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VENEZIA, MON AMI' scritto da Sandro Battisti
Il portone era accostato. Sbirciando tra le fessure vide penombre, mentre un forte odore di umido e muffa impregnava l’aria, i suoi vestiti. Venezia non cambiava. Mai. Erano secoli ammassati uno sull’altro quello che si poteva palpare, più di quanto qualsiasi stimolante sintetico riuscisse a provocare. Il silenzio, oltre i pochi sciabordii lontani, era sovrano. Visioni in lontananza di una processione verso un’edicola antica, medioevale, con pochi lumini sopra che sapevano di contrasto con la luce irreale dei neon di tante sale macchine, sparse per la città ormai meta soltanto degli ultimi hacker: quasi un fortino la ritenevano, rimasto immune dalle penetrazioni dei network telematici zippati di pubblicità e di demagogia consumistica. La processione era serrata, regolare, lenta. Ingrandendo le immagini cercò di riconoscere sul suo terminale facce di infiltrati, sintetici come i loro creatori e per questo nemici incompatibili degli hacker. Ma la scheda parallela era troppo vecchia per permettere focus adeguati. Un senso mistico entrava dalle fessure, forse si spandeva attraverso la rete elettrica di cavi in cui si perdeva il sotterraneo; il tempo era contenuto nella luce ed essa era prodotta da una scheda ad alta risoluzione grafica, che emulava con sincronia il moto del sole. Improvvisamente fu mattino nella stanza, l’emulazione di Venezia com’era, eseguita in una vecchia cantina di Venezia stessa, lo stava portando lontano con i pensieri verso emozioni distanti, raccolte. Erano visioni di una processione e meditazione che con la luce rendono ridicole ogni considerazione su ciò che si è svolto di notte. Lo sconforto lo portò via lontano dalle parole degli altri che immaginava, trovandolo comodamente adagiato su un sofà di composti emozionali altamente negativi. Tutto aveva un senso di qualcosa che manca, che non c’è più: una scatola vuota, prima piena. Sogni improvvisi, forse immagini ad occhi aperti erano nei suoi neuroni: immaginava un’enorme memoria di massa. Sì, si credeva una fantastica memoria di massa zippata di files a contatto con Venezia, compressi da tutte le presenze che sembravano mancare, e lì rifugiatesi. Onde sonore a volume folle si alzavano dall’acqua, dai cavi sotto il livello acquatico. Scrollate dal maleodore e digitali avvolgevano lui in gabbie orrende, sembrava acciaio temprato virtualmente ed invece era impatto sonoro nei suoi neuroni troppo carichi chimicamente, che lo trascinavano in preda a visioni orrendamente scure e sognanti lontano, indietro nel tempo. Icone computerizzate sembravano apparire in momenti poco opportuni: alibi per strani collegamenti esoterici in cui fortemente credeva. Ecco l’isolotto isolato, abbandonato. Da lì folli visioni di immagini della mente che tentano di uccidere qualcuno che non c’è, insinuandosi nei vicoli bui. Tanta musica come un festeggiamento, come un concerto psichedelico, e gliene rimase il ricordo staccandosi dalla seriale. Sapeva che nessuno straniero era più ammesso, si era sull’orlo dell’affondamento! Lo aveva detto il servizio Bit-Tel - prendiamoci un Bit-Tel, ricordava qualcuno da qualche strana parte dire - lui non sbagliava, mai: era, questa, una rete complessa di algoritmi virtuali confusi tra loro per far esplodere il risultato vero, chimicamente perfetto. Così la laguna poteva inghiottire la città, se solo avesse voluto! E lui era stato assoldato da essa, ne era convinto, mentre ricordava follie fattesi strada nel suo cervello raddoppiato di capacità “I prodotti SoftVir fanno miracoli”, diceva a se stesso troppo spesso. No strangers, no strangers gli urlavano tutte le case, i viottoli, i Campi e Calle. Gli pareva di sentire urla di dolore, di supplica, ma non riusciva minimamente a percepire la presenza di hacker negli scantinati polverosi. Solo il tempo troppo vecchio pensava potesse essere, così vecchio da non poter distruggere l’intruso: lui! Si sentì prima perso, poi si decise ad avanzare verso il nulla, il nulla impalpabile del software che si respirava nell’aria. Ne fu sopraffatto, pensieri vorticosamente giravano da 1-0-0-1 a 0-0-1-1, cambiando continuamente sequenza, significato, decodifica in decadale. Addosso a lui tutti i suoi vestiti sembravano mutare in nero, così il suo umore e il temperamento. Cadde in crisi depressive e sognò di quando era programmatore e aveva un feeling con la macchina, entratagli dentro così tanto da sapere già come essa si sarebbe comportata. Era ossessionato - ora - da un qualcosa di femminile che non si lasciava prendere, almeno così credeva! Il tubetto di pastiglie emozionali lo accompagnava sempre, così ne trangugiò tante, troppe. Le gondole schizzavano via, un arco luminoso prendeva vita intorno a lui, e lui lo guardava estasiato. Tutti i demoni erano invitati in cerchio e così si trovò in mezzo a loro, senza parole come era stato da anni, tanto da convincersi che per tutto il resto del tempo rimastogli non avrebbe più sillabato: pensò che gli era rimaneva soltanto di utilizzare i vecchi collegamenti tra sé e il modem. Ma nulla quella notte era esistito intorno allo straniero, eppure egli prese a correre come un esagitato, guardando le finestre luccicare solo della sua follia e di gelida luce pastello: terminali video. Il vento soffiava enormemente umido e lo sospinse lontano, accompagnato da anime gentili, malvagie, verso zone sicure, facendogli risuonare addosso tutte le microonde pompate da impulsi elettrochimici, autogenerate da Bit-Tel. Nessuno avrebbe mai scoperto il Sabba ancora fumante necessario per tenere fuori anche le anime di chi non è più. Qualcuno suonava di fronte a Venezia, imbevuto di funghi magici. Io mi spandevo sulle mura, sui mattoni già così vecchi per tutta la notte, e così ero toccato da tutte le immagini, cupe e mistiche. Questo ero io in un’emulazione olografica del 1970. Gira nelle mie vene il sangue corrotto: troppe scorie, troppo silicio, così da essere diventato semiconduttore interfacciabile. Onde di felicità erroneamente scaduta mi provoca quell’immagine: me nel tempo ora che sono a Venezia, lustri dopo. In-Scanner che sputano disegni è ciò che mi serve per coprire le pareti di passato, creando passaggi di tempo dentro me, collegato a cavi di interfaccia. Acquisto mentalità diverse, vecchie; neanche io mi sto sentendo più con me stesso. Sto schizzando, uscendo dall’In-Scanner, sui fogli per pareti... Uscendo da Venezia il tempo non sembrava più lo stesso. Lei invece era sempre lì, padrona di sé stessa e troppo vecchia per farsi dominare, contro tutte le apparenze. I terminali apparivano manovrati da forme eteree, opalescenti, oltre 3D...
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