Le tombe etrusche si scoperchiano di nuovo: L’alba di Vincent

Da un po’ di anni a questa parte, stiamo assistendo ad una valanga di horror indipendenti con i relativi registi che pian piano si stanno prendendo il palcoscenico dell’horror made in Italy ottenendo premi a vari Festival in giro per l’Italia, molti di loro spinti e ispirati dai grandi maestri del passato hanno riproposto modi di fare cinema andati perduti nel tempo. Sono qui per parlarvi non di uno, ma di ben due registi alle prese con il loro primo lungometraggio, e che ho avuto il piacere di incontrare: Riccardo Triclinio Ceppari  e Andrea Maccarri. Con videoclip e alcuni cortometraggi nei loro curriculum, si stanno dedicando anima e corpo alla loro pima creatura, ovvero DAWN OF VINCENT. Il titolo è un tanto divertente quanto stuzzicante gioco di parole tra il Romeriano “Dawn of the Dead” e “Vincent Dawn”, lo pseudonimo più usato da quel Bruno Mattei che ha fatto impazzire e fa ancora impazzire una buona fetta dei suoi fans. Il progetto di Ceppari e Maccarri (nato in periodo pre-covid) è quello di proporre un film dallo stile grezzo tipico del maestro Mattei (come recita la traduzione del titolo “L’Alba di Vincent”), ma anche di altri maestri che usavano lo stesso stile (come Andrea Bianchi con il suo “Le Notti del Terrore” e le componenti gore che sfociano nell’onirico di Lucio Fulci). Un’idea di base che inizialmente era destinata a proseguire su questa linea, che col passare del tempo si è evoluta inserendo elementi più “variopinti”, assumendo così l’aspetto di un “Film di Genere”.

“COME SAREBBE STATO THOMAS MILIAN IN UN FILM HORROR?” con questa frase ad effetto Andrea Maccarri attira ancora di più la mia curiosità e spiega anche il motivo della presenza di Murena, il protagonista del film interpretato dallo stesso Maccarri. Il classico borgataro sopra le righe che si troverà coinvolto in un vortice d’orrore che lo porterà a trovarsi in situazioni assurde ed esilaranti!

La Tuscia Viterbese è il palcoscenico del loro film (terra di origine etrusca situata nel nord del Lazio e utilizzata anche da maestri dell’horror come Dario Argento, Lamberto Bava e Joe D’Amato), dove tra folti boschi, chiese sconsacrate c’è stata anche la possibilità di fare qualche ciak al teatro (nello specifico il Teatro Bistrot Caffeina nel centro di Viterbo). In tutti questi scenari Murena dovrà affrontare orde di zombi che resuscitano da tombe etrusche ed ambigui personaggi, uno dei quali è interpretato da Ilaria Monfardini, attrice con molti anni di esperienza teatrale e alla sua seconda apparizione in un film horror dopo “E Tutto il Buio che c’è Intorno” di Pupi Oggiano. Ma il cast prevede anche la presenza di Giorgio Borroni nel ruolo del Dottor Brocchi e Giuseppe Bagnaia nel ruolo di Marcello, amico del Murena e vittima del suo bullismo sin dall’infanzia.

Con pochi mezzi a disposizione e una troupe (oltre a Ceppari e Maccarri) è composta da Martina Pizzi, Rita Ippoliti (che nel film svolge il ruolo di una archeologa) Martina Cori, Ramon Iervasutti e assistenti al trucco, al grip, al suono e agli effetti che di volta in volta sono presenti nelle scene più complesse, l’intera squadra mette in campo una passione e una serietà tale da superare qualsiasi tipo di ostacolo, sufficienti per far venir fuori un prodotto degno di nota (come dimostrato da altre produzioni).

Il film sta volgendo agli ultimi ciak, non resta che fare il tifo per loro e augurargli buon proseguimento e buona fortuna!




L’America che non conosci di Giorgio Borroni

Era arrivato con una corriera, come il suo solito. In mano aveva la sua fedele valigia che conteneva delle bibbie, una sega, un set di coltelli, del cloroformio e una 44 magnum se le cose si fossero messe male. Era organizzatissimo. Aveva scelto la cittadina tirando una freccetta su una carta, come sempre.
Luke era un artista, o almeno si considerava tale. Un artista della morte.
Avete presente il duplice omicidio della coppietta a Washington? I loro pezzi sparsi per tutto il loft? Era stato Luke.
La donna delle pulizie di quel riccone trovata appesa al lampadario della villa, con le sue interiora appese dappertutto a mo’ di festoni? Un lavoretto di Luke.
E quei gemelli con le teste mozzate e ricucite l’una sul corpo dell’altro? Sempre lui, perché Luke era la morte sotto le mentite spoglie di un commesso viaggiatore.
Oltre alla sua faccia gioviale e grassoccia accuratamente sbarbata, indossava sempre un borsalino, cravatta nera e camicia bianca a maniche corte. La giacca la portava sempre con sé ma non la metteva mai, perché così guadagnava la fiducia della gente, presentandosi come un tizio alla mano, uno che se ne fregava se la sua ditta gli imponeva l’uniforme: insomma, uno che era lì per vendere bibbie perché era il primo a crederci. Era così che riusciva a entrare nelle case, o in confidenza con le persone.

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Dono di sangue di Giorgio Borroni

Quella notte eravamo in tre nel furgone e la puzza di sudore stava pervadendo l’ambiente. Mark e Rino erano due veterani, per me, invece, era la prima volta… tuttavia con operazioni del genere non si poteva mai sapere come sarebbe andata a finire. I led delle apparecchiature sfarfallavano nel buio, mentre la radio gracchiava musica da discoteca sparata a tutto volume.
“Quanto ci mettono?”, chiesi con impazienza, ma Mark non rispose.
“Per ora si stanno divertendo, ancora non è il momento”, rispose Rino, con una nota di tristezza nella voce.
Mark scosse il capo: “Dobbiamo aspettare che la festa finisca, dobbiamo solo avere pazienza.”
“Un accidente!”, Rino si innervosì per la prima volta da quando eravamo appostati: “È di mia figlia che stiamo parlando, e ha solo 10 anni!”
Mark gli diede una pacca sulla spalla e si mise di fronte all’apparecchiatura. Cambiò canale e il rumore della discoteca venne scalzato da una semplice conversazione.
“Viria! Che bella festa, buon compleanno!”
“Grazie, Stephanie, non vedo l’ora di ricevere il regalo di papà!”

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