L’ombra dell’assassino (The house that vanished) di Jose’ Ramon Larraz (Uk, Spain / 1973) Durata: 96′ Genere: Orrore
Una modella e il suo losco fidanzato si nascondono in una casa isolata e abbandonata dove dovranno confrontarsi a inattesi e terrificanti avvenimenti…
Produzione anglospagnola tutta giocata sull’atmosfera, la nebbia, l’oscurità e il mistero; come dire che ci sarebbero tutti gli ingredienti per un horror-cult ma alla fine a parte l’ovvia citazione hitchcockiana tutto si risolve in una lunga, e a volte noiosetta, attesa prima di arrivare al colpo di scena. Nel cast Andrea Allan e Karl Lanchbury all’epoca relativamente famosi.
Devil’s deal di Justin Moseley (Uk, Usa, Australia / 2013) Durata: 101′ Genere: Orrore, drammatico
Nella cittadina di Burning Bush l’arrivo del Diavolo crea caos e scompiglio…
Esordio di un cineasta che per l’occasione mette assieme due generi, il western e l’horror, da sempre distanti per trame, scenari e definizione dei personaggio ma che comunque, quando uniti, riescono produrre situazioni bizarre e originali; in questo caso poi la caratterizzazione del diavolo con il lungo mantello e le due pistole sembra quasi una citazione letteraria (vedi la saga de La torre nera di Stephen King). Peccato per il budget che forse ha limitato le intenzioni del regista ma buono il cast dove segnaliamo la presenza di Matthew Greer che nel 2007 fece una comparsata in Non è paese per vecchi dei fratelli Coen. È nel catalogo Brain Damage.
Il colore venuto dallo spazio (Color Out of Space) di Richard Stanley (USA/2019) Durata: 111′ Genere: Orrore, Fantascienza
Visualizzare cinematograficamente gli incubi inimmaginabili di Howard P. Lovecraft è impresa ardua da sempre. Tanto è vero che quasi tutte le produzioni che in passato ci hanno provato, si sono tenute a distanza di sicurezza dalle allucinate vicende narrate dallo scrittore di Providence, preferendo soltanto ispirarvisi. Nella maggior parte dei casi, insomma, i film realizzati da Lovecraft risultano “liberamente tratti”. Il regista sudafricano Richard Stanley ha invece deciso di sfidare l’impossibile restando fedele alla storia originale, già di per sé complicata da rendere nella sua interezza, anche per via della struttura, basata sul racconto di un racconto. Attraverso i due elementi fondamentali che fanno della novella di Lovecraft un capolavoro della narrativa fantastica, Stanley imbastisce il film. Innanzitutto il colore del titolo, ovviamente, “un colore che non apparteneva al nostro mondo”, come lo descrive Lovecraft, e che quindi in pratica va al di là di ogni concezione umana nonché, di conseguenza, registica. Stanley lo rende utilizzando varie tinte: blu, rosso, viola e soprattutto un fucsia psichedelico, che esplode in un biancore accecante. Dopodiché, più ancora che in Lovecraft, la dissoluzione (letterale) del nucleo familiare diviene colonna portante della sceneggiatura ed emblema di una concezione alquanto pessimistica dei rapporti umani, persino di quelli parentali. Esemplare in questo senso l’effetto che “l’immondo” colore alieno sortisce sulla madre e il figlio più piccolo. Per il resto il film procede di pari passo con le invenzioni presenti nel racconto: mutazioni animali e vegetali, odori nauseabondi, l’acqua contaminata, i grandi alberi che circondano l’abitazione della famiglia Gardner (con le cui fronde inizia il film), la costruzione del bacino idrico destinato a sommergere la vallata di Arkham, la pazzia che piano piano colpisce i Gardner. Il regista aggiunge però qualche particolare non banale, come la malattia della madre, soltanto accennata, la figlia maggiore Lavinia (nel racconto è un maschio) che pratica rituali magici, la connessione internet (essendo l’azione spostata ai nostri giorni) che non funziona. Notazione finale: Il colore venuto dallo spazio può indubbiamente ricordare vari capolavori del cinema horror (da Shining a La cosa, da Amityville Horror a Poltergeist – Demoniache presenze), ma è quasi naturale che sia così, poiché dietro gran parte dei film fantastici si nasconde un’idea narrativa o un’immagine di derivazione lovecraftiana.
Baberellas di Chuck Chino
Baberellas di Chuck Chino (Usa/2003) Durata: 80′ Genere: Commedia, fantascienza
Un alieno minaccia di conquistare la terra riducendo la libido dei suoi abitanti ma contro di lui interviene il gruppo rock delle Baberellas…
Primo lungometraggio di un regista soprattutto produttore di Serie b (Chopping Mall, Transylvania Twist, Evil Toons) un film che nonostante il riferimento a Barbarella di Roger Vadim omaggia splendidamente Ed Wood e Ted V. Mikels con tutti i paradigmi richiesti (effetti speciali riciclati, costumi carnevaleschi, recitazione amatoriale ed humor decerebrato); certo questo sottogenere non essendo piu da cinema popolare e oramai destinato sopratutto ad un pubblico di cultori ma la sue verve resta malgrado intatta. Interessante infine il parquet di attrici capitanato da Shauna O’ Brien nel ruolo di Queen Sartanika.
Night screams: Ospiti in trappola (Night scream) di Allen Plone (Usa/1987) Durata: 88′ Genere: Orrore
Il party di addio di una futura star del football si trasforma in un massacro causa due lunatici assassini in fuga…
Film d’esordio di un regista la cui carriera è durata pochissimo qui alle prese con un horror derivato, ovviamente, di Halloween e Venerdi 13 tutt’altro che originale ma comunque conforme ai principi dello slasher anni ’80. Nel cast Ron Thomas il Bobby di Karate Kid.