L’occhio sinistro di Horus 1° episodio di Gloria Barberi

L'occhio sinistro di Horus 1° episodio di Gloria Barbieri

Howard Carter, archeologo scopritore della tomba di Tutankhamon

Anche se le vicende narrate si rifanno a fatti realmente accaduti, alcuni di essi sono stati drammatizzati a fini narrativi e altri completamente inventati. Il testo non vanta dunque alcuna pretesa biografica.

Il cielo del 6 marzo 1939 aveva il colore dell’acqua sporca.
Nel piccolo cimitero di Putney Vale il gruppetto di persone, una decina in tutto, che aveva seguito il funerale andava lentamente disperdendosi. Soltanto una donna indugiava ancora accanto al tumulo, come affascinata dal colore della terra smossa.
Una parte della sua vita se ne era andata per sempre, strappata via da lei come la pagina di un libro; una pagina miniata con i rossi e gli azzurri della giovinezza… e oro, soprattutto oro!
“Lady Beauchamp… scusatemi.” Una voce femminile, bassa e garbata.
Lady Evelyn Beauchamp alzò gli occhi e guardò la donna che l’aveva interpellata.
Poteva avere circa la sua età, quarant’anni o poco più, e stringeva tra le braccia, come se si fosse trattato di un neonato o di un oggetto molto fragile, una cartellina di cuoio bruno.
“Mi chiamo Phyllis Walker. Sono… ero…”
“Sì, lo so.”
Le due donne restarono a guardarsi per qualche attimo, in silenzio. Gli occhi scuri di Phyllis avevano uno sguardo così familiare che era come un coltello nella piaga. Lady Evelyn provò un istintivo sollievo quando quello sguardo si abbassò sulla cartellina di cuoio.
“L’ho trovata riordinando le cose di mio zio” disse Phyllis. “Non so se lui approverebbe, ma io credo che dobbiate sapere.” E porse la cartella all’altra donna. “Apritela.”
Lady Beauchamp, soggiogata da quello sguardo troppo familiare, obbedì. La cartella era piena di fogli manoscritti; e la calligrafia minuta, con i suoi spigoli e i lacci che chiudevano le aste delle “d”, e le “f” acute come piccole lance, le diedero un’altra scossa di dolore.
“Non spetta agli esecutori testamentari occuparsi degli scritti scientifici di vostro zio?”
“Non si tratta di scritti scientifici. Questo è…” La voce di Phyllis ebbe un’esitazione: “Una confessione. O forse soltanto i vaneggiamenti di un uomo prossimo alla fine. Non lo so. Ma pur se queste pagine non contenessero che un’unica parola di verità, è giusto che voi le leggiate.”
Bruscamente, come spaventata da quello che aveva appena detto, la donna girò sui tacchi e si allontanò in fretta.
Lady Beauchamp non cercò di trattenerla. Fissava la prima pagina del manoscritto. Gli spigoli della ben nota grafia erano schegge di vetro nei ricordi.
“Per gli antichi egizi” così iniziava il manoscritto “la morte era simile al tramonto del sole. Morire significava entrare nella caverna della notte, e solo attraverso mille insidie l’anima poteva accedere ai Campi di Luce e rinascere all’eternità. Ma alcuni, che gli dèi hanno scelto come pedine nella loro infinita partita a senet(1), sono chiamati a compiere questo viaggio quando ancora respirano nel mondo degli uomini”.
Lady Beauchamp sospirò, ma il nodo di lacrime che le stringeva il cuore non si sciolse. Avevo sempre sospettato che fosse così. “L’avevo capito!”
“”Io, mio malgrado” lesse in un sussurro, rivelando quella fatale verità al silenzio del cimitero “sono stato uno di quei prescelti. E questa è la cronaca del mio viaggio attraverso le dodici ore della notte”“.

Note:
1) Gioco che nell’antico Egitto veniva giocato con pedine su una scacchiera rettangolare, e aveva scopo divinatorio oltreché ludico

 

 

 

 

PRIMA ORA DELLA NOTTE
(Lo specchio di Hathor)

“O tu che risplendi nelle solitudini notturne,
Dio dal Disco Lunare, guarda!
Io ti accompagno, io pure,
tra gli abitanti del Cielo che ti circondano.
Io, defunto, Osiride, accedo a mio piacimento
sia nella Regione dei Morti
sia in quella dei Viventi sulla Terra,
in ogni luogo in cui mi guida il mio desiderio.”
(Libro dei Morti, capitolo II)

 

 

Howard Carter

Un giovane Howard Carter

Gennaio 1892.
Era come una colata d’oro fuso, incandescente, sul mio capo, le spalle, gli occhi. Era il sole dell’Egitto, Ra, dispensatore di vita. A occhi socchiusi respiravo il vento odoroso d’antiche fornaci, e la monotona cantilena degli operai, che si levava dal cantiere al ritmo dei picconi, mi sembrava la melodia più dolce che avessi mai udita. Mi sentivo esaltato, ma anche spaventato. Non era però quel luogo aspro a incutermi timore, bensì l’uomo che mi veniva incontro e mi apostrofava da lontano.
“Che vuoi? Non puoi restare qui. Via, via!”
“Mi manda l’Egypt Exploration Fund!” gli gridai di rimando facendo megafono con le mani. “Sono il nuovo disegnatore!”
“Chi? Ah, già.”
William Matthew Flinders Petrie, uno dei nomi più brillanti del mondo archeologico, mi squadrò dall’alto in basso. Mi sentii arrossire, consapevole di quello che i suoi occhi vedevano: un ragazzetto goffo con il materiale da disegno sottobraccio e tutti i suoi averi in un fagotto.
“Bene arrivato.” La sua stretta di mano era vigorosa, il modo di fare ruvido e sbrigativo. “Be’, ragazzo, ce l’hai un nome?”
“Io… oh… Carter. Howard Carter” mi presentai, dopo essermi schiarito la voce, e nel ricambiare la stretta di mano feci del mio meglio per apparire disinvolto e sicuro di me. Fallii miseramente, lo capii subito dal sogghigno un po’ luciferino che illuminò il volto dell’archeologo.
“Santo cielo, ragazzo, ma quanti anni hai?”
“Diciotto” mentii. Poi confessai: “Cioè, diciassette e mezzo”.
Petrie commentò con una smorfia di disgusto: “Tra un po’ l’E.E.F. andrà a pescare i suoi collaboratori direttamente nella nursery. Bah!” aggiunse in tono rassegnato “vieni con me”.
Quasi non riuscivo a tener dietro al suo passo. Petrie, all’epoca sulla quarantina, era una specie di gigante barbuto dall’aspetto trasandato, con la camicia fuori dai calzoni e scalcagnati sandali ai piedi impolverati. Non si sprecava certo in convenevoli. Mi accompagnò subito a dare un’occhiata allo scavo, senza premurarsi di chiedermi se fossi stanco del viaggio o affamato. Non so se la sua fosse noncuranza o distrazione, o se invece avesse riconosciuto sul mio volto, al primo sguardo, i sintomi del “Mal d’Egitto” che mi affliggeva ormai da troppo tempo.
“Qui non ti mancheranno certo i reperti da disegnare” continuò con quel suo fare burbero. “Guarda lì. Che ne dici?”
Ci eravamo fermati accanto a un gruppo di operai inturbantati che muovevano i badili con estrema cura, agli ordini di un rais scamiciato. Mi chinai a guardare. Tra la sabbia, un intrecciarsi di giunchi nel vento e voli di anatre sull’azzurro quieto di un piccolo stagno: il miracolo di un artigiano vissuto migliaia di anni addietro.
“Ti fa sentire piccolo, vero?”
Annuii e mi raddrizzai, con gli occhi che mi bruciavano per la polvere e il riflesso del sole sulle maioliche del pavimento, o forse per la commozione.
“Be’, puoi cominciare a disegnarlo fin da adesso.” Petrie si voltò e fece per allontanarsi.
“Aspettate!” esclamai. Lui mi gettò uno sguardo interrogativo e, mi parve, anche seccato. Avvampai, ma raccogliendo tutto il mio coraggio continuai: “Io… spero che non mi riteniate maleducato ma, ecco… vorrei chiedervi un favore”.
“Ah. E allora chiedimelo guardandomi in faccia, Carter.”
“Be’, mi piacerebbe… insomma…” Facevo sforzi tremendi quanto inutili per non balbettare e mi sentivo le guance in fiamme. “In questi mesi che ho passato a Beni Hassan con il signor Newberry non ho fatto altro che ricopiare disegni e iscrizioni e… insomma, Lord Tyssen-Amherst non mi ha mandato in Egitto solo per questo. Lui vuole…”
“Che gli tiri fuori dalla sabbia qualche pezzo per la sua collezione. “Petrie era sarcastico e sembrava anche che il mio imbarazzo lo divertisse. “Certo, Sua Signoria suppone sia nel suo diritto, dal momento che è lui a sborsare per il tuo appannaggio. Crede che l’archeologia sia un passatempo divertente, l’ideale per i gentiluomini annoiati e i ragazzini con la bocca maleodorante di latte.” I suoi occhi scintillavano nell’ombra delle sopracciglia a grondaia. “E tu?”
“Io cosa?”
“Pensi anche tu che scavare sia un giochetto facile facile, alla portata di uno sbarbatello come te…”
“No, facile no.”
“… pensi che sia eccitante, divertente…”
“Non lo so, e non so se sia alla mia portata, ma non potrò mai scoprirlo se nessuno me ne offre l’occasione.”
L’avevo detto tutto di un fiato, e senza balbettare. Quasi un miracolo. Petrie continuava a squadrarmi da capo a piedi, accigliato. Poi, mostrandomi i denti in un altro di quei suoi sorrisi che sembravano sogghigni, tolse il badile di mano a uno dei fellah e me lo porse dicendo: “Bene, signor Carter… Benvenuto ad Amarna”.
*
Appena sei mesi prima, l’Egitto era per me soltanto uno sfocato miraggio di piramidi stagliate contro un tramonto ad acquarello. Fin da bambino avevo imparato ad ammirare le meraviglie di quel paese lontano come un mito. Lord Ahmerst, per cui mio padre aveva spesso lavorato, possedeva una collezione di antichità egizie in grado di rivaleggiare con quella del British Museum, e negli ultimi anni avevo sfruttato tutte le possibili occasioni per riprodurre quei leggendari reperti nel mio album da disegno. Ma quello sembrava l’unico rapporto che avrei mai potuto avere con l’Egitto. Ero figlio di un pittore, e il mio futuro sembrava tracciato: come ultimo di undici fratelli mi vedevo preclusa ogni seria possibilità di studi, e la mia attitudine al disegno mi destinava a seguire le orme di mio padre, il quale mandava avanti la baracca essenzialmente ritraendo i cuccioli delle vecchie dame aristocratiche. Ed era quello che anch’io avevo preso a fare, attorno ai quattordici anni, soprattutto d’estate, quando ero libero di vagabondare per le cittadine e i villaggi nei dintorni di Swaffham, dove avevo trascorso gran parte della mia infanzia affidato alle cure di due zie nubili. Me ne andavo in giro con i fogli da disegno sottobraccio, e mi sentivo adulto e importante perché ero già in grado di guadagnarmi la vita. Ed ero anche, con arroganza giovanile, fermamente convinto del mio talento.
Fu all’inizio dell’estate del 1890, a Didlington Hall, che una casuale conversazione con Lady Amherst cambiò il mio destino.
Lady Amherst era una signora dal carattere franco e diretto, dotata di una sensibilità che le permetteva di non far mai pesare la propria posizione sociale ma non le impediva, all’occorrenza, di esprimere il proprio parere con la crudele inflessibilità di una regina.
Un pomeriggio, dopo che le ebbi mostrato alcuni degli acquarelli di cui andavo particolarmente fiero, lei sembrò distrarsi in qualche suo pensiero, quasi che qualcuno dei miei paesaggi avesse evocato ricordi remoti; quindi, dopo un silenzio insopportabilmente lungo, mi chiese: “Intendete davvero diventare pittore? Un vero pittore?”
“Certo” risposi, un po’ impacciato. “Disegnare mi piace, ma non intendo ritrarre cani e cavalli per tutta la vita. E poi, se la fotografia dovesse diventare un mezzo popolare mi troverei presto disoccupato, così… Sì, voglio diventare un vero pittore.”
“Howard…” Lo sguardo della signora era malinconico e affettuoso. “Permettetemi di parlarvi come una madre; o come una vecchia amica, se preferite. In tutta onestà… I vostri disegni sono tecnicamente impeccabili, ma per diventare un pittore come intendete voi, vi manca ancora qualcosa.”
Dovetti guardarla assolutamente sgomento, perché lei sorrise e mi posò una mano su un braccio, in un gesto d’affetto.
“Andiamo, non ho pronunciato una sentenza inappellabile! Quel che vi manca è semplicemente la maturità, un po’ di esperienza. Siete così giovane…”
Mi prese sottobraccio e mi guidò nel giardino, dove ci aspettava un tavolino bianco apparecchiato per il tè.
“Sentite” riprese, mentre una cameriera versava il liquido biondo nelle tazze “io avrei un lavoro da proporvi. Forse lo troverete un po’ noioso, ma la paga sarà buona”.
“Di che si tratta?” chiesi, con la bocca amara per il disappunto.
“Geroglifici” rispose lei.
“Geroglifici…” ripetei a bassa voce. E un’inaspettata e irragionevole emozione accelerò i battiti del mio cuore.
Lady Amherst annuì e continuò: “Un amico di mio marito, il professor Newberry, ha riportato dall’Egitto una gran quantità di schizzi d’iscrizioni e reperti, e adesso si trova in difficoltà a riordinare tutto quel materiale prima che la nuova stagione di scavi abbia inizio. Voi avete già dimestichezza con questo genere di cose e possedete un tratto così sicuro che credo potreste essere un valido aiuto. Se ve la sentite di provare…”.
Certo che me la sentivo, anche se quando mi presentai a Percy Newberry, presso il British Museum, balbettavo più del solito e mi sudavano le mani. Soprattutto, non sapevo cosa rispondergli se mi avesse chiesto dei miei studi. Non avevo mai frequentato il college. Per colpa della mia salute malferma avevo ricevuto un’istruzione abbastanza saltuaria e raffazzonata sotto un istitutore assunto da mio padre; ma, comunque, quel che sembrava importare al professor Newberry era soltanto come tenevo in mano la matita.
Trascorsi tutta l’umida estate londinese chiuso in un ufficio del museo, ricopiando fluide e interminabili colonne di geroglifici e ogni sorta di reperti. E a poco a poco, quella che mi era sempre apparsa come una confusione di disegnini infantili e linee sinuose, cominciò a comporsi secondo una sua logica, come uno spartito musicale. Ancora non ero in grado di comprendere ciò che trascrivevo, tuttavia ero affascinato: era come guardare lo spartito di una sconosciuta sinfonia senza conoscere una singola nota. E io volevo imparare a leggere quella musica, volevo poterla ascoltare dentro di me.
Così non ebbi un solo attimo di esitazione quando, sul finire dell’estate, il professor Newberry mi chiese se ero disposto a seguirlo in Egitto.
*
Avevo inteso il suo saluto in piena notte, a bordo della nave, ben prima che le luci di Alessandria si profilassero all’orizzonte. Le lunghe braccia del Delta spalancate ad accogliermi, i canali come vene: e la densa acqua del Nilo era sangue, linfa. Il suo profumo dolce e denso smorzava l’asprezza del salino sulle mie labbra, e la brezza sottile del Mediterraneo era come dita fresche tra i miei capelli e sugli abiti: mi accarezzava, mi riassettava, preparandomi all’incontro con l’Egitto.
Pensavo all’ocra pallido della sabbia, ma il primo colore fu l’azzurro del cielo; e poi il biancore calcinato degli edifici del porto, e il verde delle palme e dei giardini aldilà dei muri decorati. L’acqua del Mahmudiyah era gialla, di una lucentezza cremosa, e si muoveva pigramente come la coda di un vecchio gatto.
Sapevo che sarebbe stato inutile cercare il passato, le tracce del leggendario faro e dell’Heptastadion, la diga che aveva congiunto l’isolotto alla terraferma. Newberry m’indicò un gruppo di rovine informi che la tradizione contrabbandava come quelle della celebre biblioteca, ma era evidente che si trattava di una costruzione posteriore. E, comunque, Alessandria non era l’Egitto che cercavo. Il profumo che mi era venuto incontro sul vento, la notte precedente, giungeva da assai più lontano, lungo la corrente. Ma già qui avrei potuto perdermi, se non avessi avuto l’archeologo al mio fianco; perdermi in ogni senso, disorientato da sensazioni contrastanti: la frenesia dei centri abitati e il silenzio torpido lungo le rive del Nilo, gli angoli scuri di stradine strangolate tra muri di calce e orizzonti più distanti che in ogni altra parte del mondo.
Al Cairo vidi per la prima volta le piramidi, dall’alto della Cittadella, sorgere sulla foschia rosata del tramonto. Sotto di me, la foresta di minareti, terrazze, cupole e sconnessi tetti di catapecchie, s’appiattiva in un tappeto di luccichii e ombre, e le voci limpide dei muezzin ne intessevano la trama. Infine, dopo il breve viaggio tra quelle rive di fango lucente che rammentavano l’antico nome di Terre Nere, c’era stata Beni Hassan con i suoi sepolcri e i lunghi registri d’immagini che la mia matita, fedele, trascriveva sui fogli da ricalco. Mi sembrava di non essere mai stato così abile, veloce e instancabile.
Era una vita dura, certo, ma libera. Vivevo in una capanna fatta di mattoni di fango, con il tetto di paglia; o, in alternativa, in qualche tomba rupestre abbandonata che contendevo ai pipistrelli; e la sera, prima di coricarmi, dovevo sempre guardare sotto la branda e scuotere le lenzuola per assicurarmi che qualche serpente o scorpione non avesse deciso di trascorrere la notte in mia compagnia. I pasti improvvisati dal nostro cuoco fellah appesantivano lo stomaco ma non sfamavano un gran che, e l’acqua da bere era sempre calda o torbida o entrambe le cose. Non m’importava: ero giovane, temerario; e, per la prima volta, felice.
Non ebbi esitazioni quando, sul finire dell’anno, l’Egypt Exploration Fund mi mandò ad Amarna.
*
Aveva lo stesso colore della sabbia nella quale era semisepolta, e una forma troppo insolita per trattarsi di una pietra.
“Fermo!” gridai al fellah che stava per tornare ad affondare il badile nella sabbia. Trepidante, m’inginocchiai e scavai con le mani attorno a quella piccola cosa, adagio, dominando l’impazienza. Nonostante il sole che mi bruciava la schiena attraverso la stoffa della camicia, quando finalmente ebbi l’oggetto tra le mani provai un brivido. Era il frammento di una statua femminile, della quale restavano naso e bocca dalle linee gentili, e la parrucca finemente lavorata. La strofinai con la manica, delicatamente, per ripulirla. Tremavo e avevo voglia di mettermi a urlare per la gioia. Il mio primo ritrovamento!
Kennard, uno dei due assistenti di Petrie, sorvegliava il lavoro degli operai non lontano da lì. Dovetti vincere la tentazione di raggiungerlo correndo: non potevo rischiare di inciampare e danneggiare il prezioso reperto.
“Kennard, Kennard, guarda cos’ho trovato!”
Ero senza fiato, pur senza aver corso.
L’archeologo guardò il frammento di statua, poi me.
“Dove l’hai pescata?”
“Nella zona che mi ha assegnato il professor Petrie, laggiù.” Indicai verso il perimetro esterno di quello che millenni prima era stato un tempio.
“Questa poi…” Kennard restò a fissare il reperto per qualche istante ancora, come se non credesse ai suoi occhi, poi scoppiò in una gran risata e, alla mia espressione sbalordita, spiegò: “Petrie intendeva scoraggiarti affidandoti una zona già setacciata da cima a fondo. Avremmo giurato che non era rimasto più niente, là sotto, e invece… be’, o tu hai una fortuna vergognosa o sei il miglior archeologo nato che si sia mai visto”.
Mi strinsi nelle spalle e scossi la testa, confuso; non sapevo proprio che dire. Kennard si asciugò le lacrime di quella sincera risata, poi mi mise un braccio attorno alle spalle e aggiunse: “Andiamo, ti accompagno da Petrie. Voglio proprio vedere che faccia farà. Ah, non mi perderei questa scena per niente al mondo!”.
*
Sedevo su un lembo d’antico muro, nel freddo notturno del deserto: spilli di ghiaccio sulla pelle bruciata dal sole, dolore e piacere insieme. La notte si apriva davanti a me come un sipario su una scenografia di rovine dilavate dalla luna, corrugazioni appena accennate della sabbia, che rivelavano la mappa del passato. Sforzandomi di non battere le palpebre, obbligavo i miei occhi a fissarla così intensamente che i già incerti contorni sfumavano, cominciando a sfilacciarsi. Allora la fantasia, architetto sfrenato, prendeva a innalzare muri dalle fondamenta corrose, poneva lastricati geometricamente perfetti lungo il tracciato delle antiche vie, completava il disegno dei pavimenti policromi tra i cortili, laminava d’oro e d’elettro i tetti e le pareti.
E quasi potevo vederli anch’io, nonostante la mia disincantata anima occidentale, quegli spettri delle superstiziose leggende che i fellahin si raccontavano attorno ai fuochi. Improbabili lembi di vapore tra le rovine, cirri caduti da un cielo immancabilmente limpido, trascinati sulla sabbia da un vento che non aveva altra voce che il lontano ululato dei cani selvatici, una lunga nota desolata. Mi aspettavo, da un istante all’altro, di veder emergere quei fantasmi nella loro completezza; non più diafani brandelli di nuvola ma visi, braccia, corpi… avvolti nel candore del lino e nel riflesso dell’oro, lunghi occhi d’antimonio simili a quelli di Horus sui soffitti delle tombe. E, forse, uno di quei fantasmi si sarebbe avvicinato, una regina dal volto sereno sotto la corona azzurra: Nefertiti, la “Bella tra le belle”, che in quella città perduta aveva regnato per una breve, irripetibile stagione. E mi avrebbe parlato, forse, col sussurro della sabbia in una clessidra, svelandomi i segreti di quel regno che briciola dopo briciola, in un interminabile gioco di pazienza, tentavamo di ricostruire.
Ero un sognatore. La mia giovane età ancora me lo consentiva. Interrogavo quella terra e davvero mi aspettavo una risposta. E l’Egitto, una notte, mi rispose.
*
Non so cosa fu, quella particolare notte, nel mezzo della stagione di scavo, che mi strappò alla contemplazione delle rovine e mi obbligò ad alzare lo sguardo alla luna. Forse i cani selvatici si erano zittiti tutti assieme, forse anche la sabbia aveva smesso di scivolare tra le rughe della pietra, forse un’ala notturna si era interposta per un attimo tra un raggio di luna e i miei pensieri. Non so. Ricordo soltanto che alzai lo sguardo e la fissai, placida maschera bianca su un pannello stellato.
Quante volte, da bambino, mi ero sforzato di riprodurne i lineamenti sulla carta: un ritratto della venerabile Lady Luna. Ma, sempre, qualcosa mi sfuggiva: un ammiccamento, una sottile ruga che al quarto precedente non avevo notato; e a volte l’espressione mi appariva severa, altre volte assorta, in accordo con le mie malinconie ed esaltazioni. Ricordai tutto questo e sorrisi. Avrei voluto avere con me il blocco da disegno per riprovarci. Che espressione aveva, stanotte? Strinsi le palpebre cercando di metterla a fuoco. Il suo splendore era così intenso e puro, tanto diverso dalla morbida luce offuscata di certi pleniluni inglesi, che le antichissime rughe apparivano spianate, cancellate. La luna aveva un volto giovane, quella notte, e l’espressione di una sognatrice. Mi assomigliava. In questo non era cambiata, rifletteva i miei umori come uno specchio: lo specchio di Hathor, gentile dea dell’amore e del piacere.
E, lentamente, come da una remota profondità, vidi emergere e consolidarsi i lineamenti di quella nuova luna. La curva morbida delle guance e le labbra; occhi, simili al disegno di un’ala e scuri e profondi come un cielo senza stelle. Dolce, ironico e insieme distaccato, un sorriso che ricordava Monna Lisa. Ma non era un viso femminile, quello che mi guardava dalla luna. Lo seppi senza bisogno di chiedermelo. E un gioco di stelle e cirri laceri incoronava i tratti perfetti di sfinge con i potenti simboli delle Due Terre, il cobra e l’avvoltoio. Stavo guardando in faccia l’Eternità: Khonsu, fanciullo divino, figlio di Amon, viaggiatore del cielo.
Non saprei dire quanto a lungo durò quella visione: minuti, o forse soltanto il tempo di un respiro. Mi riscossi a un ululato improvviso, molto vicino, tra le rovine. Balzai in piedi, inciampando in un sasso nascosto tra la sabbia, e una fitta acuta alla caviglia destra mi riportò completamente alla realtà: la luna aveva ritrovato la sua maschera familiare e indifferente. Ingoiai un lungo sorso di vento del deserto, limpido e insapore come neve disciolta. Avevo le guance intorpidite come per un principio di assideramento. Alzai le mani per toccarmele, e le braccia erano pesanti, le punte delle dita mi formicolavano: le mie guance erano bagnate di lacrime.
Tornai a sedermi sui resti del muro e indugiai a massaggiarmi la caviglia dolorante. Mi sentivo come se fossi stato ridestato bruscamente da un sonno molto profondo e in me restasse, indistinta, la traccia di un sogno: uno splendido volto d’oro e sensazioni che non riuscivo a riafferrare. Come mi accadeva a volte da bambino, quando mi svegliavo piangendo nel cuore della notte, attanagliato da una malinconia senza nome o ragione. Mia madre e le mie zie mi avevano raccontato che in più di un’occasione, quando ero ancora molto piccolo, mi ero messo a strillare così forte da svegliare tutto il vicinato; ma neppure di quell’incubo avevo memoria: soltanto una dolorosa sensazione di gelo nel petto, una lama di ghiaccio.
Istintivamente mi portai una mano al cuore, e il freddo delle mie dita intorpidite sembrò filtrare attraverso gli abiti e penetrare nella carne. Per un istante il ricordo del dolore mi trafisse, preciso e definito come una pugnalata, strappandomi un colpo di tosse.
All’improvviso inquieto, quasi spaventato, mi alzai e tornai in fretta al mio alloggio.
Abitavo una capanna di mattoni crudi, una specie di cubo dagli angoli approssimativi, che mi ero dovuto costruire letteralmente con le mie mani, come all’epoca dei faraoni, aiutato soltanto da un paio di volonterosi fellahin. Come unica mobilia avevo delle casse da imballaggio e una branda traballante, e verso di essa mi diressi alla luce della luna, senza accendere il lume: la paraffina scarseggiava, e il suo costo era addebitato sul mio appannaggio. Prima di coricarmi scossi la coperta, alla ricerca di eventuali ospiti indesiderati: e fu allora che trovai il primo messaggio.
Un pezzo di stoffa bianca, che cadde ai miei piedi. Lo credetti un fazzoletto, ma raccogliendolo mi accorsi che era solamente un rettangolo di lino privo di orli. Sul suo candore spiccavano dei segni scuri, troppo regolari per essere semplici macchie. Lo spiegai in un raggio di luna.
Un cerchio che racchiudeva un punto: l’antico simbolo solare; e, sotto di esso, poche parole: “L’uomo è Dio”. La grafia mi colpì perché, se pure la frase era scritta in inglese, le lettere apparivano tracciate con una sinuosità da iscrizione ieratica. Il messaggio era assolutamente privo di senso, per me, tuttavia provai una sensazione di vuoto allo stomaco: frutto dell’inquietudine o, cercai di scherzare, della dieta cui archeologi e lavoranti erano obbligati dalla parsimonia di Petrie? Il sorriso restò una buona intenzione. Sedetti sulla branda con il lembo di stoffa tra le mani e lo fissai interrogandolo come poco prima avevo fatto con la luna: ma non c’era nulla che potesse dirmi, o forse nulla che io potessi comprendere. Non ancora.
Fui tentato per un attimo di svegliare uno dei miei colleghi, o lo stesso Petrie, e raccontare la mia visione, mostrare lo strano messaggio, ma rinunciai immaginando le risposte. Il buonsenso cominciava a prevalere sull’emotività. Ripiegai il pezzetto di lino e lo ficcai sotto il guanciale: se era uno scherzo, come sospettavo, poteva aspettare un’altra alba.
*
“Sebach?”
Petrie annuì, a conferma che avevo ripetuto il vocabolo correttamente.
“È un concime che si forma dai mattoni di fango sbriciolati. A questo servono ormai le mura del palazzo di un re… sic transit…”
Camminavamo nel perimetro di quello che un tempo era stato un recinto colonnato, ma di esso non restavano che le fondamenta di pietra e pochi brandelli di mura. Costruito quasi interamente in mattoni crudi, si era sgretolato al vento dei millenni.
“Insomma” continuò Petrie calciando la sabbia “la nostra contadina cercava concime, e trovò un archivio. Trecento tavolette d’argilla o anche di più, impossibile stabilire il numero esatto. Probabilmente i fellahin ne spezzarono parecchie per trarne un profitto maggiore. Chissà quanti di quei frammenti si trovano sparsi nelle collezioni private”.
La corrispondenza di un re ittita con il sovrano delle Due Terre. Ero affascinato.
“Tutto questo tempo… tremila anni! Mi chiedo che ne sarà, fra altrettanti secoli, della nostra civiltà. Voglio dire… gli oggetti, certo, ma il pensiero… Carta e lastre fotografiche sono un supporto così fragile!”
Petrie ridacchiò. “La nostra è l’era dell’effimero, mio caro Howard. Ma, per fortuna di noi archeologi, un tempo si lavorava per l’eternità.” Gettò uno sguardo attorno. “Anche se a vedere tutto questo sfacelo, non si direbbe.”
Ci fermammo a osservare un gruppo di operai al lavoro. Completamente ignari del passato, e non se ne curavano: scavavano soltanto per le dieci piastre della paga quotidiana. A quel tempo provavo nei confronti di quegli individui una snobistica compassione da cui forse non era esente una punta di disprezzo.
“Professore” ripresi, dopo un attimo di silenzio: “è davvero possibile che questo faraone di nome Akhenaton e Amenofi IV° fossero la stessa persona?”.
“Ne sono quasi certo.”
“Ma perché cambiò nome e costruì una nuova capitale così lontano da Tebe?”
L’archeologo rise di nuovo. “Siamo qui proprio per scoprirlo.”
“Potrebbe essersi verificata una qualche specie di conflitto… non esattamente una guerra civile, ma comunque un conflitto interno. Non credete?” Quando mi lanciavo nelle ipotesi, soltanto lo sguardo di disapprovazione di Petrie poteva frenarmi, e a volte neppure quello. “Questo spiegherebbe perché nel catalogo di Abydos non risulta alcun faraone a nome Akhenaton.”
“Ahah! Impari in fretta” Era il primo commento simile a una lode di cui Petrie mi avesse ritenuto degno.
Incoraggiato, proseguii: “Magari potrebbero essercene altri, altri faraoni cancellati, perduti. Un’intera dinastia, forse!”.
Da sotto quelle sue sopracciglia folte e un po’ diaboliche, Petrie mi gettò un’occhiata scura come un giorno di tempesta.
“Non correre, giovanotto. L’immaginazione, che a volte può essere la migliore alleata, nel nostro mestiere è anche un’arma a doppio taglio che va maneggiata con cautela. Cercare di adattare i fatti alle proprie supposizioni è il peggiore degli errori… ma anche il più comune che i novellini come te commettono.”
Toccato. Chinai la testa mordendomi il labbro inferiore. Certo, sapevo di avere anche troppa fantasia e di dover imparare a tenerla a freno per evitare il ripetersi di episodi analoghi a quello della notte precedente; ma il messaggio sotto il mio cuscino… quello non potevo certo imputarlo alla mia troppo sbrigliata fantasia. E perché, adesso, soltanto a pensarci mi sentivo smarrito? Mi guardai intorno, come se la risposta mi guatasse dalle lunghe ombre che il sole del mattino disegnava tra le rovine.
“E se a realizzare tutto questo fosse stata invece una donna? Una regina. Dopotutto, alcuni storici parlano di una figlia di Amenofi III°.”
“Ipotesi romantica, ma non regge. I tratti del viso del faraone sono bizzarri, è vero, ma indiscutibilmente maschili.”
Sì, quell’insolito volto faunesco, dalle palpebre pesanti e la bocca molle, e il corpo enfiato così distante dalla rigida iconografia egizia, non potevano essere scambiati per quelli di una donna. Ma non era al personaggio così spietatamente ritratto che mi riferivo.
“Pensavo a Nefertiti. Da quei frammenti che abbiamo trovato… doveva essere bellissima.”
“Attento a non innamorarti mai di una ragazza prima di averla vista per intero, potresti avere delle brutte sorprese. “Petrie rise vedendomi arrossire, poi proseguì in tono serio: “Può darsi che un giorno tu riesca a soddisfare tutte le tue curiosità al riguardo. Se hai fortuna, potresti ritrovare una statua o un busto intatti. Te lo auguro. Così sapremo se la tua regina era davvero così bella come il suo nome lascia intendere.”
Avevamo ripreso a camminare tra le rovine che sembravano estendersi a perdita d’occhio incontro all’altopiano desertico. Solo noi, privilegiati o pazzi, con una sorta di magico “terzo occhio” eravamo in grado di leggere quella mappa di muri smozzicati e corrosi basamenti di pietra. Ma una volta terminato il nostro lavoro, quanto tempo ci sarebbe voluto prima che la sabbia tornasse a ricoprire tutto? Sentivo di dover fare qualcosa affinché quel poco che restava a ricordo degli immani templi e palazzi non andasse nuovamente perduto.
“Professor Petrie, cosa ne direste se disegnassi una pianta della città, con tutto il complesso templare che sta venendo alla luce…”
Lui dava le spalle al sole e il suo viso restava in ombra, così non potevo leggere lo sguardo nei suoi occhi.
“Pensi di avere pazienza e tenacia a sufficienza?”
“Sissignore.”
“Be’, è un lavoro che potrebbe fruttarti un discreto gruzzolo.”
Mi strinsi nelle spalle. “Non è per denaro che voglio…”
“Ah già, dimenticavo: hai diciotto anni, e alla tua età ci si nutre di sogni. Attento a non farne indigestione, però.”
*
Decine di miglia al giorno, sabbia nelle scarpe, lungo il pressoché invisibile tracciato di strade semisepolte, misurando, trasferendo sulla carta quanto restava dell’utopia architettonica di un faraone ribelle. Ogni pietra riportata alla luce riduceva di un mezzo secondo la distanza millenaria che ci separava da Akhetaton e i suoi creatori, ma ancora ci sfuggivano le vere ragioni che erano state fondamenta ideali a quella città. Dubitavo che saremmo mai arrivati a stabilire con certezza se Amenofi IV° fosse stato un illuminato, il primo promotore di un credo monoteista, o un fanatico che aveva trascinato l’Egitto in una guerra di religione, o ancora soltanto un goffo stratega che per combattere lo strapotere del clero di Amon non aveva trovato di meglio che inventarsi una sua divinità personale di cui essere l’unico portavoce in terra. Ra nella sua raffigurazione più materiale, e quasi infantile, del disco solare: l’Aton dalle lunghe braccia dispensatrici di vita.
Interrogavo la città fantasma come un oracolo. Ma l'”Orizzonte del Sole” si disfaceva sotto ai nostri occhi, nella sua lentissima morte che durava ormai da più di tremila anni, e non c’era nulla che potessimo fare per arginare il processo. Strappata al deserto dai suoi costruttori, Akhetaton a esso sarebbe tornata.
Anche quel muro delicatamente decorato che apparteneva al complesso del gineceo reale. C’era una sottile banda gialla che correva da una parete all’altra e recava dipinta una scena domestica raffigurante un gruppo di servitori intenti alle mansioni quotidiane: alla sinistra di un uscio, una figuretta impegnata a ramazzare il pavimento con una scopa di palma; poco lontano, un altro servo carico di vassoi ricolmi di cibo; a destra, un terzo personaggio che spargeva acqua profumata. Sulla parete accanto, la scena proseguiva in un immaginario esterno dove il portiere, sulla soglia, accoglieva il messo degli ospiti. Di questi ultimi non restavano che poche porzioni dei cocchi su cui viaggiavano, e le zampe anteriori dei cavalli. Ma nonostante gli sfregi del tempo, le figure conservavano un’immediatezza e una vivacità quasi caricaturale che faceva pensare si trattasse di veri e propri ritratti di singole persone realmente vissute, e non di convenzionali stereotipi pittorici. Umili servi i cui banali gesti quotidiani erano stati affidati all’eternità come le più grandi imprese del faraone. All’eternità. No. Non avevo modo di strappare quell’ingenua scena di vita dalle pareti in disfacimento, nessun intervento conservativo avrebbe potuto preservarne quel poco che restava. Potevo soltanto riprodurla sul mio blocco da disegno, cercando di catturarne la freschezza. Come aveva giudicato i miei disegni, Lady Amherst? Rigidi e convenzionali…
Riposi la planimetria alla quale stavo lavorando e sedetti per terra, sistemandomi il blocco da disegno sulle ginocchia. Mordicchiando il fondo della matita, indugiai a studiare la pittura sul muro: stava esattamente a livello dello sguardo di una persona che si fosse trovata seduta su uno dei tipici sgabelli egizi, e io quindi la vedevo lievemente alterata. Per riprodurla con mio comodo, e con la dovuta fedeltà, sarei dovuto ritornare lì con un panchetto delle dimensioni adatte. Distrattamente, voltai una pagina del mio album. Non era bianca.
“L’uomo è Dio”. Ancora quella frase, e il simbolo del sole. Una carezza gelida sulla nuca. Chi poteva aver tracciato quel disegno su uno dei miei fogli? Quando? Un conto era far scivolare tra le coperte di un letto un pezzetto di stoffa, tutti potevano averne l’opportunità; un’altra impossessarsi dell’album in uno dei rari momenti in cui non lo avevo con me. O stavo diventando sonnambulo e quel simbolo e quella scritta li avevo tracciati io stesso. Scossi la testa, cercando di ridere delle mie irragionevoli inquietudini. Doveva essere opera di uno dei miei colleghi. Kennard, probabilmente, che sapeva sempre trarre motivo di divertimento da tutto. Ma anche il sobrio e taciturno Haworth, perché no. Magari entrambi. Certo, mi stavano sottoponendo a una specie di rito iniziatico, e aspettavano di vedere le mie reazioni per ridere di gusto. Altrimenti…
Cosa potevo pensare? I fellahin che lavoravano al campo non difettavano certo in fantasia, ma erano per la maggior parte analfabeti, neppure in grado di leggere e scrivere l’arabo, figurarsi l’inglese. Uno spettro di Akhetaton tanto cortese da inviarmi messaggi nella mia lingua?
Chiunque fosse l’artefice di quello scherzo, non riuscivo a vederne né lo scopo né l’ironia. Una burla avrebbe dovuto comprendere minacce o frasi oscene, non limitarsi a quel motto lapidario e quel simbolo. E non capivo perché mi turbasse tanto.
*
Petrie era inginocchiato in una fossa, nell’area del tempio, e raspava con un piccolo attrezzo attorno a una pietra di fondazione. Lo chiamai e lui alzò gli occhi. Era coperto da capo a piedi di polvere, come un reperto appena portato alla luce.
“Che vuoi? Al diavolo, non vedi che ho da fare?”
Per una volta ero deciso a non lasciarmi smontare dalle sue maniere brusche.
“Ho bisogno di parlarvi. Per favore.”
Non so se dal mio tono di voce, o dall’espressione del viso, trasparisse qualcosa di particolare, ma fu sufficiente a far sì che Petrie interrompesse il suo lavoro e uscisse dalla buca.
“Allora, ragazzino?”
Gli mostrai il foglio.
“Era nel mio album.”
Lui restò in silenzio per qualche attimo. La sua faccia impolverata sembrava una maschera di stucco. Poi una smorfia scompose quella maschera.
“Era tra la tua roba, hai detto?”
Annuii.
“Immondizia.” Petrie sembrava indignato. Mi prese il foglio dalle mani e lo lacerò a metà. “Non dargli peso. Ci provano con tutti.”
“Ci provano? Chi?”
Lui non mi rispose e si voltò per scendere nella buca. Con un gesto impulsivo del quale fui il primo a stupirmi, lo trattenni afferrandolo per un braccio.
“Aspettate! Spiegatemi cosa significa.”
Lui mi guardò, un sopracciglio arcuato in un’espressione che tradiva una certa meraviglia; poi sospirò con fare spazientito, sfregandosi una guancia.
“Hai mai incontrato un certo McGregor Mathers? “Al mio cenno di diniego insisté: “Mai sentito parlare dell'”Alba Dorata”?” E il mio sguardo disorientato sembrò soddisfarlo. “Bene, meglio per te. Non farci caso. La smetteranno.”
“Sì, ma cosa ha a che fare con…” Una fitta improvvisa alle tempie m’impedì di proseguire. Per un attimo non vidi più nulla. Mi portai una mano agli occhi e sbattei le palpebre, cercando di rimettere a fuoco la vista.
“Ehi, tutto bene?” chiese Petrie.
“Benissimo” mentii. Era da qualche tempo che quegli attacchi di emicrania mi coglievano nei momenti meno opportuni, e non ci tenevo che Petrie lo venisse a sapere. Avrebbe potuto pensare che non sopportavo il clima dell’Egitto e quindi il lavoro dell’archeologo non faceva per me. Non volevo che mi rispedisse a casa.
“Deve essermi andata un po’ di sabbia negli occhi.”
“Ah.” Petrie sembrò prendere per buona la mia scusa. “Attento a non buscarti la congiuntivite.” E saltò nella buca.
Come sempre, in pochi secondi dolore e stordimento si erano dileguati, e mi rammentai del discorso interrotto.
“Professore, non mi avete spiegato cosa significa quel simbolo.”
Lui mi guardò dal basso. “Guai. Soltanto guai.”
Continua domenica 19 maggio

Gloria BarberiL’AUTRICE
Gloria Barberi nasce a Camogli (GE) il 6/9/1955, ma dall’età di 6 mesi abita a Recco, poco più di 3 chilometri dal suolo natìo.
Da sempre appassionata d’arte in tutte le sue forme, dopo un periodo trascorso a scrivere articoli sul rock per le riviste Best e Nuovo Sound, debutta all’inizio degli anni ‘80 sulle pagine delle fanzine SF…ere e Pulp, dedicate alla letteratura fantascientifica e fantasy. Fanno seguito pubblicazioni su numerose riviste e periodici sia amatoriali che professionali, quali: The Dark Side, Gli occhi di Medusa, Diesel, Shining, Yorick, Lore, Urania Millemondi, L’Eternauta, La Gazzetta del Mezzogiorno, Cosmopolitan, Inchiostro, Antarés, e le antologie Fantàsia e Horror Erotico di Stampa Alternativa. Il racconto La notte di san Valentino è apparso in Francia nell’antologia Cosmic erotica successivamente edita in Italia da Fanucci. Presente anche in diverse antologie di autori vari edite da Il Cerchio (Rimini) a seguito di vittorie e piazzamenti al Premio San Marino.
È autrice di due antologie personali: Racconti Notturni edito da Primordia (MI) e Come le bambole di notte (Montedit, MI) e di alcuni romanzi: I Custodi apparso su The Dark Side n° 34; Le viscere del Diavolo (Diesel Extra); Lo specchio scarlatto (Diesel Speciale “Pastiche”).
Nel 1987 collabora alla trasmissione radiofonica Galactica di Radio Time di Scandicci (FI). Da qualche anno si occupa di teatro in veste di attrice/caratterista nella compagnia del Teatro Stabile San Giuseppe di Ruta di Camogli, del quale cura la pagina Facebook, ma anche di autrice. La pièce Il palazzo della Notte ha vinto nel 2001 il premio Città di Moncalieri ed ha partecipato in seguito alla rassegna Aquilegia blu (Torino, 2002) nell’interpretazione dell’attrice Franca Berardi.
Tra i premi conseguiti per la narrativa fantastica ci sono il Premio Italia, Lovecraft, Courmayeur e Repubblica di San Marino.
Negli anni ‘90 ha lavorato come traduttrice per la casa editrice Nord e per la rivista esoterica Primordia, oltre che per alcuni privati.
Appassionata anche di poesia, fa parte da diversi anni del gruppo di scrittura “Anna di Vienna” che prevede incontri a cadenza mensile su un argomento a tema e un reading/spettacolo a fine stagione, con lettura di poesie e prosa, siparietti teatrali, proiezioni video e musica dal vivo. Ama “pasticciare” con Photoshop e creare immagini che pubblica sulla pagina facebook Green Mansions.
“Contagiata” da un amico genealogista ha creato anche una pagina sui suoi antenati materni, appartenenti alla comunità valdese di Torre Pellice, che le ha permesso di scavare un po’ più a fondo nelle sue radici. E, ovviamente, non si è fatta mancare una pagina Facebook dedicata a L’occhio sinistro di Horus, romanzo nato con l’intento di raccontare una realtà “alternativa” a quella usualmente sfruttata riguardo il ritrovamento della tomba di Tutankhamon, lavorando molto di fantasia ma entro binari rigorosamente storici, e strizzando l’occhio ai feuilleton di un tempo.
Chi desiderasse approfondire queste notizie può cercare in rete, su Fantascienza.com e altri siti.

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