Il caso Enfield di James Wan

Il caso Enfield di James WanIl caso Enfield di James Wan, film con un look più da fantasy avventuroso che da horror duro e puro.

Il caso Enfield di James Wan conferma che il regista sa utilizzare un materiale già sfruttato senza scadere nel citazionismo ormai stantio.

Il caso Enfield di James Wan. 1977. In una dimora del borgo londinese di Enfield uno spettro evocato per gioco con una tavola Ouija dalla piccola Janet s’impossessa della ragazzina e comincia turbare l’intera famiglia. La Chiesa prima d’intervenire chiede ai coniugi Warren, consulenti di stregoneria demoniaca, di recarsi sul luogo per indagare.

Può un film che comincia con “London Calling” dei Clash e termina con “Can’t Help Falling in Love” di Elvis risultare credibile come pellicola dell’orrore? Probabilmente no, ma bisogna ricordare che il cinema cosiddetto postmoderno (termine inviso a molti) ha cominciato un tot di decenni fa a trasgredire le regole dei generi, utilizzando musiche contrastanti (stranianti) con il tono base della vicenda. Basti pensare a “Blue Moon” in un Un lupo mannaro americano a Londra, diretto da John Landis nel 1981, a “Blue Velvet” in Velluto Blu (1986) di David Lynch (entrambe le canzoni cantate tra l’altro da Bobby Vinton), o a “Let it Snow” (nella versione di Vaughn Monroe) in Trappola di cristallo (1988), capolavoro d’azione firmato John McTiernan. Film che trovavano un equilibrio, nel disequilibrio tra suspense, spaventi, ironia, humor nero, eccetera, a dir poco miracoloso. L’autore del non eccelso Saw – L’enigmista, horror di grande successo con cui ha esordito nel 2004, tende indubbiamente a muoversi sullo stesso terreno. Di un cinema che dialoga continuamente con se stesso, tessendo una rete fitta e non facilmente districabile di riferimenti alla propria storia e in cui non è l’originalità della vicenda che interessa allo spettatore ma, casomai, il contrario, cioè un (piacevole?) e rassicurante senso di già visto che scava nella memoria di chi guarda, formando un alveo in cui scorre un fiume di immagini.

Il caso Enfield di James Wan

Era così il precedente L’evocazione – The Conjuring, del 2013, una sorta di catalogo di situazioni spaventosi, con cui Wan dimostrava di non avere lo scatto creativo dei predecessori né intenti dissacratori o, meno che mai, una capacità di rilettura di sostanziale personalità. Però anche The Conjuring – Il caso Enfield conferma che il regista sa utilizzare un materiale già sfruttato senza scadere nel citazionismo ormai stantio, anche se i rimandi a vari film del passato non mancano. Ovviamente Amityville Horror (diretto da Stuart Rosenberg nel 1979), i cui accadimenti sono ricostruiti e sintetizzati nella sequenza iniziale poiché i coniugi Warren ebbero parte attiva nelle ricerche sui fatti in esso narrati. Ma anche Inferno e Phenomena di Dario Argento, Il villaggio dei dannati di Wolf Rilla, Sentinel di Michael Winner, Changeling di Peter Medak, Poltergeist – Demoniache presenze di Tobe Hooper (tralasciando L’esorcista di William Friedkin, che quando c’è di mezzo una bambina posseduta non può mancare). Sgombrato il campo da fastidiosi ammiccamenti, Wan punta dritto al bersaglio, e bisogna dire che lo fa con un certo piglio. Non che alla fine racconti sto granché e, soprattutto, non che riesca più di tanto a convincerci dell’esistenza di spettri e altre entità sovrannaturali (ammesso che fosse questo il suo intento). Nonostante sia tratto da una storia vera, The Conjuring – Il caso Enfield ha un look, dinamiche ed effetti speciali (pochi ma ben realizzati) più da fantasy avventuroso che da horror duro e puro (stretto com’è tra l’action Fast and Furious 7, uscito nel 2015, e l’annunciato Aquaman). Insomma, può giusto far paura a chi non ha mai visto un film dell’orrore in vita sua: però riesce a tenere desta l’attenzione. Non ci sono sequenze di particolare pregio e, tuttavia, nemmeno cadute di stile, va sottolineato. Come accadeva, in misura ancora maggiore, con L’evocazione, siamo comunque in un’apparente restaurazione di un cinema dell’orrore tradizionale: tra croci, agenti della Chiesa, lotte contro il male e famiglie unite sembra un film prodotto dal Vaticano. Anche se il demone Valak che perseguita Lorraine Warren ha le sembianze di una suora (e non si capisce bene perché): sotto il cui volto spaventoso si cela oltretutto la stessa attrice, Bonnie Aarons, che interpreta il barbone nello straordinario Mulholland Drive (2001) di David Lynch.

THE CONJURING – IL CASO ENFIELD
Regia di James Wan.
Con Patrick Wilson, Vera Farmiga, Madison Wolfe, Frances O’Connor, Lauren Esposito, Benjamin Haigh, Patrick McAuley, Simon McBurney. Franka Potente, Bob Adrian.
Titolo originale: The Conjuring 2: The Enfield Poltergeist.
Horror, durata 133 min. – Usa, 2016.

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