Genio e follia

Genio e folliaGenio e follia, personaggi geniali che nel corso della loro esistenza hanno incontrato la follia.

Genio e follia sembrano un binomio ideale per produzioni creative, vivono ancora intrecciati nella leggenda del genio incompreso.

Genio e follia. Molti personaggi geniali nel corso della loro esistenza hanno incontrato la follia. In varie culture ed epoche storiche si è spesso riscontrato un legame tra lo stato maniaco-depressivo e il temperamento artistico e per via di queste testimonianze, tramandate nei secoli, “arte e psicosi”, hanno formato un connubio di grande fascino.

Sia l’Arte che la Psichiatria hanno un punto in comune; le esperienze emotive. Se la psicosi corrisponde ad uno stato di perdita, l’arte permette alla mente di accedere nel luogo in cui la creatività è libera di manifestarsi ed esprimersi. Arte e follia sembrano coincidere nel momento in cui la sofferenza, viene dominata dalla creatività e l’anima si rivela attraverso l’espressione artistica. Forse la follia spiega le ali del genio?
Nel soggetto psicotico avviene una graduale perdita di contatto con larealtà, un distacco che in alcuni casi pregiudica la capacità dicomunicazione.

Quando la logica di pensiero e quella di comunicazione si alterano, la continuità tra passato e presente viene compromessa.
Il cervello di fronte alla realtà si modifica, la cambia, e il soggetto che soffre di psicosi confonde la realtà esterna con quella interiore, dando origine ad un rapporto diverso con la vita concreta.

L’Arte, sembra l’unico processo in grado di portare alla creazione di nuove realtà, di stimolare un canale di comunicazione in grado di contenere nuove percezioni, nell’innocenza di mani intrecciate che scorrono su forme e colori tra realtà e fantasia. La psicosi è un vuoto; l’impercettibile pensiero dominante di un’assenza che nuvole dense all’orizzonte colorano di grigio. Parole e suoni sono lontani.

Nella trappola del suo sentire, la malattia mentale, altera le capacità percettive ed emotive dell’artista e interferisce sull’espressione pittorica, musicale, letteraria. Il soggetto colpito, sente di non appartenere a se stesso e inizia a subire influenze e persecuzioni di forze esterne ed il treno della vita, viaggia su un “doppio binario”, pervaso da deliri e popolato, in alcuni casi, da individui fantastici.

La relazione tra creatività e follia affascina e inquieta gli esseri umani da secoli, attraversa epoche storiche nell’occidente, si attenua nel Medio Evo, ritornerà attuale nel Rinascimento, subirà ancora trasformazione nel Romanticismo, quando, arte e psicosi sembrano ospitare il genio della sregolatezza che tormentò artisti come Michelangelo e Caravaggio.
L’artista è imprigionato da un pensiero fisso che lo esclude e quel vuoto dentro, si dilata a dismisura, tanto, da colmare l’universo.
Non sente più nulla fuori di sé. Dentro di sé, cattura l’angoscia, che diventa la condizione per creare la formula, il colore o il suono imprevisto.
“Genio e follia” sembrano un binomio ideale per produzioni creative, vivono ancora intrecciati nella leggenda del genio incompreso.

Fu durante il Positivismo, reazione al Romanticismo, che il legame tra genio e follia verrà valutato in maniera diversa. In quel periodo, Cesare Lombroso (Antropologo, criminologo e giurista italiano, 1835 – 1909), cercò una relazione tra il genio, il folle e il criminale. Le potenzialità all’eccesso sembrerebbero ereditarie. L’ereditarietà per alcune malattie è un dato riconosciuto. Sulle teorie di Lombroso si intersecano gli studi di uno psichiatra inglese H. Ellis. Una sua statistica, condotta su 2000 personaggi famosi britannici, confermò il 5% di psicosi, confutando le teorie di Lombroso. Altri studi e statistiche compiuti successivamente tra la Germania e l’Islanda confermarono un legame tra creatività artistica e disturbi schizofrenici e tale associazione si riproduceva anche sui discendenti.

Sembra chiaro che nel dolore della perdita, si attiva la fantasia. Si crea. Si notano cose insospettate. Tutte le porte sono aperte. E l’artista racconta la sua storia personale mentre fugge dalla realtà esterna e se la malattia è un disagio, il suo vuoto, diventa un terreno fertile.
La storia ce lo racconta con la creatività forsennata di Van Gogh, l’allucinata disperazione di Edward Munch, in cui, genio e follia inventano un cammino su un percorso che unisce due mondi, quello normale e quello diverso.
Molti personaggi famosi nel corso dei secoli, sono stati preda di varie patologie psichiatriche (politici, grandi scienziati, pittori, scultori, musicisti, scrittori, registi e poeti) ad iniziare dalla depressione all’asocialità, dall’anoressia alle ossessioni, ed hanno trovato nella follia la spinta per creare.

Resta un dato di fatto; l’immensa produzione di Michelangelo che pare lavorasse giorno e notte (fino a tarda età) , le molteplici composizioni di Beethoven, il quale, dormiva poche ore ogni notte e i 41 romanzi in un solo anno di Georges Simenon. Ma la lista degli instancabili geni folli è ancora lunga e parte dalle copiose produzioni di Rubens, Balzac, Bach, Mozart, Leonardo, Picasso e Hugo. Contempla le crisi allucinatorie di Rimbaud e quelle uditive di Schuman, l’anoressia di Kafka e la dislessia di Dickens, la criminale violenza di Caravaggio e Benvenuto Cellini, l’asocialità di Newton, la depressione di Baudelaire, De Chirico e Goehte.

L’alcolismo di Hemingway, Modigliani e Poe. Le manie di persecuzione di Shopenhauer. Esempi di personaggi tra la scienza e la politica sono numerosi. Molti ricorderanno John Nash che è stato un geniale e raffinato matematico. La sua carriera e la sua vita hanno oscillato tra psicosi e guarigione, la sua storia è stata raccontata anche dal cinema hollywoodiano. Oppure, Lincoln, il sedicesimo Presidente degli Stati Uniti d’America, il primo ad essere eletto fra le schiere del partito repubblicano. Veniva descritto come una persona semplice e modesta che soffriva di una forma latente di depressione. Era uno straordinario oratore dotato di un carisma magnetico e fu “un artista” della politica alla quale si dedicò con immensa passione.

Sono testimonianze di come solo i grandi geni sono capaci di innalzare la follia fino a congiungerla alla creatività. Il demone della follia sembra permettere all’anima di rivelarsi e in casi in cui c’è un’intelligenza superiore, la follia può condurre l’arte ad alti livelli. La creazione artistica si serve dei conflitti irrisolti dell’inconscio che restano proiettati nell’oggetto artistico. Dunque l’Opera contiene tutte le contraddizioni dell’essere, le stesse, possono appartenere al mondo intero; questa affermazione, sembra contenere la catarsi delle emozioni aristotelica, secondo il quale, l’opera teatrale, esercitava potere sullo spettatore perché scioglieva in quest’ultimo le tensioni accumulate nel quotidiano. Se ne deduce che l’arte può ricongiungerci con l’altra parte di noi e illuminare i lati bui della mente umana. Personalmente, dopo avere curiosato tra molte biografie ho trovato singolari ed affascinanti le storie di Roger Keith Barret, chitarrista, voce dei Pink Floyd e di Alda Merini, poetessa contemporanea.

“E’ molto gentile da parte tua pensare che io sia qui. E io ti faccio la cortesia di spiegarti che non sono qui. E mi chiedo chi stia scrivendo questa canzone”. (S. Barrett)
Syd Barrett, iniziò a perdere il contatto con la realtà a 21 anni. Il suo estro creativo fu spesso offuscato dall’uso di allucinogeni che misero a repentaglio le sue esibizioni live. Lavorare con lui, per la band, era diventato un problema, durante i concerti balbettava e cambiava ritmo all’improvviso.

Fu ricoverato in ospedale nel ’70 e una volta dimesso, continuò a vivere isolato nella sua casa di Cambridge in un mondo tutto suo. Il geniale Syd fu sorpreso lentamente dalla malattia. La sua indole, delicata per natura, divenne instabile. Gli acidi, uniti alla schizofrenia, amplificarono la malattia e delle sue esibizioni sul palco che ipnotizzavano il pubblico, dei suoi movimenti armonici trapassati da intense luci colorate, rimase solo un ricordo. (nonostante la sua fama continuò a tramandarsi per intere generazioni).

Nel ’75 il suo gruppo gli dedicò un omaggio commovente: “Shine On You Grazy Diamone” (Splendi, folle diamante). Il brano aveva attinenze con il titolo dell’intero album “Wish You Were Here” (Vorremmo che fossi qui). Tra un ricovero e l’altro, su Syd, calò il sipario. Nonostante questo, Barret, fu l’anima dei Pink Floyd, il suo album di esordio resta tra i capisaldi della psichedelica ed ha esercitato un grande influenza sui musicisti di tutto il mondo. Le composizioni infantili di Syd, avevano tratti peculiari, indimenticabile il suo originale uso del feedback, dello slide e dell’eco che hanno caratterizzato il sound live dei Pink Floyd.
“Il convento della vita l’ho poi trovato nel manicomio. Lì ho sofferto mentre tutti tacevano, perché a tutti era vietato pensare.”
Versi duri, impressi in una biografia di una delle maggiori poetesse italiane contemporanee, Alda Merini.
La sua intensa storia di vita, trapassa l’anima, in alcuni punti delle sue biografie la malattia indossa le vesti di un’ombra grigia che sporca l’azzurro del suo cielo.
Le sofferenze psichiche e i primi segni della malattia affliggeranno l’intera vita della famosa poetessa mentre il manicomio ha reso intensi i contenuti dei suoi versi. Tra un ricovero e l’altro, la Merini, si ritrovò per lunghi mesi tra uno stato di totale incoscienza che sostituì la realtà della mente.

Evito di proposito di riportare il dettaglio dei ricoveri e degli anni in cui avvennero per non evidenziare l’aspetto del male che toglie ogni dignità e per sottolineare l’unico aspetto che la malattia non è riuscita a sopraffare; l’immenso amore per la vita che la Merini ancora oggi dimostra raccontando i tormenti provati. In questo caso, sembra evidente il ruolo salvifico della poesia; ha messo in moto le corde dell’anima e l’ha spinta verso l’espressione artistica. In chiave metaforica Alda Merini ha dato voce alle sue esperienze interiori rappresentando gli abissi del manicomio e della malattia mentale: “Le mie impronte / prese in manicomio / hanno perseguitato le mie mani /come un rantolo che salisse la vena della vita, /quelle impronte digitali dannate /
sono state registrate nel cielo / e vibrano insieme / ahimè / alle stelle dell’Orsa maggiore.”

E tra “Genio e Follia” alcune domande al Dott. Gianferruccio Canfora, Direttore del Centro di Igiene Mentale di Teramo.

In “De Tranquillitate Animi” Seneca afferma che nessun grande ingegno fu mai senza una mistura di follia.

Il discorso va definito. Se ci riferiamo alla “follia” in quanto “malattia” il discorso cambia perché nella malattia il pensiero non è logico ma alterato. Se invece la “follia” è intesa come pensiero diverso e contingente dal razionale e non ha alterazioni della forma del pensiero ci può ricondurre all’intelligenza creativa.

“Genio e follia” sembrerebbero proporzionali negli individui: chi ha più ragione potrebbe avere anche più follia? La domanda sembrerebbe giustificare la compresenza di genio e follia nelle biografie di molti artisti e scienziati.

Non c’è mai una sola forma di intelligenza ma tante. Di solito noi ci riferiamo all’intelligenza logico-razionale ma ce ne sono molte altre, ad esempio, quella analitica, legata alla capacità di scomporre e di esaminare, quella pratica, che si riscontra nell’organizzazione e quella creativa; la capacità di intuizione, immaginazione e di produrre novità. Quella che noi chiamiamo follia non è altro che l’intelligenza artistica, una forma di pensiero analogico che non è malattia intesa come disgregazione delle funzioni sia logico- matematiche che creative.

Per quanto la riguarda; addentrarsi nei meandri della psiche umana la ritiene una fortuna?

La considero una fortuna. Sono legato alla mia professione che ho scelto e che sicuramente può essere pesante solo relativamente alla routine.

La nostra epoca è narcisista, individualista, paranoica. Siamo tutti invitati a godere degli stessi oggetti, ci isoliamo, ci rifugiamo nei riti del nostro malessere. L’inadeguatezza alle condizioni standardizzate può corrispondere ad un disagio?

No. Non ritengo sia l’inizio di un disagio, anzi, la ribellione rispetto alla standardizzazione delle proposte comunicative del mondo moderno è in realtà l’espressione di una sanità, è la ricerca di un qualcosa in più rispetto a ciò che la consuetudine ci propone.

Se l’uomo si appiattisce entra in un mondo di asfissia e una persona sana sente il disagio e va alla ricerca di qualcos’altro. La ricerca di altro è la ricerca normale e umana della conoscenza.

Ritualità e consuetudine sono forme di controllo, ci si adegua per paura o per eliminare l’angoscia ma dopo, manca sempre qualcosa.

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