L’occhio sinistro di Horus 4° episodio di Gloria Barbieri

“Come hanno fatto? Come?”
Davis era sull’orlo della disperazione, e s’aspettava che io avessi una risposta; ma io non sapevo proprio che dire. Il senso di frustrazione che provavo era tale che mi sentivo le lacrime agli occhi e la gola chiusa, anche se là sotto potevo facilmente giustificare quei sintomi con la scarsità d’aria.
“Non hanno lasciato niente!” sbraitava l’americano tra un colpo di tosse e l’altro. “Neppure le mummie!”
“Oh, quelle…” Aggirando i detriti caduti dalla volta, mi avvicinai ai due sarcofagi che occupavano il centro della stanza colonnata. Posai la mano su uno dei coperchi. “Thutmosi I°, il padre” dissi. Indicai il cartiglio sull’altro. “Hatshepsut, la figlia.” E siccome Davis continuava a fissarmi con espressione ottusa, continuai: “Ricordate la cachette scoperta nell’81? Tra le tante mummie fu ritrovata anche quella del primo Thutmosi. E c’erano pure due mummie femminili prive di cartiglio di identificazione e un contenitore di vasi canopici con il nome di Hatshepsut. È probabile che una delle due mummie anonime fosse proprio quella di Hatshepsut. Ci eravamo sempre chiesti dove fosse stata sepolta. Be’, adesso lo sappiamo.”
Avevo svelato il mistero che mi affascinava dai tempi di Deir el-Bahari, ma la scoperta recava con sé il primo grande fallimento della mia carriera d’archeologo.
E, per Davis, si trattava di un fallimento discretamente costoso.
*
Il lavoro di due stagioni di scavi, completamente inutile. Certo, avevo ritrovato la tomba dell’enigmatica donna-faraone, ma non c’era nulla in essa che potesse ripagare me della fatica fisica e Davis del denaro speso. E io rifiutavo quella sconfitta con tutta la mia testardaggine.
“Voglio continuare a scavare.” L’aria del mattino, sulla terrazza del Winter Palace Hotel era già piuttosto calda, ma io sudavo freddo, e la comoda sedia su cui stavo mi sembrava imbottita di spine.
Davis mi guardò in una maniera più eloquente di qualunque commento e continuò a imburrare la fetta di pane tostato.
“Non sono impazzito” continuai. “Sono convinto che aldilà della camera del sarcofago possa trovarsi ancora un altro cunicolo o un annesso.”
L’americano storse la bocca. Nel movimento rapido e preciso della mano, il coltello scintillava come una piccola daga.
“Non ne avete avuto abbastanza, Carter? Se non sbaglio eravate proprio voi, lo scorso inverno, a voler abbandonare tutto.”
“È vero. Ma al punto in cui siamo non avrebbe senso arrendersi prima di avere la certezza d’essere veramente arrivati in fondo.”

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Howard Carter

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