Horus di Vincenzo Barone Lumaga

Horus

Ero nei guai. Tutti noi otto lo eravamo. Chiusi in quella stanza, ciascuno dinanzi a un foglio bianco da riempire. Una storia, dovevo trovare una storia… come se fosse facile! Eppure, era fondamentale farlo. Se avessimo imparato a governare con strumenti razionali i meccanismi che presiedevano alla nostra sfera immaginifica, se fossimo riusciti a prendere consapevolezza di ciò che era frutto della reale percezione della realtà, e cosa invece un elaborato frutto esclusivo della nostra mente, le terribili allucinazioni di cui soffrivamo avrebbero smesso di tormentarci. Era una terapia sperimentale, ma per quasi tutti noi era davvero l’ultima speranza, laddove la scuola ufficiale e gli psicofarmaci avevano fallito. Proprio la settimana prima, mia moglie m’aveva trattenuto a stento mentre stavo per tuffarmi dal balcone al quarto piano, convinto di scavalcare una staccionata che si frapponeva fra me e un verde pascolo. Mi tormentavo il cervello da dieci minuti ma nulla ne usciva. Sbirciavo il mondo oltre la finestra, prestando orecchio ai rumori della strada. La stanza non offriva tanti appigli all’immaginazione. Bianche le pareti, noi seduti vicino ai tavoli sparsi, a cercare di buttare giù due righe. Unica nota caratteristica, alcuni papiri decorati, di quelli che si trovano su qualsiasi bancarella degli africani. Horus, il dio dalla testa di falco, con la sua regale tiara bianca, stava in piedi tra due sconosciuti le cui sembianze ricordavano la maschera funeraria di Tutankhamon. Sì, avrei potuto immaginare una storia ambientata in Egitto, qualcosa di esotico. Dalla strada giunse, inatteso tra i rumori del traffico di città, un aspro verso d’uccello. Tornai a fissare il papiro incorniciato. Uno degli uomini porgeva doni a Horus, l’altro era rivolto verso una figura femminile. Iside, probabilmente. Quanto avrei voluto conoscere quella scrittura fatta di occhi, uccelli stilizzati e altre forme strane, per poter capire la storia che il disegno illustrava.

Ma così non era, e per giunta la stanza si era fatta scura e a stento riuscivo a distinguere i segni. Eppure, eravamo in pieno giorno. Tuttavia, in quel momento mi accorsi di essere solo. Spariti tutti gli altri, scomparsa la stanza con le pareti bianche. I geroglifici tracciati prima sul papiro incorniciato erano ora dipinti sulla parete di pietra. Scomparse anche le finestre, era in una larga stanza che sembrava un sotterraneo, illuminata da poche fiaccole. Nulla si udiva, tranne, a intermittenza, il verso d’uccello di prima, senza che però potessi individuarne la provenienza. Non capivo cosa mi ricordasse quel suono, poteva essere la voce di un falco? Cominciavo a esserne spaventato, non prometteva nulla di buono. Mentre lo cercavo con lo sguardo, in un angolo trovai un’apertura nel muro. Poco più che una larga e profonda fessura nel muro, in cui la paura mi spinse a infilarmi, graffiandomi il corpo contro la pietra. Appena oltre, uno scuro cunicolo in cui mi inoltrai spedito. Quasi subito distinsi un chiarore. Da lontano mi giunse quel verso minaccioso e seppi ch’era già sulle mie tracce. Così corsi, per quanto mi era possibile nell’oscurità, e man mano che il chiarore si avvicinava mi resi conto che il cunicolo sbucava nella stanza in cui mi trovavo poco prima. Vedevo tutti gli altri ancora intenti a scribacchiare su quel maledetto foglio come se nessuno avesse notato la mia assenza. Il grido del falco si avvicinava, io però ero sollevato, perché sapevo che rientrato nella stanza sarei stato al sicuro. Scattai avanti con frenesia verso la fine del cunicolo, ma invece di sbucare nella stanza bianca mi scontrai con un muro invisibile, impattando con fracasso e dolore. Con la pelle gelata per il contatto con la parete invisibile, osservai incredulo gli altri. Ancora non sembravano scuotersi dal loro torpore, nonostante il frastuono che avevo provocato. Il quel momento capii che ciò contro cui premevo era il vetro che proteggeva il papiro incorniciato, solo quel sottile strato di vetro che tuttavia io non riuscivo a sfondare. Horus, il maledetto, mi aveva catturato, lo sentivo avvicinarsi in volo nel buio lanciando il suo richiamo famelico. Io aspettavo la morte premendo disperato contro il vetro e urlando. Ma gli altri restavano pensosi sui loro fogli senza accorgersi di nulla.

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