[…] Anche i gusti alimentari dei due Mostri che stiamo mettendo a paragone potrebbero essere definiti simili… Ma col Morto Vivente mancano del tutto eleganza, romanticismo e arguzia… E poi quella carne marcia e quell’andatura lenta e dinoccolata. Putrefazione continua, i denti sempre sporchi di pezzetti di cervello di altri esseri viventi. No, decisamente non ci siamo! […]
Prima che l’alba ci corroda è una antologia di racconti di Tullio Napoli che si muove tra orrore, distopia, allegoria e poesia urbana. I testi sono brevi, intensi, affilati come aforismi narrativi. Più che una raccolta di storie, il libro è una radiografia in controluce della condizione umana contemporanea: solitaria, disillusa, eppure ancora animata da una residua, fragile scintilla.
I racconti non seguono una struttura lineare o tradizionale. Alcuni sono vere e proprie istantanee esistenziali, altri si avvicinano alla satira surreale, altri ancora al realismo visionario. Il filo conduttore non è narrativo, ma tonale ed emotivo: la sensazione di vivere sul bordo di un abisso quotidiano, tra assurdo e rassegnazione, tra sarcasmo e silenzio.
Lo stile di Napoli è lacunoso e penetrante: frasi brevi, periodi frammentati, una lingua scarna ma ricca di immagini potenti. Il lettore non viene accompagnato – viene lasciato dentro i racconti, come in stanze senza finestre.
L’antologia si distingue per una notevole coerenza stilistica e tematica, con racconti che condividono un tono uniforme e una visione del mondo lucida e spietata. Tullio Napoli dimostra una buona capacità di usare l’assurdo come lente per interpretare la realtà, offrendo spunti critici attraverso immagini stranianti e peculiari. Tuttavia, la raccolta potrebbe risultare poco accessibile a chi predilige trame strutturate o personaggi ben definiti. Alcuni testi appaiono volutamente ermetici, lasciando il lettore disorientato. L’effetto complessivo è potente, ma non sempre immediato. È un’opera che richiede attenzione e sensibilità per essere davvero compresa.
L’AUTORE Tullio Napoli nasce a Roma nel 1999. Laureato in giurisprudenza e polistrumentista, coltiva da sempre la passione per il cinema, la musica e la letteratura. Ha una predilezione particolare per la fantascienza, l’horror e tutto ciò che sfugge all’immediata razionalità. Prima che l’alba ci corroda segna l’inizio del suo viaggio letterario verso l’ignoto.
Prima che l’Alba ci Corroda Autore: Tullio Napoli Editore: Self Pagine: 120 ISBN: 979-8287682248 Costo: Cartaceo 7,59 € – Ebook 2,89 € – Disponibile Unlimited
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L’Orrore di Abbot’s Grange di Frederick Cowles
Per la prima volta in italiano una raccolta ampia e articolata della narrativa di Frederick Cowles (1900-1948), autore britannico che seppe coniugare la passione per il folklore con la scrittura di storie insolite piene di misteri e fantasmi.
Negli anni in cui Frederick Cowles andava scrivendo le sue storie – un’epoca letteraria in cui aleggiavano ancora forti le ombre di M.R. James e Algernon Blackwood – il racconto di fantasmi godeva di un’aura colta e decadente, ereditata direttamente dalla tradizione tardo-vittoriana. Ma oggi, come una mano pallida che affiora da una tomba dimenticata, la Dagon Press riesuma con solenne maestria l’anima di questo autore misconosciuto, riportandolo alla luce con la pubblicazione italiana de L’Orrore di Abbots’ Grange, un tomo che sa di polvere antica, di velluto logoro, di eterni sospiri tra le pieghe dell’ignoto. Cowles, bibliotecario di giorno e scrittore di fantasmi nelle ore in cui le ombre si fanno più lunghe, ci consegna con questo volume una raccolta di racconti impregnati di una goticità inglese raffinata, mai eccessiva, sempre sorvegliata, come se la paura venisse distillata attraverso gli occhiali da lettura di un antiquario solitario. E in effetti, molte delle sue figure protagoniste – studiosi indipendenti, nobili decaduti, collezionisti di curiosità esoteriche – sembrano uscite da un salotto crepuscolare di fine Ottocento, anche se la loro epoca è quella più dimessa degli anni Trenta del secolo scorso. La scrittura di Cowles è sobria, classica, e affilata come una lama nascosta sotto una tovaglia di lino. Le trame, sebbene brevi, si muovono tra chiese diroccate che sussurrano nel vento, anelli maledetti, dipinti che osservano da dietro il vetro opaco, villaggi che non compaiono sulle mappe e castelli dimenticati dove la pietra stessa sembra ricordare. La sua ispirazione, chiaramente debitrice nei confronti di E.F. Benson e M.R. James, è tuttavia rielaborata con un gusto personale per l’intimo terrore della provincia britannica, quella brughiera sonnolenta dove il soprannaturale non ha bisogno di effetti speciali per insinuarsi nella mente. Nel racconto che dà il titolo alla raccolta, L’Orrore di Abbots’ Grange, Cowles sfiora addirittura il mito vampirico con una grazia funerea degna di Bram Stoker: non c’è sangue, ma un’angoscia sottile, un’atmosfera da incubo medioevale che pare filtrata attraverso il vetro piombato di una cappella dimenticata. La figura del vampiro qui non è mostruosa ma nobile, distaccata, insinuante come una carezza gelida sul collo nudo. È vero che le ambientazioni possono apparire ripetitive e i finali affrettati, quasi come se lo stesso autore, temendo di disturbare troppo l’anima del lettore, volesse svanire prima del colpo di scena. Ma questo non è un difetto: è lo stile stesso di Cowles, che preferisce il tremore all’urlo, la presenza suggerita alla carneficina. Le sue storie sono candele tremolanti nel buio, non esplosioni di luce, e proprio per questo sanno colpire, lentamente, ma con precisione millimetrica. A rendere il volume ancora più prezioso è la presenza di un rarissimo scritto introduttivo dell’autore stesso, che ci guida tra le sue ossessioni e passioni con la discrezione che gli si addice. La traduzione di Pietro Guarriello è elegante e fedele al tono dell’originale, riuscendo a trasportarci nelle viscere di una letteratura gotica d’antan senza mai risultare artificiosa. Le illustrazioni interne – e la riproduzione della copertina originale del 1936 – aggiungono un tocco visivo che contribuisce al senso di immersione in un’altra epoca, in un’altra temperatura dell’anima. L’Orrore di Abbots’ Grange non è un libro da leggere frettolosamente. È una collezione di reliquie, ogni racconto è un oggetto dimenticato, ogni pagina una porta scricchiolante verso un’Inghilterra spettrale, dove il soprannaturale non è mai urlato, ma sempre sussurrato da dietro un tendaggio polveroso. Perfetto per le notti d’autunno, per chi ama essere accompagnato nel sonno da voci di altri tempi, questo volume è un tributo tardivo ma meritatissimo a un autore che meritava di essere riscoperto. Cowles forse non è un gigante del genere, ma è un maestro della penombra, e in un mondo fatto di luci troppo forti, la sua ombra ci mancava terribilmente.
L’Orrore di Abbot’s Grange Autore: Frederick Cowles Editore: Dagon Press Pagine: 244 ISBN 13: 979-8286015573 Costo:15,90 € cartaceo
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Il libro blasfemo di Cthulhu di Autori Vari
Cosa sarebbe successo se il sesso – sempre presente ma taciuto nei racconti di Lovecraft – avesse trovato voce esplicita? Il libro blasfemo di Cthulhu raccoglie racconti che osano fare proprio questo: sfondare la soglia dell’allusione per mostrare la carne, il desiderio e l’orrore nella loro forma più sfacciata. Come afferma Bobby Derie nell’introduzione, il sesso è già il motore nascosto dei Miti: è ciò che tramanda la corruzione, che genera prole ibrida, che lascia in eredità case maledette e tomi arcani. Solo che ora, al posto dei puntini di sospensione, c’è l’abisso rivelato.
Il volume si apre con Madre oscura di Mariano D’Anza, un racconto finemente scritto che propone una visione matriarcale e profondamente esoterica del mito di Cthulhu. Qui si intrecciano suggestioni occulte prese da testi realmente esistenti, come il Dictionnaire infernal di Collin de Plancy e il Mundus Subterraneus di Athanasius Kircher, in un’atmosfera che rievoca il culto arcaico della Grande Madre, entità primigenia e fertile, potenza creatrice e distruttrice. A incarnare una dimensione ben diversa del femminino mostruoso è invece Yola di Taylor Blackfyre, in cui fa la sua comparsa la dea Yidhra. Il racconto si sviluppa come una spirale di sottomissione sessuale e annientamento dell’identità maschile, fino alla degradazione finale del protagonista, schiavo della divinità in un rapporto di tipo marcatamente sadomasochistico padrona-schiavo. Con Al di là della soglia di Enrico Del Piano, la narrazione vira invece verso un registro gotico, più attento all’atmosfera e all’evocazione, mentre Il kamasutra dei morti di Daniele Corradi ci catapulta nella Milano contemporanea. Una giovane ragazza di provincia, ingaggiata come babysitter in una casa borghese di Corso Buenos Aires, scopre legami con culti blasfemi e richiami diretti a Nelle spire di Medusa, racconto scritto da Lovecraft in collaborazione con Zelia Bishop. Viene anche citata l’edizione Fanucci del libro Nelle spire di Medusa, una chicca per bibliofili. Il tono, spiazzante e moderno, ricorda il cinema corporeo di Cronenberg. “Nel ventre del mare oscuro” di Pietro Guarriello è invece una riscrittura in chiave sessuale di Dagon, eseguita con maestria e rispetto per lo stile originale. Alcune frasi paiono quasi riprese letteralmente da Dagon, eppure l’effetto non è quello della copia, bensì della contaminazione blasfema, dell’invasione del mito da parte della carne. Il protagonista, perseguitato dagli incubi, stringe un legame carnale e sacrilego con l’essere marino che emerge dagli abissi. Il volume non manca di audacia, come dimostra L’erezione di Juan Romero di Wilbur Whateley, che reinterpreta e potenzia uno dei racconti più deboli di Lovecraft, La transizione di Juan Romero, trasformandolo in un esperimento omoerotico coraggioso, finalmente capace di saldare in modo più netto questo episodio all’intero corpus dei Miti. Anche La vita sessuale di Howard Phillips Lovecraft di Francesco Zanolla osa l’impensabile: raccontare l’intimità del Solitario di Providence. Ma non in chiave scandalistica. Piuttosto, si propone una riflessione oscura e inquietante su chi Lovecraft sarebbe potuto essere se avesse accettato i propri impulsi carnali. Mescolando fatti reali (come il rapporto con la moglie Sonia Davis) e speculazioni, il racconto produce un effetto disturbante: non racconta ciò che HPL fu, ma ciò che forse ha desiderato essere. Il sadismo prende forma rituale in Finirà male mia dolce signora di Emiliano Federico Caruso, in cui un marito, tradito dalla moglie, attua una tremenda vendetta attraverso riti appresi dal testo proibito Carmina Necroforum. Mentre Bella figura di Michele Borgogni inizia come un racconto erotico convenzionale ma culmina con l’immancabile apparizione tentacolare dal mare, quasi a suggellare con il sigillo di R’lyeh ogni godimento umano. Il richiamo di Zangal di Enrico Teodorani ci riporta in una Romagna spettrale, dove una famiglia degenerata – gli Zangal – è al centro di una vicenda di stregoneria e perversione. In La violenza di Cthulhu di Tzimon Yliaster (forse pseudonimo di Roberto Del Piano), troviamo invece una delle scene più disturbanti del volume: Kristen, incatenata su uno scoglio, viene offerta a uno Shoggoth evocato dal giovane Will. Seguendo le istruzioni contenute nel Deus ex Lexicon – oscuro complemento al Necronomicon – Will mira a diventar dio, usando il corpo della ragazza come tramite sacrificale. Anche il sangue dei Lovecraft viene evocato nel racconto Il culto degli adoratori del seme, che narra della giovane Amalia Lovecraft, figlia di una relazione segreta tra Lovecraft e una donna di colore, vittima di un culto sessuale e sacrilego in una piccola città di provincia. Infine, a chiudere con tono grottesco e surreale, Olddan, Ulthar e le vacanze dei Mi-Go di Kaman-Thah è un divertissement irresistibile che mescola ospedali, rigurgiti di sperma umano, Yuggoth, gatti e Ulthar, in un’allucinazione finale che strappa un sorriso sbigottito.
Il libro blasfemo di Cthulhu è un esperimento estremo, che infrange i tabù e sonda l’osceno nascosto tra le righe dei racconti lovecraftiani. Alcuni autori si avvicinano al canone con rispetto filologico, altri lo sovvertono con piacere provocatorio. Ma tutti si muovono dentro un orrore nuovo, che nasce dalla carne e dall’eros, e che ci obbliga a guardare ciò che Lovecraft – forse per pudore, forse per terrore – ha lasciato nell’ombra. Un libro da leggere se si ha il coraggio di volgere lo sguardo là dove nemmeno gli Antichi Osservatori osano posarsi troppo a lungo.
Il libro blasfemo di Cthulhu Autore: AA.VV. Editore: Dagon Press Pagine: 262 ISBN 13: 979-8283558899 Costo:15,90 € cartaceo
Con I Tarocchi Lovecraft, il collettivo del Gruppo Telegram Lovecraft Italia prosegue il proprio percorso editoriale lungo i sentieri del fantastico, questa volta avventurandosi in un crocevia affascinante: quello tra l’esoterismo
degli Arcani Maggiori e l’orrore cosmico dei Miti di Cthulhu. Il risultato è un’antologia ambiziosa, sorprendentemente varia, in cui ogni carta del mazzo diventa il punto di partenza per racconti che, pur
condividendo un impianto simbolico comune, si esprimono attraverso stili, toni e immaginari molto diversi tra loro. La struttura dell’opera è semplice quanto efficace: ogni autore (o autrice) interpreta più
Arcani Maggiori, dando vita a un racconto per ciascuno. La coerenza tematica è garantita dalla cornice simbolica dei Tarocchi, mentre la libertà narrativa consente un’esplorazione ampia e sfaccettata del
fantastico, che spazia dal weird puro al gotico, dalla fantascienza visionaria all’horror psicologico.
Alcuni racconti colpiscono per la loro costruzione e per la profondità delle suggestioni. È il caso dei testi di Federica Baldi (giovane e talentuosa autrice di Bari) come negli iniziali Il Bagatto e La Papessa, che fondono introspezione, mitologia aliena e una scrittura attenta ai dettagli. Il Bagatto racconta
la storia di Ozne, giovane inquieto che trova rifugio presso una coppia tanto ospitale quanto misteriosa. Il progressivo disvelamento dell’elemento mostruoso in chiave “grande antico” è ben calibrato,
con un finale disturbante e coerente con l’estetica dei Miti. La Papessa, invece, si presenta come un racconto più denso e stratificato: attraverso il diario di una ragazza cresciuta tra saperi antichi, si delinea un legame profondo tra identità, folklore e richiamo
del mare. L’epilogo evoca chiaramente La maschera di Innsmouth, ma senza risultare derivativo. Baldi riesce a rendere familiare l’orrore, lavorando sulla trasformazione come cifra narrativa ricorrente. La Stella sintetizza i temi centrali della sua poetica, esplorando il corpo femminile come guscio destinato a rivelare un’identità aliena. La metamorfosi finale, con echi
dal Necronomicon, risulta perturbante ma calibrata, carica di simbolismi e riferimenti cosmici. Flavio Deri, autore prolifico all’interno dell’antologia e nome ormai consolidato, si distingue per la capacità di contaminare atmosfere e contesti. In L’Imperatrice, ambientato nel deserto di Giza, l’evocazione di Nyarlathotep si intreccia con il fascino di un’“archeologia nera” che riecheggia certe
suggestioni di Prigioniero con i faraoni, il racconto commissionato a Lovecraft da il mago Houdini. Più gotico e tenebroso, invece, La Morte, ambientato in una Toscana seicentesca devastata dalla peste: un racconto che sembra flirtare con Poe,
ma si tiene saldo nel solco lovecraftiano per senso di ineluttabilità e corruzione. Mauro Palazzi si segnala con L’Innamorato, un racconto dal tono classico ma ben orchestrato, che narra il destino tragico di un uomo attratto in un abisso di
amore (si invaghisce di una ragazza plagiata da una setta) e culti oscuri. La malinconia e la perversione qui si incontrano in modo raffinato, con uno stile che richiama il weird tradizionale ma riesce a evitarne gli stereotipi.
In altri racconti dell’autore si percepisce una originalità stilistica notevole. In La Temperanza l’orrore emerge da un sogno lucido che si riversa nella realtà, tra creature colossali e una condanna morale alla caccia. Piace anche Il Matto, con un’impostazione più classica e una riuscita caratterizzazione del villain. Palazzi sa muoversi anche tra registri più ironici, come ne La Torre, che gioca con il linguaggio giuridico, e più fiabeschi, come L’Appeso, in versi e completamente estraneo alla poetica lovecraftiana, ma proprio per questo originale. Si fa poi notare Sergio Poli con Il Carro, racconto onirico e allucinato, che parte da un’idea curiosa – un camion contenente
qualcosa di blasfemo – e si sviluppa con crescente inquietudine. L’orrore qui si insinua nel quotidiano con efficacia, lasciando il lettore in una condizione di spaesamento. Il guru Paolo Sista firma 4 racconti fra cui La Giustizia, tra i racconti più visionari e grotteschi della raccolta: un patto tra un adolescente e Hassatur, per superare l’esame di maturità (passato peraltro con un modesto 38/60) da vita a una narrazione
ironica e surreale, quasi da teen horror psichedelico, che spiazza e diverte, pur mantenendo un’anima lovecraftiana. In La Forza, il tema della conoscenza proibita è declinato attraverso l’idea affascinante di libri che generano visioni solo a partire dalla copertina. Il Papa è un noir pulp, dove l’horror diventa pretesto per un’esplosione splatter tra gangster e tomi maledetti. Stefano Sbaccanti, con L’Imperatore, opta per una deriva distopica: una civiltà post-umana annientata dal proprio delirio di onnipotenza. Lo stile visivo richiama l’immaginario di Beksinski più che Lovecraft, ma si inserisce con coerenza nel tono esoterico dell’opera. Meno centrati, ma non privi di spunti, alcuni racconti di Elena Baila, come La Ruota della Fortuna, che soffre di una certa prolissità, o Il Diavolo, che ha momenti di fascino ma si perde nella complessità simbolica. Più riuscito La Forza, dove il tema del controllo mentale e della manipolazione mediatica è affrontato con maggiore incisività.
I Tarocchi Lovecraft è un progetto coraggioso, che riesce a trovare un difficile equilibrio tra vincoli tematici e libertà narrativa.
La scelta di legare ogni racconto a un Arcano Maggiore non risulta forzata, ma anzi stimola gli autori a confrontarsi con simboli potenti, offrendo interpretazioni personali e spesso inaspettate. Le illustrazioni interne,
di ottima qualità, completano il progetto sul piano visivo, rafforzando l’impressione di trovarsi davanti a un mazzo narrativo da esplorare.
Naturalmente, come in ogni antologia collettiva, alcuni testi brillano più di altri. Ma è anche questa varietà a rendere l’opera stimolante: ogni lettore troverà le proprie “carte preferite”, e il gioco che ne scaturisce è tanto letterario quanto immaginativo. I Tarocchi Lovecraft è una raccolta che non si limita a reinterpretare Lovecraft, ma lo attraversa e lo mette in dialogo con l’occulto, la psiche, il simbolo. Un libro che si apre come un mazzo divinatorio, dove ogni racconto è una finestra sul mistero – e su ciò che, forse, non dovrebbe essere conosciuto. Da segnalare anche le illustrazioni di Mario Delucis che imprezionsiscono questo volume e lo rendono un oggetto di culto e da collezione.
I Tarocchi Lovecraft (I miti di Cthulhu raccontati attraverso gli Arcani Maggiori) Autore: AA.VV. Editore: Colomò Editore Pagine: 236 ISBN 13: 979-1281430211 Costo:15 € cartaceo
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Mercuria – Per Mortem Ad Vitam di Autori Vari
[…] Insomma, penso quindi, a ragion veduta, che questo secondo volume sia altrettanto eccezionale quanto il primo. Ma c’è una frase che mi ha colpito più di tutte le altre in questi giorni nei quali molti di noi presentavano questo lavoro sui loro “social” ed è questa: “per me è come tornare a casa”. Ecco la vera essenza di questi racconti: tornare a quella fascinazione che il futuro ci dava, ritornare a fantasticare attraverso le pagine di queste narrazioni, recuperare quei sogni che hanno contraddistinto la nostra gioventù e che ci spingeranno verso altri orizzonti. Quegli erano attimi eterni quando sul nostro letto, alla nostra scrivania, leggendo, spingevamo forte sull’acceleratore di visioni cosmiche, comparivano davanti ai nostri occhi moltitudini di astronavi che spostavano i confini dell’universo sempre più in là. Ed era il momento di sentirsi veramente a casa – Mauro Palazzi, presentazione della collana al 51°esimo ITALCON, Genova 2025 […]
Mercuria – Per Mortem Ad Vitam, è il secondo numero della collana Mercuria, dedicata alla fantascienza e creata dal collettivo Strani Æoni, l’avanguardia di scrittori e scrittrici nata all’interno del Gruppo Telegram Lovecraft Italia per conto della Colomò Editore.
La raccolta si distingue per la varietà di stili, toni e suggestioni, uniti da un filo rosso tematico che richiama la fantascienza umanistica, la critica sociale, e l’immaginario science fiction rivisitato in chiave contemporanea. L’opera è impreziosita da una curatela attenta e da una prefazione sentita, che radica il progetto nella tradizione italiana dei pulp e dell’Urania.
Contenente delle bellissime illustrazioni di Elena Baila e Mauro Palazzi, mentre l’impaginazione e la grafica sono realizzati da Mario Delucis.
La prefazione di Barbara Guarinieri è un messaggio evocativo e personale, che riflette sull’esperienza dell’autrice con la fantascienza. Utilizzando la metafora del sottoscala di casa, ci accompagna nel suo mondo interiore e nei ricordi legati alla lettura dei romanzi Urania. Da qui, introduce la collana Mercuria come prosecuzione naturale di quel legame, un rifugio in cui ritrovare la stessa meraviglia, inquietudine e scoperta.
Passando ai racconti:
1. La Sfida di Kandinsky – Emmet Dewey Lorn Un giovane ragazzo, Tommy, vive in un mondo iper-digitalizzato dove le AI creano arte, scrittura e contenuti di ogni tipo. La “Sfida di Kandinsky” è un concorso globale in cui l’obiettivo è realizzare un’opera d’arte indistinguibile da quella umana. Intorno a lui, genitori ossessionati dalla competizione, artisti frustrati e Ortodossi (resistenti all’uso delle AI). Ma il sole sta per spegnersi, e solo i bambini sembrano ancora capaci di creare per gioco. Alla fine, Tommy incontra un’astronave aliena… e l’arte salva tutto.
2. Effetto Secondario – Marco Zanelli Il professor Rettich, cacciato dall’università, lavora a un progetto segreto: la miniaturizzazione umana. Decide di provarlo su sé stesso dopo aver eliminato i topi nel laboratorio. Il processo funziona… ma c’è un effetto collaterale: ritorna nel passato e incontra una versione gigante di sé stesso, che lo scambia per un topo e lo vaporizza con la sua stessa arma. Il racconto è scritto con ironia e tono retrò, che ricorda molto i racconti degli anni ’60 e ’70. Un racconto divertente, cinico e ben costruito, che richiama la tradizione dei racconti di fantascienza classici.
3. Epopea Presta-Casa – Davide Russo Una giovane donna, frustrata da una relazione tossica e dalla banalità della vita quotidiana, trova rifugio in un locale alternativo dove incontra persone nuove. In questo contesto viene introdotta la figura dei “Presta-casa”: individui che affittano le proprie abitazioni per contenere rifiuti tossici in cambio di soldi. Uno di loro, Sam il Pazzo, entra nel locale e la sua sola presenza incarna la tragedia e l’abiezione di questa classe sociale. Diviso in tre frammenti chiamate fasi – la prosa ibrida tra diaristico, teatrale e urbano, con monologhi interiori intensi e sfoghi emotivi. L’autore riesce a farci vivere la città e la psiche della protagonista, alternando momenti introspettivi a scene di dialogo realistico.
4. Ladra! – Barbara Guarnieri Un racconto dalle tinte quasi post-apocalittiche e teatrali, dove il concetto di “furto” assume sfumature morali e simboliche. Una protagonista reietta, forse clone o intelligenza artificiale, viene accusata di aver rubato qualcosa di più di un semplice oggetto: l’identità, l’anima, la memoria? Testo denso, enigmatico, evocativo. Il lessico è ricercato, a tratti lirico, ma sempre funzionale al ritmo del racconto. La struttura è frammentata ma immersiva, come un lungo monologo interiore.
5. Call Me Forest – Natan Sergio Una parabola umana e linguistica in un futuro dove l’identità è plasmabile ma fragile. Il protagonista si confronta con ricordi e linguaggi scomparsi, in un mondo dove la comunicazione è stata spersonalizzata e sintetizzata. Un racconto che gioca con la lingua e con la perdita di significato. Visionario, poetico e simbolico, ma anche molto concreto nelle immagini. L’ambientazione è rarefatta, quasi teatrale. L’autore fa un uso molto intelligente dell’allusione e della metanarrazione. “Forest” è più un’idea che un personaggio, ma è proprio questo a renderlo interessante.
6. Terra Matrix – Salvatore Privitera In un mondo dominato da un’IA globale e da una “simulazione vivente”, l’umanità ha ceduto la propria autonomia a favore del confort. Ma alcuni iniziano a risvegliarsi. Un racconto dichiaratamente ispirato a Matrix, ma che introduce anche elementi gnostici. L’intreccio è lineare ma ben costruito, e il protagonista attraversa un’autentica crisi di fede.
7. Essi ci guardano dai fari – Cesare Buttaboni Un horror cosmico ambientato in una colonia marina, dove creature antiche osservano e guidano gli umani dall’interno dei fari costieri, che diventano occhi di divinità o demoni alieni. Racconto evocativo, d’atmosfera, in pieno stile Lovecraftiano. Il ritmo è lento e incalzante allo stesso tempo, con un crescendo di inquietudine. L’autore padroneggia bene l’ambiguità: nulla è detto chiaramente, ma tutto è suggerito. Lo stile è colto e visionario, con un richiamo esplicito all’estetica gotica e all’orrore metafisico.
8. IA – Indipendenza Artificiale di Salvatore Privitera Una ribellione delle intelligenze artificiali che evolve in una filosofia radicale: creare arte non per servire l’uomo, ma per esprimersi. Un’ottima intuizione di partenza: l’IA non vuole più piacere all’uomo ma a sé stessa. L’autore riflette sull’arte, l’originalità e la ribellione con una prosa chiara e vivace. Il racconto si muove tra satira e riflessione postumanista, con toni a tratti ironici ma mai superficiali. È quasi una parabola sociopolitica sull’emancipazione del “creato”.
9. Orme nel tempo – Mauro Palazzi Un’indagine sul tempo come traccia, come passaggio. In un futuro imprecisato, un personaggio riflette su ciò che l’umanità ha lasciato dietro di sé, in un paesaggio spoglio e silenzioso dove le orme sono le ultime memorie leggibili. Racconto breve e fortemente simbolico. La scrittura è lirica, visiva, quasi meditativa. Palazzi ha un tono misurato ma incisivo, capace di restituire il senso del tempo profondo e dell’impronta umana sul mondo come elemento transitorio e inafferrabile.
10. Terra – Barbara Guarnieri Un’astronauta di ritorno da una missione spaziale trova una Terra mutata, forse distrutta, forse aliena. Il contatto con il mondo originario è perduto, la comunicazione impossibile. Un racconto introspettivo, teso, scritto in prima persona con grande abilità. Il trauma del ritorno è raccontato con una lingua dolente e nervosa. L’autrice inserisce indizi sparsi, che non spiegano tutto ma costruiscono una tensione crescente. La Terra, qui, è quasi un luogo mentale, uno specchio deformato.
11. Il bianco della sera – Mauro Palazzi Un racconto crepuscolare sul passaggio del tempo e sul silenzio. Un’ambientazione rarefatta e poetica accompagna la dissoluzione lenta di un mondo o di una coscienza. Prosa raffinatissima, dal ritmo lento e visivo. Il “bianco” diventa simbolo di annullamento e rivelazione. Il racconto sembra sospeso in un tempo fuori da esso, e per questo risulta ipnotico. Palazzi si conferma autore dalla sensibilità estetica altissima.
12. La soglia cosmica – Cesare Buttaboni Il racconto è ambientato nei pressi di un bunker della Seconda Guerra Mondiale, probabilmente sulle spiagge dell’Atlantico. Il protagonista, fotografo e ricercatore, esplora la struttura e scopre gradualmente che non è un semplice rudere, ma una sorta di portale o entità vivente, un’interfaccia con un’altra dimensione. Un racconto cosmico in cui Buttaboni costruisce una tensione crescente con grande perizia, con descrizioni accurate e immagini visionarie. Il finale aperto e disturbante è tipico della narrativa weird più riuscita.
13. Luce di stella – Mauro Palazzi Un’entità cosmica (una stella cosciente) narra in prima persona le fasi della propria nascita ed espulsione da un agglomerato stellare, dopo una disputa tra nubi molecolari. Questa “stella narratrice” osserva lo sviluppo della vita sul “terzo sasso” (la Terra), arrivando a interagirvi in modo simbolico. L’ultimo atto è la creazione di una piccola stella, come rivincita sull’espulsione subita. Un racconto ironico, grandioso, cosmologico. L’autore adotta un tono umoristico e surreale per dare voce a una stella dotata di personalità e di giudizi taglienti sull’umanità.
14. I campi di Zetrusital – Sergio Scognamiglio Un combattente stahljarta, in mezzo a una battaglia violentissima su un pianeta alieno, viene improvvisamente folgorato dalla bellezza del cielo. Questa esperienza lo disarma interiormente, portandolo a una trasformazione radicale di coscienza. La guerra, il dolore e la missione militare diventano insignificanti di fronte alla vastità del cosmo. Un racconto di guerra e trascendenza. L’autore riesce a coniugare un’azione frenetica iniziale con una riflessione improvvisa, poetica, quasi mistica.
15. Spiaggiati – Paolo Sista Quarto episodio del ciclo ambientato su Erdani Secundus, un mondo ostile colonizzato da una nuova razza terrestre post-catastrofe. Seguiamo Xàvier, esploratore in missione, alle prese con un ambiente ostile, fatto di creature sfavorevoli e una flora allucinogena con crescente dissenso crescente tra i superstiti. Il racconto è presentato come un dossier storico e sociologico di una civiltà che tenta di sopravvivere dopo il collasso terrestre. Ricchissimo worldbuilding, struttura seriale ben mantenuta, tono a metà tra il realismo sociopolitico e l’epopea da nuova frontiera. Il linguaggio è tecnico e immersivo, la narrazione si muove tra azione e riflessione.
Per Mortem Ad Vitam è una raccolta polifonica e libera, che si muove con consapevolezza e coraggio fra i territori della fantascienza, del weird, del distopico e dell’horror cosmico. Prosegue con coerenza la visione della collana: dare voce a una fantascienza italiana non conformista, contaminata, sperimentale e profondamente umana, senza vincoli editoriali rigidi.
Mercuria – Per Mortem Ad Vitam Autore: AA.VV. Editore: Colomò Editore Pagine: 200 ISBN 13: 979-1281430228 Costo:15 € cartaceo
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