima rampa di scale. La sua. Smise di guardare al di là della ringhiera e fece la cosa più ovvia possibile. Scappò verso la sua porta, cercando disperatamente le chiavi. Oddio non le trovava. Il marsupio che l’accompagnava nelle sue scorribande notturne era alquanto ridotto, ma in quel momento le pareva enorme, incappava in qualunque oggetto, monete, cartacce varie, sigarette, accendino, e non trovava ciò che le serviva. E sentiva i passi dietro di lei ormai, troppo vicini, troppo. “Voglio la tua mano, signorina, la tua mano”. Tlang. “Aspettami”. Tlang. Ritornò il buio. Qualcuno aveva spento la luce del pianerottolo. Trovò le chiavi. Morì.
Signori, la scelta più banale è stata intrapresa. Guardate chi sta arrivando, un banale vecchietto, con un bastone, che si accovaccia attorno al corpo senza vita di Isa. Voleva solo una mano. Era anch’egli alla ricerca delle sue chiavi, da circa tre ore. Solo che non ricordava di averle lasciate in casa, prima di uscire a comprare del latte all’ultimo momento. Era rimasto solo al buio aspettando di sentire l’ascensore, con l’intenzione di poter entrare in casa di qualche vicino a telefonare al nipote, in maniera da trovare un posto dove dormire quella notte. I negozi erano ormai chiusi, e la creperia sempre aperta, l’unico locale delle vicinanze che fungeva da ritrovo giovanile, era chiusa per lutto dal giorno prima. Se Isa avesse guardato meglio, avrebbe visto la locandina funebre sulla saracinesca, solo dieci minuti prima di morire, non si sarebbe innervosita, e forse nel momento di affacciarsi alla ringhiera, avrebbe indugiato solo dieci secondi in più, in tempo per sentire il vecchio invocare aiuto. In quel momento la sua faccia avrebbe smesso di sembrare sovraumana, e la mente di Isa avrebbe associato quel viso a quello che incrociava quasi ogni giorno in ascensore. Ed avrebbe rallentato il suo battito cardiaco, che invece aveva accelerato. Troppo. Per poi fermarsi. Morta. E non sa cosa l’aspetta adesso. Signori, voi già lo sapete, i poveri umani di questa landa desolata ancora no, ma lo scopriranno tutti, prima o poi. Strana idea quella del creatore, rendere il paradiso uguale all’ultima immagine evocata dal morituro, solo volta all’incontrario. Così una donna stuprata ed uccisa, qui incontra l’uomo della sua vita, il suo vero amore, oppure un bimbo caduto in un pozzo trova una piscina, con scivolo, ad attenderlo per l’eternità. L ‘immagine di Isa era un vecchio, che conosceva, amichevole, con un bastone, lo apprendo ora dal mio fedele portatile. La sua mente lo sapeva che non vi era pericolo. L’immaginazione le è stata doppiamente fatale. In primo luogo perché l’ha fatta morire per un nulla, secondo perché il docile vecchietto nel suo paradiso personale si trasformerà davvero in uno zoppo assassino con una mannaia. Il suo paradiso personale sarà quello che voi chiamate inferno. Signori, spero siate preparati per ciò che accadrà ora. E per sempre. Andiamo da Isa.
(Copyright by Isabella Ninfole)
|
|
home cinema narrativa musica arte misteri articoli interviste link archivioghost news forum album produzioni info |