Red Dust di Giovanni De Matteo

Red Dust di Giovanni De MatteoLe nuvole sopra il kibbutz erano una spruzzata di porpora nel crepuscolo marziano. Fiumi di sabbia scorrevano nell’aria gelida dell’altopiano. All’interno del rifugio, il controllo climatico manteneva la temperatura in un intervallo costante attorno ai ventidue gradi Celsius. Sebbene non fosse Massawa nel mese di agosto, Kafir si sentiva un bagno di sudore. Trattenendo i brividi, abbassò lo sguardo al display del terminale da polso. Erano da poco passate le ventitré, tempo standard di Redline Station. Manca poco, pensò Kafir, facendosi cupo. Poi tornò a guardare fuori, oltre il perspex polarizzato che rifletteva il monitor del laptop dietro di lui, uno spettro elettrico tra le immense distese scarlatte e immobili del panorama alieno.
Da qualche parte là fuori, ormai sepolto dalla sabbia granulosa, si trovava il rover di superficie Biyouma con cui era fuggito dall’avamposto di Marsport. L’uragano che imperversava sull’altopiano aveva ormai cancellato le sue tracce. Ma l’Inseguitore, Kafir ne era più che certo, avrebbe trovato il modo per arrivare fino a lui.
Un sospiro rassegnato allentò la tensione dei suoi muscoli. Kafir rivolse uno sguardo di apprensione al fucile d’assalto akm appoggiato contro il muro. I suoi pensieri, in quel frangente, gli apparivano come fossili stratificati sotto tonnellate di roccia. Si sentiva lento, pesante, spossato e, cosa ancora peggiore, pronto ad accettare il suo arrivo come l’unica conclusione necessaria e quindi accettabile di quella lunga, inutile fuga.
La sua sorte era segnata come quella dei suoi compagni, non serviva l’istinto dell’oungan per capirlo.
Ormai erano trentasei ore che non riceveva notizie di Mirage. E da almeno ventiquattro aveva perso i contatti con Yussif. Era solo, braccato, senza via di scampo. Per l’ennesima volta nelle ultime ore, impostò il terminale sulla modalità intercom. Il numero di Mirage era in memoria, gli bastò confermare l’ultima chiamata. Un fruscio elettrico si diffuse dall’impianto audio, disilludendo l’attesa.
Il suo sguardo carico di tristezza si perse sui pendii rocciosi dei grandi vulcani, almeno fin dove lo sguardo riusciva a spingersi nell’atmosfera granulosa. In quel tratto del Tharsis, colonie di licheni e di muschio cospargevano le pietre scolpite dal vento e dal gelo. Il panorama era degno di una notte gotica e il pensiero che quelle formazioni così fragili gli sarebbero comunque sopravvissute aggiunse altra angoscia al suo stato d’animo.
In fondo, per lui, Marte era sempre stato un immenso sepolcro a cielo aperto, una prigione in cui si era battuto per la sopravvivenza, finendo infine logorato dalla sua stessa resistenza all’ostilità dell’ambiente.
Kafir non era come Mirage, o Ali Yussif Snake Eyes, o come gli altri moudjahidins. E non era nemmeno uno di quei disperati mustadaphim deportati alla fine della Jihad nel nome del programma di colonizzazione interplanetaria. Lui era solo un povero operaio delle Ferrovie Transmarziane, un dannatissimo kafir, un miscredente finito senza nemmeno una ragione precisa nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Anche se, dovette ammettere con se stesso, una ragione un tempo l’aveva avuta. Le rivendicazioni sindacali, presto affiancate e poi sostituite dalla presenza di Mirage, erano state come il bastone e la carota per il classico asinello. Infine si era ritrovato a varcare una linea invisibile e si era scoperto a combattere i conglomerati con un esercito di straccioni mossi dagli ideali più disparati. La loro guerra era diventata anche la sua. Solo un’altra causa persa per un altro guerrigliero senza speranza.
Rivide Yussif mentre gli indicava le sconfinate distese del plateau da un promontorio di roccia basaltica. – Non vale la pena di una vita? – Le sue parole echeggiavano ancora nella sua testa. – Non è una ragione sufficiente per cui lottare, prima che le potenze della Terra ne facciano scempio? O per cui morire, nel tentativo di impedirlo…
In sette anni di sabotaggi ai danni dei laboratori di ricerca, di assalti ai convogli di trasporto che collegavano le installazioni corporative, di ripetuti attacchi al potere e di vita ai margini, la legione invisibile di Yussif si era ridotta all’osso. Dei trecento combattenti che avevano sposato la causa, erano rimasti in appena una ventina. Qualcuno aveva rinunciato, convertendosi al basso crimine e ripiegando sul mercato nero. Molti erano caduti in battaglia. La maggior parte erano stati catturati ed erano andati incontro a una piccola egira, spediti ai campi di lavoro dell’emisfero meridionale. E ormai da giorni Kafir non sentiva un solo akhi.
Tutto quello che aveva fatto, i sacrifici che aveva affrontato, le battaglie che aveva combattuto al fianco di Yussif, le azioni pianificate, le notti al freddo, i rischi corsi e le volte che erano riusciti a sfangarla per un pelo, gli si mostravano adesso per quello che erano davvero, una lotta impari contro i mulini a vento. Qualsiasi gesto, qualsiasi scelta, qualsiasi iniziativa, non avrebbero potuto spostare di un micron l’ago della bilancia in quella sfida persa in partenza contro il destino.
Adesso avrebbe scambiato senza esitazione i suoi ultimi anni di vita con mezzo minuto in riva al Mar Rosso, il mare antico dei suoi padri e della sua infanzia. Chiuse gli occhi, sconfortato. E gli sembrò quasi di vedere il placido ondeggiare delle acque blu delimitate da dune dorate, flussi di malinconia nella calma piatta dell’inconscio. Sulla spiaggia, cullato dallo sciabordio delle onde, si voltò verso la lingua di sabbia bianca e fina che si perdeva all’orizzonte, e rivide Mirage.
La brezza spirava dal mare, portando odore di sale e profumo di isole lontane. L’acqua appena increspata rifletteva sfumature confuse di un cielo in fiamme. Rimase immobile, con i piedi che affondavano nel suolo tiepido e inconsistente che a ogni riflusso sembrava venire meno. Minuscoli granelli di sabbia in sospensione gli solleticavano le caviglie. Rimase immobile, incapace di scrollare lo sguardo dalla grazia di lei.
Poco lontano un piccolo fiume sfociava nel mare. La sua acqua era fresca e limpida, e lasciava intravedere la rete di variopinte alghe marine che si intrecciava sul letto sabbioso. E lei era lì, in un’ansa del fiume, laddove questo si allargava a formare un tranquillo specchio d’acqua al riparo dalle onde. E avanzava con passo solenne e spensierato allo stesso tempo, leggiadra come un uccello acquatico.
Strisce di nubi color cremisi, ambra e vermiglio si riflettevano nel laghetto e coloravano la sua pelle lucida. Mirage si era fermata. Gli stava davanti ma ancora non si era accorta della sua presenza, o almeno questo voleva fargli credere. Si lasciava sfiorare le lunghe gambe affusolate dalla lenta corrente, contemplando assorta il mare mentre il sole scivolava nell’abbraccio delle Terre Occidentali. Il vento salmastro le cullava i capelli scuri, riccioli d’inchiostro contro il cielo del tramonto. La dolce curva della schiena racchiudeva una formula segreta per il passaggio a un’altra realtà.
Si voltò verso la costa, schermandosi gli occhi con una mano. Quando mostrò di accorgersi della sua presenza e dei suoi sguardi trasognati, gli rivolse un’occhiata di placida tolleranza, senza tradire vergogna o insofferenza. Il suo viso si aprì in un sorriso.
Per un tempo indefinito Mirage sostenne il suo sguardo, poi con calma ritrasse gli occhi dai suoi e li piegò alla corrente placida del ruscello, agitando lievemente l’acqua col piede.
– Da quanto tempo sei lì?
23:17:08. Le cifre sul fondo azzurro elettrico del display digitale lo richiamarono alla realtà. Kafir si sentiva come un animale in trappola, una volpe nel mirino, senza più alcuna via di fuga. Una preda con le spalle al muro, la cui unica linea di separazione dal carnefice era rappresentata dal tempo.
Si voltò verso il laptop collegato alla rete interna del kibbutz. L’olocristallo di Mirage splendeva di una luminescenza azzurra, mentre il suo software pirata provvedeva a decriptare le chiavi di accesso della rete. La precisione con cui lo aveva programmato rendeva superfluo ogni suo intervento.
Kafir sentì una goccia di sudore freddo scorrergli sulla tempia. Si accorse di avere tutti i muscoli indolenziti. Vittima di un lieve attacco d’asma, affondò la mano destra nell’ampia tasca ventrale della tuta da deserto e le sue dita intorpidite trovarono subito ciò che stava cercando.
Lentamente, con le dita quasi insensibili, sfilò il cappuccio di plastica traslucida che rivestiva la punta aguzza di sterile metallo luccicante. Poi si portò la fiala di Blue Kiss nell’incavo del braccio sinistro e affondò l’ago attraverso la morbida cartilagine sintetica della tuta. Appena il liquido azzurro si riversò nella vena, un flusso di gelida vitalità chimica risvegliò i suoi sensi. Fu questione di un attimo. L’allucinogeno venne pompato dal cuore verso la periferia organica e i centri recettori del sistema nervoso, e un’ondata di piacere travolse la sua percezione della realtà. Una sinestesia celestiale s’impadronì del corpo e della coscienza e subito spazi di una vastità inconcepibile si spalancarono alla sua mente. I suoi pensieri erano improvvisamente liberi di esplorare una nuova, più complessa dimensione cognitiva.
Fuori dal kibbutz semisepolto dalla sabbia rossa, raffiche di vento a duecento nodi spazzavano la desolazione del Tharsis. Miglia e miglia di arido deserto silenzioso e inospitale, una distesa uniforme interrotta appena dalle colonie di licheni, popolata dalle invisibili ombre della notte. E nascosta tra quelle ombre, sfuggente e sinistra come uno spettro nella brughiera, avanzava letale la minaccia dell’Inseguitore.
Un sommesso ronzio elettrico segnalava la condizione minima di funzionamento del sistema di controllo automatizzato, ma nei suoi timpani stanchi e rigonfi risuonava solenne come la radiazione di fondo a 3 gradi assoluti in una cassa di risonanza cosmica. La luminescenza blu dei monitor in stand-by inondava le sue iridi, riflettendosi sul perspex delle finestre e sulle pareti di resina ricristallizzata. Odore di rancido sudore e adrenalina in dosi massicce pervadeva l’ambiente. Erano le 23:21:05. E Kafir si trovava di nuovo sulle bianche spiagge del Mar Rosso inondate dalla brezza marina della sera.
– Kafir – ripeté Mirage, in un canto di cigni. – Da quanto tempo sei lì?
– Non abbastanza – rispose lui, muovendosi verso di lei lungo il fianco sottovento della duna. Inciampò, ma riuscì a rimettersi in equilibrio mentre i piedi affondavano nella sabbia. Alla fine, scivolò nell’acqua fresca del fiume fino alle caviglie.
Mirage era sempre più vicina, ma ogni passo di Kafir nell’acqua si dilatava come le onde concentriche da un sasso lanciato sulla superficie dello spazio-tempo. Il Blue Kiss proiettò Kafir in una nuova condizione-sensazione della realtà, attraverso la quale divenne sé e l’altro da sé, e ogni cosa che circondava Mirage, dall’acqua che le ghermiva le gambe all’aria che sfiorava la sua pelle lucente. I suoi pensieri divennero la corrente che le fluiva tra le caviglie, il suo desiderio il vento che le spettinava i capelli.
Quando infine le loro labbra si toccarono, Kafir seppe che era tutta un’illusione. Lei, il mare, il tramonto, la spiaggia e tutto il resto. Benché vivido come un ricordo, quell’esperienza residuale estratta dai meandri più intimi della sua memoria non era altro che il risultato di un’interazione chimica, un costrutto virtuale somministratogli dalla droga. Con un senso di dolorosa tristezza dovette prenderne atto. Per un attimo ancora la sua anima si dibatté tra il desiderio di restare lì, per sempre schiavo di un sogno cosciente e imponderabile, e la necessità insensata di lasciarsi trasportare dal riflusso che agitava il suo inconscio verso i lidi dolorosi e incerti della realtà. La corrente era più forte di lui e prevalse sulla sua indecisione. Ormai abbandonata ogni resistenza, si lasciò trascinare dal suo abbraccio irresistibile, fuori dalla perfezione dell’istante eterno. E scomparve nella geometria surreale delle sue iridi d’ardesia, come un liquido flusso di luce metallica.
Secoli di silenzio trascorsero in una tenebra senza forma. Poi una rosa di magma dischiuse i suoi petali d’acciaio.
Nel vuoto della mente.
Infine.
Tornò.
Le gelide pupille da rettile di Snake Eyes lo fronteggiavano nell’immobilità di un rifugio sotterraneo. Tre metri di roccia li separavano dall’aria gelida e per loro ancora irrespirabile del pianeta rosso. Erano a Na’im, il sietch dei ribelli, nascosto a dodicimila metri di quota nel cuore della Cordigliera del Diavolo.
Snake Eyes, il soprannome che la stampa allineata aveva affibbiato a Yussif, era nato parallelamente alla taglia stratosferica che ora gli gravava sulla testa. Yussif era stato da subito onorato della quotazione sul mercato dei bounty hunter, un po’ meno del nomignolo. Alla fine era stato obbligato a fare buon viso a cattiva sorte, e tenerseli entrambi senza una vera possibilità di scelta. Le voci dei bambini penetravano le fibre della porta. Un aroma di hashish e caffè pervadeva l’aria.
Kafir, Yussif e Mirage, avviluppati nel rivestimento sintorganico delle loro tute da superficie, erano sprofondati nell’abbraccio vellutato di tre poltrone di organopolimeri, unica concessione al comfort in tutta la stanza. Un tavolo di legno sosteneva il peso minaccioso di due fucili polifunzionali akm e di un m-16 Neotek. Sulle pareti, appesi agli appositi sostegni, facevano bella mostra di sé altri pezzi di maneggevole e micidiale artiglieria: Klach, Mahchoucha, Glock, pistole emp.
In un angolo della piccola stanza, un deck Cyberspace 7 segnalava con il ritmico pulsare del led rosso alla sua base il suo stato di stand-by. La luminescenza elettrica del monitor pioveva pallida sulle pareti.
– Non sappiamo come abbiano fatto – stava dicendo Yussif, i suoi lunghi dreadlock fluttuavano nella debole gravità marziana disordinati come sempre, – ma quelli della Ksenja ci hanno giocato davvero un brutto scherzo.
– Non devono aver gradito il nostro ultimo regalino – intervenne Mirage.
– Winter’s End – disse Kafir. – L’assalto al laboratorio ibridomico.
– Abbiamo causato alla sussidiaria marziana della Compagnia la più grave perdita economica della sua storia. Le loro azioni biogenetiche sono precipitate. Il danno immediato si stima che ammonti a qualcosa come seicento milioni di dollari tap e i brevetti…
Improvvisamente Kafir si incupì. Il suo sesto senso, l’istinto dell’oungan impresso nel suo codice genetico, aveva fiutato qualcosa, e lo stava avvertendo del pericolo con la sua fastidiosa, necessaria gravità.
– Hai fatto proprio un bel lavoro, non c’è che dire – lo stuzzicò Mirage, con un sorriso. Un riflesso metallico ammiccò nei suoi occhi.
– Hanno sguinzagliato quei bastardi della Yakuza… – aveva azzardato Kafir.
– Qualcosa di peggio, temo – Yussif scosse la testa in un gesto di gravità. – Abbiamo ragione di ritenere che la vendetta della Ksenja consista in una forma mirata di attacco virale. Protocollo Marrakech. Pulito, veloce e letale.
– Non lo sappiamo ancora – aggiunse Mirage, con scarsa convinzione, la voce che piegava verso una sorta di fatalistica impotenza.
Kafir li fissò in silenzio. Poi, sovrappensiero, disse: – La legge del contrappasso…
Gli altri due lo guardarono confusi… e si disintegrarono in un vortice di quanti.
Progressivamente, chouia, il grigio liquido delle pareti del kibbutz riacquistava solidità e consistenza. I suoi occhi lucidi e stralunati desiderarono la freschezza della brezza marina. I 21.8 gradi della stanza, carichi di invisibili molecole ormonali, lo indussero a lasciarsi rifluire nel sogno, verso i nebbiosi territori della memoria che sfumavano verso l’oblio.
– Chemco BioLab – gli disse finalmente Mirage, la sua voce era una melodia che sfidava il rumore di fondo della strada della colonia. Masse di vagabondi, mercenari, minatori in libera uscita, puttane, spacciatori e sherpa affollavano il cunicolo, accrescendo il suo senso di claustrofobia.
Kafir, che fino ad allora aveva aspirato con indifferenza delicate boccate di fumo da una Gauloise Blu Kif, si voltò verso di lei e si perse nei suoi occhi.
– È una sorta di costrutto virtuale fantasma, una capanna che funge da cassaforte – continuò Mirage. Serpenti di neon si rincorrevano sulle pareti del decumano sotterraneo. La fredda policromia alogena delle insegne si mescolava alla luce dorata delle finestre dei cuballoggi affacciati sulla strada, e incorniciava la sua figura in un chiaroscuro caravaggesco. – Yussif ha ricevuto la soffiata da un suo vecchio amico giamaicano attivo giù a Sanctuary. A quanto pare è un luogo sicuro, dotato delle opportune misure di sicurezza. Lo hanno usato per un po’ di tempo quelli delle Pantere Moderne, ma adesso è completamente a nostra disposizione. Ho appena concluso l’affare con un loro contatto, giù nel suk.
Mirage mosse qualcosa nella tasca del giubbetto di saran impermeabile che indossava sopra la cartilagine della tuta marziana. Kafir aspirò l’ultimo tiro dalla Gauloise corretta, poi lasciò cadere il mozzicone sulla termoresina umida e sporca. Tornò a guardare la strada con la vigile noncuranza che aveva imparato a sfoggiare nelle fasi finali di una transazione. Nuvole di vapore salivano dalle grate che costeggiavano la corsia, percorsa a passo d’uomo da pochi veicoli a reazione indaffarati ad aprirsi un passaggio nella folla. Centinaia di voci e rumori si fondevano nella notte perpetua di Marsport. Un caos di luci e ombre, strilla di venditori ambulanti, offerte di piacere a tempo determinato e redenzione chimica a prezzi stracciati, si mescolavano al sibilo di motori e alle sirene della polizia.
All’improvviso una goccia di condensa piovve sulla sua spalla dalle tubature che facevano da volta alla strada, sei o sette metri sopra di loro. Poi sentì gli spigoli dell’olocristallo che gli scivolava nella tasca e la mano di Mirage che sfiorava la sua.
– Qui dentro troverai le coordinate della Chemco e i codici d’accesso – soggiunse Mirage, accostando il viso al suo.
Kafir sentì la pressione dei seni sul suo petto, e inalò una zaffata del suo profumo. Poi qualcosa attirò la sua attenzione. Un baluginio metallico attraversava le gambe dei passanti. Fece appena in tempo ad attivare il terminale sulla modalità di schermatura e a frapporlo tra le spalle di Mirage e la minaccia che solenne e implacabile incedeva verso di loro. Preso dall’incontro, aveva dimenticato le più basilari precauzioni.
– Sta’ calma – le sussurrò mentre se la stringeva contro.
Una sentinella-segugio della polizia. Muoveva gli agili congegni meccanici dei suoi arti meccanici con disinvolta naturalezza, schivando le gambe dei passanti e i corpi dei mendicanti allineati sul marciapiede. Il nucleo di intelligenza nascosto nel suo carapace di lega ultraleggera – un processore neurale a inferenza quantistica – esaminava ininterrottamente il flusso di dati che affluiva dai sensori dislocati nel suo agile e micidiale corpo. E simultaneamente eseguiva un processo comparativo tra le informazioni raccolte e le stringhe di dati immagazzinati negli archivi informatici della colonia.
Le sarebbe bastato riconoscere nell’aria tracce dei feromoni di Mirage o suoi, perché in quei circuiti infernali scattasse lo stato di allerta. Provvidenzialmente, le distorsioni casuali introdotte dal terminale plasmatico deviarono le premurose attenzioni del segugio.
– Kelb-houkouma – sibilò contraddetta Mirage. – Ma comunque il mio terminale era attivo – aggiunse poi, con un sorriso. – Dovresti essere più prudente, Kafir…
– Era solo una scusa per abbracciarti. Quando ci rivedremo?
– Non è più sicuro, questo posto – disse Mirage. – Da un momento all’altro potrebbe passare un commissario, e allora non sarà altrettanto facile.
– Cosa lo è stato finora? – sbottò Kafir.
– Non abbiamo più molto tempo. Hai una missione da compiere. Prendi un rover e dirigiti a nord-est. A ottanta miglia da qui troverai un kibbutz abbandonato. Scarica i brevetti della Ksenja nel database della Chemco. E trovati un rifugio sicuro. Ti ritroveremo…
Mirage socchiuse gli occhi e si prese la radice del naso tra due dita.
– Tutto bene?
– Mi sento distrutta – disse lei, con un filo di voce.
Kafir pensò subito a una di quelle infezioni che i minatori di ritorno dal turno mensile portavano in colonia. – Va meglio?
– Posso farcela. Ci sentiamo nelle prossime ore – concluse baciandolo su una guancia. Un bacio lungo, lento, protratto più del necessario. A malincuore, Kafir si separò da lei, avviandosi per la sua strada, le spalle curve sotto l’impermeabile.
Bip. Bip. Bip. Il segnale acustico della consolle Ono-Sentrax lo richiamò alla realtà del kibbutz. Ore 00:01:37. Kafir si meravigliò di essere ancora vivo. Uno scatto elettrico nei circuiti di platino raffreddati dall’azoto liquido echeggiò nel silenzio di quelle stanze ai confini dell’universo. Mise a fuoco il jack di interfaccia neurale nel suo apposito involucro in policarbonato. Era tempo di innestarsi.
Attivò la procedura di scaricamento dati ad alta velocità. Mise la consolle in attesa e si digitò. Mentre le informazioni della Ksenja abbandonavano la sua mente, si sentì riempire dal piacere irreale di un orgasmo cibernetico. Flussi di dati altamente concentrati erompevano dall’innesto con l’impeto devastante di una rabbia a lungo repressa. 64 gigabyte di dati abbandonavano ogni secondo il suo banco di memoria flesh di carbonio idrogenato, un nucleo di sei milioni di nanotransistor di molecole proteiche alloggiato a meno di un pollice dall’ipofisi. Un vortice di informazione sgorgò dal suo corpo, stimolando in una sinestesia totale il suo sistema nervoso vegetativo: due anni di ricerche della Ksenja nel campo della proteomica, scoperte rivoluzionarie di proteine senzienti e di nuove molecole organiche neurotropiche, psicostimolanti e mutageni, che insieme avrebbero potuto riscrivere interi capitoli nel libro di storia della biochimica, stavano finendo sepolti in un database a duecento milioni di chilometri di distanza.
Sommerso dalla mole di informazioni, Kafir scivolò verso i territori incerti e confusi dell’incoscienza. Tre minuti più tardi, i suoi banchi di memoria erano tornati leggeri come lo spazio aperto e Kafir si accorse di essere venuto nella tuta. La mano stanca sfilò il jack dalla giunzione nervosa di cristallo alla base del cranio. I suoi occhi lucidi e assonnati cercarono di mettere a fuoco la stanza ma le lettere ballavano una danza di cui non riusciva a cogliere il ritmo.
Sul monitor del laptop lesse a fatica la scritta: trasferimento completato – procedura di disconnessione automatica in corso. L’acre odore del silicio bruciato si era diffuso dai circuiti dell’Ono-Sentrax.
Il terminale segnava le 00:25:21.
Kafir volse di nuovo lo sguardo alla notte marziana al di là delle vetrate di perspex. Invisibile e inevitabile, l’Inseguitore si muoveva sulle sue tracce. Kafir trasse un sospiro di sollievo quando vide l’immagine sfocata e incompleta di Mirage sulla finestra.
Lei lo fissava, triste e distante, dietro il vetro del suo casco.
Gli ci vollero alcuni istanti per realizzare che la visione che gli si era presentata nella penombra del kibbutz non era un’immagine residuale emersa dalle lande sconosciute del suo subconscio, l’ennesimo fantasma indotto dal Blue Kiss, bensì una percezione reale.
Mirage entrò nel vano di decompressione, attese che la procedura terminasse ed entrò nell’impianto. Con una manovra sicura si sganciò e sfilò il casco.
L’istinto guidò la mano di Kafir verso l’akm. I suoi muscoli indolenziti e stremati si contrassero in un urlo di sofferenza. Con uno scatto si ritrovò a puntare la canna di lucido metallo nero contro il volto di Mirage, mentre lei si ravviava i riccioli scuri.
– Cosa ci fai qui? – chiese, la voce rauca, le parole impastate per effetto della droga e della disidratazione.
Lei lo guardò con occhi impassibili e lontani, che conservavano ancora una labile traccia della tristezza che Kafir vi aveva scorto qualche attimo prima. Il suo volto era contratto in un’espressione stralunata, innaturale. Aliena.
– Perché non rispondevi alle mie chiamate? – la incalzò Kafir.
Mirage mosse lentamente le labbra.
– Te lo avevo detto che ti avremmo trovato noi – disse Mirage. Poi, a mo’ di giustificazione, aggiunse: – Le tempeste magnetiche.
Le parole, così asciutte e meccaniche, sorgevano da abissi di acciaio, come se un viaggio di miliardi di anni-luce le avesse spogliate della spontaneità della vita. Eppure le labbra erano ancora come Kafir le ricordava.
Fu allora che qualcosa scattò nella sua mente e con un movimento rassegnato abbassò l’arma.
Mirage rimase a guardarlo con occhi freddi e calcolatori, distante pochi passi da lui, la tuta di cartilagine che incastonava granelli di sabbia rossa nelle scanalature che la solcavano. I capelli ricci e scuri le ricadevano scomposti dietro le spalle.
Kafir aveva compreso. Mirage era morta. E Yussif e gli altri moudjahidins avevano subito la medesima sorte che adesso attendeva lui. La Ksenja era una bestia ferita, ma ancora efficace, e aveva applicato la sua variante del Protocollo Marrakech con spietata determinazione. La vendetta per la distruzione dei loro laboratori a Winter’s End stava per compiersi.
Un lampo d’argento scintillò dietro le iridi della ragazza. – Ho tentato di resistere il più a lungo possibile – disse infine Mirage, e nella sua voce Kafir riconobbe finalmente scampoli della ragazza che aveva conosciuto. – Ma alla fine ho dovuto cedere. Sto morendo… – Una pausa. –Sono già morta – si corresse.
L’Inseguitore, infine, lo aveva scovato.
Il suo sguardo non ammetteva repliche. Una lacrima di cristallo gli solcava ora la guancia mentre le unghie traslucide si trasformavano in lame luccicanti, affilate come stringhe monomolecolari. Quando il virus neurale della Ksenja, spietato e implacabile, completò la sua opera di graduale, progressivo assorbimento della personalità di Mirage, un bagliore fulmineo macchiò di sangue le vetrate di perspex e lo schermo del deck.
Mirage era solo una macchina spietata e letale nelle mani della Compagnia agonizzante. Il suo cervello era stato gradualmente plasmato dall’azione dei nanotech riprogrammati dal virus della Ksenja. Con fredda determinazione si limitò a eseguire la sua missione. La missione dell’Inseguitore.
Mentre una voce distante e bellissima lo richiamava verso una spiaggia al tramonto, Kafir rivide gli occhi di Yussif. Occhi di serpente. Hai proprio ragione, realizzò nei residui barlumi di coscienza che ancora lo illuminavano. E questa è l’ultima volta che mi tocca perdere.
La sabbia rossa del deserto piovve nell’azzurro del mare. Nella luce del tramonto, aspettò Mirage che gli veniva incontro sulla spiaggia.

Giovanni De MatteoL’AUTORE
Giovanni De Matteo (1981) è tra i fondatori del Connettivismo, movimento che si propone di dare nuovo respiro alle istanze del cyberpunk, promuovendo la contaminazione tra i generi ed esplorando gli orizzonti del postumano. Collaboratore di diverse testate (Fantascienza.com, Delos SF, Robot, Prismo, Quaderni d’Altri Tempi), con Sandro Battisti e Marco Milani ha fondato e diretto per alcuni anni la rivista Next e dal 2010 cura la webzine Next-Station.org con il critico Salvatore Proietti.
Vincitore del Premio Robot con Viaggio ai confini della notte (2005), ha esordito sulle pagine del Club GHOST nel 2003 e pubblicato con Ferrara Edizioni la raccolta Revenant – Storie di ritorni e di ritornanti (2006). Da allora ha scritto numerosi racconti, apparsi sulle pagine di riviste (Delos SF, Robot, Carmilla, Futuri), antologie (L’orizzonte di Riemann, Il prezzo del futuro, Storie dal domani, Segnali dal futuro, Propulsioni d’improbabilità, Iperuranio) e in e-book (Terminal Shock, Codice morto, Sulle ali della notte, Il lungo ritorno di Grigorij Volkolak). In collaborazione con Lanfranco Fabriani ha scritto YouWorld, originariamente apparso su “Urania” (2015) e ripubblicato nel 2018 in e-book da Delos Digital in un’edizione rivista e ampliata. Ha inoltre curato con altri diverse antologie, tra cui Supernova Express (2007, Ferrara Edizioni), Next-Stream: oltre il confine dei generi (2015, Kipple Officina Libraria) e Nuove Eterotopie (2017, Delos Digital).
I romanzi Sezione π2  (Premio Urania 2007) e Corpi spenti  (2014), entrambi pubblicati da Mondadori nella storica collana “Urania”, condividono l’ambientazione in una Napoli post-Singolarità Tecnologica del prossimo futuro. Nella stessa linea temporale si situa anche Karma City Blues, romanzo pubblicato nel 2018 da Delos Digital che si svolge una decina di anni dopo i precedenti. Red Dust, risalente al 2005 e originariamente pubblicato nell’antologia Revenant, pur essendo slegato dalla continuity presenta alcuni elementi di contatto con questi romanzi.
Il suo blog è http://holonomikon.wordpress.com.

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