L’ultimo giro in città

Joe lavorava da
poco più di sei mesi per una società di recupero crediti e in breve tempo era
diventato il migliore. Convinceva gli insolventi a saldare il debito con tatto,
decisione, cordialità e sottolineando quanto fosse necessario evitare guai più
seri: il tribunale giudiziario, eccetera. Poiché non si vantava mai dei suoi
successi, era ammirato dai colleghi. Uno in particolare non si stancava di
elogiarlo. Dashiell, il veterano del gruppo, lo additava agli altri come un
esempio da seguire. Lo fece anche quel venerdì pomeriggio, quando dopo essere
passato in ufficio per il rendiconto settimanale, incontrò Dashiell e altri
colleghi fuori dal bar dove erano soliti ritrovarsi per fare quattro
chiacchiere. “Ecco, guardate il nostro Joe. Mai una parola fuori posto, e mai
che sia tornato da un insolvente senza l’assegno in mano.”

Aldo, il meno
sollecito a sottolineare le qualità di Joe, fece notare che forse si trattava
anche di fortuna. Joe annuì con un mezzo sorriso. Non si sarebbe mai sognato di
smentirlo, ci pensò Hammett a farlo. L’altro insistette: “Vorrei vedere Joe
alle prese con l’insolvente da cui sono passato ieri. È la terza volta e non
c’è verso di convincerlo”. In breve Aldo sostenne che nemmeno Joe sarebbe
riuscito a convincere mister Brown. Joe prese la pratica. “Va bene, proverò a
fare un giro in città.” Tra loro scherzando avevano preso l’abitudine di
definire in questo modo la visita a un insolvente.

Non chiese con
che tipo d’uomo avrebbe avuto a che fare. In quei mesi ne aveva trovati di ogni
genere, compresi quelli prepotenti se non minacciosi. Hammett esagerava quando
sosteneva che fosse sempre riuscito a risolvere la pratica. Ma nel complesso
non poteva lamentarsi.

Tornò a casa
scoprendo che Sara non c’era. Negli ultimi tempi finiva sempre tardi,
continuava a fare gli straordinari per guadagnare di più. Tutto perché un
giorno Joe era uscito con una frase infelice dopo che Sara aveva detto che
forse era arrivato il momento di mettere al mondo un bambino.

“Non credo che ci
si possa permettere un figlio,” era stata la sua risposta.

Sara aveva
creduto che la ritenesse responsabile della loro precaria situazione economica
e lui non era più riuscito a convincerla del contrario. Finiva sempre così. Sul
lavoro aveva dimostrato d’essere capace di persuadere le persone, ma quando
entrava in gioco il coinvolgimento emotivo Joe falliva miseramente. Quella sera
a cena ad esempio cercò un altro modo per far capire a Sara che addossava a se
stesso ogni colpa, se di colpa si poteva parlare.

“Andrò da un
insolvente che non vuol sentir ragione. Secondo il collega che mi ha passato la
pratica, è un osso duro.”  

Sara annuì.
“Domani è sabato.”

“Uno straordinario
ogni tanto tocca anche a me. Tu ne fai già abbastanza.”

Sara si voltò
dall’altra parte, senza guardare nulla di preciso. “Il sabato e la
domenica sono gli unici giorni in cui possiamo stare insieme,” disse.

“Non ci
metterò molto. Andrò via presto e tornerò presto.”

Il giorno
seguente infatti Joe si alzò di buon’ora, prese la pratica e controllò
l’indirizzo. Non era lontano.

In venti minuti
di automobile raggiunse la palazzina signorile nei pressi dello stadio. Suonò
il citofono e si presentò.

“Salga. Secondo
piano.”

“Sono contento
che non sia venuto il suo collega,” lo accolse 
Brown introducendolo nell’appartamento. Gli offrì un caffé e spiegò che
fino a quel momento si era rifiutato di pagare soprattutto per l’atteggiamento
di Aldo. “Si è comportato in modo sgradevole. Insistente e sgradevole. Tipico
di chi è soddisfatto di se stesso, del mondo che lo circonda e di come vanno le
cose.”

Joe rimase
perplesso dinanzi alle parole di Brown. Ma quando l’uomo aggiunse che aveva
sempre saldato i debiti del figlio e che uno dei motivi per cui finora non
aveva ancora pagato era stato proprio il modo di fare di Aldo, Joe capì che
Brown aveva finalmente intenzione di firmare i documenti e procedere al saldo.
Quando stava per andarsene, Joe non poté fare a meno di ripensare a una frase
che gli era rimasta particolarmente impressa. Brown aveva detto che il suo
collega era uno dei motivi. Quindi ce ne era stato un’altro? Brown lo fissò per
qualche istante, accigliato, come se lo stesse studiando. Infine la sua espressione
si rilassò.

“Il fatto che mi
abbia posto questa domanda dimostra che forse potrei …”

Improvvisamente
si voltò, guardandosi intorno, e stette in silenzio: sembrava in ascolto. Poi
riprese a parlare, ma era come se parlasse a se stesso. “No, non è il momento.
Mi scusi, ma devo salutarla”.

Il lunedì, quando
si incontrarono in ufficio, Aldo non fece una piega nel sentire che Joe era
riuscito laddove lui aveva fallito. Si limitò a dire che Brown si era sempre
trincerato dietro la morte della moglie, dietro al fatto che il figlio non si
era fatto vedere nemmeno al funerale e che quindi non voleva aver più niente a
che fare con tutto ciò che lo riguardava.

Joe si strinse
nella spalle. “Non mi ha parlato della moglie.”

“Non faceva che
ripeterlo. Secondo me era una scusa. Si era messo in testa di non pagare e
basta.”

Joe non diede
peso alle parole del collega. Tuttavia col trascorrere delle ore una domanda
cominciò a farsi largo nei suoi pensieri: perché Brown non gli aveva parlato
della moglie? Mentre la domanda si faceva sempre più pressante, non poté fare a
meno di chiedersi per quale motivo ne fosse così ossessionato.

Lo era al punto
che un giorno deviò dal percorso che lo stava conducendo da un insolvente, per
raggiungere l’abitazione di Brown e appostarsi a una decina di metri di
distanza. Tornò altre volte e l’ultima decise di suonare il citofono, con la
scusa che i documenti erano andati smarriti. Non rispose nessuno e quando salì
e suonò il campanello, un signore con il cane che stava rientrando in quel
momento e che abitava nell’appartamento accanto gli spiegò che Brown era
partito una settimana prima senza dire nulla.

“Di solito mi
avvertiva.” Poi chiese a Joe chi fosse e lui lì per lì si inventò che era un
amico del figlio, mandato a chiedere notizie del padre.

“Non ha il
coraggio di venire personalmente,” commentò il vicino scuotendo la testa. “Quel
ragazzo è … Bah, in fin dei conti non mi riguarda.”
“Davvero non le ha detto dove andava?”
L’uomo non parve sorprendersi per quella domanda. Doveva conoscere abbastanza
bene il figlio di Brown e il suo modo di comportarsi. Ma forse pensò che,
dopotutto, era pur sempre il figlio. Rispose che non lo sapeva ma che qualche
mese prima Brown gli aveva detto di aver comprato una casa in montagna per
portarci la moglie, casa nella quale poi probabilmente non erano mai riusciti a
soggiornare.  

“Non sa in quale
posto esattamente? Il mio amico è davvero triste e dispiaciuto,” aggiunse.
“Vorrebbe riappacificarsi col padre una volta per tutte.”

“Non ricordo.
Chiedo a mia moglie, che ha una memoria migliore della mia.” Tornò dopo qualche
istante con il nome della località, ma lo rivelò a Joe solo dopo essersi
assicurato che le intenzioni del figlio di Brown erano buone, e che non voleva
soltanto chiedere soldi come al solito.

Una volta a casa,
Joe disse a Sara che meritavano una vacanza e che aveva pensato di trascorrere
il fine settimana in montagna, in una località che gli aveva consigliato un
collega. Si trattava di un borgo situato a più di mille metri, con un solo
albergo che in quel periodo dell’anno non era preso d’assalto dai turisti:
riuscirono perciò senza fatica a trovare una stanza. Il sabato mattina lo
trascorsero passeggiando a lungo, vedendo molte case, e Joe si chiese quale
potesse essere quella di Brown. Poi, mentre la moglie faceva acquisti
nell’unica drogheria del paese, Joe si avvicinò a un terzetto di anziani che
stavano conversando vicino a una fontana, e chiese se potevano dargli
un’informazione. Sapevano se qualcuno si era trasferito nei paraggi negli
ultimi mesi?

I tre si
guardarono, e parvero poco propensi a rispondere a una domanda così vaga. Joe
dovette spiegare che lavorava per una società di recupero crediti e che stava
cercando un certo Brown, che sembrava avesse acquistato una casa da quelle
parti. Mentre parlava teneva d’occhio la drogheria: non voleva essere sorpreso
da Sara, e doverle spiegare la vera ragione che l’aveva spinto a fare quella
vacanza.

Finalmente uno
dei tre si decise a dirgli che una casa in effetti era stata venduta, ma era
fuori dal paese, più su, e lui non aveva mai visto chi era venuto ad abitarla.
Joe si fece spiegare come arrivarci.

La domenica
mattina Sara si svegliò con un forte mal di testa.  È l’altitudine, disse, mi fa sempre questo
scherzo. Decise perciò di rimanere in camera per un paio d’ore. Joe scese a
chiedere se avevano un analgesico e glielo portò, poi uscì, prese l’automobile
e andò in cerca della casa di Brown.

A un certo punto
dovette lasciare l’automobile e proseguire a piedi. L’istinto lo guidò in uno
sentiero tra gli alberi, stretto e umido. Giunse davanti a un’abitazione
alquanto isolata che un cancello e un giardino non molto curato separavano
ulteriormente dal resto del mondo. Joe si fermò a guardare, cercando di
scorgere un segno di vita ma l’unica finestra visibile aveva gli scuri chiusi.
A un certo punto sentì un rumore di foglie e una voce giungere alle sue spalle.
“Chi è lei? Cosa vuole?”

Si voltò e vide
Brown fermo a pochi passi da lui, appoggiato a un lungo bastone. Preso alla
sprovvista, Joe rimase per qualche istante senza parole.

“Sono … Si
ricorda. Sono venuto a casa sua per le rate del televisore.”

Brown prese gli
occhiali. “Certo. Il signor …”
“Joe Gores.”

“Gores. Ricordo.
Come mai si trova da queste parti?”

“Io e mia moglie
ci siamo presi due giorni di vacanza.”

Brown annuì e
aprì il cancello. “Vuole entrare?”

“Solo qualche
minuto. Mia moglie mi aspetta. Oggi non si sente tanto bene.”

Brown preparò il
caffè e mentre lo sorseggiava, quasi a bruciapelo, gli chiese: “Perché è venuto?”

Joe, imbarazzato,
non sapeva cosa rispondere. D’altronde, quella domanda se l’era posta anche
lui. Aggiungendovi il fatto che aveva trovato con molta facilità l’abitazione,
sembrava che i suoi passi fossero stati guidati.

Poi, quasi come
se  desse a se stesso una spiegazione,
disse: “Quando il mio collega ha detto che lei gli aveva parlato più volte
della morte di sua moglie, non ho potuto fare a meno di chiedermi perché a me
non ne aveva parlato. Le sembrerà assurdo, ma questa domanda ha cominciato ad
assillarmi.”

“Quando è morta
Leonora, ero distrutto. In quel periodo il suo collega venne a a casa mia, come
dicevo, mostrando ben poca sensibilità, e cercai solo di liberarmene. Poi ho
cominciato a sognare Leonora, e sentivo la sua voce che mi diceva presto ci
rivedremo. Pensavo di essere sul punto di impazzire, infine ho capito che
sarebbe tornata. Per questo a lei non ne ho parlato. Ormai avevo capito che mia
moglie non era morta.”
Joe rimase paralizzato nell’udire quelle parole. Fissò Brown senza notare alcun
segno d’alterazione.

“Perché
quell’espressione? Lei non sembra il genere di persona che crede solo a ciò che
vede, e che ciò che vede sia il migliore dei mondi possibili.”

“Mi sta dicendo
che sua moglie è morta e poi è risorta.”

Brown scrollò la testa.
“Non esattamente. Risorta? Non è l’espressione giusta. In realtà è morta solo
la sua parte terrestre.”

Dal cassetto di
una scrivania prese due foto. “Le fece Leonora, circa un anno fa. Secondo lei
cosa sono queste luci?”

Si guardarono per
alcuni istanti. “Non saprei.”

“La stessa
risposta la diedi a Leonora quando me le mostrò. Eppure, disse lei, dentro di
te sai bene cosa sono.”

Joe distolse lo
sguardo e si alzò. “Ora devo andare,” mormorò, senza riuscire a nascondere
l’agitazione.  

Brown sollevò la
mano, e Joe restò in piedi, indeciso, ma non si mosse.

“Leonora mi
spiegò che era entrata in contatto con una forma di vita proveniente da un
pianeta molto distante dalla Terra. Naturalmente ero scettico, come lei in
questo momento. Mi raccontò dei sogni che faceva, sempre più ripetitivi: ogni
volta che chiudeva gli occhi vedeva uomini e donne che si sollevavano da terra,
come se saltassero ma al rallentatore, e ascendevano lentamente verso il
cielo.” Sospirò, poi riprese, sorridendo. “La sua morte non è stata una vera
morte. Rapida, indolore. È ascesa davvero al cielo, ma non nel senso che
intendiamo comunemente. La forma aliena con cui comunicava le ha donato una
nuova vita, priva di desideri inutili, di una volontà fuorviante e di affanni
che nulla hanno a che vedere con l’essenza umana. E aveva ragione: in fondo ho
sempre saputo cosa fossero quelle luci.”

Joe si avvicinò
alla porta, Brown lo seguì. “Leonora ha raggiunto l’esistenza a cui molte
persone anelano e viene a trovarmi ogni giorno. Presto, molto presto mi unirò a
lei.”

Trascorse quasi
un mese dalla visita a Brown, e in tutto quel tempo Joe non smise di pensare a
ciò che gli aveva detto. L’affievolirsi del ricordo tuttavia lo stava
convincendo che si era trattato soltanto delle farneticazioni di una mente
devastata dal dolore.

Un sabato però, lui e Sara stavano passeggiando per la città dopo aver fatto colazione. La moglie poco prima si era quasi commossa nel rispondere a un bambino che la salutava dal passeggino, poi gli raccontò lo strano sogno che aveva fatto quella notte: vedeva delle persone staccarsi dal suolo e volare lentamente verso l’alto, dritte, come se una gigantesca mano invisibile le afferrasse per la testa e le tirasse su, portandole via con sé.




Zanzare di Davide Camparsi

Berto odiava quelle estati sempre più torride.

Lo costringevano ad annegare nel proprio sudore, tra lenzuola sgualcite e quel materasso scalcagnato che si ritrovava sotto al culo, sempre più sformato. Detestava un sacco di cose, a dire il vero. Le persone, soprattutto, ma le estati stavano rapidamente risalendo la sua personale china del disagio.

A occhi spalancati, rimase a fissare le ombre del fogliame che si agitavano pigre contro il muro livido della camera da letto, sornione, dileggianti, ascoltando i loro folli e inintelligibili bisbigli al cuore rovente della notte, acquattata all’esterno. Tese l’orecchio, immerso nel suo acre bagno di sudore, cercando di distinguere un senso in quei deliri, senza alcun successo. Sempre più certo, però, che le tenebre lo stessero sfottendo.

Qualcosa l’aveva destato e adesso giaceva tra le lenzuola umide, stanco, indolenzito, ma incapace di riguadagnare il sonno perduto. L’afa soffocante non dava tregua, i grilli frinivano struggendo nei loro…

Leggi il racconto completo sul Portale ClubGHoST, clicca qui…




Dramma Neorealista

Esperimento di scrittura automatica

A. Catene. Intreccio di sogni. Interruzioni. Luminosità. Flash. Luci si accendono e si spengono. Tunnel oscuri attraversati da bambini che hanno paura del buio. Scorrevoli. Lucidità. Ani che si aprono come fiori che sbocciano per accogliere cazzi volanti. Uccelli luminosi. Aquiloni spezzano i fili e si perdono nell’aria. Ansiolitici leggeri mischiati con alcol e caffè. Restare svegli la notte. Visioni cinematografiche. Sequenze a fumetti. Personaggi ripresi dalla vita reale. DRAMMA NEOREALISTA.
Bulloni. Carpentieri. Voci meccaniche. Latrati di cani cyborg. Durevoli frequenze. Stratificazioni sonore. Oggetti multimediali. Blade Runner. Filippo Cazzo. Feel the dick. My friends are welcome to the orgy. I am a vampire. In search of control of human race. Il sogno proibito di ogni anarchico è il controllo totale. L’anarchico nel momento in cui si dichiara tale smette di esserlo. DRAMMA NEOREALISTA.
Occhi trafitti. Bulbi che esplodono. Pedofili cercano di rimorchiare bambini. Adolescenti si masturbano sfogliando riviste porno. Coltelli. Evirazioni. Un uomo con gli occhi da folle e assassino. A mano armata. Sventolano le bandiere. Sentieri nascosti. Strade segrete. Passeggiare in un’antica città. La scoperta dei bordelli. Il migliore di tutta la città. Donne dormono in attesa della sera. Odori di talco e profumi costosi. L’incenso brucia nella mia stanza. Si mescola all’olezzo di hashish. Ho di nuovo vent’anni. DRAMMA NEOREALISTA. Una gita a Firenze. Due viaggi a Firenze. 15. 17. Il Botticelli a due passi dalla contemplazione. Troppo stanco per alzarmi dalla sedia. Notti insonni. Alcol. Appena svegliati. Una città che è un altro mondo. Ristorante self service. Pollo. Lasagne. Torta al cioccolato. Frutto proibito. Eva nel Paradiso Terrestre fa sesso con il serpente. Quali creature partorirà? Gatti gemono poco prima dell’alba. Come lamenti di neonati. Aspetto l’alba ascoltando musica sacra. Un coro di voci bianche accompagna il mio lento risveglio. Antiche voci di preadolescenti castrati risuonano nella mia mente. Sapore amaro di farmaci in bocca. Un libro che fatico a leggere. I lamenti dei gatti, il coro di voci bianche si uniscono ai rumori di questa casa antica. Avverto tutto (suoni, colori) più intensamente. DRAMMA NEOREALISTA.




Sognando Infinite Morti 4

Sto leggendo un racconto che parla di morte. Di tante morti che si susseguono una dietro l’altra. Faccio fatica a capirne il senso. Che numero di morte è questa? La settima? O la decima? Provo a contarle ma ogni volta perdo il conto. Ricomincio per tre volte e poi lascio perdere e riprendo da dove ho interrotto. Mia moglie si agita nel sonno e mi distrae. Spero che stia sognando un mostro che se la mangi ‘sta troia stupida. Guardo il suo corpo grasso. Lei crede che non sappia dei suoi amanti. Quanti sono? Provo a contarli ma perdo il conto. La guardo. Socchiude la bocca. Le labbra siliconate. Quanti cazzi sono entrati lì dentro? Si sposta sul fianco, una mano le cade tra le gambe. Qaunti cazzi le sono entrati nella fica?
Riprendo a leggere. Ma è sempre lo stesso personaggio che muore? O sono personaggi diversi? Mi ha stufato ‘sto racconto del cazzo.
Mi alzo. Mi è venuta fame.
In cucina mi preparo un panino e lo divoro con avidità. Penso alla merce che arriverà domani in negozio. Domani c’è Piero? Piero è il mio commesso. Quanti giorni di fiere gli ho dato quest’anno? Provo a contarli ma non ci riesco.
Torno a letto. Passo prima dalla stanza di mio figlio. Mi affaccio. Sta dormendo. È un bel bambino. Senza dubbio. Alla sua età io non ero così bello. Non ha preso il mio naso aquilino. E neanche quello all’insu della madre. Ha un naso dritto, da profilo greco. E gli occhi azzurri? Quelli li ha presi dalla madre. E il colore dei capelli? Quella sfumatura biondo rossiccia? Quando sarà grande, diventeranno scuri come i miei? O biondo platino come quelli di sua madre? O resteranno rossi? Come sono lunghi… domani lo porto dal barbiere. Provo a contare i capelli di mio figlio ma perdo il conto.
Entro nella stanza. Prendo un cuscino e lo appoggio sulla faccia del mio bambino.
Il corpicino si dibatte violentemente. Le manine artigliano l’aria cercando di bloccare il misterioso aggressore. L’orco che finalmente è arrivato. L’uomo nero.
Quando mio figlio smette di agitarsi, spingo ancora per mezzo minuto e poi tolgo il cuscino.
Gli occhi sono spalancati. La lingua estratta. La pelle cinerea.
Torno da mia moglie.
Attraversando il corridoio, provo a contare quante volte si ripete il motivo ornamentale del pavimento ma perdo il conto.
Anche per lei il cuscino. Ma questa volta le braccia sono più lunghe e le dita riescono ad artigliarmi. Rivoli di sangue dalla mia pelle. Poi un colpo duro sulla testa. Una, due, tre volte. Finché non scendo dal letto e libero mia moglie che ha in mano il telefono sporco del mio sangue.
“Troia!” le urlo. Lei mi guarda tra lo stupito e lo schifato. Con un salto la raggiungo e la prendo a schiaffi. L’afferro. Lei fa resistenza. Mi graffia. Mi dà un calcio nelle palle. Urla. Grido anch’io e continuo a colpirla nonostante il dolore all’inguine. Poi il mio campo visivo viene mutilato. Il dolore. Forte. Dentro l’occhio. La troia mi ha infilato qualcosa nell’occhio. Le tocco. Sono forbici. Che ci fanno le forbici della cucina nella stanza da letto?
Mia moglie mi appare, tra le luci nere e rosse che esplodono, come una furia incazzata, disperata, piangente, urlante, finché non si volta ed esce correndo dalla stanza.
Io mi accascio per terra. Non vedo più niente. Sento il sangue che mi ricopre vischioso. Muoio ascoltando la voce di mia moglie urlare il nome di nostro figlio…




Sognando Infinite Morti 3

L’ultima moneta cade nella scatola di cartone. Come so che è l’ultima? Dal suono.
L’ultima ha sempre un suono particolare. È come una voce che mi dice che per oggi devo accontentarmi.
Devono essere le nove di sera, ormai. All’incirca. Non c’è più nessuno in strada. È ora di alzarmi, raccogliere tutte le monetine e andarmene. Per oggi basta elemosina. Ho abbastanza soldi per comprarmi una bottiglia di vino.
Di quello scadente, che sale subito alla testa e non mi fa pensare a tutto quello che avrei potuto fare nella mia vita, invece di finire a quarant’anni sulla strada.
Cammino. Li ho notati da almeno un quarto d’ora. Continuo a camminare.
Quando bevo non perdo la mia lucidità, anzi. Cioè: i pensieri diventano confusi e non riesco a concentrarmi su niente per più di un minuto, il che è una cosa buona perché i ricordi si allontanano, ma i miei sensi si affinano.

L’udito e l’olfatto soprattutto.
Ed è così che avverto l’odore di hashish e sento le loro risate sommesse e lo scambio di battute.
Sono tre, sui vent’anni. E ce l’hanno con me.
Indossano giacche di cuoio nero e jeans scoloriti o strappati. Portano capelli tagliati molto corti, alcuni a zero.
Ghignano.
Ridono.
Uno di loro mi colpisce con una catena arrugginita.
Un altro usa un’asse di legno staccata da una panchina.
Il terzo mi prende a calci quando sono ormai a terra.
Gli ultimi suoni che sento in questa vita di merda sono urla e risate idiote…




Sognando Infinite Morti 2

Qualcosa di umido e appiccicoso mi aderisce alla pelle.
Muovo le mani e le braccia, ma non riesco a stacccare questi filamenti sottili che avvolgono interamente il mio corpo.
L’oscurità è totale.
Rumori come fischi o respiri affannati si diffondono tutto intorno a me.
Non disringuo nessuna forma, ma il modo in cui avverto i suoni mi fa capire che mi trovo in un ambiente vasto.
Mi accorgo che una parte di quei suoni viene da me.
Un’aria fredda soffia sulla mia pelle sudata.
Sono nudo.
Vedo provenire da lontano una luce rossa.
È così minuscola che deve essere molto distante.
È chiaro che sto sognando.
Ne sono pienamente conscio.
Ma la consapevolezza non mi induce a svegliarmi.
Faccio comunque un tentativo e ripeto: “Sto sognando, sto sognando, sto sognando…”
Intanto la luce lentamente si ingrandisce.
Man mano che si avvicina, rischiara tutto l’ambiente.
Distinguo le forme di altri corpi. Altri esseri umani.
Uomini e donne di tutte le età che si dibattono in questa… ragnatela enorme.
Adesso la luce si è divisa in due fari rossi che si avvicinano sempre più rapidamente.
Sono gli occhi di un ragno gigantesco.
Le mandibole della creatura che si aprono sono l’ultima cosa che si imprime sulla mia retina prima di morire nel sonno senza più uscire dall’incubo…




Sognando Infinite Morti 1

Abbiamo imposto alla festa la nostra musica. Via quella merda di house o dance o quello che cazzo è e vai con la voce di David Bowie dall’album Pinups.
Ci scateniamo. Agitiamo braccia e gambe. Scuotiamo le teste con espressioni serie e ispirate. I nostri movimenti generano disappunto e disgusto negli altri, ma anche curiosità in chi è abituato ad altri suoni.
Il sudore esce dai pori della pelle surriscaldata e si congela subito. Sensazioni di caldo e freddo. Il tempo scorre in fretta o si cristallizza nello spazio di pochi secondi. Velocità e lentezza. Le luci colorate creano universi nelle nostre pupille. I corpi si intersecano dando vita a geometrie nuove.
Angela sorride e mi guarda, mi guarda e sorride.
Le sue treccine rasta sono bionde come l’oro e il volto pallido con le gote arrossate sembra la maschera di un clown. Gli occhi sono azzurri come il ghiaccio: distese infinite di gelo e di luce bianca e fredda che accoglie tutti i colori dello spettro.
Adesso siamo in uno dei bagni. Apro la busta di plastica e lascio cadere la polvere bianca sul ripiano verde chiaro. Separo sei strisce (sei è il mio numero fortunato) con una scheda telefonica e arrotolo una banconota.
Angela tira per prima, poi tocca a me.
Iniziamo a baciarci con la lingua e a toccarci.
Consumiamo tutta la coca: conviene non far rimanere niente nelle tasche in caso di controlli.
Umidità e calore. Carne che cede e che resiste. Elasticità e spigoli. Lo spazio intorno si modifica per adattarsi ai nostri movimenti. I seni nudi di Angela sono due animali ribelli nelle mie mani, mentre lei mi morde un orecchio alitandomi all’interno. La sua mano va su e giù sul gonfiore che tende i miei slip neri. Lo tiro fuori. È così duro che mi fa male. Angela apre le gambe e mi accoglie dentro di lei. È superumida. Muove i fianchi assecondando i miei colpi vigorosi.
Poi inizia a gridare.
Io guardo fisso verso di lei senza vederla mentre Angela continua a strillare.
Avverto il sangue che mi esce dal naso come la lava da un vulcano che io sto osservando mentre si risveglia dopo secoli di inattività.
L’ultima cosa che sento in questa vita sono le urla di Angela che si ripetono a intervalli regolari…

di Luca Bonatesta
(lucabonatesta71@gmail.com)




In utero

Che silenzio…
Quanta acqua…
Vi sono immerso dentro…
Sono nell’utero di mia madre.
Sento la sua voce e avverto la carezza delle dita.
Percepisco la paura di mio padre e vorrei consolarlo. Subito dopo la mia nascita inizierà a soffrire di disturbi psichiatrici. E io sono qui dentro, al sicuro. Protetto. Non posso fare niente per aiutarlo. Vorrei espandere la mia mente per raggiungere la sua. Trasmettergli tranquillità, senso di sicurezza. Le stesse sensazioni che provo io. Vorrei comunicargli tutte le mie conoscenze, prima di perderle.
Appena aprirò col mio corpo la vagina di mia madre, diverrò un essere ignorante, fragile, bisognoso di protezione. Il cordone ombelicale, unico legame ancora con la mia genitrice, verrà tagliato. Il ginecologo mi prenderà per i piedi. La luce mi ferirà gli occhi e strillerò per la paura. Contrarrò i muscoli appena formati. Mi agiterò tra le braccia di un’infermiera finché la mia rabbia non troverà la sua stanchezza.
Eccomi, attaccato al seno materno.
Mi nutro.
Ho ceduto al ricatto.
Del resto ho solo vaghissimi ricordi di quello che ero prima.
Sono consapevole di essere fragile ora.
Ho bisogno dell’aiuto di mia madre e di mio padre se voglio continuare a esistere.

di Luca Bonatesta
(lucabonatesta71@gmail.com)