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Hatshepsut misteriosa - Club GHoST & Ipnotica

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Hatshepsut

Una regina misteriosa

a cura di Gordiano Lupi

Hatshepsut fu una donna notevole che per noi è stata a lungo una regina avvolta nel mistero, una donna sola che ha dovuto reggere le sorti di un impero senza una presenza maschile accanto. L’opera di Christiane Desmoches Noblecurt “La regina misteriosa” (Sperling & Kupfer, 2003) svela molte cose su Hatshepsut che nessuno aveva mai scritto. Si tratta di un libro che vi consigliamo di leggere per approfondire le poche cose che diremo nel corso di questo articolo.
Hatshepsut nacque a Tebe nel 1495 avanti Cristo, figlia maggiore del re Thutmose I e di Ahmes (sua consorte e sorellastra), il suo nome significa “colei che ha il volto delle nobili dame”. Gli egiziani non erano monogami e soprattutto i nobili e i re avevano una moglie primaria (che garantiva la successione) e una o più mogli secondarie e anche svariate concubine e amanti. Thutmose I non faceva eccezione e prima della nascita di Hatshepsut aveva avuto un paio di figli dalla moglie secondaria Mutnofret che in seguito gliene avrebbe dato pure un terzo. Ma dalla prima moglie ebbe soltanto Hatshepsut e un’altra bambina nata quando lei aveva quattro anni. Hatshepsut visse a Tebe (al tempo Uaset), sulla riva destra del Nilo e di lei si occupò la nutrice Sat Ra che ebbe cura della sua educazione.

Alla morte di Amenofi, il padre di Hatshepsut venne nominato re e di conseguenza la bambina e sua sorella Neferubiti divennero principesse reali. A lei che era la maggiore venne dato come precettore il saggio Ahmes Pen - Nekhbet, un guerriero valoroso che si era distinto nella guerra contro gli Hyksos e che era tornato a casa con tre prigionieri concessi dal re e con “l’oro del valore” tributatogli per una mano. Gli Egizi infatti contavano i nemici morti in battaglia con il taglio di una mano. Il padre voleva lasciare il regno alla figlia Hatshepsut e per questo volle educarla sin da bambina in modo che potesse portare il peso di un’eredità così difficile per una donna. Prima di tutto la mandò in giro per le campagne e lungo il corso del Nilo perché scoprisse come vivevano i contadini e come organizzavano la mietitura del farro, la stesa delle spighe di lino e la vendemmia. Il padre voleva che Hatshepsut imparasse come vivevano gli abitanti del regno e che fosse consapevole di tutto quello che un regnante doveva fare. Thutmose I durante il suo regno organizzò spedizioni guerriere a Kush che gli procurarono onori e soprattutto sicurezza per le frontiere. Hatshepsut era l’unica possibile erede al trono, lo dicevano pure gli oracoli e lo imponeva soprattutto l’inettitudine dei fratellastri nati dalla relazione con la moglie secondaria. A tredici anni Hatshepsut era bellissima, si dice che il suo portamento regale fosse così affascinante che faceva innamorare al solo vederla passare. Ma era una regina e non poteva essere avvicinata così facilmente.
Thutmose I decise di andare a vivere a Menfi con la figlia maggiore in uno stupendo palazzo che aveva davanti un grande parco. Da quel palazzo reale cominciò a girovagare per i santuari e volle che la figlia visitasse tutte le città sante, per farle capire che era destinata a regnare sull’Egitto.
Quando aveva diciotto anni Hatshepsut dovette subire il primo evento importante della sua vita. Il padre la obbligò a sposare il fratellastro Thutmose “il giovane” che aveva avuto in dono dal genitore lo stesso nome ma tutt’altra intelligenza e carattere. Lei non avrebbe voluto prendere per marito quell’inetto diciassettenne dal cervello poco sviluppato, però rispettò la volontà del padre. A diciannove anni la regina mise al mondo una figlia: Neferura, nome solare che ricordava il pellegrinaggio fatto con suo padre al santuario di Atum. Thutmose il giovane fu incoronato re a ventuno anni con il nome di Thutmose II Akheperenra. Non sappiamo la data precisa della morte di Thutmose I e quella della successione, la sola cosa certa è che Thutmose II regnò soltanto tre anni. In questo breve lasso di tempo fece un sacco di figli con le sue due spose dichiarate e con le molte concubine e si fece dedicare un buon numero di monumenti e di statue. Pare che fosse un immaturo mentale e che pensasse soltanto al sesso e a godersi la vita. Hatshepsut non lo sopportava ma gli dette lo stesso due figlie: Neferura e Meritra Hatshepsut.

La regina non poteva vivere soltanto con la presenza di quell’inetto di marito al fianco e fu così che subì il fascino di Senenmut, il fedelissimo dignitario di corte che la accompagnava ovunque. Senenmut era un giovane militare che si faceva vedere spesso accanto alla regina e che poco a poco divenne la sua ombra, il suo confidente, il consigliere preferito. Senenmut rivestì un ruolo decisivo a corte, collaborò con la regina nel prendere le decisioni importanti che spesso venivano approvate senza sentire il parere del re che era in tutt’altre faccende affaccendato. Senenmut divenne il precettore della figlia Nefemura e ne fu padre putativo, poi educò anche la seconda figlia come uomo di fiducia della regina. Era un uomo coraggioso e brillante, un combattente provetto educato alla scuola di palazzo, decorato più volte con un braccialetto menefert per le sue azioni guerriere. Ebbe onori eccezionali per essere un comune mortale, ricevette venticinque effigi dalla corona e quindici statue dedicate.  
Hatshepsut voleva far capire a tutti che la figlia maggiore sarebbe stata l’erede al trono e per questo la affidò all’uomo di corte prediletto. Sono arrivate sino a noi alcune statue che ritraggono Senenmut seduto con Neferura sulle ginocchia. Senenmut fu il favorito di palazzo e soprattutto fu il favorito della regina. In tutti i sensi. Mantenne una posizione invidiabile che creò con le sue stesse mani, sfruttando una non comune abilità. Nella sua statua si legge ancora oggi: “Sono un nobile amato dal signore che mi ha fatto diventare amministratore del suo palazzo e giudice di tutto il paese, ho agito al suo servizio sino alla sua morte”. Il re e soprattutto la regina, che non sopportava il consorte ma amava la compagnia di Senenmut, favorirono l’ascesa al potere del dignitario che poco a poco divenne il governatore di tutti gli uffici della regina e suo consigliere intimo.  
Thutmose II morì al terzo anno di regno ed è certo che Hatshepsut non lo pianse più di tanto, visto che lei aveva sposato il fratellastro soltanto per obbligo di famiglia. La regina aveva provato soltanto pietà per il marito e non le pareva vero che una morte liberatrice glielo portasse via ancora in giovanissima età, lasciandola libera di gestire il futuro accanto a Senenmut, un uomo intelligente e fidato che la faceva sentire importante. Durante la vita di Thutmosi II, Hatshepsut non ebbe altri titoli oltre a quelli di “Grande Sposa Reale” e di “Moglie divina di Amon”, pure se preferì usare il secondo.

Alla morte di Thutmose II salì al trono il nipote di Hatshepsut che prese il nome di Thutmose III Menkheperra. Il nuovo re però aveva soltanto quattro anni e non poteva certo regnare da solo. Fu così che Hatshepsut prese il ruolo di reggente e di fatto governò l’Egitto coadiuvata dal fido Senenmut, uomo del destino che voleva aiutarla a salire sul trono del padre. La regina fece subito erigere due obelischi a gloria di Amon che si ricordano soprattutto per la magnificenza del loro passaggio fluviale sul Nilo. Fu soltanto l’inizio di una serie di lavori architettonici grandiosi che sono giunti sino ai tempi moderni quasi del tutto intatti. Per rendersi conto dell’importanza assunta da Senenmut basta dare un’occhiata a un graffito ritrovato vicino ad Assuan dove lo vediamo rappresentato con la stessa altezza della regina. Per gli Egizi le proporzioni avevano la loro importanza e significavano potere, quindi se Senenmut veniva raffigurato alto come la regina voleva dire che il suo potere era enorme. In ogni caso nel disegno la sua mano è ferma sul cuore in segno di rispetto e si rivolge con deferenza alla regina. Non si può negare che Senenmut fu sempre fedele ad Hatshepsut e rivestì l’incarico di Gran Maggiordomo di corte, oltre a ricoprire sessantasei cariche diverse in ambito civile e sacerdotale. Era potentissimo e preparava l’ascesa al trono della regina tenendo pure le cariche di tesoriere del re del Basso Egitto e di grande intendente della figlia reale Neferura.
Hatshepsut era reggente del regno e governava con l’aiuto del visir Useramon, un dignitario che doveva riferire direttamente a lei e al re in merito alla sua amministrazione. Un altro fedele servitore era Hapuseneb, primo profeta di Amon, secondo soltanto a Senenmut e governatore delle province del Sud. Però chi comandava l’Egitto era Hatshepsut che divenne la personificazione femminile di un ruolo maschile, rappresentata, unica nella storia, sia come donna che come uomo, vestita con abiti maschili, dotata di accessori maschili e addirittura della barba finta tradizionalmente esibita dai faraoni. Il suo regno, un’epoca in cui la pace interna, l’esplorazione di paesi stranieri e la costruzione di edifici monumentali trovarono un attento e delicato equilibrio, fu sotto tutti i punti di vista un tipico regime del Nuovo Regno e sotto di lei l’Egitto prosperò. Nonostante la vocazione per la pace, Hatshepsut portò avanti un’azione guerriera nel paese di Kush che minacciava il suo regno. Ed era uno spettacolo insolito vederla bella e raffinata com’era, mentre vestiva la gonna corta del re, si pettinava con la parrucca a tre fila di ricci e teneva il braccio levato a protendere la spada.
Quando Hatshepsut compì trent’anni e il giovane re ne aveva soltanto dieci, fu incoronata sovrana assieme a Thutmose III perché aveva deciso che era ora di smettere di governare all’ombra di un bambino. La regina cercava una conferma ufficiale del suo potere e voleva consolidare la sua posizione di fronte agli oppositori politici. Fu investita degli emblemi del re ed ebbe l’appoggio del clero per poter governare insieme al piccolo re. Gli oracoli confermarono il volere degli dei e Hatshepsut ricevette, dopo la purificazione, l’investitura suprema della dea Ureo e alla fine le apparve sulla fronte il serpente sacro. Gli atti ufficiali e i graffiti rappresentano sempre Hatshepsut insieme al nipote e quest’ultimo è raffigurato come un sovrano adulto, mentre lei ha la parrucca rotonda e le classiche nove corone regali. La regina lascia gli ornamenti di “Sposa Divina” e veste quelli di Ra unendo sulla sua testa la corona del sud e quella del nord. Hatshepsut, designata erede dal padre, coronava il progetto di regnare sull’Egitto. La cerimonia fu soltanto un’abile messa in scena elaborata con l’aiuto del fido consigliere Senenmut e con l’appoggio del Gran Sacerdote Hapuseneb e di tutto il clero di Amon che lei compensò con reali elargizioni. La regina confermava un potere da tempo acquisito e l’investitura era soltanto una formalizzazione, però le consentiva di portare le corone, la finta barba divina e di essere ammessa a celebrare i riti. Hatshepsut d’ora i poi veste il costume maschile della regalità e lascia gli abiti femminili per i momenti di intimità, firma gli atti insieme al sovrano e governa in un tandem regale che si fregia dell’epiteto di Maatkare o di Menkheperkara, tipici pronomi di incoronazione. È con il loro regno che si comincia a usare la parola faraone per evitare di ripetere il nome del re due volte. Lo scriba invece di nominare i due re evoca semplicemente la residenza regale. L’alta dimora si chiama “per - aa - pharaa” e da qui si desume “faraone”, termine che indicherà d’ora in poi i sovrani dell’Egitto.
Senenmut, il compagno di regno
Senenmut era figlio di Ramose e di Hatnefer e la sua famiglia proveniva dalla Nubia, una regione a Sud dell’Egitto. Dopo lungo girovagare si erano stabiliti a Erment, una località a trenta chilometri da Luxor. Senenmut da giovane aveva combattuto presso i Nehe - Syu e si era guadagnato gloria  e onori (il famoso bracciale menefert). Suo padre era un dignitario di corte che venne sepolto nella necropoli della sua città, la madre invece morì dopo l’incoronazione della regina e fu seppellita con grandi onori. Soltanto successivamente Senenmut fece seppellire entrambi i genitori a Tebe in una sistemazione confacente al nuovo rango acquisito. La madre Hatnefer venne mummificata con una maschera d’oro e uno scarabeo sul petto e fu rinchiusa in un sarcofago di legno a forma umana. Il padre morì a sessant’anni, la madre invece fu molto più longeva. L’ascesa di Senenmut a corte fu merito soltanto delle sue qualità eccezionali, lui era soltanto un nobile che riuscì a scalare le vette del potere. Basta vedere la tomba e la cappella funeraria ritrovati a Gurna che sono un deposito di statue decorate e di splendidi ornamenti.
Senenmut non si sposò mai e non ebbe figli, lo si comprende dalla sua cappella funebre che assicura il culto funerario al fratello maggiore. Questa del celibato per un egizio era una cosa davvero strana ed è una delle particolarità che ci fa sostenere che Senenmut non è stato soltanto il consigliere più fidato della regina ma pure il suo amante segreto. Hatshepsut si preoccupò di far edificare la sua tomba nella valle dei Re presso Tebe, un tempio gigante edificato alle pendici della montagna che si estendeva a terrazze. Nella tomba sono state ritrovate scene che la rappresentano come una sfinge reale che protegge l’Egitto dai suoi nemici (ricordiamo un massacro simbolico). Ci sono scene che descrivono la nascita e la giovinezza della regina e tutta la sua vita di sovrana combattente e costruttrice di templi e di grande strutture architettoniche. Senenmut acquisì pure lui il diritto a farsi preparare una sepoltura poco distante dalla Valle dei Re, verso Geser Geseru. E questo dimostra una volta di più la sua grande intimità con la regina.

La regina divina
Hatshepsut era soltanto una nobile per nascita e così quando venne incoronata reggente dovette darsi da fare per far dimenticare la sua origine e per imostrare la miracolosa predestinazione a essere regina. Sulla parete settentrionale della seconda terrazza del Geser Geseru è stata realizzata la nascita divina di Hatshepsut. Fu tutta un’idea del grande tessitore Semenmut questa storia della nascita divina che vede il dio Amon unirsi con una mortale per mettere al mondo il bambino divino. La storia narra di Amon che decide di creare un bambino terrestre e a questo scopo ordina a Thot di cercargli una sposa mortale. Amon si unisce con la regina Ahmes, moglie di Thutmose I, dopo aver preso la forma mortale di quest’ultimo. Nella raffigurazione dell’atto sessuale c’è estrema castità, vediamo la regina addormentata che si sveglia solo quando Amon si avvicina. Il dio siede davanti ad Ahmes, le loro ginocchia si incrociano, le braccia si incontrano ed è soltanto allora che la regina comprende che si tratta di Amon. Dalla loro unione nasce Hatshepsut e il miracolo di questo parto avvenuto per incantesimo è ben presentato dai graffiti. Ahmes è assistita da uno stuolo di dei e di geni e la mette al mondo davanti alla dea - utero e alle forme divine protettrici. Thot alla fine presenta il bambino del miracolo ad Amon che stringe al petto suo figlio e poi lo lascia sulla terra. Ovvio che tutta questa storia è soltanto una messa in scena ideata per giustificare la presunta nascita divina di Hatshepsut.

La spedizione a Punt
La regina esprimeva la sua femminilità nell’architettura, così importante per gli Egiziani,  accompagnando il vigore con la grazia e temperando le dimensioni grandiose con la misura e la sobrietà. Secondo lei i monumenti dovevano essere edificati per gli uomini e i templi dovevano avere anche una fruibilità umana.
Hatshepsut resta famosa soprattutto per la spedizione nel paese di Punt nell’Alto Nilo, un luogo dove mai nessun faraone si era avventurato. Si trattava di una terra molto ricca di derrate alimentari e di beni preziosi, almeno così narravano le storie di chi diceva di esserci stato. Fu un viaggio esplorativo verso un paese a lungo mitizzato, un luogo mai visto dai paesaggi insoliti e dalle piante cariche di frutti e d’incenso. Punt era chiamato “la terra del dio” e fu così che salparono cinque navi a vela per una spedizione pacifica e conoscitiva verso un paese così vagheggiato. Punt si estendeva tra l’Eritrea e il Sudan e fu là che gli Egizi conobbero un nuovo mondo, alcuni prodotti del sottosuolo di cui non sospettavano neppure l’esistenza e frutti prelibati mai assaggiati. Gli abitanti del posto riservarono alla spedizione una buona accoglienza e vollero inviare una loro delegazione in Egitto per contraccambiare la visita. Prima che la spedizione ripartisse ci fu un banchetto luculliano, una cerimonia di alleanza a base di vino, birra, carni arrostite e frutta con dolci di ogni tipo. Le navi tornarono in Egitto cariche di avorio, ebano, spezie, piume e uova di struzzo, pelli di felini, babbuini, pantere e altri prodotti esotici prelevati a Punt. Una delle prede preferite furono gli alberi da incenso (anty) che successivamente vennero piantati in Egitto. All’arrivo delle cinque navi c’era Hatshepsut ad attenderle e apparve bellissima nel suo portamento regale, pettinata con due piume di struzzo sulle lunghe corna ondulate della corona e con in mano il bastone della consacrazione. La regina dedicò i tesori di Punt ad Amon, soprattutto l’incenso che era una scoperta così desiderata da spingerla a infrangere il protocollo. Hatshepsut infatti si avvicinò alle resine come una donna qualsiasi e si cosparse a piene mani le braccia, le spalle e il petto con quelle resine odorose.

Le figlie di Hatshepsut
Neferura fu la figlia maggiore di Hatshepsut. Al ritorno da Punt aveva quindici anni ed era stata educata dai dignitari di palazzo e affidata alle cure amorose del padre putativo Senenmut, intendente e tutore. Per quanto era sciocco e inetto il vero padre il consigliere reale onnipresente era invece intelligente e colto. Neferura fu condizionata dalla grande personalità del favorito di sua madre che la educava come la futura erede al trono. Durante il regno del padre, Neferura rimase invisibile, così come conveniva a una giovane fanciulla di sangue reale. Fu dopo la morte di Thutmosi II che la principessa iniziò ad apparire in pubblico a fianco della madre, assumendo una posizione più importante di quella goduta dalla madre alla sua stessa età.
Hatshepsut fin dall'inizio voleva far sì che sua figlia diventasse faraone, tra l’altro se Thutmosi III fosse morto durante l’infanzia e se non fosse stato disponibile un erede maschio, allora Neferura sarebbe stata l’erede al trono. C’erano i precedenti perché ciò avvenisse, dal momento che durante il Medio Regno la regina Sobekneferu, in assenza di eredi maschi, aveva ottenuto il trono. Era prudente, in un’epoca in cui la mortalità infantile era alta, fare in modo che il maggior numero possibile di figli di sangue reale fossero educati come futuri faraoni. Considerata la sua posizione di figlia e sorellastra di un re pareva ovvio che Neferura fosse destinata a diventare moglie di Thutmose III. L’erede al trono era l’unico uomo degno di sposare una fanciulla di origini tanto nobili e lei era la più adatta a diventare la madre del futuro re. Invece non fu così. Fu Hatshepsut Meritra, la figlia minore della regina, a sposare Thutmose III e a diventare la madre del successivo faraone d’Egitto, Amenofi II.
Per tutta la durata del regno di sua madre Neferura portò il titolo di “Sposa Divina”, che normalmente spettava alla consorte principale o alla regina madre. Qualsiasi faraone nelle rappresentazioni ufficiali sarebbe stato ritratto accompagnato dalla moglie ed è proprio in questo che sta la spiegazione del ruolo preminente di Neferura. Come faraone, Hatshepsut aveva bisogno di una “Sposa Divina” che prendesse parte agli aspetti rituali del suo ruolo. Hatshepsut non poteva contemporaneamente essere faraone e “Sposa Divina”, sua figlia, anche lei figlia di un re e pertanto erede legittima, era invece la persona ideale a ricoprire quel ruolo e a fare da consorte della propria madre. I blocchi smantellati della Cappella Rossa di Karnak comprendono tre serie di scene in cui appare una “Sposa Divina”, di cui non si fa il nome, che durante il regno del faraone Hatshepsut assolve ai propri doveri. Pare ragionevole ipotizzare che la dama senza nome sia Neferura. Queste scene ci dicono quanto fosse importante la “Sposa Divina”: non era un semplice incarico onorifico, la “Sposa Divina” doveva presenziare ai rituali del tempio. In una scena la “Sposa Divina” viene raffigurata mentre, insieme a un sacerdote, compie il rito della distruzione con il fuoco del nome dei nemici dell'Egitto. Nella seconda scena la vediamo in piedi, con entrambe le braccia alzate, mentre con tre sacerdoti osserva Hatshepsut che offre il pranzo ai diciassette dei di Karnak. L’ultimo rituale mostra la “Sposa Divina” nell’atto di guidare un gruppo di sacerdoti maschi alla piscina del tempio per la purificazione, e poi mentre segue Hatshepsut nel santuario dove il faraone officia i riti davanti alla statua di Amon.
Verso la fine del regno di sua madre, Neferura esce di scena. Viene ancora citata nella prima tomba di Senenmut, costruita nel settimo anno di regno e appare su una stele nell’undicesimo anno, ma da quel momento in poi non se ne sa più nulla. Nella seconda e ultima tomba di Senenmut, che risale al sedicesimo anno di regno, non è più citata e il semplice fatto che una principessa, che in precedenza aveva avuto un ruolo tanto importante, non compaia più fa ritenere che fosse morta e fosse stata sepolta nella sua tomba vicina a quella che sua madre si stava facendo costruire.
Riguardo la seconda figlia di Hatshepsut non sappiamo quasi nulla se non che era di corporatura agile e minuta e che mise al mondo il futuro Amenofi II, dopo aver sposato Thutmose III. Ne abbiamo già parlato e resta insoluto il mistero del perché sia stata lei a farlo e non la primogenita che la madre aveva sempre trattato da erede al trono e che aveva educato per tale compito.
La vita privata di Hatshepsut
I pettegolezzi storici su questa grande regina si sprecano e ce ne sono anche di irriverenti, testimoniati in alcuni graffiti ritrovati nei resti dei grandi complessi architettonici. Fu una donna autoritaria ma conservò sempre la sua femminilità che mise in giusta misura negli atti del suo governo. Raggiunse una gloria meritata e l’apice del suo potere lo toccò quando aveva quarant’anni e governava praticamente da sola, visto che associato al regno c’era un bambino.  Gli uomini non ebbero grande importanza nella sua vita, soprattutto il marito ufficiale non ne ebbe alcuna. Thutmose II era un inetto, un caratteriale sciocco ed esaltato, un immaturo con gravi problemi di mente. Lei passò alcuni anni della sua vita ad accudirlo come una madre premurosa ma per lui riservò soltanto un sentimento di pena e di mal celato disprezzo. Hatshepsut era una donna speciale, intelligente e colta, bella di una bellezza regale e piena di fascino, si attendeva il meglio dalla vita, non certo un matrimonio con un re incapace di intendere e di volere. Ecco perché rivolse le sue attenzioni verso l’unica persona importante di sesso maschile che conobbe, il personaggio centrale della cerchia regale, quel Senenmut che aveva tutte le qualità  che la regina cercava in un uomo. Senenmut era di sicuro un ambizioso arrivista che seppe ottenere ciò che voleva e che si guadagnò un posto di rilievo a corte, ma aveva pure qualità non comuni e fu grazie a quelle che raggiunse i suoi scopi. Poi era davvero attaccato alla regina che venerava come una dea e le fu vicino sin dall’adolescenza, in tutti i sensi. Il padre la prometteva in sposa al fratellastro e lei si faceva vedere con Senenmut, che apprezzava come impareggiabile consigliere ma anche come uomo di grandi qualità. Il nome di Senenmut e la sua figura si trovano sempre insieme a quello della regina e in Egitto l’unione tra due persone era tradotta con la rappresentazione della coppia, magari pure con i bambini quando ne avevano. Senenmut era il solo mortale cui era concesso di farsi rappresentare in compagnia della regina nelle attività ufficiali del regno e ricevette da lei importanti doni. Si ricorda un sarcofago in quarzite e un terreno a Nora Del Geseru per edificare la sua estrema dimora. Senenmut fece scolpire due crittogrammi dedicati alla regina sulle statue che lo raffiguravano: un uomo che cammina e tiene in pugno una canna e l’avvoltoio di Mut. Due simboli per onorare la regina che furono inseriti sulle spalle delle statue.
Senenmut celibe per tutta la vita è un altro indizio che ci fa pensare alla sua relazione proibita con la regina. Il celibato non era cosa da egiziani, popolo poligamico (soprattutto i nobili) dedito ai piaceri della carne più di altri popoli orientali, propenso al tradimento, al concubinato e alle avventure amorose. Tra l’altro cose come la bisessualità e l’omosessualità erano all’ordine del giorno e non facevano certo scandalo. Le statue che rappresentano Senenmut e la regina ci dicono che i due condividevano la vita privata oltre che quella pubblica. Solo che dovevano farlo in segreto, per quel che potevano, e in ogni caso senza dare a corte motivi di pubblico scandalo. A palazzo tutti sapevano che i due se la intendevano ma veniva mantenuta la più rigorosa discrezione. Il fedele scriba Thutiy nella biografia della regina dice testualmente: “La mia bocca mantiene il silenzio sugli affari di palazzo” e tutti sappiamo che tra gli affari di cui non si doveva parlare c’era soprattutto l’amore proibito tra la regina e un comune mortale. Gli archeologi hanno rinvenuto pure una velata dichiarazione d’amore di Senenmut, quando chiede di tramandare ai posteri il ricordo del loro amore lasciando vicine le loro statue. Senenmut voleva apparire per l’eternità accanto alla sua adorata regina e infatti è stata ritrovata una piccola cappella che contiene la statua di Hatshepsut e due statue di Senenmut. Il consigliere della regina aveva raggiunto una posizione di potere invidiabile, però nel suo caso non si può parlare di favoritismo perché si trattava di una persona valida e abile. E neppure si può dire che l’amore tra Senenmut e Hatshepsut fosse interessato. La regina era attratta fisicamente e intellettualmente dal suo consigliere che a sua volta era perdutamente innamorato di lei. Senenmut sapeva di avere un forte ascendente sulla regina, soltanto lui a palazzo poteva guidarla nelle decisioni e farle cambiare idea, però utilizzava con discrezione questo potere e si lasciò sempre guidare da un sentimento di venerazione verso di lei.
Esiste un graffito inequivocabile che vale più di mille pettegolezzi di palazzo, quello è un’indiscrezione che resta nei secoli, l’unica immagine erotica disegnata nel sito di El Bahari e della Valle dei Re. Il graffito pare che sia stato realizzato da un artigiano della necropoli e racconta la relazione tra Senenmut e Hatshepsut in due quadri piuttosto licenziosi. Nel primo quadro si vede Senenmut con il fallo in erezione che si dirige verso un personaggio più grande di lui che a prima vista pare inavvicinabile. Si tratta della regina perché ha in testa il copricapo reale. Nel secondo  quadro vediamo i due completamente nudi ed è chiaro che l’uomo sta penetrando da dietro la donna, pure se lei è la regina. Tutto questo significa che il segreto era soltanto una facciata ma che il popolo sapeva bene come stavano le cose a palazzo. Tra l’altro pare che dalla relazione tra i due nacque pure un figlio: Maiherpera. Il ragazzo venne allevato a corte come se fosse stato un principe reale e aveva nel volto i tratti tipici della gente della Nubia, proprio come Senenmut. Maiherpera nacque attorno all’anno X del regno di Thutmose II, un anno dopo Neferura. La regina lo nominò “porta flabellum alla destra del re”, un ruolo che spettava alla prole reale, e lo tenne sempre accanto a sé. Ovvio che non lo poteva riconoscere perché era nato da una relazione vietata tra lei e un semplice mortale, quel bambino era il figlio della colpa. Maiherpera aveva la testa rasata e una parrucca riccia, non portava barba, la sua pelle era di un colorito bruno scuro, una mescolanza tra egizio e nubiano. Troppo simile a Senenmut per non essere suo figlio… Morì a soli ventuno anni. Gli archeologi hanno rinvenuto la sua mummia e hanno considerato che è stata trattata come una mummia regale.
Senenmut di fatto governò assieme alla regina e non fu una cattiva scelta tenere a palazzo quell’uomo così colto e sapiente che sapeva anche di astronomia e di teologia. Senenmut e Hatshepsut fecero edificare lo stupendo sito di Geser Geseru e l’anfiteatro di Deir El Bahari a tre terrazze che degradano dalla cima della montagna tebana. Il tempio di Hatshepsut è quanto di più sfarzoso ed elegante si possa immaginare.
I segreti erotici di Senenmut
Una cosa interessante e spesso taciuta sulla figura del consigliere - amante della bella regina Hatshepsut riguarda il ritrovamento di alcuni papiri dal contenuto molto licenzioso. Tutti sanno che nella cappella funebre di Senenmut fu rinvenuto un disegno che raffigura un cielo capovolto, cosa che per alcuni sta a significare che il grande maggiordomo conosceva la lingua che si parlava sulla terra prima del diluvio. La grande distruzione del diluvio universale venne mandata dagli dei proprio per purificare i costumi corrotti del genere umano. Senenmut era a conoscenza di tutte le pratiche erotiche contenute nei testi di prima del diluvio, adesso sappiamo che la sua intelligenza spaziava pure nei segreti dell’erotismo e del sesso. Nella sua tomba infatti sono stati rinvenuti alcuni papiri con disegni esplicativi, forse traduzioni di cose lette da Senenmut su antichi documenti. Su questo ritrovamento però la scienza ufficiale mantiene il più stretto riserbo, forse per pudore e di sicuro per non infangare l’immagine del più alto consigliere di corte di Hatshepsut.
I papiri di Senenmut sono di alto contenuto erotico. Se non vogliamo dare credito alla possibilità che al tempo degli egiziani fossero diffusi i romanzi erotici e una primitiva letteratura per immagini di argomento licenzioso, dobbiamo concludere che si tratta di appunti sull’eros praticato dagli uomini prima del diluvio. Di sicuro Senenmut metteva in pratica le sue conoscenze erotiche per procurare maggior piacere sessuale alla regina durante i loro segreti convegni amorosi.
Un primo papiro è diviso in due scene. Nella prima parte c’è un uomo disteso su di un lettino mentre gli viene praticata un’operazione per inserire una pallina d’oro sulla punta del pene. Nella seconda vediamo lo stesso uomo che si accoppia con una donna e le procura ripetuti orgasmi. Un secondo papiro ci mostra un uomo e una donna completamente nudi, lui è in posizione eretta mentre lei è distesa orizzontalmente e tiene le gambe ben divaricate. Sotto il disegno c’è un’iscrizione dove si spiega che questa posizione può procurare il massimo godimento alla donna, fino a farle toccare l’estasi del piacere misto al dolore. Un terzo papiro raffigura una donna distesa su di un divano con le spalle appoggiate sopra un mucchio di cuscini e sopra di lei c’è un uomo che la penetra in posizione eretta mentre le solleva le gambe verso l’alto. Nei papiri ritrovati ci sono anche appunti su come l’uomo può far godere intensamente una donna leccando il sesso dopo essersi messo sulla punta della lingua alcune spezie piccanti. Senenmut (o chi per lui ha redatto i papiri) afferma che questo accorgimento può provocare nella donna numerosi orgasmi. Gli antichi documenti parlano pure della fellatio e l’estensore dei papiri si prodiga in dettagliati consigli per la donna su come maneggiare con lingua e bocca il membro maschile. Una pratica curiosa consigliata è quella di mettere un cubetto di ghiaccio in bocca durante la fellatio. Un’altra posizione erotica descritta nei papiri vede l’uomo possedere dalla parte posteriore la donna, dopo essersi legato ai testicoli due palline di legno che devono colpire il clitoride femminile durante la penetrazione. Infine c’è un’ultima posizione con un uomo e una donna che fanno l’amore in piedi appoggiati l’uno contro l’altro e la donna ha le gambe appoggiate sulle spalle dell’uomo.
Il papiro ritrovato ci presenta un Senenmut maestro di erotismo che non conoscevamo. Non è dato sapere se è davvero lui l’autore di questo compendio erotico stile kamasutra, di sicuro tutte le notizie sono state desunte dalle conoscenze degli uomini di prima del diluvio. Il consigliere di corte era un uomo di grande intelligenza ed era uno dei pochi in Egitto a conoscere le lingue remote Abbiamo appurato quindi che il grande intendente reale sapeva dare ottimi consigli anche in fatto di sesso e che la sua presenza ha colmato a dovere l’assenza di un uomo ufficiale a fianco della regina dopo la morte dell’inetto consorte Thutmose II.  

Gli ultimi anni di regno di Hatshepsut
Durante gli anni XIII e XIV del regno la regina inviò forze armate a Tangur, al di là della seconda cateratta, per sedare le sommosse delle genti di Kush. Furono spedizioni punitive che però garantirono nuovi anni di pace e di tranquillità alla sua terra. La principessa ereditaria Neferura venne inviata nel Sinai, scortata da una milizia armata e accompagnata dal fido Senenmut. Nel Sinai l’esercito doveva scacciare i temibili Hyksos, popolo nomade che infestava quella regione, la regina invece ne approfittò per visitare le miniere di turchese e si informò con interesse sulle condizioni degli operai.
Negli anni XV, XVI e XVII Hatshepsut ebbe la brillante idea di celebrare il giubileo del suo regno e di rendere onore al dio Amon. In realtà erano soltanto quindici anni che governava e il giubileo sarebbe dovuto cadere alla fine dei trenta. La regina con una mossa molto astuta, forse suggerita da Senenmut, fece in modo di mettere nel conto pure gli anni che aveva governato suo padre e il marito Thutmose II, oltre al periodo di regno condiviso con il nipote. Lo scopo era quello di affermare una volta di più i suoi diritti e la sua predestinazione divina a sedere sul trono dei re di Egitto. Hatshepsut raccolse così tutti gli onori e i vantaggi che derivavano dal giubileo e fu un avvenimento davvero importante. Si fecero elevare due nuovi obelischi alti ventotto metri e mezzo e pesanti trecentosettantaquattro tonnellate e la regina venne di nuovo incoronata davanti ad Amon.
Negli anni XX e XXI del regno si trovano le ultime menzioni pubbliche di Hatshepsut e subito dopo non esistono più testi che ne parlano, ma non ci sono neppure fonti che segnalano la sua morte. Pare scomparsa nell’anno XXII e la spiegazione più probabile pare che sia la cessione del potere a Thutmose III, ormai adulto e consapevole, per ritirarsi a vita privata e finire tranquillamente i suoi giorni. Le fonti non lasciano traccia di esequie reali in quel periodo, la sola cosa che sappiamo è che venne interrata nel sepolcro della sua valle funeraria e che Thutmose presiedette alla cerimonia.
Hatshepsut morì che aveva più di cinquant’anni. Senenmut invece fu più longevo e rimase molti anni ancora a corte come servitore fedele di Thutmose III. Pare che i rapporti tra lui e la regina si fossero deteriorati e che la loro storia d’amore proibita terminò tra liti furibonde. Hatshepsut se ne andò da palazzo e i due ex amanti non si videro più sino al giorno della morte di lei. Quel giorno siamo sicuri che Senenmut ha versato una lacrima e ha recitato una preghiera agli dei per il suo amore di un tempo, per quella donna cui aveva dedicato la vita e per la quale aveva rinunciato al matrimonio, a dei figli, a una vita normale. Adesso riposano sepolti nella stessa tomba, vivono accanto per l’eternità, nelle loro statue, nei ricordi, nei graffiti licenziosi. Sono una coppia divina che ricorda un amore terreno.
Dopo la sua morte Hatshepsut divenne oggetto di proscrizione. Le sue effigi, il suo nome e i testi che la riguardavano subirono una distruzione sistematica. Ci sono addirittura dei martellamenti evidenti nei bassorilievi, cosa che troviamo pure in alcuni ritratti di Senenmut. Molti erano gelosi del loro amore e del grande potere della coppia reale e forse più di tutti aveva diritto di esserlo Thutmose III. Probabile che sia stato lui a ordinare certe cancellature a colpi di martello, una volta salito al trono da solo senza le due ingombranti presenze. Per fortuna non tutto è stato distrutto, altrimenti di Hatshepsut oggi non sapremmo niente.
Hatshepsut e le altre regine egiziane
La regina Hatshepsut è la regina più famosa che l’Egitto ha avuto ma non fu la sola. Prima di lei ci furono: la regina Neitkrety, verso la fine della VI dinastia, e la regina Sobekneferu, alla fine della XII dinastia (Medio Regno). Con meno certezza, crediamo ci siano state anche la regina Neithotep e Meryt-Neit, che dovettero regnare entrambe durante la I dinastia. Infatti, abbiamo i loro nomi racchiusi nel cartiglio (il tipico disegno curvilineo nel quale era scritto il nome del faraone) e lo stile delle tombe suggerisce una loro ascesa al trono. Sappiamo poco su queste regine, però abbiamo abbastanza dati per affermare che i loro regni furono brevi e poco importanti. Anche la più tarda regina Twosret (XIX dinastia) regnò molto brevemente e di lei ci rimangono ben pochi elementi con cui giudicare il suo operato.
Hatshepsut è stata una regina diversa. Per decenni è stata vista come usurpatrice di un ruolo maschile e la sua presa del potere è stata interpretata come un atto contro lo status quo. Studi recenti hanno invece dimostrato che uno degli elementi chiave nei successi di Hatshepsut fu lo sviluppo del ruolo della regina durante la seconda metà della XVII dinastia. Alcune grandi regine consorti, quali Tetisheri, Ahhotep II e Ahmose-Nefertari, governarono in modo autonomo l’Egitto grazie alle lunghe reggenze dovute alla minore età degli eredi al trono. Per esempio la XVII dinastia combatté aspramente per scacciare gli invasori Hyksos dal nord del paese e non furono pochi i faraoni che persero prematuramente la vita in battaglia, lasciando il regno a faraoni ancora bambini. Queste regine crearono nella popolazione egizia l’idea che una donna potesse essere un ottimo governante tanto quanto un uomo.
Le due ultime regine sono documentate meglio di quanto non sia Tetisheri, la progenitrice di questa stirpe di donne energiche e risolute.
Di Ahhotep II si dice che “mise fine a una rivolta nel sud, calmò i nobili scontenti, e richiamò quelli che erano fuggiti dalla regione”.
Ahmose-Nefertari non solo governò l’Egitto durante le minore età del figlio, ma prima della morte del marito aveva progettato e fatto costruire monumenti insieme a lui. Ebbe anche il prestigioso incarico di suprema sacerdotessa a Karnak, in un periodo in cui non era cosa comune avere una donna come alta sacerdotessa di un dio. In qualità di “Moglie divina di Amon”, scelse personalmente il secondo profeta del dio (ossia l’alto sacerdote deputato alla gestione ordinaria del tempio) a Karnak. Se consideriamo che in quel periodo Karnak stava diventando il tempio più importante di tutto l’Egitto, il suo diritto a sceglierne l’amministratore indica che il suo potere politico, oltre che religioso all’interno del governo doveva essere molto alto. Tale fu il prestigio di questa regina da essere divinizzata dopo morta.

Il matrimonio nell’Antico Egitto
Nell’Antico Egitto il matrimonio era considerato un punto fermo, soprattutto nella prospettiva di avere dei figli e formare una famiglia. Ecco perché la scelta di Senenmut di non avere una compagna e di vivere nell’ombra della regina ci fa capire quanto fosse stretto il legame tra i due. Senenmut non poteva sposare l’unica donna che venerava e allora si contentò di vivere alla sua ombra per tutta la vita. Non ha cercato altre donne che la sua regina.
In Egitto non esisteva un contratto matrimoniale come lo intendiamo noi, non c’era un documento che sanciva l’unione di un uomo e di una donna. Il matrimonio era solo un patto tra due persone libere e innamorate, e il semplice fatto che la donna si trasferisse, con la propria dote, nella casa di un uomo, con l’approvazione dei parenti, ne decretava la validità. L’evento non era consacrato da un atto legale né religioso, ma era solo una questione sociale che legava due volontà di vivere insieme, nella stessa casa. Molto vicino alla nostra moderna convivenza.
Come in molte altre società elitarie, anche nell’Antico Egitto, il matrimonio consanguineo, condannato dalla nostra civiltà, non era invece sentito come una cosa incestuosa. L’unione tra i membri della stessa famiglia era consentita, se non addirittura consigliata, per impedire l’ascesa al potere di altre famiglie aristocratiche o per evitare di disperdere le proprietà di una famiglia. Veniva accettato come normale persino il matrimonio tra padre e figlia.
In termini economici il matrimonio legittimava la filiazione e i diritti dei figli all’eredità, anche se il marito e la moglie potevano diseredare alcuni figli e beneficiarne altri. Le numerose rappresentazioni testimoniano un’assoluta parità tra uomo e donna, una grande complicità tra gli sposi sottolineata da abbracci e tenerezze, simbolo di amore, aiuto reciproco e unione. Non mancavano i divorzi, pure se non regolati da carte bollate e lunghi processi, ma che stavano a indicare una civiltà  tollerante e una buona considerazione della donna. Sia l’uomo che la donna potevano chiedere di divorziare e i motivi erano simili a quelli addotti oggi. Si poteva trattare di sterilità della donna, di adulterio o di un reciproco accordo per incompatibilità di carattere. Se era l’uomo a decidere di separarsi, la donna aveva diritto a un indennizzo da parte del marito, alla dote e a un terzo delle proprietà in comune. Entrambi i divorziati erano poi liberi di risposarsi sia in caso di vedovanza che di divorzio. La donna adultera veniva punita con frustate e addirittura con la pena di morte, mentre l’infedeltà del marito veniva tollerata, poiché nell’Antico Egitto la poligamia era consentita, anche se si trattava per lo più di una pratica dell’aristocrazia e soprattutto del faraone. Spesso però le mogli di uno stesso faraone erano le mogli di matrimoni successivi al divorzio o alla morte del coniuge, e anche a causa dell'alto tasso di mortalità infantile gli uomini si sposavano più volte, così da assicurarsi gli eredi, ma era raro che avessero più mogli contemporaneamente.
Esistevano pure i “matrimoni diplomatici” con principesse straniere, che avevano una funzione soprattutto politica, tesi a stringere e mantenere accordi con le potenze vicine. Era sempre la donna a essere straniera in quanto il faraone si rifiutava di far sposare le proprie figlie con uomini non egiziani, salvo quando l’Egitto non rappresentò più un grande impero e si cercò di consolidare affari commerciali attraverso matrimoni in cui il padre della sposa offriva una ricca dote, contraccambiata da un “prezzo per la sposa” che significava ricchezza per lo Stato. Questo tipo di matrimonio ci fu solo in ambito faraonico e rappresentava un accordo politico più che una promessa d’amore.
Il significato puro del vero matrimonio d’amore nell’Antico Egitto era invece molto profondo e importante, inteso proprio come un atto d’amore per sancire la volontà di due innamorati di vivere insieme, un fatto privato che stranamente non veniva celebrato con alcun rito religioso.

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