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VISIONI - DIMMI CHE MI AMI scritto da Alessandro Amadesi
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L'elettrovalvola comandata dal pressostato vi dice se siete in condizioni di
sicurezza. II tutto è legato ad una logica si / no come quella dei computer.
Solo che qui è: valvola aperta / valvola chiusa. Lei, qui, come farebbe? - Roberta
si rivolse ad un suo studente che stava guardandola insistentemente da un pò,
ma non con l'aria di quello che ascolta coinvolto, ma con quella del bullo che
la mangiava con gli occhi. Il ragazzo alzò la testa e sorrise imbarazzato: -
Beh, io direi...cioè come farei come? - -
Voglio dire, è sufficiente il pressostato o ci vuole qualcos'altro? Un
manometro, un altro strumento… - -
No, va bene così - -
Eh, bravo, lei in condizioni normali avrebbe già fatto saltare l'impianto - Risatine
sparse per l'aula. Roberta era una giovane assistente di un professore che aveva
poca voglia di farsi vedere. Molto brava, ma anche molto bella. Il che, in un
tipo di università come quella è un caso quasi unico. Non si vedevano troppe
signorine, da quelle parti. Lei sorrise e continuò la spiegazione, fino a una
mezz'ora prima della fine, come sempre. Finire mezz'ora prima era un vezzo dei
professori universitari. Classico. Uscì
di fretta. Aveva deciso di fare un salto da Giovanni. Lui stava un pò fuori
città ed era bene muoversi per tempo. Forse quella sera sarebbero riusciti ad
uscire insieme come non facevano già da un pò. Lei con le lezioni
all'università, lui con il lavoro ed i suoi dipinti. Non avevano un gran voglia
di riservare un pò di tempo agli altri, presi dalle tante attività. La fiera
dell'egoismo. Comunque, un pò di tempo per trovarsi lo avevano, in fondo. Lui
era un amico, un grande amico. Forse qualcosa di più... ancora non aveva
capito. Da
parte sua non sapeva bene come prenderla: stare insieme sarebbe stata una cosa
molto facile, conoscendosi da sempre. Tutti e due avevano la mezza idea, ma
anche la voglia di andare più in là. Cercarsi altre persone e rimanere sempre
in contatto. Arrivò
in macchina a grande velocità in una strada laterale a quella in cui abitava
lui. Ormai aveva rinunciato a cercare un parcheggio in quella strada. Si
incamminò fino al portone e suonò il campanello. Poco dopo era sul
pianerottolo di casa. La
sua splendida fanciulla aveva suonato il campanello. Giovanni la aspettava. Si
alzò in piedi dallo sgabello davanti alla sua tela preferita. Erano secoli che
non gli veniva più in mente niente. D'altronde aveva già ritratto Roberta
cento volte e non c'era più verso di richiederglielo. Si avvicinò alla porta e
la aprì. Roberta era lì. -
Trottola, hai le chiavi. Puoi entrare senza problemi - -
Non so mai se c'è una qualche bella pollastra qui con te - gli rispose allegra
lei. -
Come no. Una fila di donne fuori dalla porta - si incamminarono verso l'ingresso
- vieni, sto cercando di chiudere la pratica Paesaggio - -
E' sempre...? - -
Non me ne parlare. Ormai è diventato un mio amico, questo dipinto. Gli darò un
nome di persona e gli offrirò il caffè, tra qualche giorno. Qualcosa come
Carmelo. Ti piace ‘Carmelo’ per questo pezzo di tela? - -
E' molto bello, il pezzo di tela che dici tu - vero. A lei piaceva molto. Che si
chiamasse Paesaggio o Carmelo o chissacosa. In ogni caso non c'era altro
da aggiungere lì, secondo lei. Lei, però, non faceva la pittrice. Serata
favolosa. Si erano divertiti molto a fare le solite scemate, a parlare di altro
che non fossero gli impianti meccanici o i dipinti. Si erano lasciati sotto casa
e lei non era salita. Doveva andare a letto presto, assolutamente. Si salutarono
ridendo per qualche cosa che avevano detto e Giovanni arrivò in casa ridendo.
Non riusciva ad addormentarsi dalle cazzate varie che ogni tanto gli tornavano
in mente. Poi cadde in un sonno ipnotico che lo portò via, miglia lontano. Quando
si svegliò la mattina, Giovanni era ancora scosso. Aveva sognato qualcosa di
strano che non ricordava. Non gli riusciva di ricordare niente. Si alzò
distrutto. Barcollò fino alla cucina. Aveva bisogno di un minimo di colazione,
almeno un caffè, per rimettersi in attività. Doveva andare al lavoro, non
poteva vivere di dipinti per tutta la vita. Passando nel corridoio che lo
portava alla cucina, urtò il muro con una mano. Doveva essere proprio malmesso
per dare un colpo al muro nel passare. Lasciò una striscia scura sulla parete. Che
cazzo succede? Cosa ho? Si
guardò le mani. Aveva certamente urtato qualcosa nell'alzarsi e si era fatto un
taglietto. Si disinfettò il dito e pensò che sarebbe stato meglio togliere i
segni dal muro. Oltretutto, così, sembrava il luogo di un delitto. Poi ci
ripensò. Ebbe un lampo. L'unica cosa che gli saltò in mente fu che era
un'ottima idea lasciare lì il segno. Accese il fornello sotto il caffè e
cominciò a pensare. Dettagli minimi del sogno che aveva fatto gli tornavano in
mente. Si avvicinò alla parete del soggiorno. Dipingere sul muro, quella era
una grande idea. Sarebbe stato il suo dipinto più bello, un grande affresco.
Tema libero. Sarebbe stato solo suo e soprattutto avrebbe lasciato da parte il
paesaggio, finalmente. La
giornata al lavoro era quella che era. Il giugno in arrivo si faceva sentire e
Roberta cominciava a sperare nella fine delle lezioni, come i suoi allievi. Non
era finita, del resto. C'erano ancora gli esami. Sapeva che, tra una storia e
l'altra avrebbero tirato in lungo fino a luglio. C'erano già più di trenta
gradi e continuando così sarebbe aumentata rapidamente. Giovanni
doveva rimanere fino a tardi. Anche lui con il lavoro aveva problemi,
soprattutto quando, da pittore, si trovava a lavorare con un commercialista. Era
una situazione un pò schizofrenica, perché uno che stava in ufficio durante il
giorno si trovava a fare un altra vita di sera. Da artista a commercialista.
Bella, questa cosa. Lui rimediava, mettendo come periodo ‘di decompressione il
ritorno a casa in auto. Quello gli permetteva di pensare a tutt'altro, per
tornare ai propri affari. Per qualche motivo che non capiva, il suo lavoro era
qualcosa che lo impegnava e gli piaceva. Però era anche qualcosa che finiva
appena metteva piede fuori dall'ufficio. Non riusciva ad avere entusiasmo per
quello. Nei suoi periodi di viaggio in auto, la mente gli volava quasi sempre
verso le donne che aveva conosciuto ed in particolare Roberta. Si trovava a
pensare a lei come la sua ragazza e sapeva che non era così. Non ufficialmente,
cioè. Loro erano ognuno a casa propria, si vedevano di tanto in tanto e si
conoscevano da sempre, ma qualche volta si chiedeva come sarebbe stato, insieme
e sapeva che il pensiero l'aveva anche lei. Non c'è niente di male a sognare,
si diceva. E'
un balcone. Sono qui a guardare il panorama. Sono incantato da ciò che vedo. E'
un posto molto bello e non so dove sono. Qualche nuvoletta, il cielo è sereno,
comunque. E'
una baia o un golfo. All'improvviso, con una velocità incredibile, cominciano a
formarsi le nuvole, nuvole nere e cupe. II cielo, così, ha un colore quasi
rosso scuro; le nuvole si spostano e si muovono a formare figure molto
particolari, mentre torna un sottofondo azzurro. E' molto strano come la vista
cambi, così veloce. Nel cielo, di nuovo, le nuvole formano una figura
particolare di diavolo con le fauci spalancate. Mi sembra quasi che mi si stia
avvicinando, veloce, veloce... Giovanni
aprì gli occhi di colpo. Respirava a fatica, ansimava e gli ci volle un pò di
tempo per capire. Dove si trovava? A casa, tutto bene. Tutto bene un tubo. Guardò
la radiosveglia a fianco del letto. Era già quasi l'ora di alzarsi. Si alzò,
allora. Tanto valeva andare a farsi qualcosa per colazione prima di uscire. Passò
dal corridoio, come sempre e vide i segni del giorno prima. Ora aveva capito
quale sarebbe stato il tema del dipinto sul muro. Era più che mai determinato a
farlo. Prese
il telefono e chiamò una collega in ufficio. -
Marina, scusa. Sono io, Giovanni. Ti volevo dire solo che sono incastrato nel
traffico e farò un pò tardi - Ecco
fatto. Riattaccò il telefono ed andò a prendere i colori. Si mise sulle mani
il blu. Quello c'era, nel sogno... Avevano
appuntamento per la sera con Giovanni. Avevano bisogno di parlare di quello che
era successo la sera prima. Almeno Roberta gli voleva dire qualcosa di
importante. Arrivò da lui aprendo con le chiavi come aveva chiesto. -
Giovanni... - Silenzio.
Forse era uscito un momento. Eppure sentiva qualche rumore in casa. -
Giovanni? Ci sei? - Ancora
silenzio. Entrò e si guardò attorno. Solo dopo un pò, guardando nella
penombra, riconobbe Giovanni in piedi nel corridoio, rivolto verso il muro,
silenzioso. -
Ehi, sei in castigo? Guarda che... - si interruppe vedendo quello che c'era sul
muro. Striato
di colori, il muro era un inno all'azzurro. C'erano effetti di luce e macchie
chiare, più di un cielo. Nuvole nere e lampi di rosso. Lui si voltò e la guardò
sorridendo. -
Ciao, bellissima. Stavo guardando la mia ultima opera. La notte scorsa ho
sognato una aurora boreale. O australe, non so mai. Era una cosa strana, perché
non l'ho mai vista, in realtà - Rimasero
in silenzio. Roberta non si aspettava certo che lui facesse una cosa simile. -
Sono senza parole - gli disse. Lui
rise: - Sì, l'ho notato. Mi faccio una doccia rapida ed arrivo - si allontanò
lasciandola davanti al muro - Non fuggire, eh? - Benissimo.
Riuscivano ad uscire insieme di nuovo, dopo tanto tempo passato senza poterlo
fare. Roberta e Giovanni tornarono in un locale diverso da quello dell'altra
volta. Strano, perché ormai si erano affezionati e tornavano ogni volta. Quella
sera si sentivano in vena di sbragare ed andarono a mangiare qualcosina, poi ad
alcolizzarsi in un pub e alla fine in un posto alternativo che faceva rock
incazzato. A loro piaceva moltissimo. C'era normalmente Marylin Manson ed i Korn,
con qualche eccezione, poche volte, per Sugar Ray. Strano ma vero. Loro,
comunque, non si sentivano di quei caricati che vanno in disco a ballare la
techno o la musica finta. Non erano i tipi. A loro piaceva pogare, fare un pò
di casino. D'altronde erano tipi piuttosto tranquilli... Arrivarono
a notte fonda sotto il portone di casa di lui, dove c'era la macchina di
Roberta. Si fermarono lì e si guardarono a lungo. Lei gli sorrise: -
Allora...ci vediamo... Perché
la fai andare via? Forse è giusto che lei se ne vada. -
Ascolta, ragazza, quando ci si rivede? - Dalle
un bacio, deficiente... -
Non so dirti. Spero di liberarmi, perché questa settimana finisco il ciclo di
lezioni... E'
giusto che io me ne vada? Non è meglio rimanere con lui? Giovanni
fissò gli occhi su di lei per molto tempo, così le sembrò. Aveva questo
tipico atteggiamento, quando stava per dirle qualcosa. Era incerto se dirlo o
no. -
Non andartene, Roberta. Non andartene - Così
erano andati a finire a letto insieme. Tutto sommato erano due adulti, ne
avevano voglia da tempo ed era successo, alla fine. Era stato una meraviglia,
per tutti e due. Avevano cominciato nel corridoio e proseguito nel letto. Mentre
stavano a letto, tranquilli e contenti, Giovanni la guardò e cominciò a
parlare. -
Sai, dopo che ci siamo lasciati, l'altra sera. Anzi la mattina dopo, ho urtato
il muro. Ero rincoglionito, quella mattina. Mi ero fatto un taglietto in un dito
e ci ho lasciato una traccia forte. Nel muro, dico - -
Ah, dai, non le voglio sentire, queste cose - -
Ma non mi sono fatto niente. Vedi che adesso è a posto, il dito? Era un
taglietto minimo - - Sì, ma mi da noia il fatto - Roberta si interruppe e lo guardò - Mi stai dicendo che hai dipinto con il sangue? Porca... - -
Ma no, ci ho solo lasciato un segno. Certo, si può dire che è dipinto col
sangue, quello che hai visto. L'azzurro da dove l'ho preso? - -
Dai, non è un bello scherzo - -
Sto dipingendo con tutti i liquidi organici. Pensavo quasi, prima, che anche tu
mi potresti aiutare - Roberta
aveva capito prima del tempo dove lui voleva arrivare, ma non voleva crederci.
Glielo chiese, aiutandosi con i gesti: - Vuoi dire che prima, quando noi... e
quando io… - Mh,
avremmo potuto interrompere sul più bello per lasciare una tua firma sul muro.
E' un segno che si vede poco, ma è importante - Lei
gli rispose con una smorfia. -
Oh, sì - continuò lui - e avrei potuto lasciare un segno anche io. Coito
interrotto contro un muro - -
Piantala - Lui
rise: - Dai. Scherzo, su - -
Non mi diverte. La prima volta che andiamo a letto insieme tu ti metti a fare
queste scene. Ci conosciamo da sempre e so che non è da te fare queste cose - Giovanni
si meravigliò. Se l'era presa, sul serio? Capì di aver detto qualcosa di
strano, che di sicuro non avrebbe detto, fino a qualche giorno prima. Quei
dipinti gli facevano uno strano effetto. Era stanco, per la prima volta se ne
rendeva conto. Si mise improvvisamente a piangere, mentre lei si alzava da
letto. -
Mi vado a fare una doccia - gli disse - e me ne vado. Ci risentiamo quando ti
sei calmato. Non ho voglia di dividere la vita con i tuoi dipinti che sono più
importanti di me - Poco
dopo uscì, sbattendo la porta. Sto rimorchiando una puttana sulla strada. Non I'ho mai fatto, però stasera mi viene così. Devo seguire le mie inclinazioni, l’ispirazione è così. Non me ne frega un cazzo che lei se ne sia andata. Una di meno. Un problema in meno. Questa è una bella ragazza. Non so se sia indiana o di dove. E' un pò scura di carnagione. Ha degli occhioni grandi, splendidi. Non mi interessa, né da dove viene né se ha dei begli occhi. Non la devo sposare. Tiro su la tipa e me la porto a casa in macchina. Sulla
porta di casa lei comincia a togliersi i vestiti. Aspetta, le dico, non sarebbe
meglio fare le cose con un pò di calma... Non
ho molto tempo, bello, mi risponde, devo pur arrivare alla fine del mese. Continua
a spogliarsi e io riesco a prenderle la mano ed a portarla nel corridoio. Lei
vede il dipinto e mi dice, forte, ti è caduto un secchio di vernice contro il
muro. Non
posso sopportare queste ironie sulle mie opere d'arte. Davvero, la picchierei
selvaggiamente per quello che ha detto. Mi allontano mentre lei ride
continuando a togliersi quel poco che ha addosso. Vado in soggiorno e prendo una
spatola delle mie. E tagliente, solo un pò. Lei è ancora nel corridoio,
completamente nuda. La guardo ed è proprio bella. Una bellissima ragazza. Mi
avvicino senza dire una parola e le pianto la spatola nel collo. Lei grida
mentre sanguina come una matta. Non ho mai visto una cosa così. Non ho mai
fatto una cosa così. Sono molto tranquillo, non sento niente. Continuo a
piantarle lo strumento nel corpo, colpisco dove capita. Solo dopo un poco mi
fermo. Lei è a terra, cerca di muoversi, si lamenta. Io sto in piedi sopra di
lei e contemplo il mio lavoro. La guardo mentre si dissan... Giovanni
si svegliò. Spalancò gli occhi, terrorizzato. Di solito quando aveva gli
incubi, non si svegliava di colpo. Gli capitava di rivoltarsi nel letto, al
peggio di ricordarseli la mattina dopo. Quella volta si trovò a sedere tutto
sudato tra le lenzuola. - Che cazzo ho fatto? - il solo sogno lo aveva terrorizzato. Era terribile, anche solo aver pensato a una cosa del genere. Non avrebbe mai fatto niente di... non poteva e non voleva credere di poter essere così. Si alzò da letto, tanto la notte era già andata. Si accese una sigaretta, andò al tavolo da cucina e si sedette in modo tale da guardare la finestra. Se guardo fisso davanti a me, si disse, mi calmerò prima o poi. Aveva
ucciso una persona. L'aveva fatto in sogno, ma l'aveva fatto. Stava facendo cose
che non avrebbe mai immaginato. Cominciava ad aggiungere la stanchezza del
lavoro a quella della sua nuova vita. Perché era una vita nuova, quella.
L'unica cosa che gli veniva in mente per tutto il giorno era dipingere. Non era
andato a lavorare, accampando un mucchio di scemenze, apposta. Dipingeva sui
muri, insultava la donna più importante della sua vita. Uccideva in sogno. Non
capiva più dove stesse andando la sua vita. Tutto
il giorno successivo, Giovanni rimase fuori di casa. Aveva paura di quello che
c'era sul muro e di sè stesso in quella casa. Uscì, andò in giro a piedi.
Cercava di stancarsi, di ridursi al punto di entrare in casa e cadere a terra
addormentato, non importa dove. A volte intuiva che non poteva essere quello il
modo. Che un sogno ed un quadro non potevano cambiargli la vita così. Era
giusto e bello, vivere per l'arte, ma non così. Si decise a tornare quando era
sera. Entrò in un fast food, prima, per poter tornare calmo e pieno. Si rivolse
alla cameriera leggendo il nome sulla targhetta. Evidentemente il suo sguardo
era stato attirato da ciò che c'era dietro quella targhetta. Si sentì
leggermente porco a fare così, ma anche molto contento. Stava tornando alla,
vita, forse. La prima cosa che avrebbe fatto era telefonare a Roberta per
scusarsi. Quella che invece aveva di fronte era: - Judith, se non sbaglio. Fammi
vedere... - continuava a fissarla. La ragazza sorrise, capendo benissimo.
Quanti avevano già fatto così con lei. Segno che aveva un seno molto bello,
evidentemente. Era bella e lo sapeva. Giovanni
alzò gli occhi e vide la splendida fanciulla scura di carnagione, al banco.
Poteva essere indiana, o di chissadove. -
Judith, io sono già contento se mi porti un pò di patatine fritte con... - si
bloccò di colpo. Assomigliava, anzi era uguale alla ragazza che aveva
sognato. Lei si fece seria tutto d'un tratto. Forse aveva notato la sua
espressione. -
Sei libera, questa sera dopo il lavoro, Judith? - Roberta
era stata in giro tutto il giorno. Era tempo che non sentiva più Giovanni e
rimandò l'esame di Strumentazione Industriale per andare ad informarsi. Prima
telefonò al suo ufficio. -
Non è al lavoro, signorina. E' già da tempo che non viene. Un giorno ha
telefonato per avvertire del ritardo e non è più venuto. Anzi, sì, qualche
giorno fa ha dato le dimissioni con preavviso. E' venuto qui apposta - Lei
cominciò ad allarmarsi. Non si era fatto più sentire da nessuno. Neanche gli
amici, i conoscenti comuni, nessuno. Non rispondeva al telefono. Si ricordò
improvvisamente di avere le chiavi di casa sua, da qualche parte. Le trovò e si
precipitò in auto da lui. Entrò dal portone e cominciò a correre nel
corridoio che portava all'appartamento. Non sapeva perché, ma le notizie che
aveva sentito durante il giorno l'avevano allarmata. Arrivò alla porta di
Giovanni e stette ferma ad ascoltare. Sperava di sentire qualcosa di lui ma era
tutto silenzioso. Inserì la chiave e la girò. Entrò lentamente. Era talmente
agitata che si muoveva con una lentezza impressionante. Almeno, credeva di
muoversi lentamente. Si trovò nel corridoio deserto. Una foresta di colori
invadeva i muri. Tutto il corridoio era dipinto, non più di blu, ma con nuove
figure. Si incantò davanti allo spettacolo. In un angolo in fondo, a guardare
bene, c'erano figure strane, piccoli esserini dipinti. Dovevano essere in un
bosco. Sotto, il titolo: Giovanni aveva scritto CONCILIO VATICANO CON AURORA
BOREALE. Guardò bene, in un altro punto, un tavolo molto grande, che
arrivava fino a metà del dipinto, con le insegne della chiesa. Al tavolo un
gruppo di diavoletti, alcuni seduti, altri che ballavano in giro. Cosa
gli è venuto in mente, pensò. -
Ti piace, eh? - Si voltò. Giovanni la stava guardando. Aveva un'aria stralunata che la preoccupò. - Dov'eri finito? Ci stavamo preoccupando - -
Eri tu che telefonavi? Stavi cominciando a rompere, Roberta - -
Cosa dovevo fare? Non sapevamo più niente. Avevo paura per te - -
Ah, ah, ragazzi... avevi paura per me? Tu troietta, avevi paura per me? Che
cazzo me ne frega... me lo dici che cazzo me ne può fregare? Io ho altro da
fare che guardare voi. Sto dipingendo per il Vaticano. E' il soggetto
definitivo, l'immagine sacra vera. Queste cose indicò il muro - le ho tutte
sognate! Ispirazione divina? Forse. Ho finalmente usato tutte le vernici
possibili, capisci quello che voglio dire. Manca solo quella definitiva. Un
piccolo segno sul muro è niente. Ho bisogno di sangue vero, adesso. Anzi...
mi fai venire un'idea - prese qualcosa dal tavolo che aveva vicino ed avanzò
verso di lei. -
Che intenzioni hai? - -
Lo sai già - Roberta
arretrò lentamente verso la porta di uscita. Urtò il muro. Giovanni rideva,
mentre si avvicinava. Era completamente partito. Doveva fuggire. Mise la mano
sulla maniglia e cercò di aprire. Non riuscì. Lui doveva aver chiuso a chiave
quando lei non lo aveva ancora visto. Si attaccò alla maniglia, costo di
rompere tutto. Non posso uscire! Aiutatemi! Giovanni
le arrivò vicino ed alzò il braccio per colpirle la mano. Lei si meravigliò
di aver avuto i riflessi così pronti. La tolse quasi in tempo. Quasi, perché
lui riuscì a farle un taglio profondo. Lei si guardò il taglio e guardò lui,
terrorizzata. Giovanni
si sentiva forte. Anzi, quasi esaltato. Si sentiva invincibile. Potente. La sua
era una missione divina. Lei
cercava attorno, sempre più sconvolta. Doveva esserci una via di uscita.
Sentiva il cuore andarle a velocità folle. Guardò la porta nel momento esatto
in cui l'arma di lui si piantava tra la porta e lo stipite. Nel ritirarla,
inavvertitamente, toccò lo scrocco della serratura, aprendola. Che porta del
cazzo. Si apre con niente... E'
un posto molto più luminoso. Forse a Giovanni piace, in fondo. Poche persone e
medici dall'aria rassicurante che lo seguono. Roberta non sa e non ricorda
nemmeno come avesse fatto a scappare ed a chiamare aiuto. Purtroppo, la
maggior parte del giorno lui è legato e non può uscire. Beh, sì, qualche
volta, raramente, l'infermiera lo mette sulla carrozzina e lo porta nel parco, là
davanti. Lei lo va a vedere, ma può farlo solo dietro un vetro. I dottori non
credono che si riprenderà più. I suoi quadri sono sempre a casa, comunque. Un
esperto era andato con Roberta a vedere la parete del corridoio e la prima
volta si voleva portare via l'affresco. Diceva che è meraviglioso. Sembra che
ci siano delle tecniche per scrostarlo senza rovinarlo. Potrebbe essere esposto.
Lei, comunque, a Giovanni una cosa così non la direbbe, anche se potesse
parlargli. Continua
ad insegnare, anche se sente, sa, che le cose sono diverse. Tira avanti. L'unica
cosa che le fa veramente male, quando certe volte arriva alla clinica
psichiatrica, è che l'infermiera le dica che lui ha gridato e pianto tutta
notte. Lei
lo sa cosa dice. Anche se l'infermiera glielo ha detto solo una volta. Comunque
lo sa e lo sente. Le sue parole sono sempre le stesse. -
Roberta! Ho fatto tutto per te. Dimmi che mi ami! Dimmi che mi ami! -
RACCONTO SELEZIONATO (20° POSTO) PER IL CONCORSO PREMIO NARRATIVA GHoST 2001
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