Acque Oscure di Debora Parisi

[…] «Anna, Anna… ascoltaci» gridavano i mostri. Vedevo le loro mani scheletriche uscire dal fango, scavare e creare una via di fuga nella desolazione che attraversava la valle.
Indietreggiai, fissando le figure barcollanti consumate dalla melma e dall’acqua. Avevano perso tutto, tranne le ossa. Gli scheletri camminarono verso di me.
«Perché sei sopravvissuta?» chiese una voce femminile, familiare. Con orrore, compresi che era quella di mia madre.
«M-mamma?» Mi sentii piccola piccola davanti a quei morti.
«Perché continui a vivere?» Scoppiai a piangere. […]

Acque Oscure è un romanzo di Debora Parisi, edito dalla Winter Edizioni – è un testo dalla forte impronta umoristica e surreale, caratterizzato da una narrazione volutamente caotica e paradossale, capace di catturare il lettore attraverso l’assurdità delle situazioni.

Anna Zampieri, sopravvissuta a una catastrofe idrogeologica in Italia (chiaro riferimento al disastro del Vajont), si è trasferita in Scozia per rifarsi una vita. Lavora in un pub e vive con un uomo robusto e protettivo, William, personaggio segnato da un passato doloroso. Anna soffre di incubi e flashback legati al trauma, finché non incontra Erik, un giovane enigmatico che pare condividere una storia simile alla sua. La narrazione si intreccia con miti scozzesi (e non solo), creature fae, presenze inquietanti, e verità sepolte che riaffiorano come scheletri dal fango.

Lo stile è fluido, diretto e accessibile, con un uso consapevole del linguaggio emotivo. Il punto di forza maggiore risiede nella capacità dell’autrice di evocare immagini sensoriali intense, specialmente legate all’acqua, al fango e ai sogni. La voce narrante (in prima persona) è ben costruita, con una protagonista riconoscibile e coerente.

Il registro varia bene tra dialoghi colloquiali, monologhi interiori, introspezione e momenti quasi lirici. Alcuni inserti ironici o umoristici (specie con William) aiutano a bilanciare il tono grave.

I sogni e gli attacchi di panico sono resi con una credibilità disturbante, contribuendo all’atmosfera opprimente.

In certi passaggi l’uso della voce interiore (la “vocina”) può risultare troppo frequente o forzato, ma è raro che succeda.

La struttura è lineare ma arricchita da flashback, sogni e ricordi traumatici. L’intreccio è costruito con pacatezza, ma deliberatamente, puntando molto sulla psicologia dei personaggi e l’intimità del trauma. Nonostante il ritmo non sia serrato, la tensione è mantenuta alta attraverso continue suggestioni e presagi.

La scelta di ambientare la storia in Scozia, con riferimenti culturali e mitologici precisi (Each uisge, Nuckelavee, Fade, Anguane, ecc.), rende l’ambientazione ricca, evocativa e ben documentata, considerando la forte componente fantastica.

Un romanzo che decisamente merita un posto in alto tra le novità fantasy italiane di quest’anno.

L’AUTRICE: Debora Parisi è studentessa universitaria di giorno e cacciatrice di leggende e mitologie di notte. Scrive fin da piccola e dal 2019 ha pubblicato numerosi racconti: Il Bosco e Il drago della foresta (in Racconti dal Piemonte, Fiabe e Favole, Historica Edizioni), Il caso del basilisco, Fuga da Malaperla, Il gatto nero e Non è colpa mia (in Bestie d’Italia volume due e tre, Streghe d’Italia, Fantasmi D’Italia, NPS Edizioni), La freccia d’oro (in Astro Narrante: Sagittario, Fanucci), Io sono Lilith (in Guerriere, Mezzelane), Una Gentile Nonnina (Eat Read Blood – Saga Edizioni), Mia per Scheletri Ebook e per Delos Digital La Fame Della Foresta. Gestisce un blog chiamato El micio racconta e un canale youtube intitolato Antro del Drago, che tratta di diversi argomenti, tra cui recensioni di libri e folklore.Collabora anche con le riviste Upside Down Magazine, VMpire’s tears e Hyperborea, dopo aver collaborato con Sci-Fi Pop Culture, Spazio Penultima Frontiera e Porto Intergalattico. Ha una gatta di nome Kimba, veterana amante delle coccole.

Acque Oscure
Autore: Debora Parisi
Editore: Winter Edizioni
Pagine: 256
ISBN-13: 979-8308646099
Costo: Cartaceo 13,00 € – Ebook 6,50 €

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Alien: Covenant di Ridley Scott

Alien: Covenant (Usa, Regno Unito, 2017)
Regia: Ridley Scott. Soggetto: personaggi creati da Dan O’Bannon, Ronald Shusett, storia di Jack Paglen, Michael Green. Sceneggiatura: John Logan, Dante Harper. Fotografia: Dariusz Wolski. Montaggio: Pietro Scalia. Musiche: Jed Kurzel. Scenografia: Chris Seagers, Ian Gracie, Victor J. Zolfo. Effetti speciali: Neil Corbould, Charley Henley. Trucco: Lesley Vanderwalt, Robert Trenton. Costumi: Janty Yates. Produttore: Ridley Scott, Mark Huffam, Michael Schaefer, David Giler, Walter Hill. Casa di Produzione: TSG Entertainment, Scott Free Productions, Brandywine Productions. Genere: fantascienza, thriller, orrore. Anno: 2017. Paese di produzione: Stati Uniti d’America. Durata: 122′. Interpreti: Michael Fassbender (David 8; Walter One), Katherine Waterston (Katherine Daniels), Billy Crudup (Christopher Oram), Danny McBride (Tennessee Faris), Demián Bichir (Dan Lope), Carmen Ejogo (Karine Oram), Amy Seimetz (Maggie Faris), Jussie Smollett (Ricks), Uli Latukefu (Cole), Callie Hernandez (Upworth), Tess Haubrich (Sarah “Rosie” Rosenthal), James Franco (Jacob Branson), Noomi Rapace (Elizabeth Shaw), Guy Pearce (Peter Weyland).

Nel 2014 l’astronave Covenant sta viaggiando verso il pianeta Origae-6 per insediarvi una colonia terrestre. A un certo punto, i membri dell’equipaggio intercettano una strana trasmissione radio proveniente da un pianeta poco distante. Il primo ufficiale decide di approdarvi, sperando di poterlo colonizzare. Trovano invece il relitto di un’astronave e dovranno vedersela con ferocissimi alieni.

Ammettiamolo, non è facile districarsi tra la marea di reebot, sequel, prequel, remake che, a getto continuo, invadono le sale cinematografiche (ormai siamo al reebot del reebot, da non crederci). Comunque, Alien: Covenant, per chi non lo sapesse, è il seguito di Prometheus (2012) e prequel di Alien (1979). Ridley Scott, regista di entrambi, ha da tempo annunciato di voler proseguire la serie, per mettere in cantiere nuovi sequel/prequel. Rischiando perciò di rovinare definitivamente un titolo-mito del cinema di fantascienza. Le ormai sempre più scarse aspettative sono il risultato della delusione provocata dalla visione di questa fatica del regista inglese. Già Prometheus non era un granché, d’accordo, ma poteva vantare almeno una sequenza d’antologia (quella del parto nella capsula chirurgica) e un cast dignitoso. In questa opera, se togliamo lo scontro finale con l’alieno (che cerca di rielaborare, invano, quello del capostipite), confezione e prestazione attoriale lasciano molto a desiderare. Oltretutto, Scott e i suoi sceneggiatori sembrano (con)fondere, non si sa se volutamente o meno, Alien con Blade Runner. Tanto che il robot, che somiglia sempre più al replicante Roy interpretato da Rutger Hauer, sta prendendo il sopravvento sugli altri personaggi (e qua viene addirittura duplicato): mostro compreso, scelta quantomeno discutibile, che può essere giustificata dal mancato apporto dei grandi visionari che fecero la fortuna del film del ’79. Lo sceneggiatore Dan O’Bannon, autore di un bellissimo soggetto che sottendeva una metafora politica, a base di multinazionali e astronauti/operai (e che guarda caso non dava grande spazio al robot), oggi trasformato in un delirante copione esoterico/superomistico, con tanto di Wagner nel finale. E poi GigerRambaldi, il direttore della fotografia Derek Vanlint, eccetera. Insomma, l’Alien originale (bisogna chiamarlo così, oggigiorno, per evitare fraintendimenti) è forse uno degli esempi più significativi di film che si è avvalso dell’apporto creativo di varie personalità artistiche, che in Alien Covenant mancano in toto. Del vecchio team sopravvivono i produttori Walter Hill e David Giler e Ridley Scott deve cavarsela da solo o quasi, mostrando limiti abbastanza evidenti. Non bastano qualche minuto di autentica suspense e due o tre momenti splatter vecchio stile per salvare la faccia.

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L’origine del due di Arianna Cislacchi

[…] I telegiornali hanno detto che oggi è giorno di mareggiata. Hanno raccomandato di non avvicinarsi troppo all’acqua, di stare lontani dalle rive, di non fare il bagno. Di godersi la rabbia del mare dalla finestra di casa. Forse da lontano potrebbe giungere Caligola, ma no, Caligola, alito di nebbia dal sapore salmastro tocca solo terre liguri e qua siamo ben distanti, un po’ a sud, molto più a sud. […]

L’origine del due è un romanzo breve di Arianna Cislacchi edito da Augh Edizioni all’interno della collana Frecce.Il testo è suddiviso in sette capitoli, che alternano narrazione reale, onirica e simbolica, seguendo una struttura quasi teatrale. Il climax cresce con l’intensità psichica della protagonista, culminando in una trasformazione mostruosa che richiama il mito ma lo rilegge come metafora identitaria.L’origine del due è una fiaba mitologica e contemporanea che racconta la storia di Scilla, una ragazza che scopre, nel corpo e nell’anima, la verità nascosta delle sue origini. Nuotatrice solitaria e innamorata del mare, Scilla è attratta da acque misteriose e proibite, dove antiche forze divine tramano il suo destino. Quando incontra Glauco, divinità marina dai tratti umani e mostruosi, viene trascinata in un vortice di rivelazioni, desideri, metamorfosi e rifiuto.Tra sogni profetici, madri silenziose, figure mitiche come Circe e un mondo scolastico che non la comprende, Scilla affronta una trasformazione irreversibile.La prosa è molto carica, alle volte sovraccarica, con un uso ripetuto di metafore, immagini poetiche e sintagmi emotivamente esplosivi. Questo stile, pur suggestivo, può generare affaticamento nella lettura.I temi trattati sono forti quanto interessanti: identità e dualismo, il corpo che cambia – attraverso il mito viene riletto come metafora del corpo adolescenziale che esplode, cresce, muta, rifiuta, si contorce.Il Potere femminile e condanna patriarcale, il testo mette in scena il conflitto tra femminile sacro e potere maschile (Poseidone, Glauco), ribaltando la narrazione in favore di un’autonomia dolorosamente conquistata. E infine il mito e contemporaneità, attraverso le figure classiche (Scilla, Glauco, Circe) sono immerse in una Sicilia contemporanea tra compagne di scuola, telegiornali e verifiche di matematica.

L’AUTRICE: Arianna Cislacchi (1991, Albenga) sin da bambina ha fatto della musica, dei libri e delle persone i pilastri del suo percorso. Laureata in Scienze dell’Educazione, lavora in vari contesti, dai centri diurni alle carceri, trovando poi casa in un nido d’infanzia. Esordisce con la novella I perduti di Bosco Rosso edita 256 Edizioni – Dà voce a storie su diverse riviste letterarie indipendenti, in cartaceo e online. Suoi testi sono stati pubblicati con le case editrici Moscabianca Edizioni (Prisma volume 3 / I Dossier di Maxtor) e Homoscrivens (And the winner is…).

L’origine del due
Autore: Arianna Cislacchi
Editore: Augh Edizioni
Pagine: 60
Costo: 13,00 €

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Amando De Ossorio e L’eretica

Amando De Ossorio Rodriguez, nato a La Coruna il 6 aprile del 1918, è uno dei migliori registi horror iberici, definito da alcuni un eterno ragazzo con il sogno del cinema, perché fin da bambino è attratto dalla settima arte. Nato da famiglia benestante e di cultura elevata, fan di Greta Garbo e di Ernst Lubistch, s’innamora del Dracula di Tod Browning e del Frankenstein di James Whale, che contribuiscono a far nascere in lui la passione per il genere horror. Dopo gli studi superiori
abbandona l’Università e si dedica a scrivere adattamenti radiofonici di opere letterarie, studia giornalismo e si trasferisce a Madrid. Primi cortometraggi datati 1942: El misterio de la endemoniada ed El ultimo carneval. A sorpresa, visto il personaggio, entra in banca e torna a La Coruna, ma dopo sette anni nuova fuga verso il cinema in direzione della capitale. Collabora ancora con la radio, lavora nella pubblicità
e scrive soggetti per il cinema, ma non è soddisfatto di come i registi li realizzano. Per questo decide di mettersi in proprio e nel 1956 realizza il primo lungometraggio: Bandera negra, perseguitato dalla censura franchista, che emargina il regista. Il suo secondo film esce nel 1964 ed è un western: La tumba del pistolero, seguito da Malenka (1968), diventato un classico del cinema iberico. I suoi horror migliori escono nei primi anni Settanta e si caratterizzano per un’insolita vena esoterica legata ai templari. Alcuni titoli: La noche del terrorciego, El ataque de los muertos sin ojos, El buque maldito, La noche de las gaviotas (in Italia noto come Terror beach o La notte dei resuscitati ciechi). De Ossorio cavalca la moda dell’horror, genere che ama, e gira pellicole cult come Las garras de Lorelei, La noche de losbrujos e La endemoniada (uscito in Italia come L’eretica). Il regista galiziano gira anche Pasion prohibida (1980), un erotico – genere che non lo coinvolge più di tanto – interpretato dalla diva del tempo Susana Estrada. Dopo un flop (unico in carriera) come Serpiente del mar (1984) decide che è il momento di lasciare il cinema e di occuparsi di scrittura e televisione. Muore il 13 gennaio 2001 a Madrid.

L’eretica (il titolo originale La endemoniada è ben più calzante) è uno dei pochi film di De Ossorio che si sono visti sul territorio nazionale – insieme alla saga dei resuscitati ciechi – ed è un lavoro che risente del grande successo de L’esorcista (1973) di William Friedkin, ma presenta una sua ben precisa originalità. Esorcistico molto esoterico, collegato a temi di stregoneria, racconta le vicissitudini di una setta di adoratori di Satana che decide di sacrificare un bambino al principe delle tenebre. La polizia indaga e scopre una strega, Madame Guiterre, responsabile del rapimento, che non solo rifiuta di parlare ma per non subire ulteriori pressioni si getta dalla finestra e si uccide. Non è finita qui, perché la strega torna dalla morte e s’impossessa della giovane Susan, figlia del Ministro degli Interni, e la trasforma nella reincarnazione della divinità Astarot. Nessuno in famiglia è disposto ad ammettere la possessione demoniaca della ragazzina, anche se si comporta in modo stranissimo e violento, fino a rapire il cuginetto per sacrificarlo a Satana. L’esorcista Padre Juan decide di intervenire e di impedire altri misfatti in nome del dio delle tenebre, mettendo in scena una lotta contro il male senza esclusione di colpi, che porta in primo piano una vecchia storia d’amore del passato. Amando De Ossorio ha visto e amato L’esorcista, perché gira sequenze che ricordano la pellicola statunitense, come la levitazione dell’indemoniata, il cambiamento di voce e i comportamenti satanici, ma il suo film è tra gli esorcistici più originali perché gode di una sceneggiatura legata al mondo della stregoneria. Ottimi gli effetti speciali, visto il periodo storico, soprattutto il suicidio della strega, la trasformazione in fantasma e la possessione demoniaca, ma non è da meno la battaglia finale tra il prete e la presenza malefica. De Ossorio non dimentica la vocazione al melodramma tipica del cinema iberico inserendo una parte romantica che condiziona le azioni del prete nel corso dello scontro con le forze del male. Un ottimo film, ben fotografato con toni ocra, cupo e malinconico, molto vicino per ispirazione a L’anticristo (1974) di Alberto De Martino e L’ossessa (1974) di Mario Gariazzo, inferiore al primo ma superiore al secondo per tensione e realizzazione. Un film legato ai tempi in cui l’horror europeo sfornava prodotti d’imitazione che rivaleggiavano con gli originali d’oltreoceano. Tempi lontani, purtroppo.

L’eretica (Spagna, 1975)
Regia: Amando De Ossorio. Soggetto e Sceneggiatura: Amando De Ossorio. Fotografia: Vincente Minaya. Trucco: Ramon De Diego. Produttore: Isaac Hernandez. Produttore Esecutivo: Julio Vallejo. Musiche: Diergo Victor. Montaggio: Pedro Del Rey. Produzione: Richard Films. Interpreti: Marian Salgano, Julian Mateos, Tota Alba, Fernando Sancho, Lone Fleming, Angel Del Pozo, KaliHansa, Daniel Martin, Marian Salgado, Roberto Camardiel, Maria Kosti.

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Le presenze invisibili di Dorothy Macardle

Gotico dell’anima: il ritorno di un classico inquieto

Con Le presenze invisibili, pubblicato per la prima volta nel 1942 con il titolo Uneasy Freehold, Dorothy Macardle ci regala un raffinato romanzo gotico che non si limita a spaventare, ma inquieta, scava, rimane addosso. Grazie alla nuova edizione di Dagon Press, impreziosita dall’accurata introduzione di Bernardo Cicchetti e dalla sua limpida traduzione, questo capolavoro sommerso torna finalmente nelle mani dei lettori italiani, più vivo e attuale che mai. La storia si apre con un’apparente idillio: due fratelli, Roderick e Pamela Fitzgerald, lasciano la Londra affannata degli anni Trenta per rifugiarsi in un tranquillo angolo del Devon. La casa che acquistano, Cliff End, è sospesa tra la bellezza e l’isolamento, protesa su una scogliera affacciata sul mare. Ma quella quiete è solo apparente: la casa è abitata da presenze che non si vedono, ma si sentono – e lasciano dietro di sé odori, brividi, e la sensazione opprimente che qualcosa di non risolto si aggiri tra le stanze. Macardle non indulge mai nel sensazionalismo: il terrore in questo romanzo si insinua nei dettagli, nell’atmosfera, nei silenzi. È un gotico psicologico, costruito con lentezza e precisione, dove la casa infestata diventa specchio dell’inconscio, dei traumi non elaborati, delle passioni represse. I fantasmi non sono solo spiriti, ma anche e soprattutto i residui emotivi di una tragedia familiare sepolta. Due donne – la defunta Mary Meredith e la misteriosa Carmel – si contendono la memoria e l’identità della giovane Stella, figlia e testimone di una storia d’amore e gelosia finita nel sangue e nel silenzio. L’incontro tra Stella e Roderick accende il cuore della vicenda: non si tratta solo di un innamoramento romantico, ma di un legame che si sviluppa sotto l’ombra dell’irrazionale, della paura, del dubbio. Quanto di ciò che accade è reale? Quanto è frutto dell’influenza emotiva di un luogo segnato da un passato irrisolto? La narrazione in prima persona di Roderick ha il tono disincantato di chi cerca la razionalità anche nell’assurdo, ma è proprio questo contrasto che rende il romanzo efficace: la voce lucida del protagonista fa da contrappunto alla crescente inquietudine degli eventi. Pamela, più pragmatica e intuitiva, è una figura femminile forte e moderna, mentre Stella si muove tra innocenza e ambiguità, attratta inesorabilmente dalla casa e dai suoi misteri, come una falena dalla fiamma. Macardle non fu solo romanziera, ma anche giornalista e attivista politica irlandese, vicina al pensiero repubblicano e antifascista, e collaboratrice stretta di Éamon de Valera. Il suo impegno civile traspare, in filigrana, anche in questo romanzo: nella difesa della soggettività femminile, nella denuncia sottile delle strutture patriarcali, nella consapevolezza che ogni casa – come ogni Paese – può essere infestata dai suoi fantasmi. Le presenze invisibili è quindi molto più di una storia di fantasmi: è una riflessione sulla verità e la memoria, sull’identità e il potere, raccontata attraverso la lente di una narrativa gotica elegante e penetrante. Macardle affronta la dimensione soprannaturale come allegoria della psiche e della storia, portando nel genere una tensione morale e intellettuale rara. Con Le presenze invisibili, Dagon Press recupera un’opera che merita pienamente il titolo di “classico”: un libro che travalica il genere e si impone per la qualità della scrittura, l’intelligenza della costruzione narrativa e l’atmosfera unica, sospesa tra malinconia e terrore. Un romanzo da leggere lentamente, nelle sere d’autunno o nelle notti in cui il vento porta con sé voci dimenticate. Perché, come insegna Dorothy Macardle, non sempre ciò che è invisibile è meno reale.

Le presenze invisibili
Autore: Dorothy Macardle
Editore: Dagon Press
Pagine: 390 pagine
Dimensioni: 13.97×2.49×21.59 cm
ISBN-13: 979-8314610947
Prezzo: 17,90 €

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