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VISIONI - DIMMI CHE MI AMI

scritto da Alessandro Amadesi

 

 

- L'elettrovalvola comandata dal pressostato vi dice se siete in condizioni di sicurezza. II tutto è legato ad una logica si / no come quella dei computer. Solo che qui è: valvola aper­ta / valvola chiusa. Lei, qui, come farebbe? -

Roberta si rivolse ad un suo studente che stava guardandola insistentemente da un pò, ma non con l'aria di quello che ascolta coinvolto, ma con quella del bullo che la mangiava con gli occhi. Il ragazzo alzò la testa e sorrise imbarazzato: - Beh, io direi...cioè come farei come? -

- Voglio dire, è sufficiente il pressostato o ci vuole qualcos'altro? Un manometro, un altro strumento… -

- No, va bene così -

- Eh, bravo, lei in condizioni normali avrebbe già fatto saltare l'impianto -

Risatine sparse per l'aula. Roberta era una giovane assistente di un professore che aveva poca voglia di farsi vedere. Molto brava, ma anche molto bella. Il che, in un tipo di universi­tà come quella è un caso quasi unico. Non si vedevano troppe signorine, da quelle parti. Lei sorrise e continuò la spiegazione, fino a una mezz'ora prima della fine, come sempre. Finire mezz'ora prima era un vezzo dei professori universitari. Classico.

Uscì di fretta. Aveva deciso di fare un salto da Giovanni. Lui stava un pò fuori città ed era bene muoversi per tempo. Forse quella sera sarebbero riusciti ad uscire insieme come non facevano già da un pò. Lei con le lezioni all'università, lui con il lavoro ed i suoi dipinti. Non avevano un gran voglia di riservare un pò di tempo agli altri, presi dalle tante attività. La fiera dell'egoismo. Comunque, un pò di tempo per trovarsi lo avevano, in fondo. Lui era un amico, un grande amico. Forse qualcosa di più... ancora non aveva capito.

Da parte sua non sapeva bene come prenderla: stare insieme sarebbe stata una cosa molto facile, conoscendosi da sempre. Tutti e due avevano la mezza idea, ma anche la voglia di andare più in là. Cercarsi altre persone e rimanere sempre in contatto.

Arrivò in macchina a grande velocità in una strada laterale a quella in cui abitava lui. Ormai aveva rinunciato a cercare un parcheggio in quella strada. Si incamminò fino al portone e suonò il campanello. Poco dopo era sul pianerottolo di casa.

 

La sua splendida fanciulla aveva suonato il campanello. Giovanni la aspettava. Si alzò in piedi dallo sgabello davanti alla sua tela preferita. Erano secoli che non gli veniva più in mente niente. D'altronde aveva già ritratto Roberta cento volte e non c'era più verso di richiederglielo. Si avvicinò alla porta e la aprì. Roberta era lì.

- Trottola, hai le chiavi. Puoi entrare senza problemi -

- Non so mai se c'è una qualche bella pollastra qui con te - gli rispose allegra lei.

- Come no. Una fila di donne fuori dalla porta - si incamminarono verso l'ingresso - vieni, sto cercando di chiudere la pratica Paesaggio -

- E' sempre...? -­

- Non me ne parlare. Ormai è diventato un mio amico, questo dipinto. Gli darò un nome di persona e gli offrirò il caffè, tra qualche giorno. Qualcosa come Carmelo. Ti piace ‘Carme­lo’ per questo pezzo di tela? -

- E' molto bello, il pezzo di tela che dici tu - vero. A lei piaceva molto. Che si chiamasse Paesaggio o Carmelo o chissacosa. In ogni caso non c'era altro da aggiungere lì, secondo lei. Lei, però, non faceva la pittrice.

 

Serata favolosa. Si erano divertiti molto a fare le solite scemate, a parlare di altro che non fossero gli impianti meccanici o i dipinti. Si erano lasciati sotto casa e lei non era salita. Doveva andare a letto presto, assolutamente. Si salutarono ridendo per qualche cosa che avevano detto e Giovanni arrivò in casa ridendo. Non riusciva ad addormentarsi dalle caz­zate varie che ogni tanto gli tornavano in mente. Poi cadde in un sonno ipnotico che lo portò via, miglia lontano.

 

Quando si svegliò la mattina, Giovanni era ancora scosso. Aveva sognato qualcosa di strano che non ricordava. Non gli riusciva di ricordare niente. Si alzò distrutto. Barcollò fino alla cucina. Aveva bisogno di un minimo di colazione, almeno un caffè, per rimettersi in attività. Doveva andare al lavoro, non poteva vivere di dipinti per tutta la vita. Passando nel corridoio che lo portava alla cucina, urtò il muro con una mano. Doveva essere proprio malmesso per dare un colpo al muro nel passare. Lasciò una striscia scura sulla parete. Che cazzo succede? Cosa ho?

Si guardò le mani. Aveva certamente urtato qualcosa nell'alzarsi e si era fatto un taglietto. Si disinfettò il dito e pensò che sarebbe stato meglio togliere i segni dal muro. Oltretutto, così, sembrava il luogo di un delitto. Poi ci ripensò. Ebbe un lampo. L'unica cosa che gli saltò in mente fu che era un'ottima idea lasciare lì il segno. Accese il fornello sotto il caffè e cominciò a pensare. Dettagli minimi del sogno che aveva fatto gli tornavano in mente. Si avvicinò alla parete del soggiorno. Dipingere sul muro, quella era una grande idea. Sarebbe stato il suo dipinto più bello, un grande affresco. Tema libero. Sarebbe stato solo suo e soprattutto avrebbe lasciato da parte il paesaggio, finalmente.

 

La giornata al lavoro era quella che era. Il giugno in arrivo si faceva sentire e Roberta cominciava a sperare nella fine delle lezioni, come i suoi allievi. Non era finita, del resto. C'erano ancora gli esami. Sapeva che, tra una storia e l'altra avrebbero tirato in lungo fino a luglio. C'erano già più di trenta gradi e continuando così sarebbe aumentata rapidamen­te.

Giovanni doveva rimanere fino a tardi. Anche lui con il lavoro aveva problemi, soprattutto quando, da pittore, si trovava a lavorare con un commercialista. Era una situazione un pò schizofrenica, perché uno che stava in ufficio durante il giorno si trovava a fare un altra vita di sera. Da artista a commercialista. Bella, questa cosa. Lui rimediava, mettendo come periodo ‘di decompressione il ritorno a casa in auto. Quello gli permetteva di pensare a tutt'altro, per tornare ai propri affari. Per qualche motivo che non capiva, il suo lavoro era qualcosa che lo impegnava e gli piaceva. Però era anche qualcosa che finiva appena metteva piede fuori dall'ufficio. Non riusciva ad avere entusiasmo per quello. Nei suoi periodi di viaggio in auto, la mente gli volava quasi sempre verso le donne che aveva conosciuto ed in particolare Roberta. Si trovava a pensare a lei come la sua ragazza e sapeva che non era così. Non ufficialmente, cioè. Loro erano ognuno a casa propria, si vedevano di tanto in tanto e si conoscevano da sempre, ma qualche volta si chiedeva come sarebbe stato, insieme e sapeva che il pensiero l'aveva anche lei. Non c'è niente di male a sognare, si diceva.

 

E' un balcone. Sono qui a guardare il panorama. Sono incantato da ciò che vedo. E' un posto molto bello e non so dove sono. Qualche nuvoletta, il cielo è sereno, comunque.

E' una baia o un golfo. All'improvviso, con una velocità incredibile, cominciano a formarsi le nuvole, nuvole nere e cupe. II cielo, così, ha un colore quasi rosso scuro; le nuvole si spo­stano e si muovono a formare figure molto particolari, mentre torna un sottofondo azzurro. E' molto strano come la vista cambi, così veloce. Nel cielo, di nuovo, le nuvole formano una figura particolare di diavolo con le fauci spalancate. Mi sembra quasi che mi si stia avvicinando, veloce, veloce...

Giovanni aprì gli occhi di colpo. Respirava a fatica, ansimava e gli ci volle un pò di tempo per capire. Dove si trovava? A casa, tutto bene. Tutto bene un tubo. Guardò la radiosve­glia a fianco del letto. Era già quasi l'ora di alzarsi. Si alzò, allora. Tanto valeva andare a farsi qualcosa per colazione prima di uscire. Passò dal corridoio, come sempre e vide i segni del giorno prima. Ora aveva capito quale sarebbe stato il tema del dipinto sul muro. Era più che mai determinato a farlo.

Prese il telefono e chiamò una collega in ufficio.

- Marina, scusa. Sono io, Giovanni. Ti volevo dire solo che sono incastrato nel traffico e farò un pò tardi -

Ecco fatto. Riattaccò il telefono ed andò a prendere i colori. Si mise sulle mani il blu. Quello c'era, nel sogno...

 

Avevano appuntamento per la sera con Giovanni. Avevano bisogno di parlare di quello che era successo la sera prima. Almeno Roberta gli voleva dire qualcosa di importante. Arrivò da lui aprendo con le chiavi come aveva chiesto.

- Giovanni... -

Silenzio. Forse era uscito un momento. Eppure sentiva qualche rumore in casa.

- Giovanni? Ci sei? -

Ancora silenzio. Entrò e si guardò attorno. Solo dopo un pò, guardando nella penombra, riconobbe Giovanni in piedi nel corridoio, rivolto verso il muro, silenzioso.

- Ehi, sei in castigo? Guarda che... - si interruppe vedendo quello che c'era sul muro.

Striato di colori, il muro era un inno all'azzurro. C'erano effetti di luce e macchie chiare, più di un cielo. Nuvole nere e lampi di rosso. Lui si voltò e la guardò sorridendo.

- Ciao, bellissima. Stavo guardando la mia ultima opera. La notte scorsa ho sognato una aurora boreale. O australe, non so mai. Era una cosa strana, perché non l'ho mai vista, in realtà -

Rimasero in silenzio. Roberta non si aspettava certo che lui facesse una cosa simile.

- Sono senza parole - gli disse.

Lui rise: - Sì, l'ho notato. Mi faccio una doccia rapida ed arrivo - si allontanò lasciandola davanti al muro - Non fuggire, eh? -

 

Benissimo. Riuscivano ad uscire insieme di nuovo, dopo tanto tempo passato senza poterlo fare. Roberta e Giovanni tornarono in un locale diverso da quello dell'altra volta. Strano, perché ormai si erano affezionati e tornavano ogni volta. Quella sera si sentivano in vena di sbragare ed andarono a mangiare qualcosina, poi ad alcolizzarsi in un pub e alla fine in un posto alternativo che faceva rock incazzato. A loro piaceva moltissimo. C'era normalmente Marylin Manson ed i Korn, con qualche eccezione, poche volte, per Sugar Ray. Strano ma vero. Loro, comunque, non si sentivano di quei caricati che vanno in disco a ballare la techno o la musica finta. Non erano i tipi. A loro piaceva pogare, fare un pò di casino. D'altronde erano tipi piuttosto tranquilli...

Arrivarono a notte fonda sotto il portone di casa di lui, dove c'era la macchina di Roberta. Si fermarono lì e si guardarono a lungo. Lei gli sorrise: - Allora...ci vediamo... ­

Perché la fai andare via? Forse è giusto che lei se ne vada.

- Ascolta, ragazza, quando ci si rivede? -

Dalle un bacio, deficiente...

- Non so dirti. Spero di liberarmi, perché questa settimana finisco il ciclo di lezioni...

E' giusto che io me ne vada? Non è meglio rimanere con lui?

Giovanni fissò gli occhi su di lei per molto tempo, così le sembrò. Aveva questo tipico atteggiamento, quando stava per dirle qualcosa. Era incerto se dirlo o no.

- Non andartene, Roberta. Non andartene -

 

Così erano andati a finire a letto insieme. Tutto sommato erano due adulti, ne avevano voglia da tempo ed era successo, alla fine. Era stato una meraviglia, per tutti e due. Avevano cominciato nel corridoio e proseguito nel letto. Mentre stavano a letto, tranquilli e contenti, Giovanni la guardò e cominciò a parlare.

- Sai, dopo che ci siamo lasciati, l'altra sera. Anzi la mattina dopo, ho urtato il muro. Ero rincoglionito, quella mattina. Mi ero fatto un taglietto in un dito e ci ho lasciato una traccia forte. Nel muro, dico -­

- Ah, dai, non le voglio sentire, queste cose -

- Ma non mi sono fatto niente. Vedi che adesso è a posto, il dito? Era un taglietto minimo -

 

 

- Sì, ma mi da noia il fatto - Roberta si interruppe e lo guardò - Mi stai dicendo che hai dipinto con il sangue? Porca... -

- Ma no, ci ho solo lasciato un segno. Certo, si può dire che è dipinto col sangue, quello che hai visto. L'azzurro da dove l'ho preso? -

- Dai, non è un bello scherzo -

- Sto dipingendo con tutti i liquidi organici. Pensavo quasi, prima, che anche tu mi potresti aiutare -

Roberta aveva capito prima del tempo dove lui voleva arrivare, ma non voleva crederci. Glielo chiese, aiutandosi con i gesti: - Vuoi dire che prima, quando noi... e quando io… -

Mh, avremmo potuto interrompere sul più bello per lasciare una tua firma sul muro. E' un segno che si vede poco, ma è importante -

Lei gli rispose con una smorfia.

- Oh, sì - continuò lui - e avrei potuto lasciare un segno anche io. Coito interrotto contro un muro -

- Piantala -

Lui rise: - Dai. Scherzo, su -

- Non mi diverte. La prima volta che andiamo a letto insieme tu ti metti a fare queste sce­ne. Ci conosciamo da sempre e so che non è da te fare queste cose -

Giovanni si meravigliò. Se l'era presa, sul serio? Capì di aver detto qualcosa di strano, che di sicuro non avrebbe detto, fino a qualche giorno prima. Quei dipinti gli facevano uno stra­no effetto. Era stanco, per la prima volta se ne rendeva conto. Si mise improvvisamente a piangere, mentre lei si alzava da letto.

- Mi vado a fare una doccia - gli disse - e me ne vado. Ci risentiamo quando ti sei calmato. Non ho voglia di dividere la vita con i tuoi dipinti che sono più importanti di me -

Poco dopo uscì, sbattendo la porta.

 

Sto rimorchiando una puttana sulla strada. Non I'ho mai fatto, però stasera mi viene così. Devo seguire le mie inclinazioni, l’ispirazione è così. Non me ne frega un cazzo che lei se ne sia andata. Una di meno. Un problema in meno. Questa è una bella ragazza. Non so se sia indiana o di dove. E' un pò scura di carnagione. Ha degli occhioni grandi, splendidi. Non mi interessa, né da dove viene né se ha dei begli occhi. Non la devo sposare. Tiro su la tipa e me la porto a casa in macchina.

Sulla porta di casa lei comincia a togliersi i vestiti. Aspetta, le dico, non sarebbe meglio fare le cose con un pò di calma...

Non ho molto tempo, bello, mi risponde, devo pur arrivare alla fine del mese.

Continua a spogliarsi e io riesco a prenderle la mano ed a portarla nel corridoio. Lei vede il dipinto e mi dice, forte, ti è caduto un secchio di vernice contro il muro.

Non posso sopportare queste ironie sulle mie opere d'arte. Davvero, la picchierei selvag­giamente per quello che ha detto. Mi allontano mentre lei ride continuando a togliersi quel poco che ha addosso. Vado in soggiorno e prendo una spatola delle mie. E tagliente, solo un pò. Lei è ancora nel corridoio, completamente nuda. La guardo ed è proprio bella. Una bellissima ragazza. Mi avvicino senza dire una parola e le pianto la spatola nel collo. Lei grida mentre sanguina come una matta. Non ho mai visto una cosa così. Non ho mai fatto una cosa così. Sono molto tranquillo, non sento niente. Continuo a piantarle lo stru­mento nel corpo, colpisco dove capita. Solo dopo un poco mi fermo. Lei è a terra, cerca di muoversi, si lamenta. Io sto in piedi sopra di lei e contemplo il mio lavoro. La guardo men­tre si dissan...

Giovanni si svegliò. Spalancò gli occhi, terrorizzato. Di solito quando aveva gli incubi, non si svegliava di colpo. Gli capitava di rivoltarsi nel letto, al peggio di ricordarseli la mattina dopo. Quella volta si trovò a sedere tutto sudato tra le lenzuola.

- Che cazzo ho fatto? - il solo sogno lo aveva terrorizzato. Era terribile, anche solo aver pensato a una cosa del genere. Non avrebbe mai fatto niente di... non poteva e non voleva credere di poter essere così. Si alzò da letto, tanto la notte era già andata. Si accese una sigaretta, andò al tavolo da cucina e si sedette in modo tale da guardare la finestra.

Se guardo fisso davanti a me, si disse, mi calmerò prima o poi.

Aveva ucciso una persona. L'aveva fatto in sogno, ma l'aveva fatto. Stava facendo cose che non avrebbe mai immaginato. Cominciava ad aggiungere la stanchezza del lavoro a quella della sua nuova vita. Perché era una vita nuova, quella. L'unica cosa che gli veniva in mente per tutto il giorno era dipingere. Non era andato a lavorare, accampando un muc­chio di scemenze, apposta. Dipingeva sui muri, insultava la donna più importante della sua vita. Uccideva in sogno. Non capiva più dove stesse andando la sua vita.

 

Tutto il giorno successivo, Giovanni rimase fuori di casa. Aveva paura di quello che c'era sul muro e di sè stesso in quella casa. Uscì, andò in giro a piedi. Cercava di stancarsi, di ridursi al punto di entrare in casa e cadere a terra addormentato, non importa dove. A volte intuiva che non poteva essere quello il modo. Che un sogno ed un quadro non potevano cambiargli la vita così. Era giusto e bello, vivere per l'arte, ma non così. Si decise a tornare quando era sera. Entrò in un fast food, prima, per poter tornare calmo e pieno. Si rivolse alla cameriera leggendo il nome sulla targhetta. Evidentemente il suo sguardo era stato attirato da ciò che c'era dietro quella targhetta. Si sentì leggermente porco a fare così, ma anche molto contento. Stava tornando alla, vita, forse. La prima cosa che avrebbe fatto era telefonare a Roberta per scusarsi. Quella che invece aveva di fronte era: - Judith, se non sbaglio. Fammi vedere... - continuava a fissarla. La ragazza sorrise, capendo benis­simo. Quanti avevano già fatto così con lei. Segno che aveva un seno molto bello, eviden­temente. Era bella e lo sapeva.

Giovanni alzò gli occhi e vide la splendida fanciulla scura di carnagione, al banco. Poteva essere indiana, o di chissadove.

- Judith, io sono già contento se mi porti un pò di patatine fritte con... - si bloccò di colpo. Assomigliava, anzi era uguale alla ragazza che aveva sognato. Lei si fece seria tutto d'un tratto. Forse aveva notato la sua espressione.

- Sei libera, questa sera dopo il lavoro, Judith? -

 

Roberta era stata in giro tutto il giorno. Era tempo che non sentiva più Giovanni e rimandò l'esame di Strumentazione Industriale per andare ad informarsi. Prima telefonò al suo uffi­cio.

- Non è al lavoro, signorina. E' già da tempo che non viene. Un giorno ha telefonato per avvertire del ritardo e non è più venuto. Anzi, sì, qualche giorno fa ha dato le dimissioni con preavviso. E' venuto qui apposta -

Lei cominciò ad allarmarsi. Non si era fatto più sentire da nessuno. Neanche gli amici, i conoscenti comuni, nessuno. Non rispondeva al telefono. Si ricordò improvvisamente di avere le chiavi di casa sua, da qualche parte. Le trovò e si precipitò in auto da lui. Entrò dal portone e cominciò a correre nel corridoio che portava all'appartamento. Non sapeva perché, ma le notizie che aveva sentito durante il giorno l'avevano allarmata. Arrivò alla porta di Giovanni e stette ferma ad ascoltare. Sperava di sentire qualcosa di lui ma era tutto silenzioso. Inserì la chiave e la girò. Entrò lentamente. Era talmente agitata che si muoveva con una lentezza impressionante. Almeno, credeva di muoversi lentamen­te. Si trovò nel corridoio deserto. Una foresta di colori invadeva i muri. Tutto il corridoio era dipinto, non più di blu, ma con nuove figure. Si incantò davanti allo spettacolo. In un ango­lo in fondo, a guardare bene, c'erano figure strane, piccoli esserini dipinti. Dovevano es­sere in un bosco. Sotto, il titolo: Giovanni aveva scritto CONCILIO VATICANO CON AURORA BOREALE. Guardò bene, in un altro punto, un tavolo molto grande, che arrivava fino a metà del dipinto, con le insegne della chiesa. Al tavolo un gruppo di diavoletti, alcuni seduti, altri che ballavano in giro.

Cosa gli è venuto in mente, pensò.

- Ti piace, eh? -

Si voltò. Giovanni la stava guardando. Aveva un'aria stralunata che la preoccupò.

- Dov'eri finito? Ci stavamo preoccupando -

- Eri tu che telefonavi? Stavi cominciando a rompere, Roberta -

- Cosa dovevo fare? Non sapevamo più niente. Avevo paura per te -

- Ah, ah, ragazzi... avevi paura per me? Tu troietta, avevi paura per me? Che cazzo me ne frega... me lo dici che cazzo me ne può fregare? Io ho altro da fare che guardare voi. Sto dipingendo per il Vaticano. E' il soggetto definitivo, l'immagine sacra vera. Queste cose ­indicò il muro - le ho tutte sognate! Ispirazione divina? Forse. Ho finalmente usato tutte le vernici possibili, capisci quello che voglio dire. Manca solo quella definitiva. Un piccolo se­gno sul muro è niente. Ho bisogno di sangue vero, adesso. Anzi... mi fai venire un'idea - prese qualcosa dal tavolo che aveva vicino ed avanzò verso di lei.

- Che intenzioni hai? ­-

- Lo sai già -

Roberta arretrò lentamente verso la porta di uscita. Urtò il muro. Giovanni rideva, mentre si avvicinava. Era completamente partito. Doveva fuggire. Mise la mano sulla maniglia e cercò di aprire. Non riuscì. Lui doveva aver chiuso a chiave quando lei non lo aveva anco­ra visto. Si attaccò alla maniglia, costo di rompere tutto. Non posso uscire! Aiutatemi!

Giovanni le arrivò vicino ed alzò il braccio per colpirle la mano. Lei si meravigliò di aver avuto i riflessi così pronti. La tolse quasi in tempo. Quasi, perché lui riuscì a farle un taglio profondo. Lei si guardò il taglio e guardò lui, terrorizzata.

Giovanni si sentiva forte. Anzi, quasi esaltato. Si sentiva invincibile. Potente. La sua era una missione divina.

Lei cercava attorno, sempre più sconvolta. Doveva esserci una via di uscita. Sentiva il cuore andarle a velocità folle. Guardò la porta nel momento esatto in cui l'arma di lui si piantava tra la porta e lo stipite. Nel ritirarla, inavvertitamente, toccò lo scrocco della serratura, aprendola. Che porta del cazzo. Si apre con niente...

 

E' un posto molto più luminoso. Forse a Giovanni piace, in fondo. Poche persone e medici dall'aria rassicurante che lo seguono. Roberta non sa e non ricorda nemmeno come aves­se fatto a scappare ed a chiamare aiuto. Purtroppo, la maggior parte del giorno lui è legato e non può uscire. Beh, sì, qualche volta, raramente, l'infermiera lo mette sulla carrozzina e lo porta nel parco, là davanti. Lei lo va a vedere, ma può farlo solo dietro un vetro. I dottori non credono che si riprenderà più. I suoi quadri sono sempre a casa, comunque. Un es­perto era andato con Roberta a vedere la parete del corridoio e la prima volta si voleva portare via l'affresco. Diceva che è meraviglioso. Sembra che ci siano delle tecniche per scrostarlo senza rovinarlo. Potrebbe essere esposto. Lei, comunque, a Giovanni una cosa così non la direbbe, anche se potesse parlargli.

Continua ad insegnare, anche se sente, sa, che le cose sono diverse. Tira avanti. L'unica cosa che le fa veramente male, quando certe volte arriva alla clinica psichiatrica, è che l'infermiera le dica che lui ha gridato e pianto tutta notte.

Lei lo sa cosa dice. Anche se l'infermiera glielo ha detto solo una volta. Comunque lo sa e lo sente. Le sue parole sono sempre le stesse.

- Roberta! Ho fatto tutto per te. Dimmi che mi ami! Dimmi che mi ami! -

 

  

RACCONTO SELEZIONATO (20° POSTO) PER IL CONCORSO PREMIO NARRATIVA GHoST 2001

     

 

ALESSANDRO AMADESI
Vengo da Bologna, dove sono nato nell'autunno del 1971.

Mi sto laureando, a breve, in Ingegneria Meccanica, ma scrivo dall'età di tredici anni ed ho all'attivo vari racconti, sceneggiature e poesie (ed un corto, Corridoi, che ho girato con amici nell'estate del 1999). Da questo Dimmi... sto pensando di ricavare un altro cortometraggio, prima o poi.

  

  

 

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