La Tomba di Nino Cammarata e D. D. Bastian

Nino Cammarata prosegue il suo viaggio nel fantastico del New England e dopo E. A. Poe affronta H. P. Lovecraft, con La Tomba sceneggiato da D. D. Bastian. A differenza del volume su PoeThe Black Cat, nel quale il disegno si espandeva su tutta la pagina, senza alcuna griglia a contenerlo, per La TombaNino Cammarata sceglie di usare una scansione delle vignette abbastanza regolare. Come in The Black CatNino Cammarata usa le didascalie, non come nei fumetti popolari dei decenni passati che ripetevano inutilmente quanto la vignetta già mostrava, ma perché espressione del punto di vista del narratore. La Tomba, come The Black Cat, infatti è raccontata dal punto di vista del protagonista. Un punto di vista non onnisciente, ma interno alla vicenda, quindi parziale. Un punto di vista a cui possiamo credere o meno.

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Echo di Terry Moore

Terry Moore ha trovato l’oro, non la pietra filosofale, ma la sezione aurea.
È la proporzione perfetta, armoniosa che si ritrova in natura, dalla musica, ai corpi, dalle opere d’arte, ai fiori. Annie, una giovane ingegnere, la usa come base teorica, per progettare un nuovo metallo che, unendosi al sangue, produrrà una lega dalle proprietà “auree”, prodigiose che potrà curare malattie e sofferenze. Ma la Henry, la multinazionale per la quale Annie lavora, vuol trasformare il progetto in produzione di armi, per ricevere i finanziamenti del Pentagono. E così Annie si ritrova in una tuta della sua lega metallica, munita di un jet-pack, un motore a reazione, che le consente di volare. Ma Annie viene uccisa durante il collaudo, da missili a ricerca calorica lanciatile contro, per esperimento (?) da un’aereo della stessa Henry. Annie esplode nel deserto e le particelle del suo corpo e della sua lega metallica, ricadendo nel fall out, si attaccano ricoprendolo, al corpo di Julie Martin, una giovane fotografa, per caso da quelle parti. Più o meno come un certo Hulk…

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Il suono del mondo a memoria di Giacomo Bevilacqua

Per sopravvivere al dolore di una perdita amorosa (non sono delusioni, sono perdite, annunci di morte), Sam, giovane fotografo di una rivista online, va a New York per un reportage (un altro!), sulla città più famosa del mondo.
Sam per il suo lavoro si è dato una regola: non parlare mai con nessuno, per nessun motivo.
Una bella impresa, nella città in cui ci sono secondo Lawrence Block Otto milioni di modi di morire e figuriamoci quanti di urtare i gomiti delle persone, per le strade affollate. E ogni urto può rappresentare una svolta nella tua vita. Il silenzio autoimposto è un geniale limite creativo, ma in realtà serve a Sam per sopravvivere al dolore. Ma forse solo nel vuoto dello spazio c’è il silenzio. Anzi, nemmeno. Lì dove c’è umanità, c’è una voce che ci parla di continuo, incessante, inarrestabile, la forza più grande dell’universo: il pensiero, il flusso di coscienza.

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Straitjacket di El Torres e Guillermo Sanna

Sanguino quindi sono.
È questa la risposta che El Torresdà al dubbio cartesiano del demone ingannatore che ci fa credere in una realtà che non esiste, ma che è solo una finzione o al più, una produzione della nostra mente. Non basta pensare per essere, occorre sanguinare.
È quella la prova inconfutabile dell’esistenza, il sangue è la conferma.
Alexandra ha ucciso fatto a pezzi i fratello gemello Alex ed è da anni chiusa in un manicomio criminale.
Il comprensivo dottor Hayes è zoppo e ossessionato da fantasmi del passato come il dottor House, ma buono comprensivo e simpatico. Forse per questo sue diagnosi e le sue cure, sembrano meno efficaci di quelle del sarcastico medico di Hugh Laurie.
Ma pur rinchiusa nella Straitjacket, ovvero camicia di forza, nelle mura e i cancelli di un nuovo Arkham Asylum, Alexandra vede altro ed oltre.

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