Il signor Naif di Vincenzo Barone Lumaga

Disteso sul prato, il Signor Naïf ammirava il sole pigro del pomeriggio. Adagiato sul piccolo telo, accanto a sé aveva la moglie e i loro due bambini, ognuno disteso sulla sua piccola stuoia. Poco lontano da loro poggiato un cestino, che raccoglieva ora solo i resti del picnic appena terminato. L’aria era bella, il cielo punteggiato di nuvole rade che si spostavano rapide nel vento. Il Signor Naïf osservò tutto questo, poi la moglie e i bambini. Pensò che era davvero fortunato per la bella famiglia che aveva. Sua moglie aveva forse il corpo un po’ sproporzionato rispetto alle gambe e le braccia sottili, ma occhi belli grandi e un dolce sorriso, sotto i capelli di un rosso acceso. I loro bambini forse erano venuti un po’ troppo tozzi, dai lineamenti sfuggenti, quasi abbozzati, ma erano due buoni ed educati. In quel momento si sentì felice. Peccato che il tempo iniziasse a guastarsi. Pochi minuti ele nuvole isolate si trasformarono in una cappa grigia che nascondeva loro il sole, e scuriva minacciosa. Non fece neppure in tempo a far notare la cosa alla sua famiglia che la prima goccia di pioggia lo colpì sulla mano. Tante altre rapide la seguirono. Il signor Naïf fece per alzarsi e cercare un riparo. Si accorse solo in quel momento di non potersi muovere. Per ignota ragione non poté staccarsi dall’asciugamano su cui era steso e dal prato. Tentò di gridare, ma scoprì di non poter emettere suono. Fissò la moglie e i figli, e dall’espressione terrorizzata dei loro sguardi capì che erano paralizzati anche loro. Stettero muti, immobili e impotenti sotto la furia del maltempo. Si sarebbero di certo buscati un febbrone con tutta quell’acqua. Ormai erano inzuppati Il signor Naïf si guardò le braccia. E rimase ancora più sconvolto.

Vide, con orrore, le sue braccia che si stavano sciogliendo. I contorni delle sue mani, il rosa della carne, il blu della giacchetta, tutto perdeva forma e compattezza. Guardò gli altri. La moglie e i figli si stavano sciogliendo sotto le gocce d’acqua, il viso di lei già stato cancellato del tutto. Tutto si scioglieva, i loro vestiti, le asciugamani, il prato stesso si scoloriva nelle pozze chiare che si stavano formando, il verde schiariva sempre più fino a degenerare in un bianco sporco.

Solo allora il signor Naïf comprese che egli, la sua famiglia, il prato in cui si erano riposati dopo il picnic, altro non erano che lo scarabocchio di un bambino che poi li aveva abbandonati all’aperto, forse su una panchina, forse un marciapiede, ad ammirare il cielo di un pomeriggio d’autunno che si era rannuvolato all’improvviso, e costretto il loro Creatore tornare dentro casa. Poi due gocce gli caddero sugli occhi, e ogni immagine si spense.

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *