Apprendista zombi di Andrea Brando

Apprendista zombi di Andrea BrandoSi sentiva tutto intorpidito, come se avesse assunto una posizione scomoda mentre dormiva. I letti dell’ospedale non erano certo il massimo. Di malavoglia aprì gli occhi per guardare l’orologio sul comodino. Era ancora buio.
Fece per rizzarsi, ma diede una violenta capocciata contro qualcosa di duro sopra la sua testa. A stento soffocò un’imprecazione, non voleva svegliare gli altri degenti. Ma perché quella zuccata? Sopra il suo capo avrebbe dovuto esserci solo il soffitto, che era almeno a tre metri dal pavimento. Alzò le mani di qualche centimetro e scoprì una superficie ruvida, legnosa. Che diavolo era?
Si risolse infine di accendere la lampada per fare luce su quel mistero. Non ci riuscì. Ai suoi fianchi c’erano pareti legnose, come sopra la sua testa. Decise che era venuto il momento di chiamare l’infermiera; pazienza se avesse svegliato i suoi vicini di letto. Fece per cacciare un urlo, ma solo un debole rantolo gli uscì dalla gola. Riprovò, con crescente ansia, ma senza ottenere miglior successo. Oddio, adesso era anche diventato afono.
Riprovò a tastare le pareti di legno attorno a lui. Una cosa era sicura, quello non era il letto dove si era addormentato la sera prima. Ma dove l’avevano ficcato quei medicastri del menga? Proprio vero che la sanità italiana faceva acqua da tutte le parti. Chissà per quale ragione, l’avevano inscatolato in quell’affare, in quella… in quella… cassa.
Un brivido gli corse lungo la schiena, come se una mano ghiacciata gli avesse fatto il solletico alla spina dorsale: un pensiero pazzesco e orribile gli si era di colpo presentato. No, era una cosa talmente assurda che non doveva stare a rifletterci per più di un secondo neanche per scherzo.
Al giorno d’oggi la gente mica veniva più sepolta viva. Al giorno d’oggi, con tutta la scienza, con tutta la tecnologia a disposizione! Sì, ma la sanità italiana faceva cagare. Magari era finito per qualche ragione in catalessi e uno scalzacane incompetente ma con il camice bianco l’aveva dichiarato morto senza starci troppo a pensare.
Scosse la testa. Era impossibile che fosse andata così. Se si fosse messo a ragionare con calma, avrebbe senz’altro trovato una spiegazione più logica e avrebbe riso di quelle sciocche paure e tutto sarebbe andato bene. Ora doveva solo fare un bel respiro e poi…
E poi niente. A quanto pareva, non gli riusciva neppure di respirare. Lui provava a inalare aria, ma il diaframma rimaneva sostanzialmente immobile. Vero, chi è in catalessi ha un respiro quasi impercettibile, ma lui non era di sicuro più in quello stato, perché poteva muoversi.
Indubbiamente c’era qualcosa di strano in lui, ma di questo se ne sarebbe occupato dopo. Adesso il suo problema principale era uscire da quella cazzo di bara nella quale si trovava prigioniero. Una volta libero, si sarebbe affidato alle cure della scienza medica. C’era solo da sperare che si trovasse ancora all’agenzia di pompe funebri e non l’avessero già interrato. Sarebbe stata dura spezzare la lastra di marmo della tomba.
Cominciò a battere con tutte le sue forze contro il coperchio della cassa, sperando di riuscire a squarciarlo o di provocare quantomeno abbastanza rumore da destare l’attenzione di qualcuno che eventualmente fosse nei pressi.
La bara non doveva essere di pregevolissima qualità, perché il legno del coperchio si infranse piuttosto alla svelta, lasciando entrare un fiotto di terra che gli finì direttamente in bocca. Dunque, non era all’agenzia di pompe funebri, era già stato sepolto. Sepolto vivo. Erano davvero cazzi amari.
Lo invase un terrore insopportabile, gli pareva di non poter resistere un secondo di più in quella trappola claustrofobica. In preda all’isteria, si diede a mugolare, scalciare, picchiare i pugni e dare craniate. Ma era inutile, tutto quello che otteneva era solo di far entrare ancora più terra.
Eppure non avrebbe potuto dire di sentirsi fisicamente male, anzi. Non avvertiva alcun dolore, nonostante che, a furia di picchiare, si fosse rotto diverse dita delle mani e si fosse procurato anche un brutto taglio sulla fronte. Piuttosto, tutta quell’agitazione gli aveva messo addosso un grande appetito.
C’erano degli insetti che strisciavano sul suo corpo da quando la cassa si era spaccata. Se ne cacciò in bocca un po’, per tentare di placare la fame, ma non gli procurarono alcun giovamento. Necessitava senz’altro di qualcosa di ben più sostanzioso, ma finché era lì dentro sarebbe restato a stomaco vuoto. Per la frustrazione, diede un pugno violentissimo contro ciò che rimaneva del coperchio, frantumandosi le nocche e fracassandosi il polso senza provare alcun male.
Stava per tirare un altro cazzotto, ma si bloccò. Gli era parso di udire una voce.
“Ehi, hai sentito anche tu?” stava dicendo qualcuno di sesso maschile.
“No, non ho sentito un cazzo” rispose stizzita la voce di una ragazza. – Se stai cercando di mettermi paura, piantala subito. Comunque io mi sono rotta le palle, andiamocene.”
“Sì, brava, così perdiamo la scommessa. Guarda che dobbiamo passarci tutta la notte qui.”
“Me ne frego della tua scommessa del cazzo, io me ne vado. Sai com’è, – fece una risatina – qui è un mortorio.
Eh no, lui non poteva permettere che quei due se ne andassero. Erano la sua unica speranza. Si mise a picchiare con forza, per attirare l’attenzione. Magari avesse anche potuto urlare, ma gli usciva solo un mugolio. Probabilmente dipendeva dal fatto che non riusciva a respirare. Niente aria nei polmoni, niente emissione di voce.
“Stavolta non puoi non aver sentito.”
“Sì, ho sentito. Andiamocene.” La ragazza ora pareva impaurita.
“Andarcene? Ma sei scema? Lì sotto c’è qualcuno, dobbiamo aiutarlo! L’hanno seppellito vivo! Cazzo, che storia!”
“Andiamocene e chiamiamo la polizia.”
“Sì, e intanto quello crepa soffocato. Tu stai qui e fagli coraggio. Io vado a prendere una vanga, un piccone… qualcosa, insomma.
Lui intanto continuava a battere, per far capire che era sempre lì, vivo e desideroso di uscire.
Non ci misero molto a tirarlo fuori. Li squadrò. Erano due ragazzini dall’aria simpatica. Lei poi era carina, con la sua canotta che le lasciava scoperto l’ombelico e una minigonna di jeans. Il ragazzo gli diede una mano a rialzarsi.
Si sentiva molto malfermo sulle gambe e scoordinato, ma era normale, era stato chiuso in una bara fino a quel momento. Avrebbe voluto parlare per esprimere la sua gratitudine, ma non ne era in grado. Cercò di manifestare i suoi sentimenti sorridendo, ma la ragazza, che lo guardava come se fosse stato una belva feroce, parve intimorirsi ancora di più.
“Digrigna anche i denti” la udì mormorare.
“Adesso chiamiamo un’ambulanza e ti portiamo in ospedale.” Il tipo si sforzava di essere rassicurante, ma sembrava preoccupato. Gli offrì il braccio per sorreggerlo e accennò alla ragazza di fare lo stesso. Lei gli si accostò con molta riluttanza.
“Dai, che non morde” la incoraggiò il fidanzatino.
Un momento dopo, come se avesse voluto smentire quelle parole, lui addentò il braccio nudo della ragazza. Non era stata un’azione premeditata, anzi, lui fu il primo a meravigliarsene. Probabilmente era stato puro istinto. Aveva troppa fame.
La giovane lo guardò incredula e tentò di divincolarsi, ma lui la trattenne, dandole un altro morso al braccio. Il ragazzo raccolse il piccone che aveva usato per distruggere la tomba e lo colpì in pieno viso. Una, due volte.
Ancora una volta non avvertì dolore, però capì subito che qualcosa gli doveva essere successo, perché la sua visione era diventata strana. Era come se stesse guardando il mondo da due angolazioni diverse. Si passò una mano sulla faccia e comprese. Aveva un profondo taglio sulla fronte, ma quel che era peggio, un occhio era uscito dalla sua sede e gli penzolava dal volto, cui restava attaccato solo in virtù di un esile filamento.
Sì, d’accordo, lui non era stato molto educato a mordere la ragazza, ma che quello si permettesse di spaccargli letteralmente la faccia, era un po’ troppo! Si diresse piuttosto incazzato verso il tipo, il quale se la diede vigliaccamente a gambe. Avrebbe voluto rincorrerlo, ma era troppo veloce per lui.
La ragazza invece non se n’era andata, si era seduta per terra con gli occhi fissi e sbarrati. Probabilmente era in stato di shock. Vide che il braccio le sanguinava abbondantemente per i due morsi, sarebbe stato meglio fermare l’emorragia. Tentò di strapparsi la camicia per ricavarne delle bende, ma aveva pochissima coordinazione e per di più quasi tutte le dita delle sue mani erano spezzate. Tutto quello che ottenne fu di rovinare la camicia.
Le si avvicinò per tentare almeno di consolarla. Se solo gli fosse tornata la voce, l’avrebbe rassicurata, le avrebbe spiegato che i morsi erano stati solo un incidente e che non si sarebbero ripetuti, ma di nuovo venne preso da quell’impulso irresistibile.
Tentò di morderla ancora, ma questa volta lei fu più rapida. Si alzò in piedi di scatto, pronta a fuggire. Lui si tuffò in avanti, per cercare di ghermirla, ma riuscì solo ad afferrarle le caviglie. A fatica, strisciando sulla pancia e con l’occhio che gli pendeva per terra, provò ad avvicinare la bocca ai talloni della ragazza, ma quella diede un violento strattone, lasciandogli in mano solo le sue ciabatte di gomma.
La disgraziata si mise a correre, come già aveva fatto il suo boyfriend. Inutile cercare di inseguirla, era troppo lento. Deluso, addentò una ciabatta della tipa, immaginandosi di mangiarle i piedi e poi i polpacci, le cosce e via via, sempre più su, pezzo dopo pezzo…
Ma che cazzo gli era preso? Perché gli erano venuti quegli istinti cannibaleschi? Gettò via le ciabatte della ragazza e si avviò verso l’uscita del cimitero. Doveva trovare qualcuno che gli desse una mano, doveva tornare in ospedale. Là avrebbero potuto curarlo.
Ma ci sarebbe poi stata una cura per la sua condizione? Non parlava, non respirava, era scoordinato, non sentiva dolore, era affamato di carne umana, la pelle era cianotica… Bisognava guardare in faccia la realtà. Lui non era malato. Era un morto vivente. Se non altro, a differenza degli zombi che si vedevano al cinema o in televisione, tutti mostri senza cervello, conservava il suo raziocinio.
Adesso la domanda era: chi o cosa cavolo l’aveva infettato? Non era stato morso da nessuno, tantomeno da uno zombi. Fino a quel momento aveva del resto sempre creduto che gli zombi fossero creature di fantasia.
L’avevano ricoverato all’ospedale perché gli era venuta la febbre alta e presentava una forte rigidità muscolare. All’inizio avevano sospettato una meningite, poi avevano cominciato a formulare le ipotesi più diverse, dalla malattia esotica al ceppo mutageno, ma la verità era che non ci avevano capito un cazzo.
Probabile che lui fosse il fottuto paziente zero del fottuto virus zombi. Fra poco però ci sarebbe stata un’altra malata, la ragazza che aveva morso. Poverina. Non se lo meritava. Ma neanche lui se lo meritava, se è per questo.
Camminando lento, passin passino, era infine arrivato sulla strada. Aveva una fame boia, che aumentava a ogni istante. La poca carne che era riuscito a strappare dal braccio della ragazzina, lungi dall’aver placato il suo appetito, l’aveva semmai stimolato ancora di più. Era una sensazione indescrivibile, non era solo fame, era un malessere diffuso e straziante; gli sembrava che, se non avesse mangiato qualcosa alla svelta, sarebbe morto. Ovvio che questo era impossibile, perché lui era già morto.
Un gatto nero gli tagliò la strada. Bah, tanto, più sfortuna di così! Provò ad acchiapparlo, ma desistette quasi subito. A parte il fatto che il micio era molto più veloce di lui, ma poi non gliene fregava niente degli animali. Lui bramava la carne umana, solo ed esclusivamente la carne umana.
Lento e scoordinato com’era, come avrebbe potuto procurarsi le prede? Non ne aveva la più pallida idea. Era uno zombi in erba, doveva ancora apprendere i rudimenti del mestiere. Nessuno peraltro avrebbe potuto insegnarglielo, dato che, con ogni probabilità, lui era il primo essere umano a diventare un morto vivente.
Quando già stava cominciando a disperare, gli si presentò un’occasione d’oro: un barbone che stava dormendo inerme sul ciglio della strada. Avvicinandosi il più silenziosamente possibile, lo addentò alla gola. L’idea era di farlo crepare alla svelta dissanguato, così non avrebbe più potuto scappare.
Il barbone doveva essere mezzo intontito dall’alcol che aveva bevuto – c’erano diverse bottiglie vuote attorno a lui – quindi non fu in grado di opporre una strenua resistenza. Lui ne divorò il torace e il petto fino a far affiorare le costole. Si mangiò anche il cuore e un polmone, poi smise soddisfatto. Calcolò di aver ingollato almeno una decina di chili di carne.
Prima di proseguire il suo cammino, salutò con una mano la sua sfortunata vittima. Ciao, amico, scusami e grazie di tutto. Ci vediamo dopo, formulò nella mente. Era sicuro che l’uomo sarebbe risorto, proprio come lui. O magari no? Non aveva più il cuore, forse era essenziale. Si mise una mano sul petto per contare i battiti. Naturalmente non c’erano. No, il cuore non contava nulla, per uccidere uno zombi bisognava mirare alla testa, lo sapevano tutti.
Adesso che era sazio, poteva andare all’ospedale con più tranquillità. Non sarebbe saltato addosso alla prima infermiera che gli fosse capitata a tiro per divorarla. Quello era un punto importante, perché se voleva essere aiutato, non doveva mostrarsi aggressivo come era stato con quei due ragazzi.
Già, ma avrebbero davvero potuto aiutarlo, data la condizione in cui si trovava? E se poi gli fosse venuta fame di nuovo? Mica avrebbero potuto nutrirlo con carne umana. Vabbè, a quello ci avrebbe pensato dopo. Alla peggio, sarebbe scappato.
Muovendosi al rallentatore, gli sembrava che ci stesse mettendoci secoli ad arrivare a destinazione. E non era nemmeno sicuro di essere sulla strada giusta. Il guaio era che non riusciva a mettere bene a fuoco le cose. Quell’occhio che penzolava gli incasinava tutta la prospettiva. Se lo strappò via e se lo mise in tasca. Se lo sarebbe fatto riattaccare in ospedale.
Ma anche così, le cose non andavano molto meglio. Le strade e le case avevano un che di indefinito, di sfocato, e la notte era stranamente sempre più buia, anche se un campanile aveva appena battuto sei rintocchi. Quel che era peggio era che si sentiva tutto affannato, come fosse stato in debito d’ossigeno, il che però era impossibile, visto che non aveva bisogno di respirare.
Forse aveva mangiato troppo. Doveva aver fatto indigestione. In ogni caso, doveva tenere duro, stringere i denti e andare avanti, non poteva mancare molto. Quantomeno lo sperava, perché in realtà non capiva più dove si trovasse esattamente.
Chi aveva spento i lampioni? Perché si era fatto tutto buio? Forse un black out? Ormai vagava alla cieca, trascinandosi come un ubriaco. Come per trarre sollievo, alzò lo sguardo verso la volta stellata. Volta stellata? In realtà, non riusciva più a scorgere neppure una stella. O il cielo si era annuvolato o quella era la fine del mondo.
Sì, doveva essere così, il mondo stava finendo, perché le tenebre stavano calando e avvolgevano ogni cosa nel loro implacabile abbraccio, e anche lui veniva lentamente avvolto e l’abbraccio era sempre più stretto e lo faceva soffocare…

L’aria viziata della tomba era stata tutta consumata e lui ora giaceva morto nella sua bara, dove era stato sepolto prematuramente.

L’AUTORE
Andrea Brando (pseudonimo) nasce a Milano il 25 giugno 1973. È avvocato civilista.
Ha pubblicato un romanzo giallo nel 2013 con la Todaro Editore, dal titolo A che ora cenano i cannibali.
Nel 2015 ha pubblicato su Amazon il romanzo gotico Per il sabba sempre dritto.
Nel 2018 la Todaro Editore ha pubblicato il suo lungo racconto gotico La cura del diavolo.
Nel 2019 ha pubblicato il romanzo horror Angela Merkel contro i morti viventi, per la Apollo Edizioni.

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