In utero

Che silenzio…
Quanta acqua…
Vi sono immerso dentro…
Sono nell’utero di mia madre.
Sento la sua voce e avverto la carezza delle dita.
Percepisco la paura di mio padre e vorrei consolarlo. Subito dopo la mia nascita inizierà a soffrire di disturbi psichiatrici. E io sono qui dentro, al sicuro. Protetto. Non posso fare niente per aiutarlo. Vorrei espandere la mia mente per raggiungere la sua. Trasmettergli tranquillità, senso di sicurezza. Le stesse sensazioni che provo io. Vorrei comunicargli tutte le mie conoscenze, prima di perderle.
Appena aprirò col mio corpo la vagina di mia madre, diverrò un essere ignorante, fragile, bisognoso di protezione. Il cordone ombelicale, unico legame ancora con la mia genitrice, verrà tagliato. Il ginecologo mi prenderà per i piedi. La luce mi ferirà gli occhi e strillerò per la paura. Contrarrò i muscoli appena formati. Mi agiterò tra le braccia di un’infermiera finché la mia rabbia non troverà la sua stanchezza.
Eccomi, attaccato al seno materno.
Mi nutro.
Ho ceduto al ricatto.
Del resto ho solo vaghissimi ricordi di quello che ero prima.
Sono consapevole di essere fragile ora.
Ho bisogno dell’aiuto di mia madre e di mio padre se voglio continuare a esistere.

di Luca Bonatesta
(lucabonatesta71@gmail.com)