Il mio inferno di Luca Bonatesta

È giorno fatto.
I vostri occhi sono disturbati dalla luce, la maggior parte di voi si sta risvegliando adesso. Siete dentro un pullman. Seduti su di un morbido rivestimento di stoffa a motivi floreali azzurro e verde, le teste reclinate sui poggiatesta integrati in vinile blu oceano. Sopra i tavolinetti ci sono riviste e quotidiani e, negli spazi porta bibite, bottigliette d’acqua ormai sgassata e lattine vuote.
Il sole si alza lentamente ma inesorabilmente nel cielo color candeggina.
È estate. State viaggiando su una strada di campagna.
In fondo c’è un paesino in collina, ma ancora non lo vedete.
Una voce, che sembra venire dal conducente dietro il vetro, annuncia: “Buongiorno, signori, ben svegliati! Avete riposato bene? Come promesso, alle prime luci del mattino, ci stiamo avvicinando all’ingresso dell’Inferno.”

Ai lati della superstrada la sterpaglia brucia e diventa cenere, si innalzano grandi fuochi e il fumo si diffonde come nebbia. Ancora non vedete il paese.
La voce del conducente prosegue: “Notate gli alti falò che avvertono il visitatore dell’approssimarsi all’entrata.”
Il pullman grigio – i raggi del sole creano riverberi sulla superficie lucida del tetto – scivola nell’aria come un balenottero nell’acqua.
“Non badate agli sguardi ostili” dice il conducente. “L’Inferno non è un bel posto e la gente non è molto socievole. Ma voi, signori, non abbiate paura: viaggiate con la nostra agenzia!”
L’autocorriera si è avvicinata all’ingresso del paese, che adesso entra nel vostro campo visivo anche se è ancora distante.

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