Il Sacco di Caleb Battiago e Paolo Di Orazio

Roma, 31 Dicembre 2018

Il Reverendo Wallace, dalla magra torre della nunziatura, che ingoia una scalinata di pietra sbavata dal tempo, osserva la notte dipingere col suo unguento nero, lucido, la pelle secca di Roma, costringendola a farsi troia, a stringere le calze a rete ai basamenti dei ponti, ad accendere le sue centinaia di cupole, quella pandemia di seni giganti, con crocefissi di bronzo inchiodati sui capezzoli, che mappa il centro: serbatoi colmi di latte santo che pendono sopra al pantheon forato del ventre della città, col suo cimitero di semafori dagli occhi arancioni spalancati, intermittenti, voraci di coprifuoco.

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Night Club di Luca Bonatesta

Un crooner effeminato canta “The
man I love”

sotto lo sguardo annoiato e distratto

di una donna che ha superato i
quaranta

e fuma una sigaretta dietro l’altra.

Nel parcheggio, dentro il
portabagagli di una chevrolet,

riposa il cadavere di un uomo
incaprettato.

Un ragazzo non ancora maggiorenne,
timido e nervoso, malsopporta lo sguardo insistente di un anziano finocchio.

Un uomo molto vecchio, magro e dalla
pelle ricoperta di rughe, la testa calva chiazzata di macchie marroni, lo
sguardo quasi cieco, consuma lentamente un piatto di vermi.

Adolescenti maschi danzano abbracciati ai cadaveri delle loro madri. Il crooner continua a cantare mentre sanguina: “E’ destino che io debba morire di questo amore”

di Luca Bonatesta

(lucabonatesta71@gmail.com)




Apprendista zombi di Andrea Brando

Si sentiva tutto intorpidito, come se avesse assunto una posizione scomoda mentre dormiva. I letti dell’ospedale non erano certo il massimo. Di malavoglia aprì gli occhi per guardare l’orologio sul comodino. Era ancora buio.
Fece per rizzarsi, ma diede una violenta capocciata contro qualcosa di duro sopra la sua testa. A stento soffocò un’imprecazione, non voleva svegliare gli altri degenti. Ma perché quella zuccata? Sopra il suo capo avrebbe dovuto esserci solo il soffitto, che era almeno a tre metri dal pavimento. Alzò le mani di qualche centimetro e scoprì una superficie ruvida, legnosa. Che diavolo era?
Si risolse infine di accendere la lampada per fare luce su quel mistero. Non ci riuscì. Ai suoi fianchi c’erano pareti legnose, come sopra la sua testa. Decise che era venuto il momento di chiamare l’infermiera; pazienza se avesse svegliato i suoi vicini di letto. Fece per cacciare un urlo, ma solo un debole rantolo gli uscì dalla gola. Riprovò, con crescente ansia, ma senza ottenere miglior successo. Oddio, adesso era anche diventato afono.

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Dono di sangue di Giorgio Borroni

Quella notte eravamo in tre nel furgone e la puzza di sudore stava pervadendo l’ambiente. Mark e Rino erano due veterani, per me, invece, era la prima volta… tuttavia con operazioni del genere non si poteva mai sapere come sarebbe andata a finire. I led delle apparecchiature sfarfallavano nel buio, mentre la radio gracchiava musica da discoteca sparata a tutto volume.
“Quanto ci mettono?”, chiesi con impazienza, ma Mark non rispose.
“Per ora si stanno divertendo, ancora non è il momento”, rispose Rino, con una nota di tristezza nella voce.
Mark scosse il capo: “Dobbiamo aspettare che la festa finisca, dobbiamo solo avere pazienza.”
“Un accidente!”, Rino si innervosì per la prima volta da quando eravamo appostati: “È di mia figlia che stiamo parlando, e ha solo 10 anni!”
Mark gli diede una pacca sulla spalla e si mise di fronte all’apparecchiatura. Cambiò canale e il rumore della discoteca venne scalzato da una semplice conversazione.
“Viria! Che bella festa, buon compleanno!”
“Grazie, Stephanie, non vedo l’ora di ricevere il regalo di papà!”

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Riscossione di Luca Bonatesta

Il bambino aveva capelli color del
grano maturo

e occhi azzurri e luminosi,

che in qualche modo facevano venire
in mente il fuoco.

Quando entrò a mezzanotte nella casa
antica,

gli altri ospiti non fecero caso a
lui.

Nessuno trovò strana la sua presenza.

Il bambino attraversò un enorme
salone illuminato, pieno di gente.

Ignorò gli uomini e le donne e passò
oltre.

Arrivò alla stanza di un uomo molto
vecchio che, dopo aver vissuto una vita lunga e intensa, stava morendo.

Il medico, l’infermiere e i parenti,
presenti nella stanza, reagirono alla presenza dell’ultimo arrivato con
indifferenza.

Il bambino si avvicinò al letto del
moribondo,

che voltò verso di lui il viso magro
e solcato da numerose rughe.

Gli occhi azzurri,

che in qualche modo facevano venire
in mente il fuoco,

si fissarono in quelli color cielo
slavato,

velati dall’approsimarsi della morte.

Il vecchio riconobbe il bambino,

ricordò un antico patto

ed esalò l’ultimo respiro.

Blond boy with azur eyes




Dieci minuti a notte (lo strano caso del rag. S.G) di Donato Altomare

Aprì gli occhi di colpo.
7.10.
Eppure la sveglia aveva suonato, ne era sicuro, lo vedeva dal lampeggiare della lucetta rossa.
Ma lui non l’aveva sentita.
Borbottò qualcosa all’indirizzo della vita stressante e si alzò da letto. Dieci minuti non erano poi tanti, avrebbe fatto tutto più in fretta del solito.
Difatti giunse in ufficio in perfetto orario.

Aprì gli occhi di colpo.
7.20
– Ma che cazzo!
Balzò giù dal letto e sollevò l’orologio sveglia. Il led rosso lampeggiava a indicare che la sveglia aveva compiuto il suo dovere.
– Questo lo vedremo stasera. – Fece tutto in fretta e giunse sul posto di lavoro con un solo minuto in ritardo. Nessuno gli fece caso.

Aprì gli occhi di colpo.
7.30
– Non è possibile! – Il led lampeggiava, ma anche la sveglia manuale che aveva affiancato alla radio-sveglia era scarica. E questo significava inequivocabilmente che aveva suonato per tutta la sua carica.
Cominciò a preoccuparsi. Non aveva un sonno pesante e sino a un paio di giorni prima la sveglia l’aveva gettato giù dal letto senza pietà. Doveva essere accaduto qualcosa che l’aveva reso refrattario al suono della maledetta. Forse l’oggetto aveva una sua anima e si stava vendicando per tutte le volte che l’aveva mandata al diavolo. Telefonò in ufficio e disse di non sentirsi bene e che avrebbe portato l’indomani il certificato medico. Non aveva invocato la solita scusa, perché la sua intenzione era proprio quello di andare dal medico di base.
Era un giorno di ricevimento, 10-12 dei giorni dispari. Si vestì con calma e alle 10 in punto era seduto nella saletta antistante lo studio medico. Era il settimo. Si mise in paziente attesa.
Quando uscì dall’ambulatorio era più confuso che mai.
Non aveva problemi di udito, né disturbi d’altro genere. Il medico, un brav’uomo che lo conosceva sin da bambino, gli disse di non drammatizzare la cosa. Tre eventi apparentemente inspiegabili non potevano essere considerati un caso, per cui gli consigliò di prendersi una settimana di ferie, di tornare a casa e registrare manualmente tutto, quando andava a letto, presumibilmente quando si addormentava, quando si svegliava. Senza però mettere la sveglia, lasciando fare alla sua natura.
E così fece. Non fu difficile farsi dare una settimana di ferie, erano tre anni che non ne prendeva. Non ne aveva mai avuto bisogno.
Annotò la cena con le pietanze e la loro quantità, scrisse che non beveva vino, anche se era superfluo, gustò della frutta secca che adorava e andò a letto alla solita ora, dopo essersi sufficientemente stordito con la TV. L’unica cosa che non riuscì a annotare e quando si era addormentato.

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