| PIONIERI DELL'ANNO 3000 | |
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Estratti
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ANTEPRIMA RACCONTI
BUON ANNO, URBANIA! (di Alessandro Del Gaudio) Il sole al tramonto oltre le colline sembrava una pallina da ping pong in fiamme sull’incontenibile oceano di palazzi e torri che era Urbania alla fine del 3001, con i suoi due miliardi di abitanti in espansione e il suo incalcolabile numero di distretti distribuiti in ogni direzione. Cominciava ad ombreggiare solo su alcuni di essi mentre per molti altri il buio non sarebbe giunto per almeno altre sei ore. Ma quella sera non era come le altre: l’intera popolazione si preparava a festeggiare l’ultimo giorno dell’anno, nella speranza che alzare i calici per un brindisi avrebbe propiziato un anno migliore, come tutti, del resto. Forse questa volta per davvero, pensò il detective Bronson Joy, della sezione Casi Inspiegabili. Noto sociologo, archeologo per passione, esperto in psicologia e parapsicologia. Nel suo studio a venti metri dalla Mole, nel distretto numero 666 (Torino) fumava beatamente la sua pipa – un manufatto antichissimo datato 2582 – di fronte a una pila di scartoffie su cui lavorava ormai da più di una settimana....
C'ERA UNA VOLTA (di Gordiano Lupi) Paolo sfogliava interessato quel vecchio libro ritrovato sotto la polvere. Qualche pagina mancava, altre erano illeggibili. Era già un miracolo che fosse sopravvissuto così a lungo. Lo aveva avuto in regalo da un anziano parente che viveva ancora lontano dai sovrappopolati agglomerati urbani. Non aveva idea di dove poteva essere stato custodito per tanto tempo un testo di così grande importanza, ma la cosa gli interessava poco. Importante era solo il suo contenuto. Il titolo, su di una copertina rigida, era “Storia Antica” e l’anno di stampa il 2584. “Uno degli ultimi libri - commentò Paolo tra sé - prima dell’avvento definitivo dei supporti magnetici”....
ESTER DEGLI HABITAT (di Emiliano Maramonte) La capsula di emergenza ruzzolava veloce attraverso l’atmosfera terrestre ricoprendosi di gloria incandescente. La ragazza degli habitat, racchiusa dentro di essa, aveva perso i sensi già da un bel pezzo. Quando era fuggita per raggiungere il paradiso, non sapeva se sarebbe arrivata sana e salva o se la sua speranza si sarebbe semplicemente vaporizzata in uno sbuffo di fuoco a pochi metri dalla superficie. Nonostante questo era partita, con le rigogliose immagini della Terra negli occhi. Da secoli ormai il Pianeta Azzurro aveva riacquistato uno splendore che non aveva eguali nelle epoche precedenti. Persino dall’orbita alta si potevano notare le macchie di colore sparse per le foreste continentali. E le città non erano che sparuti grumi di grigiore immersi nel gran mare della vegetazione. Dopo la grave crisi bio-ambientale del 22° secolo, l’umanità aveva finalmente cambiato rotta. Non più spreco irrazionale delle risorse, ma rispetto della natura; non più abuso, ma parsimonia....
I BAMBINI ANGELI (di Matteo Gambaro) Ricordo molto bene il 3002. E’ l’anno in cui sono morto: certo un evento che non potrei dimenticare. Ripensandoci, forse è più corretto dire che sono “tecnicamente morto”: perché in quest’epoca confusa i concetti di vita e di morte non sono più netti e definiti come un tempo. Né le antiche religioni riescono più a convincere, con i loro dogmi ancestrali oramai del tutto insoddisfacenti: piuttosto, si limitano ad imporsi ed io ne sono la prova. A tutt’oggi sono passati solo tre anni da quel giorno fatale, un periodo che in effetti ha la stessa valenza di un istante, e tutto mi è chiaro e confuso al contempo, in modi e per cose differenti. Ho un ricordo abbastanza nitido ad esempio di quel che era la mia fetta di mondo all’inizio del nuovo millennio. Tutto era vasto e cupo, umido e sporco: tutto era contrasto e promiscuità, ed io anche più del resto, perché ero un Bambino Maledetto. Ero malato, il mio corpo era malato e il mio spirito soggiogato da un orrore che rendeva pazzi. Io, come gli altri, avevo il “morbo degli angeli”....
I POTENTI DEL QUARTO MILLENNIO (di Mario Natangelo) La steppa asiatica si apriva smisurata per chilometri e chilometri oltre la vista umana. La neve candida ricopriva tutto, un vento gelido danzava sull’immensità desertica. Una slitta trainata da sei huskies correva veloce sulla neve, trasportando due mongoli taciturni: stavano attraversando il continente per raggiungere i margini della steppa, i paesi d’occidente. Lo scenario sempre uguale, bianco e freddo, era interrotto raramente da qualche cespuglio rinsecchito o da qualche timido alberello. Ryu, uno dei mongoli, fermò la slitta e si tirò indietro il pesante cappello per osservare qualcosa sulla neve, più avanti: anche il suo compagno adesso guardava in quella direzione. Si scambiarono un’occhiata d’intesa e Ryu si diresse verso quella cosa nera distesa sulla neve: sembrava essere un uomo, probabilmente era morto. Si avvicinò allo sconosciuto disteso, che era avvolto in un pesante cappotto nero stretto in vita, e lo voltò: era vivo e aveva gli occhi aperti con le pupille ristrette che lo osservavano e, dall’espressione stranita sul volto scarno, Ryu capì che non riusciva a distinguere molto di quello che vedeva. Emetteva sinistri rantoli, aveva difficoltà a respirare. Dovevano essere giorni che vagava nella steppa. - E’ un bianco - disse voltandosi verso Chen, il compagno, e tenendo l’uomo sorretto con un braccio. - E’ mezzo congelato! - aggiunse mentre Chen rimaneva impassibile con una mano vicino alla slitta; i cani cominciavano ad agitarsi e a guaire per la fame. Ryu estrasse un thermos e aprì il tappo: una nuvoletta di vapore si alzò dalla bottiglia. Ne fece bere alcuni sorsi all’uomo bianco e vide con piacere che le guance riprendevano un po’ di colore. Lo poggiò di nuovo sulla neve e corse alla slitta per prendere una pelle di renna con cui coprirlo. Chen sembrava spazientirsi ogni minuto di più e guardava con aria tesa il cielo rosso sopra di loro, poi tornava a guardare il compagno....
IL COLLEZIONISTA (di Teresa Regna) Era nato in una delle province meridionali, ma aveva attraversato l’Europa in lungo e in largo, per lavoro e per svago. Arrivato a 150 anni suonati, Girox1 aveva deciso di trascorrere il periodo della pensione nel luogo di nascita. Il suo nome rammentava la moda, in seguito caduta in disuso, del posporre al nome di battesimo un numero, nel suo caso l’uno perché era stato il primo bambino della sua provincia a subire quel barbaro trattamento. Si stabilì in casa del nipote più giovane, quello con il quale sentiva di avere più affinità. In ogni caso, l’unico che, fino ad allora, gli avesse dato due bisnipoti. La crescita della popolazione era tenuta sotto stretto controllo, e il permesso di procreare non veniva accordato alla leggera; sia Berott che Veradd, però, lavoravano al Ministero della Cultura, per cui avevano aggirato il divieto con una certa facilità. Manyl e Rusarc erano una gioia sia per gli occhi che per il cuore: la bambina aveva occhi verde cupo e capelli biondi, mentre il bambino occhi azzurri e capelli neri. Predeterminati geneticamente come tutti i terrestri nati negli ultimi secoli. Erano intelligenti, curiosi e vispi, ma non tanto chiassosi da infastidire l’anziano bisnonno, e sempre pronti ad ascoltare le storie che la sua memoria bene allenata conteneva....
KATAKUMBA (di Andrea Gotico) Il mio nome è BUCK e vivo a Rapa Nui, in quella che a tutt'oggi è chiamata TERROVEST. Le informazioni a nostra disposizione sono frammentarie. Il vecchio satellite che abbiamo recuperato riesce a scansionare la crosta terrestre ogni cinque anni. Il resto è pura leggenda. Il processo evolutivo dell'umanità è inesorabilmente volto verso una direzione che i nostri antenati, forse, non avrebbero potuto immaginare. Leggende narrano che, nell'anno 2080, KATAKUMBA, un imperatore tiranno, nativo di quella che un tempo era conosciuta come Africa, costruì silenziosamente il suo esercito, depredando e uccidendo chi gli si opponeva. Si narra che fece costruire una grotta di dimensioni indefinite, dove addestrava il suo esercito di schiavi ad uccidere nel nome del Dio KRAUZ. I nostri nonni raccontano che, mentre l'intero pianeta si uccideva nel nome di....
QUALCOSA ABBIAMO VISTO (di Mauro Smocovich) Scruppiano molli scaltre suffritto. La posterna retriva si peraltra tra le nefri del bruno. No more in testa, no scenta in fitta. Swissola sinfranta. - No tesla paraldi! - bracca tenore in summa stizza larcipistolo discreto. Diviscola malandro, terga di quarto. Sgattamola in tre sterzi allorquanda frescando. Lucca dispolveri. - Has bladato terriste? - contrito contragli de pari arrischia a perimere. La door sapre e apperchia figures: - Siamo venuti in pace! - fallichiane uana. - Ma sei sicuro che ti capiscano? - smella posto fianco. Lucchiamo faschi e allerta corti. Los figures prosecutio abla. - No di certo, chi s’immaginava di trovare questa desolazione....
QUESTIONE DI RINENCEFALO (di Barbara Becheroni) Ad essere sinceri, crediamo che la prima manifestazione di maladattamento del soggetto in esame risalga al momento del rito dell’iniziazione, o, comunque, al periodo immediatamente successivo. Infatti non accettò di unirsi alla compagna che i saggi avevano scelto per lui, perché (si spiegò così con i membri della sua comunità) aveva un “odore” che non gli piaceva. Ora, come tutti sappiamo, il termine “odore” è stato praticamente cancellato dal nostro linguaggio da circa cinquecento anni. Il genere umano, infatti, ha abbandonato il senso dell’olfatto durante l’ultimo periodo della sua evoluzione, passando, gradatamente, da microusmatico, come era nel millenovecento e nella prima metà del duemila, ad anusmatico totale tra il duemilacinquecento e il passaggio di boa del quarto millennio. Nessuno di noi, pertanto, percepisce più quelli che i nostri avi definivano “odori”. Quindi il fatto che il giovane appartenente alla comunità neoagricola di Kaha-miu affermi di percepire gli “odori” è estremamente curioso. Il consiglio dei saggi ci propose immediatamente di prendere in esame lo strano membro della propria comunità, che porta il nome di Ros III. Ecco di seguito il risultato degli esami medici compiuti dalla mia équipe, la n° 2005 del Distretto Boreale di Garanzia per la Salute dei Terrestri....
SOGNARE LE STELLE (di Guido Alfani) Fuori infuriava la tempesta, e a volte sembrava che il vento volesse strappare la casupola dalle sue antiche fondamenta. Il vecchio si strinse la pesante pelliccia sulle spalle, e allungò le mani deformate dall’artrosi verso il modesto focherello che ardeva nel camino. Gli occhi socchiusi, sognava le stelle. Un rumore improvviso, una stonatura nel sottofondo di scricchiolii e sibili da cui si era lasciato cullare, lo riportò alla realtà. Si chiese se aveva sentito male, o se ancora sognava, ma poi udì un secondo colpo, e un terzo. Si girò verso la pesante porta di metallo, l’unica a dare sull’esterno. Un quarto colpo. Si alzò a fatica, e si diresse alla porta. Doveva essere suo figlio, e chi se no? Nessun altro avrebbe bussato. Avrebbero sfondato la porta, magari, ma non bussato....
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