La collera verde di Monique Watteau

La collera verde (La colère végétale), romanzo d’esordio di Monique Watteau del 1954, arriva finalmente in Italia nella nuova traduzione di Camilla Scarpa, pubblicata da Agenzia Alcatraz nella sua collana Bizarre. La collana Bizarre, infatti, è dedicata alla riscoperta di gioielli dimenticati o inediti del fantastico francofono (usciti nella leggendaria collana Marabout) e La collera verde è uno di quei libri che sembrano appartenere a un altrove poetico e inquietante, sospeso tra sensualità, mito e orrore naturale.

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Il romanzo racconta la storia di Mara, un avventuriero francese, e di Jennifer, giovane cresciuta a Bali in un ambiente spirituale impregnatamente pagano, dove la natura è percepita come entità viva e sacra. Il loro incontro sfocia in un amore intenso, circondato da paesaggi esotici e fioriture spettacolari, ma ben presto l’idillio si tinge di inquietudine: le piante, i fiori, le radici che popolano l’universo di Jennifer sembrano reagire alla presenza di Mara, come se una gelosia vegetale si risvegliasse. Il verde, prima accogliente e sensuale, si trasforma in un organismo animato e minaccioso, capace di avvolgere, stringere, quasi punire. La prosa di Watteau è ipnotica: ogni descrizione botanica pulsa di vita, quasi erotica, e i paesaggi sembrano respirare insieme ai personaggi. Jennifer non è una figura passiva, ma un medium vivente tra umano e natura, custode di una spiritualità immanente. Qui si innesta il cuore simbolico del romanzo: La collera verde è attraversato da un forte panteismo mistico, dove la divinità non è trascendente, ma diffusa nel mondo vegetale, nei petali che tremano, negli alberi che vegliano, nelle radici che afferrano. Il legame tra eros e natura si fa rituale, quasi sacrale, in una sorta di liturgia verde.
Il misticismo di Watteau non ha nulla di consolatorio: la natura non è buona né cattiva, ma sovrana, e la sua collera vegetale appare come la reazione di una divinità diffusa che rifiuta di essere violata o ignorata. Quando Mara e Jennifer si amano, qualcosa si incrina: la loro unione diventa un’offesa o un’offerta, e la foresta risponde con segnali sempre più tangibili, in un crescendo che unisce erotismo e orrore. L’intera vicenda si può leggere come una parabola ecologica ante litteram, un racconto iniziatico che avverte sul fragile equilibrio tra umano e ambiente. Lo stile lirico e simbolico di Watteau immerge il lettore in un sogno allucinato: fronde che si incurvano, petali che paiono sussurrare, radici che scivolano come dita viventi. Questo linguaggio ciclico e musicale ha qualcosa di rituale, come una preghiera verde che accompagna il lettore verso un epilogo inevitabile. Non mancano, tuttavia, passaggi controversi: la descrizione di Jennifer oscilla tra innocenza e sensualità, con tratti che oggi possono apparire ambigui o infantilizzanti, segno di un’epoca letteraria diversa e di un immaginario sospeso tra mito e voyeurismo.
Nonostante queste ambiguità, La collera verde rimane un’opera di straordinaria forza evocativa. La sua miscela di panteismo, misticismo e inquietudine ecologica lo rende attualissimo, come se anticipasse le moderne riflessioni sull’anima del mondo e sull’interconnessione tra umano e natura. La nuova edizione italiana di Agenzia Alcatraz nella collana Bizarre è dunque un’occasione preziosa per scoprire – o riscoprire – un classico marginale del fantastico, un romanzo che trasforma la lettura in un rito, e il giardino in un tempio.

L’AUTRICE: Monique Watteau è stato il primo pseudonimo della poliedrica artista belga Monique Dubois, nata a Liegi il 23 dicembre 1929 e oggi meglio nota con il nome di Alika Lindbergh. Dopo aver studiato pittura all’Académie Royale des Beaux-arts e teatro al Conservatoire Royal di Liegi, si trasferisce appena ventenne a Parigi, dove intraprende la carriera di attrice, modella e scrittrice. Tra il 1954 e il 1962 scrive quattro romanzi, diventando in breve tempo una delle voci più innovative e particolari del fantastico francofono dell’epoca, grazie alla forte espressività e sensualità dei suoi lavori e all’inserimento di tematiche ecologiste, femminili e spirituali stemperate con un tocco di surrealismo. Dal 1963 abbandona quasi completamente la scrittura e diventa una pittrice a tempo pieno (sono famose le sue illustrazioni nel campo della criptozoologia), attività che accompagna a una strenua militanza animalista ed ecologista che non è mai venuta meno. Il suo ultimo libro, l’autobiografia Le Testamentd’une Fée, è stato pubblicato nel 2002 dopo un silenzio editoriale durato quasi trent’anni.

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  • La collera verde
  • Autore: Monique Watteau
  • Traduttore: Camilla Scarpa
  • Introduzione: Isabelle Moreels
  • Editore: Agenzia Alcatraz
  • Collana: Bizarre
  • Pagine: 224
  • ISBN: 978-8885772540
  • Costo: 16,00 €

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The benefactress di Guerrilla Metropolitana

The benefactress (Uk, 2025) – Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Guerrilla Metropolitana. Fotografia: Guerrilla Metropolitana, Archibal Kane. Montaggio: Guerrilla Metropolitana, Archibald Kane. Musiche: Jack Random, Monoxide & Guerrilla Metropolitana. Produzione: Guerrilla Metropolitana. Distribuzione: Blood Pact Films. Titolo originale: The Benefactress (an Exposure of Cinematic Freedom). Cast: Juicy X (se stessa), Mystery Woman (vittima), Guerrilla Metropolitana (se stesso / il regista), Elektra McBride(se stessa), Marie Antoinette de Robespierre(addetta alle pulizie).

Guerrilla Metropolitana si cimenta nel secondo lungometraggio (dopo Dariuss) e sconvolge ancora di più il pubblico con The benefactress – un’esposizione  di libertà cinematografica, come lo stesso regista definisce il film (67’ minuti), acquistato da Blood Pact Films, società di distribuzione statunitense che lo ha fatto uscire in DVD e Blue-Ray, il 31 luglio, rendendolo disponibile su diverse piattaforme streaming. The benefactress è stato presentato ad altre società di distribuzione ricevendo netti rifiuti – l’autore ne fa un vanto di libertà – perché reputato offensivo, ripugnante e misogino. In compenso, grazie a un distributore coraggioso, per niente bigotto, il film sarà diffuso in tutto il mondo, grazie al fatto di essere stato girato in lingua inglese. La benefattrice (titolo italiano) è un lavoro puramente underground, cattivo e sadico, violento e perverso. Lo stile è un segno distintivo del suo autore, ricorda molto Dariuss, pellicola con la quale forma un dittico inscindibile, vero e proprio manifesto culturale di Guerrilla MetropolitanaLa benefattrice, secondo il regista, rappresenta il punto più alto e significativo della sua opera, in pratica è quello che lui vorrebbe restasse come simbolo del suo lavoro. Un film in gran parte visivo, alterna il bianco e nero al colore, comincia con una parte narrata, letta dalla protagonista e scritta sullo schermo, che funge da prologo, una sorta di monologo che si sviluppa nelle immagini successive. La parte scritta racconta l’antefatto del precedente film (Dariuss) e spiega che la nuova pellicola è stata finanziata da una misteriosa benefattrice, una signora di mezza età con problemi respiratori, sposata con un famoso predicatore americano, proprietario di un canale televisivo. La benefattrice opera con lo pseudonimo di Elektra McBride e ha chiesto di apparire nel film via video link nel corso della stessa lavorazione. Il film mostra cosa un regista underground possa fare con soldi e sostegno di persone che sembrano avversare il cinema non convenzionale, ma dietro le quinte contribuiscono alla sua esistenza. Subito dopo assistiamo a un lungo monologo di Juicy X, che non rivela la sua identità ma sceglie la strada dello pseudonimo (bacio succoso) e racconta le precedenti esperienze avute con il regista. Pure Juicy X viene chiamata benefattrice per via del suo gran cuore che l’ha convinta ad aiutare molte donne vittime di abusi. Sessantasette minuti di cinema forte, sadico e cattivo, un’opera che si erge a simbolo della libertà visiva; il regista vuol dimostrare che un’artista non deve porsi limiti ma deve spingersi sempre più avanti in nome della libertà di espressione. The benefactress ricorda i romanzi filosofici del marchese De Sade, opere dissacranti come il Salò di Pasolini, tocca temi cari alla Beat Generation, ci fa ricordare autori italiani liberi da condizionamenti come Ruggero Deodato (Cannibal Holocaust), persino Bruno Mattei e tanto nazi erotico come KZ9 lager di sterminioGuerrilla Metropolitana si propone di dedicare la sua ultima opera al raggiungimento di un completo illuminismo artistico, ponendo la sua macchina da presa al servizio dell’arte suprema. Tutto è autentico nel film, persino la violenza e gli atti sessuali, il regista giunge al punto di autoriprendersi in atteggiamenti perversi con un fallo di gomma, esponendo il suo corpo nudo al pubblico. Molte sequenze sono riprese in primo piano con il volto della protagonista che parla rivolta al pubblico – citando simili riprese di Bergman -, assistiamo a penetrazioni con falli di gomma e giocattoli sessuali, il tutto accompagnato da una musica glaciale, spesso filmato da una macchina a mano convulsa che si esprime in rapide soggettive. La macchina da presa spia i movimenti casalinghi della perversa protagonista, persino le sue masturbazioni solitarie e gli atti di violenza gratuiti, in una sorta di perverso neorealismo erotico (che non ha niente di sensuale) interessato solo a provocare disgusto e repulsione. Libertino e selvaggio, amorale e intriso di sadismo sessuale; dopo i titoli di coda ci sono altri due minuti di eccessi anali a carico di una vittima che concludono una pellicola estrema, una sorta di porno-horror come da tempo non vedevamo. In alcune sequenze che vedono la benefattrice al pianoforte ci è venuto a mente la suadente colonna sonora di Riz Ortolani usata da Deodato per sottolineare i momenti più turpi di Cannibal Holocaust. Il regista confida: “Quasi 200 attrici provenienti da diverse parti del mondo sono state considerate ma successivamente scartate. Alcune sono andate via per essersi rifiutate di girare materiale sessuale estremo, altre sono state licenziate perché non ritenute abbastanza forti per simili ruoli. Alla fine la scelta è caduta su Juicy X (già protagonista del cortometraggio Corporate Torment – It burns like HELL) e sull’artista Mystery Woman”. Un film girato in un fine settimana all’interno di una villa alle porte di Londra, senza dire alla padrona dei locali quel che si stava facendo in quelle stanze. “Tutto è spontaneo” – dice il regista – “il copione iniziale è stato ignorato per seguire l’ispirazione del momento. Alcune scene erotiche tra Metropolitana (attore) e la co-protagonista Mystery Woman sono autentiche, decise all’ultimo istante, per rompere ogni tabù e per evitare un approccio classico.La masturbazione e seguente erezionedi Metropolitana nel film sono autentiche e filmate dal vivo”. Le riprese comprendono un uso isterico e realistico della macchina a mano, con inquadrature diagonali in movimento, alcune esasperate visivamente da un elaborato montaggio sperimentale. La fotografia passa da un cupo bianco e nero espressionistico fino a colori accesi e parti deliberatamente sporche. La musica arabeggiante di Jake Random – ideata per esasperare la follia sadica del contesto visivo – lascia il posto ai ritmi della band Monoxide sperimentali e psichedelici. Le interpreti (Jucy X e Mystery Woman) vanno oltre ogni schema ortodosso di recitazione e usano il corpo per conferire realismo erotico a ogni scena. La scrittrice neozelandese Del Gibson ha definito il film come il capolavoro assoluto di Metropolitana e – dopo aver visto l’ultima opera – ha deciso di scrivere un libro sul cinema del regista dal titolo SEARCHING FOR THE PERFECT BUTTERFLY – The shocking cinema of visionary underground filmmaker Guerrilla Metropolitana. La nota critica horror americana Meredith J. Brown ha scritto del film: “Guerrilla Metropolitana dimostra di essere un visionario vigoroso e impenitente, sia in termini di bellezza che di malvagità. Un film inquietante ben oltre le categorie note di perversioni nascoste. Metropolitana non si pente nel mostrarvi la sua vera arte e ciò che lo spinge a comportarsi in modo diverso”.  Un lavoro che non è per tutti, soprattutto non va visto come pellicola d’intrattenimento, ma come un esercizio di stile, un’opera insolita che estremizza l’ideale artistico oltre ogni limite.

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Untold empire di Flavio Deri

C’è una nota di sax che non dovresti mai ascoltare. La chiamano “avoid note”, la nota proibita, e quando vibra nei vicoli bagnati di Salem sembra che l’aria stessa si fermi, come se qualcosa di antico e invisibile fosse in ascolto. Leggere Untold Empire – Storie di Malavita nei Miti di Flavio Deri è un po’ così: scostare una porta socchiusa nell’America del Proibizionismo, infilarsi in un club clandestino pieno di fumo e scoprire che dietro le pistole, i dadi truccati e le bottiglie di whisky si muovono ombre più profonde, culti segreti e divinità fameliche che osservano da oltre il velo della realtà.

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La prefazione di Roberto Del Piano mette in chiaro il cuore del progetto: contaminare la narrativa weird italiana con il respiro cupo del noir hard‑boiled americano. Del Piano sottolinea la capacità di Deri di rendere la criminalità organizzata non solo protagonista, ma anche veicolo di un orrore cosmico, capace di trasformare i vicoli bui e i club jazz in luoghi dove si intrecciano superstizione, violenza e indicibile. La struttura dell’opera è quella di un’antologia coerente, cucita attorno alla voce di Oscar De Luca, cronista per la Underworld Gazette, il giornale clandestino della malavita. È lui a introdurci in questo “impero non raccontato”: una confessione in prima persona che ci accompagna tra memorie, testimonianze e rivelazioni, facendo da filo conduttore tra i vari racconti, che comprendono Il Corriere, Avoid Note, Sine Nomine, Il Pugile, Il Vecchio Fabbricante e L’Uomo con l’Ombrello, insieme a frammenti diari, rapporti e testimonianze che ampliano il mosaico dell’impero nascosto.

Il viaggio comincia con Il Corriere, storia struggente e glaciale. Timmy Mastrangelo, undici anni, orfano, vive tra la neve di Philadelphia e la miseria della Grande Depressione. Custodisce una nonna fragile e, troppo presto, eredita dal padre il lavoro di corriere per la Famiglia. All’inizio sembra un racconto di pura durezza realista: vicoli freddi, stufati scarsi, passi incerti sulla neve. Ma gli incubi di Timmy si popolano presto di Gl’Cierv, l’Uomo Cervo del folklore molisano, qui contaminato dal mito del Wendigo. La storia evolve in un crescendo di inquietudine e pietà, fino alla metamorfosi finale del bambino: vittima e carnefice, messaggero e mostro, in un epilogo che gela il cuore. Se Il Corriere ferisce per la sua tragedia umana, Avoid Note conquista per la sua ipnosi sensoriale. Salem, 1926: un giovane sassofonista afroamericano, emarginato ma legato visceralmente alla musica, viene ingaggiato dalla malavita per concerti segreti che si rivelano veri e propri riti. La sua musica diventa preghiera blasfema, un inno che risuona tra corpi in estasi, candele tremolanti e fumi che sembrano aprire varchi nell’oscurità. Quando il racconto si chiude, resta un’eco inquietante, come se quel sax continuasse a suonare per qualcun altro, altrove. Sine Nomine sposta il baricentro sull’orrore interiore. Protagonista è un sicario senza volto, metodico e spietato, il cui marchio è la scomparsa silenziosa dei corpi. Dopo un’esecuzione legata a un culto esoterico, la sua vita si sfilaccia: la nebbia lo avvolge, la città sembra dimenticarlo, e lui stesso comincia a dissolversi. È una discesa lenta e inesorabile verso l’oblio, un racconto profondamente lovecraftiano senza mostri espliciti, dove la vera paura è la perdita di sé.

E non finisce qui. Untold Empire è un mosaico di storie in cui ogni frammento aggiunge un tassello all’impero segreto che Flavio Deri ha immaginato. Un pugile fallito si ritrova a combattere avversari che hanno ormai oltrepassato l’umano, un Vecchio Fabbricante crea candele rituali con ingredienti indicibili, e l’Uomo con l’Ombrello si muove tra le strade come un emissario elegante e terribile di poteri che trascendono la malavita. Tra diari, frammenti e rapporti di polizia, il lettore ha la sensazione di spiare vite spezzate, intrappolate in patti di sangue con forze antiche.

Lo stile di Flavio Deri è potente proprio per il suo doppio registro: crudo, diretto e viscerale quando racconta la miseria e la violenza del mondo criminale; evocativo e ipnotico quando l’orrore cosmico si insinua tra le righe, trasformando le scene urbane in visioni degne di un incubo. Si sente la lezione di Lovecraft, ma filtrata da un realismo sporco e contemporaneo, radicato nel folklore italoamericano e nella concretezza del noir. Jazz, povertà urbana e culto dell’indicibile si fondono in un’esperienza narrativa intensa e originale.

Quando chiudi il libro, resta la sensazione di aver spiato qualcosa di proibito. Di aver ascoltato quella nota proibita che echeggia ancora da qualche vicolo lontano, mescolata a un sussurro che sembra avvertire di non raccontare mai quello che si è visto. Untold Empire – Storie di Malavita nei Miti non è solo un’antologia: è un viaggio nella parte più oscura del sogno americano, un ponte raro e riuscito tra il noir e l’orrore cosmico, e una prova di coraggio narrativo che conferma Flavio Deri come una delle voci più originali del weird italiano.

L’AUTORE: Flavio Deri è nato il 18/10/1988 a Pontedera (PI). È diventato membro del Culto Lovecraftiano nel 2003, quando ha acquistato il suo primo libro del Sognatore di Providence. Iscritto alla H.P. Lovecraft Historical Society e supporter dell’Horror Writers Association, ha sempre desiderato dedicarsi alla scrittura andando oltre la creazione di campagne di gioco di ruolo da tavolo o dal vivo. Durante la pandemia, ha partecipato a concorsi letterari per antologie, e nel 2022 ha pubblicato il suo primo libro intitolato Appunti di un Sussurro, sempre con ambientazione Lovecraftiana, oltre a rientrare in pubblicazioni come Terrorea – De Rerum Natura della Horti di Giano, nella collana Universo di Lovecraft della Esescifi, nell’antologia Chimerica della PAV Edizioni. Per la Colomò Edizioni compare nell’antologia Strani Aeoni nn. 2 e 3, Grimoria, l’Amaro in Bocca e ha curato la raccolta L’Orrido Verde. L’Ombra dietro la Miskatonic è il suo racconto lungo con la Delos Digital, si possono trovare altri suoi racconti su due numeri del progetto Racconti dal Profondo. Finalista in concorsi letterari come il TOHorror Festival, Terni Horror Festival e del Premio Esecranda. Fiero membro del Gruppo Telegram Lovecraft Italia. Appassionato del genere Horror, ha dedicato la sua libreria personale a Lovecraft, con oltre cento volumi tra racconti, saggi, biografie, graphic novel e romanzi ispirati ai Miti. Dal 2024 collabora con Club GHoST e Planet Ghost con recensioni di libri e fumetti.

  • Untold empire. Storie di malavita nei Miti
  • Autore: Flavio Deri
  • Editore: Saga Edizioni
  • Pagine: 165
  • ISBN: 979-1281986053
  • Costo: 15,00 €

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Bring Her Back di Danny e Michael Philippou

Bring Her Back – Torna da me (Australia, Usa 2025) – Regia: Danny Philippou, Michael Philippou. Soggetto e Sceneggiatura: Bill Hinzman, Danny Philippou. Fotografia: Aaron McLisky. Montaggio: Geoff Lamb. Musica: Cornel Wilczek. Scenografia: Vanessa Cerne. Costumi: Anna Cahill. Effetti: Michael Max Hughes, Tiam Riach. Trucco: Kevin Carter, Jac Charlton, Paul Katte, Nick Nicolau, Megan Tiltman, Larry Van Duynhoven, Mariel McClorey. Produzione: Samantha Jennings, Michael Philippou, Danny Philippou, Daniel Negret, Salman Al-Rashid, Kristina Ceyton. Interpreti: Sally Hawkins (Laura), Billy Baratt (Andy), Olga Miller (Macia), Brian Godfrey (Ivan), Brendam Bacon (Anton), Ben Jacobs, Sophie Wilde, Bree Peters. Titolo Originale: Bring Her Back. Genere: Horror. Durata: 104’. Paesi di Produzione: Australia, USA – 2025. Distribuzione: Eagle Pictures. Vietato minori anni 14.

Secondo film per i gemelli Philippou, nati ad Adelaide, in Australia, dopo il successo globale di Talk to Me (2023), cinefili fin da bambini, youtuber, creatori di corti horror dal taglio comico e collaboratori in Babadook di Jennifer Kent. Bring Her Back è un horror davvero inquietante che racconta le vicissitudini di un fratello e una sorella dopo la morte improvvisa del padre, affidati a una turpe megera, sconvolta dalla morte della figlia, in preda al delirio di riportarla in vita. Sally Hawkins è una perfetta Laura, donna demoniaca che – nascosta dietro una parvenza di dolcezza e rispettabilità – ha rapito un bambino e lo sta trasformando in un mostro cannibale per collaborare alla resurrezione in vita della figlia, nascosta nella ghiacciaia del giardino. Nel turpe progetto di Laura la ragazzina ipovedente avuta in affidamento dovrebbe morire annegata in piscina per riportare in vita la figlia morta in identico modo. Il fratello rappresenta un ostacolo del quale liberarsi, accusandolo di maltrattamenti da lei stessa creati. Non andiamo oltre con la trama, perché il film vive di grande suspense e gode di un ritmo invidiabile, anche se è consigliato solo per stomaci forti, vista la veridicità delle sequenze horror. Siamo di fronte a un vero e proprio cinema dell’orrore innovativo, la parte soprannaturale è modesta, legata ad alcune sequenze in cui il figlio crede di vedere il fantasma del padre e a dei riti satanici inquietanti. Tutto il resto rientra nella sfera dell’orrore possibile, racconta una mente distrutta dopo la morte di una figlia e un lugubre progetto, da portare a compimento, costi quel che costi. Fotografia cupa e inquietante (McLisky); scenografia minimale (Cerne) in una casa di campagna, teatro claustrofobico della vicenda, con pochi esterni; attori molto bravi, non solo la protagonista, anche i ragazzini se la cavano bene, guidati da due maestri del nuovo horror australiano. La maschera del bambino rapito è terribile, un volto sfigurato, la follia dipinta negli occhi, denti aguzzi, stomaco debordante e scatti d’ira incontrollabili, da vero demone. Il secondo tempo della pellicola vive un crescendo di orrore che cala lo spettatore in un mix di necrofilia e satanismo con sequenze inaspettate di violenza estrema. Horror plausibile, proprio per questo ancor più terrificante, capace di angosciare e sconvolgere fino in fondo lo spettatore.  La pioggia domina la scenografia del film, l’acqua è l’elemento da cui tutto è nato (la morte in piscina), nel quale tutto dovrebbe risorgere, in ogni caso dove tutto finisce. Il film è sceneggiato così bene da Danny Philippou (che collabora con Bill Hinzman), che chi guarda la pellicola non immagina cosa potrà accadere nella scena successiva. Il montaggio di Geoff Lamb è sincopato, non spreca neppure un istante dei 104’ di pellicola, tutti essenziali alla comprensione della storia. Gli effetti speciali horror sono fantastici, si pensi alla sequenza in cui il bambino rapito si infila un coltellaccio tra i denti e cerca addirittura di mangiarlo. I registi raggiungono lo scopo prefissato di rendere inquietante la visione, creano un ambiente malsano in cui lo spettatore precipita fino al termine della pellicola, senza via di scampo. Horror vero, persino eccessivo, da vedere solo se preparati e amanti del cinema del terrore più viscerale. In ogni caso un buon film, girato alla perfezione, sceneggiato con il gusto per la suspense e accompagnato da una colonna sonora disturbante (Wilczek).

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I perduti di Bosco Rosso di Arianna Cislacchi

[…] Mi è stato concesso di scegliere, di redimere o vendicare: ho scelto. E di quei bambini, adesso, son voce, perché la prole può risanare là dove l’adulto non è stato capace di andare. Il Grande Spirito, di fianco a me, osserva laggiù dove, per un istante, immagino i volti di mia madre e mio padre. Del nonno e di tutti i suoi abitanti […]

I perduti di Bosco Rosso è un romanzo breve di Arianna Cislacchi, edito da 256 Edizioni all’interno della Collana 5-Tematiche.È un’opera intensa e lirica, sospesa tra allegoria, denuncia e rito. Si tratta di un romanzo fantasy denso di immagini poetiche, che intreccia il punto di vista umano a quello della Natura vivente, dando voce alle creature dimenticate, agli spiriti dei boschi e alle vittime silenziose dell’arroganza antropocentrica.

Ambientato nel villaggio immaginario di Lys, ai piedi delle Alture Sempreverdi, il romanzo segue la giovane Sophie Lemar, nipote di un cacciatore spietato. La narrazione si snoda attraverso visioni, sogni, tragedie e risvegli spirituali, mentre la protagonista affronta l’orrore del massacro dei Cervo-Volpe, creature magiche e innocenti portatrici di rigenerazione. La caccia sfocia in un banchetto rituale cannibalesco che restituisce giovinezza agli umani, ma scatena la maledizione della Natura e il risveglio del Grande Spirito.Sophie sarà chiamata a decidere tra vendetta e giustizia, in un percorso di consapevolezza personale che la porterà a essere strumento di redenzione o annientamento.

Cislacchi adotta una prosa poetica e sensoriale, ricca di immagini forti e visioni oniriche. Il tono è lirico, quasi liturgico, spesso crudo e violento, ma attraversato da un’intensa compassione per le creature della Terra. Le voci narranti si alternano – Sophie, il Grande Spirito, i piccoli animali – e compongono un mosaico di punti di vista che si rincorrono e si intrecciano in un’armonia dissonante, volutamente disturbante.

I temi trattati sono molto interessanti, come:

Ecocidio e giustizia ambientale, la violenza umana verso la Natura e la conseguente reazione spirituale del mondo naturale.

I bambini e i Cervo-Volpe come figure sacrificali, pure e ignorate.

Il dolore come strumento di trasformazione e il sogno come archivio dell’inconscio collettivo e l’ambivalenza della vendetta oltre alla possibilità di scegliere la compassione.

L’unico appunto che trovo da segnalare è che in alcune parti – soprattutto nel capitolo “Il richiamo dei Cervo-Volpe” – non si capisce bene se quello che succede è reale o solo nella testa di Sophie. Per il resto è un’eccellente opera di narrativa tematica che merita di essere letta.

L’AUTRICE: Arianna Cislacchi (1991, Albenga) sin da bambina ha fatto della musica, dei libri e delle persone i pilastri del suo percorso. Laureata in Scienze dell’Educazione, lavora in vari contesti, dai centri diurni alle carceri, trovando poi casa in un nido d’infanzia. Esordisce con la novella ‘I perduti di Bosco Rosso’ edita 256 Edizioni – Dà voce a storie su diverse riviste letterarie indipendenti, in cartaceo e online. Suoi testi sono stati pubblicati con le case editrici Moscabianca Edizioni (Prisma volume 3 / I Dossier di Maxtor) e Homoscrivens (And the winner is…).

  • Titolo: I perduti di Bosco Rosso
  • Autore: Arianna Cislacchi
  • Editore: 256 Edizioni
  • Pagine: 72
  • ISBN: 979-1281548121
  • Costo: 12,00 € – Ebook 3,99 €

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