Dellamorte Dellamore di Michele Soavi

Dellamorte Dellamore (Italia, Francia 1994) – Regia: Michele Soavi. Soggetto: dal romanzo di Tiziano Sclavi. Sceneggiatura: Gianni Romoli, Michele Soavi. Fotografia: Mauro Marchetti. Montaggio: Franco Fraticelli. Scenografie: Massimo Antonello Geleng. Costumi: Maurizio Millenotti, Alfonsina Lettieri. Trucco: Gino Zamprioli, Enrico Jacoponi. Effetti Speciali: Sergio Stivaletti. Musiche: Manuel De Sica. Produttori: Tilde Corsi, Gianni Romoli, Michele Soavi, Conchita Airoldi, Dino Di Dionisio, Michele Ray Gavras. Produttori Esecutivi: Conchita Airoldi, Dino Di Dionisio. Casa di Produzione: Audifilm, Urania Film, K.G. Productions, Canal+, Silvio Berlusconi Communications, F Bibo Productions, Eurimages. Paese di Produzine: Italia, Francia 1994. Durata: 105’. Genere: Grottesco, Fantastico, Commedia, Orrore, Drammatico. Interpreti: Rupert Everett (Francesco Dellamorte), François Hadji-Lazaro (Gnaghi), Anna Falchi (vedova/segretaria di Civardi/Laura), Anton Alexander (Franco), Mickey Knox (commissario Straniero), Fabiana Formica (Valentina Scanarotti), Claudia Lawrence (Pia Chiaromondo), Stefano Masciarelli (sindaco Scanarotti), Clive Riche (dottor Vercesi), Katja Anton (fidanzata di Claudio), Pietro Genuardi (nuovo sindaco Civardi), Barbara Cupisti (Magda), Vito Passeri (Ghigini), Maddalena Ischiale (Infermiera di Franco).

Un cimitero, due becchini, morti viventi, teste senza corpo. Più che horror troviamo magia e grottesco in questa coproduzione italo-francese dove il mestiere di Soavi e la sua capacità di scrittura filmica e di regia si notano forse meglio che in altre opere. Perché Dellamorte Dellamore è soprattutto un lavoro originale nel quale il  regista si libera una volta per tutte dall’etichetta di emulo geniale di Dario Argento e dimostra di essere ottimo creatore di film fantastici. La trama è tratta dall’omonimo romanzo di Tiziano Sclavi edito da Camunia che vede protagonista Francesco Dellamorte di professione becchino. Ma si tratta di un becchino molto particolare. Rupert Everett è l’interprete ideale per conquistare il pubblico perché si gioca volutamente sulla somiglianza fisica con Dylan Dog, l’eroe dei fumetti creato da Scalvi e disegnato a somiglianza dell’attore. La storia di Dellamorte però non ha niente a che vedere con Dylan Dog e il fumetto è servito soltanto a pubblicizzare il film con abili locandine studiate ad arte.

Morandini racconta così la trama nel suo Dizionario del Cinema.

“L’azione si svolge nel mondo fantastico del cimitero di Buffalora dove il becchino Francesco Dellamorte (Rupert Everett) e il suo aiutante Gnaghi (Francois Hadji-Lazaro) hanno il compito di uccidere i morti che si levano dalle tombe, aggressivi e affamati di carne umana. La situazione si complica con l’entrata in scena di tre donne malefiche (tutte interpretate da Anna Falchi). In altalena tra cinismo beffardo e malinconia romantica, con tensioni metaforiche e ripetute citazioni (WellesMagritteBocklin), il film ha almeno due momenti da citare (il centauro che ritorna e il finale nel tunnel), attori scelti con intelligenza, immaginose scenografie di Antonello Geleng, sapienti effetti speciali di Sergio Stivaletti”.

A Tiziano Sclavi, creatore del personaggio di Francesco Dellamorte e dell’eroe dei fumetti Dylan Dog, il film piacque moltissimo. In un intervista al Mattino di Napoli del 4 agosto 1999 ebbe modo di dire: “Secondo me quel film è un piccolo gioiello di umorismo nero e grottesco. Posso dirlo tranquillamente, dato che io ho solo venduto i diritti e non ho fatto altro. La sceneggiatura era dello stesso Michele Soavi e di Giovanni Romoli. Quando l’ho letta ho telefonato a Michele con grande entusiasmo: era molto meglio del mio libro! In un altro caso, quello di Nero. (con il punto, notare), film diretto da Giancarlo Soldi, ho scritto io la sceneggiatura (che poi ho trasformato in romanzo), e quindi non posso esprimere giudizi”.

Certo che lo spettatore che si reca al cinema convinto di vedere una pellicola horror e niente più resta deluso. E’ vero che il film contiene anche terrore e angoscia, però sempre mescolate a una buona dose di umorismo nero. Dellamorte Dellamore non ha niente a che vedere con lo splatter e con il gore che molti vanno cercando in pellicole del genere. Qualcuno lo ha addirittura chiamato un horror filosofico, definizione che non mi sento di condividere perché un po’ altisonante. Il film è in fin dei conti giocoso, anche se sta sempre in bilico tra il grottesco e l’opera morale.

Soavi è regista di scuola Argento ma rispetto al maestro è più pop ed ha un minor gusto per le scene raccapriccianti, come dice Irene Bignardi in una recensione al film comparsa su La Repubblica del 24 marzo 1994. Soavi imposta un film che sta a metà tra le atmosfere del fumetto e quelle del fantasy. Ci troviamo in un mondo fatto di scenari tipici de La famiglia Addams e la storia è un vero e proprio romanzo gotico. Il regista caratterizza in maniera decisa i personaggi del film. Basta vedere Gnaghi, magistralmente interpretato dall’attore francese Francois Hadji-Lazaro, per capire la valenza caricaturale e simbolica di tutti i personaggi della storia. Gnaghi è un adulto-bambino, deforme, grasso, con un’espressione ebete, di età indefinibile e sa dire soltanto “gna”, una specie di verso infantile. E’ il complemento di Francesco Dellamorte: la sua metà piccola e grassa, che si esprime come un selvaggio, apparentemente stupido, ma in realtà intelligente e capace di provare sentimenti d’amore. Francesco Dellamorte invece pare un freddo e cinico calcolatore, un esecutore di un mandato avuto in sorte dal destino. La loro complementarità è confermata nella scena finale, dove i due si scambiano i ruoli. Gnaghi comincia a parlare. “Riportami a casa” dice di fronte al baratro.  Dellamorte annuisce emettendo il verso infantile dell’amico. I due personaggi sono così lontani che “si toccano”, così come i temi principali del film: la morte e la vita, due dimensioni opposte, ma complementari (“…la morte che vive, la vita che muore… e non hanno mai fine, non hanno mai inizio…”).

Qualche annotazione in più la merita la figura dello zombi così come è tratteggiata dalla pellicola. Soavi rinnega del tutto la tradizione culturale haitiana e anche ciò che hanno fatto i registi precedenti sul grande schermo. I morti viventi si chiamano “ritornanti” e quando escono dalle tombe mantengono cognizione della loro vita mortale. Si veda per tutti l’episodio del sindaco-ritornante che intima a Dellamorte: “Tu non puoi spararmi. Io sono il tuo padrone”. E lui che lo fredda con un colpo di pistola in fronte rispondendo con un cinico: “Adesso non più”.

Lo zombi che tramandano le leggende caraibiche non ha mai affascinato i registi cinematografici. Il morto vivente haitiano, che la maggior parte della popolazione descrive come figura reale, è soltanto un povero disgraziato richiamato in vita dall’evocazione di uno stregone. Di solito la sua anima è stata rubata prima della morte e chi esegue il rito per richiamare il corpo dalla tomba diventa padrone dello zombi,schiavo inconsapevole e incapace di pensare o ricordare il passato. Lo zombi non è un essere cattivo e neppure pericoloso, non mangia carne umana e non rincorre persone inermi durante notti di tempesta. E’ soltanto uno schiavo che non sa articolare una parola e si esprime a grugniti monosillabici. Oltre a questo si dice che non possa mangiare sale, pena la condanna alla dannazione eterna per la sua anima. Lo zombi che ingerisce del sale comprende la sua situazione di morto vivente e impazzisce. Cerca di rientrare nella tomba ma non può farlo perché la sua carne si decompone a contatto con la terra.

Nel cinema la figura dello zombi è stata oggetto di numerose varianti. Impossibile non citare i due film fondamentali di Gorge A. Romero. Nell’inimitabile La notte dei morti viventi del 1968 gli zombi si rivoltano contro i vivi in un paese della Pennsylvania, mentre in Zombi del 1979 assediano in un supermercato di New York cittadini inermi. Questi film hanno scatenato una ridda di scopiazzatori da quattro soldi e restano in ogni caso pietre miliari del cinema horror. Ne La notte dei morti viventi gli zombi diventano tali a causa delle radiazioni cosmiche. In quegli anni si cominciavano a fare i primi viaggi spaziali e il timore di quello che poteva accadere faceva fare simili congetture. Basti pensare ai fumetti americani della Marvel e soprattutto ai Fantastici Quattro divenuti dei mutanti a causa delle radiazioni assorbite durante un viaggio spaziale. Anche il finale della pellicola di Romero è atipico: il protagonista positivo del film muore freddato da uno sceriffo che lo scambia per un morto vivente.

Zombi 2 (1979) e Zombi 3 (1988) di Lucio Fulci tirano in ballo improbabili virus capaci di produrre un contagio inarrestabile. Il primo è ambientato in una non meglio precisata isola delle Antille, il secondo (che non è certo un capolavoro) parte dalle Filippine con il furto di un virus per la guerra batteriologica che contagerà un’intera regione.

Zombi Holocaust (1980) di Frank Martin (alias Marino Girolami) presenta un’interpretazione originale dei morti viventi, creati in laboratorio da uno scienziato pazzo che ha la sua base in un’isola dell’arcipelago delle Molucche. La similitudine con Frankestein è evidente.

Ci fermiamo qui, ma potremmo citare altri zombi cinematografici.

Quello che ci interessa dire è che lo zombi di Soavi è originale.

Il regista non tenta di dare una spiegazione logica al ritorno in vita dei morti di Buffalora. Tutto è irrazionale e grottesco. Non si parla di stregoni che resuscitano i morti e neppure di esseri contagiati da virus o prodotti da scienziati pazzi. Lo zombi di Soavi è un personaggio da fumetto, un “ritornante” del tutto consapevole di quel che ha fatto da vivo e che continua a recitare il suo ruolo in attesa di una pallottola in fronte pienamente liberatoria.

La storia del film può sembrare fuori dallo spazio e dal tempo e anche del tutto priva di logica. A Buffalora i morti tornano in vita entro sette giorni dal decesso e i vivi si comportano come degli zombi, come se le leggi della natura si fossero capovolte trasformando il mondo in un universo surreale. I personaggi si muovono come marionette in uno scenario fumettistico che assomiglia molto alla nostra realtà. E’ proprio questo il messaggio che Soavi vuol far arrivare allo spettatore. Il film è una denuncia della attuale condizione italiana. I personaggi fanno confusione a distinguere chi è vivo e chi è morto, vivono e non sanno di farlo, sono inconsapevoli della loro situazione. C’è un sindaco maneggione (Stefano Masciarelli) che utilizza persino la morte della figlia per la propaganda elettorale, c’è un impiegato del comune che si perde tra le scartoffie polverose e i moduli da compilare, ci sono ragazzi senza interessi che passano il tempo davanti al bar del paese. Niente cambia mai nel mondo di Buffalora: i morti tornano in vita e il custode del cimitero viene chiamato ragioniere. Tutto è burocrazia, anche la morte è soltanto una pratica da archiviare e il terribile compito di Francesco Dellamorte è una cosa che tutti vedono come normale, un fastidio in più che si aggiunge a quello della sepoltura. Il finale della pellicola rappresenta l’ultima stupenda metafora. Persino fuggire è impossibile da Buffalora, perché alla fine del lungo tunnel i nostri eroi incontrano una simbolica voragine.

Soavi cerca di nobilitare il cinema di genere toccando temi e contenuti insoliti per questo tipo di pellicola. Lo fa con intelligenza e profondità, ricorrendo all’horror grottesco, al fumetto surreale, ma tra le righe riesce a  dire tante cose. Basta saperle leggere.

Tra le cose migliori di Dellamorte Dellamore dobbiamo citare la notevole confezione di un paesaggio notturno e cimiteriale, i costumi di Millenotti e gli effetti speciali creati da Stivaletti.

Il maggior limite dell’opera lo troviamo nelle cose che la rendono troppo simile a un fumetto. La storia, scritta da Gianni Romoli sulla base del romanzo di Sclavi, è frammentaria e ripetitiva. Anche i personaggi, proprio come nei fumetti, sono privi di spessore e riesce difficile sentirli vivi e reali.

Per esempio non ci si affeziona a nessuna delle tre donne malefiche interpretate da Anna Falchi perché si sa troppo poco di loro. Restano tre belle presenze capaci di far uscire di senno Dellamorte che si innamora sempre e finisce per commettere ogni volta un errore imperdonabile. Tutto qui. Lo stesso Dellamorte con quel freddo cinismo da carnefice dei “ritornanti” ci rimane troppo distante e non soffriamo con lui per il progressivo deteriorarsi della sua mente che lo porta a uccidere senza motivo. Piuttosto si ride. Anche quando il sangue sgorga a fiumi. Persino nelle scene che vorrebbero essere più crude. Il grottesco e il fumetto hanno sempre la meglio e non permettono al dramma di prendere il sopravvento. Soavi si è spesso giustificato con la critica dicendo che così facendo ha raggiunto il suo scopo. Dellamorte Dellamore non voleva spaventare ma far sorridere e far pensare. E’ vero che ci è riuscito. Però è anche vero che in definitiva il film non ha contentato nessuno. Né il pubblico più giovane che cercava un horror con tanto splatter e terrore. Né un pubblico dal palato fine che non si è contentato delle metafore appena accennate e delle atmosfere grottesche. Le numerose critiche piovute sull’opera, che ha avuto comunque un buon successo, hanno fatto sì che venisse congelato il progetto di Soavi su di un film ispirato alla figura di Dylan Dog. In ogni caso non dobbiamo commettere l’errore di gettare via il bambino con l’acqua sporca. Il film resta una prova pregevole di Soavi e soprattutto un tentativo riuscito di andare oltre la tradizione horror italiana.

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Dylan Dog e Batman – L’ombra del pipistrello di Recchioni, Dell’Edera e Cavenago

Questo graphic novel a colori è stato proposto prima in tre albi da Sergio Bonelli Editore e poi successivamente raccolto in questo volume cartonato di grande formato.
Lo sceneggiatore Roberto Recchioni è in grandissima forma e non sono da meno Werther Dell’Edera e Gigi Cavenago che disegnano.
La storia è un crossover allucinato e allucinatorio tra Batman e Dylan Dog.
Inizia dall’ennesimo ritorno di Joker, come criminale, che apprende dell’esistenza di Xabaras e vuole “avere lui come dottore”, stabilire un’alleanza insomma.
Quindi ci spostiamo a Undead, dove si svolge il primo episodio di Dylan Dog e questi è prigioniero insieme a Groucho e alla sua ragazza di turno (la protagonista “ennesima” di quella prima storia qui rivisitata – in quanto rivisitata la ragazza ci appare ennesima).
Inquadrature ai confini dell’equilibrio/squilibrio (mentale?) e colori acidi e psichedelici. Effetto 3d garantito, senza ricorrere a occhialini, come quando Batman era disegnato da Neal Adams, pur con le differenze notevoli di stile tra Adams e Dell’Edera/Cavenago.
Un lucido trip spazio-temporale ci attende tra queste pagine.
Il crossover coinvolge anche i personaggi comprimari.
Quindi a Londra, città magica e sovrannaturale, si muove Selene/Catwoman che va a letto con Dylan.
Poi abbiamo i siparietti tra Groucho e Alfred.
Il dialogo tra l’ispettore Bloch e il commissario Gordon.
Divertimento a mille.
Scene d’azione calibratissime.
Recchioni gioca con gli stereotipi della serie Dylan Dog e del personaggio Batman, citando continuamente. Il post-moderno citazionista, inventato da Tiziano Sclavi e proseguito in parte di suoi successori, diventa auto-citazionismo ed è elevato all’ennesima potenza.
Quando questo gioco eterno di rimandi inizia a stancare, interviene qualche elemento nuovo, come la presenza di John Costantine. Proprio lui, quello della serie Hellblazer della Vertigo DC.
Del resto siamo in una Londra magica, no?
Inizia quindi un nuovo confronto. Non abbiamo più Dylan e Batman. Ma Dylan, Batman e Costantine in una sorta di triangolo magico. Anzi: se contiamo tutti i personaggi coinvolti, arriviamo a un pentagono come minimo.
Sottotesto esoterico? Forse.
Spero di avervi incuriosito abbastanza da leggere questo capolavoro di arte fumettistica.
Il volume è arricchito da bozzetti, studi a matita, cover gallery.

GLI AUTORI
Werther Dell’Edera, dopo essersi diplomato alla Scuola Romana dei Fumetti, ha collaborato con editori italiani come Eura, Magic Press e Sergio Bonelli Editore e statunitensi come Dc (etichetta Vertigo) e Marvel.

Gigi Cavenago alterna l’attività di disegnatore di fumetti a quella di illustratore. Ha pubblicato per Mondadori e Sergio Bonelli Editore.

Roberto Recchioni ha scritto numerose sceneggiature per la Sergio Bonelli Editore, in particolare per Dylan Dog, di cui ha tenuto in mano la curatela per molti anni, dopo quella di Tiziano Sclavi.

Dylan Dog e Batman
L’ombra del pipistrello
Sceneggiatura: Roberto Recchioni
Disegni: Werther Dell’Edera e Gigi Cavenago
Editore: Sergio Bonelli Editore
Codice ISBN: 9788869618567
Prezzo: 26 €

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I primi cento – intervista agli autori

La Redazione GHoST presenta il nuovo video targato ClubGHoST & Ipnotica con le interviste ad Andrea Guglielmino, Marco Scali e Luciano Costarelli, gli autori del fumetto I primi cento edito da Weird Book Edizioni.

Il video è stato caricato sul nuovo canale You Tube ufficiale del Club GHoST:
https://youtube.com/@clubghost1994
che prossimamente ospiterà altre innumerevoli iniziative.
Per non perdere tutte le novità a riguardo quindi vi invitiamo a iscrivervi al canale attivando la campanella per le notifiche.




I primi cento di Guglielmino, Scali e Costarelli

Si
chiama Damien Donovan, fa l’investigatore dell’occulto, vive a
New York, negli anni ottanta e ha un certo appeal verso le donne che
lo adorano.

È
biondo, fisicamente prestante, sensibile, vegetariano, astemio.

Il suo assistente assomiglia a un noto attore comico e ha, per amico, un bonario ispettore di polizia di mezza età che lo consulta per alcuni casi.

Fatte
le debite differenze, vi ricorda qualcuno? Avete bisogno di qualche
altro suggerimento?

È
dotato della Scuroveggenza, sorta di intuito sovrannaturale. Ha uno
stuolo di fan che cerca di invadere la sua privacy. Ha risolto molti
casi ma tanti dicono che, dopo i primi cento casi risolti, si sia un
po’ infiacchito.

Dai,
che avete capito!

Questa
storia a fumetti, ambientata “A New York, da qualche parte”, come
recita la didascalia iniziale, incomincia al Damien Donovan Horror
Club dove si svolge un un raduno dei fan del detective dell’occulto
a cui è stata anche dedicata una serie a fumetti che ne racconta le
gesta.

Alcuni
dei presenti sono travestiti da Damien Donovan, altri dai suoi
nemici, o vari comprimari. Sembra di assistere a un raduno di
cosplayer.

Durante
l’incontro i fan guardano un programma alla David Letterman Show in
cui viene intervistato Damien Donovan in persona davanti a un
pubblico in delirio composto in maggior parte da esseri di sesso
femminile che dichiarano il loro amore e gli chiedono di sposarlo.

Quindi
il fumetto procede alternando sequenze della video intervista ad
altre in cui i fan commentano: alcuni sostengono che i primi cento
casi sono i più interessanti, altri affermano il valore dei casi
successivi. C’è chi dice che si è venduto, commercializzato, chi
invece lo difende.

Conclusasi
la riunione e la trasmissione televisiva, la storia racconta una
serie di omicidi: in giro c’è un serial killer che uccide le sue
vittime ricalcando quello che facevano i nemici di Damien.

Lo stile di scrittura di Guglielmino e Scali, in particolare nelle sequenze degli omicidi (fa venire in mente subito le sceneggiature di Tiziano Sclavi e Claudio Chiaverotti) è impostato sul modello bonelliano classico delle sei vignette/tre strisce per tavola. Ma gli autori si concedono anche alcune difformità dalla griglia classica che ricordano le sperimentazioni del Dylan Dog degli ultimi dieci anni. Ad esempio a pagina 13 vedo una splash page in cui il proprietario della sede del Damien Donovan Horror Club, inquadrato frontalmente e per intero, dà il benvenuto a tutti gli altri fan convenuti al raduno, ripresi di spalle. Oppure, a pagina 81, vedo una splash page con protagonista Damien che scende delle scale, il cui movimento è raffigurato disegnandolo nelle varie posizioni che occupa nello spazio e con, sullo sfondo, in sovraesposizione, i visi del serial killer e della sua vittima. Anche da Dylan Dog vengono l’utilizzo occasionali di voci narranti in didascalia e i momenti di surrealismo.

Lo
stile di disegno di Costarelli è anche esso classico e
sfrutta adeguatamente la plasticità delle forme. Le vibrazioni del
tratteggio incisivo producono un felice chiaroscuro che dà la giusta
atmosfera alle vicende narrate.

La
New York in cui è ambientato I primi cento, non è la vera
metropoli, ma piuttosto un luogo della mente, edificato prendendo e
manipolando cinema, fumetto e serie televisive degli anni ottanta,
non solo horror, che hanno influenzato gli autori per realizzare
l’intero fumetto.

Non
vi racconto altro perché dovete godervela dalla prima all’ultima
pagina questa storia a fumetti in quanto I primi cento è un
davvero avvincente, divertente e ben realizzato.

Ma
non solo: ha un forte valore metaforico e metafumettistico. Racconta,
sorta di saggio in forma di nona arte, la storia del personaggio a
fumetti Dylan Dog, il rapporto con i suoi lettori, la loro passione e
la loro ingenuità, e l’impatto che ha avuto questo fumetto a
livello sociologico.

Infatti
nell’introduzione Guglielmino cita, come fonte di
ispirazione l’Alan Moore di Watchmen, la famosa miniserie di
supereroi e sui supereroi, anche se poi modestamente, dichiara che
non vuole paragonarsi a lui.

Questo
fumetto risponde alla domanda: che cosa succederebbe se gli autori di
Dylan Dog potessero giocare con gli stereotipi di questa serie
bonelliana in particolare e della nona arte in generale ispirando
sane riflessioni e divertendo i lettori al tempo stesso?

Ecco
la risposta: I primi cento.

Lo consiglio non solo a chi ama o ha amato Dylan Dog ma anche a tutti gli appassionati di fumetto.

GLI
AUTORI

Andrea
Guglielmino e Marco Scali sono già autori
per Bugs Comics (Samuel Stern), Emmetre Edizioni (Garibaldi
Vs. Zombies
), Shockdom (Helen Bristol), Inkiostro e
Passenger Press. Andrea Guglielmino è anche autore di
saggi di antropologia del cinema (Antropocinema ha vinto il
premio Domenico Meccoli nel 2015), Marco Scali è
invece esperto sceneggiatore di cortometraggi.

Luciano Costarelli è attivo già dagli anni ’90 come colorista per Il Corriere dei Piccoli. La sua attività è poi proseguita tra fumetto (Masters Edizioni, Star Comics, Fenix, Forte Editore), illustrazione (Mondo TV HE, RCS Quotidiani) e pubblicità per diverse agenzie milanesi. Oggi collabora con Cronaca di Topolinia, Edizioni Inkiostro, Bugs Comics, Priuli & Verlucca.

I
primi cento

Testi: Andea Guglielmino e Marco Scali

Disegni:
Luciano Costarelli

Editore:
Weird Book

Codice
ASIN: B0CZGS384W

Pag.
108

Prezzzo: 17 €

 I primi cento di Guglielmino, Scala e Costarelli

I primo cento 1

I primi cento 2

I primi cento 3

I primi cento 4

I primi cento 5

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Dylan Dog 456 – Colui che divora le ombre di Alessandro Bilotta e Corrado Roi

Non leggo Dylan Dog con continuità da diversi anni. Lo compro ormai solo ogni tanto. A volte mi piace, a volte no. Rispetto alla passata diatriba interna ai fan su quale gestione fosse meglio tra quella di Tiziano Sclavi (mitizzato) e quella di Roberto Recchioni (emeticamente rifiutato) mi sono sempre posto nel mezzo. O da un punto di vista terzo. Cioè ho sempre pensato che il fumetto seriale Dylan Dog abbia avuto da sempre alti e bassi, sia con la gestione di Sclavi sia con quella di Recchioni e le cause sono da imputare alla bravura dei singoli sceneggiatori e disegnatori. Da più di un anno la gestione è affidata a Barbara Baraldi. Mi sembra che la qualità altalenante continui ad essere la costante di questa serie bonelliana. Ma non voglio dare giudizi totalizzanti sulle curatele editoriali.

Veniamo
al numero 456 attualmente in edicola e concentriamoci sul singolo
albo. Colui che divora le ombre. Testi di Alessandro
Bilotta
e disegni del sopravvalutato da sempre Corrado Roi.

Timothy
Scare è un bambino di nove anni che si rivolge a Dylan Dog perché
questi distrugga il mostro che ha ucciso i suoi genitori. Un essere
che pare fatto di ombra, ma che ha allo stesso tempo una terribile
fisicità ed è dotato di innumerevoli occhi ed enormi artigli
letali. Timothy è affidato alle cure di un maggiordomo ed è vittima
di bullismo da parte degli altri bambini. Timothy è un bambino che
soffre tremendamente la solitudine. Viene disprezzato dai suoi
coetanei perché legge raffinati libri di fiabe invece di fare sport.
Trova rifugio nell’amicizia di altri due bambini con i quali invece
sembra crearsi una certa empatia. Emily e Barry. Ma il mostro che ha
ucciso i suoi genitori si accanisce anche contro i suoi amici. E qui
mi fermo perché qualsiasi cosa dica d’ora in poi sulla trama,
rischio di commettere un terribile peccato di spoiler. Perché il
soggetto, che all’inizio appare banale, è, in realtà, originale e
spiazzante. La sceneggiatura è ben condotta. Bilotta non è,
a giudicare almeno da questo numero di Dylan, un virtuoso
della parola-immagine, un infiorettatore della forma. Lo scrittore
fornisce a Corrado Roi una sceneggiatura concreta, solida, ben
elaborata che racconta delle paure infantili (argomento di numerosi,
importanti o meno, film e racconti e romanzi horror) e di come vanno
affrontate, senza fuggire da esse. Il percorso di maturazione e
transizione/mutamento che Timothy, con l’aiuto dell’amico e
consigliere adulto Dylan Dog, deve compiere è, fondamentalmente,
quello di presa di consapevolezza. Conoscere sé stesso nella propria
individualità e in rapporto al contesto in cui si vive. È
inevitabile che questo processo includa anche il confronto con le
proprie paure. Ci riuscirà Timothy o no? Vincerà lui o il mostro?
Dovete leggerlo per saperlo. Come già detto, niente spoiler.

Ho trovato molto suggestive le sequenze degli omicidi perpetrati dalla creatura e, in generali, le parti in cui questi appare. Forse, prima e dopo l’apparizione del mostro fuoriuscente dalle ombre, si poteva fare qualcosa di più a livello di tensione e di suspence, che comunque non mancano del tutto. Corrado Roi che ritengo, come dicevo agli inizi della recensione, un artista sopravvalutato, ha carenze nelle basi del disegno, in particolare per quanto riguarda le anatomie. Queste carenze non sono sempre evidenti, non in tutto quello che fa, ma in questo Colui che divora le ombre sì, decisamente. Sembra essersi applicato a questo albo davvero con controvoglia. Certi volti e alcune figure intere non si possono guardare per quanto sono brutte. Roi, come ha sempre fatto (in altri numeri di Dylan è riuscito in questo anche, e decisamente, meglio), cerca di sopperire alle sue lacune lavorando sulle atmosfere, giostrando con abilità inquadrature e chiaroscuro. Ci riesce? Questa volta solo in parte e unicamente nelle sequenze in cui si materializza il mostro, interpretando graficamente in modo notevole le suggestioni, tanto umbratili quanto fisiche, della sceneggiatura di Bilotta.

In
conclusione questo Dylan Dog è un fumetto buono, non un
capolavoro, e riuscito solo in parte. Comunque leggibile.

Dylan
Dog 456 – Colui che divora le ombre

Testi:
Alessandro Bilotta

Disegni:
Corrado Roi

Copertina:
Gianluca e Raul Cestaro

Editore:
Sergio Bonelli Editore

Prezzo:
4,90 €

Dylan Dog 456 - Colui che divora le ombre

Dylan Dog 456 - Colui che divora le ombre 1

Dylan Dog 456 - Colui che divora le ombre 2

Dylan Dog 456 - Colui che divora le ombre 3

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