L’occhio sinistro di Horus di Gloria Barberi 2° episodio

L'occhio sinistro di Horus di Gloria Barbieri 2° episodio Guai. Ma se Petrie voleva che mi tenessi alla larga dai guai, avrebbe dovuto fornirmi spiegazioni un po’ più esaurienti. Invece non c’era stato modo di cavargli fuori altro, e la curiosità si stava trasformando in un prurito insopportabile. Perciò decisi di fare un tentativo con Kennard, non appena se ne fosse presentata l’occasione.
Fu due giorni dopo.
Sedevamo fuori dal suo alloggio, un cubo di mattoni simile a quello che abitavo io, con la schiena appoggiata al muro che ci offriva un esiguo ritaglio d’ombra. Kennard fumava in silenzio, un po’ assonnato nella calura del pomeriggio; io giocherellavo con un righello, tracciando ghirigori nella sabbia, e, come casualmente, cominciai a disegnare quel simbolo che ormai era divenuto un’ossessione: il punto inserito in un cerchio. Tracciai un simbolo, poi un altro, e un terzo… Sbirciai Kennard di sottecchi. Teneva gli occhi semichiusi, come fosse sul punto di addormentarsi, e forse non si accorgeva neppure di quello che stavo facendo. Esitai per un attimo ancora, poi cominciai a scrivere: L’uomo è…
Un movimento improvviso al mio fianco, e la mano di Kennard mi strinse il polso prima che potessi completare la “D”.
“No.” Con il piede, cancellò in fretta la scritta e i simboli solari.
Mi voltai a guardarlo. “Sei tu che…”
“No. Ma hai ricevuto uno di quei messaggi, vero?”
“È opera di Haworth, allora?”
Kennard scosse la testa. “Nessuno di noi sarebbe così pazzo.” Lo sguardo dei suoi occhi chiari, mutevole e sfuggente come acqua di un ruscello, non sfiorava neppure il mio. Ma l’espressione del volto, da sola, diceva già abbastanza: confusione e timore.
“E allora?” insistetti sarcastico. “Cosa abbiamo, qui al campo… un postino-fantasma?”
Lui mi restituì il sarcasmo in un sogghigno. “Non lo escluderei.” Sembrava aver ritrovato un po’ di sicurezza, adesso.
“E va bene” dissi. “Ma, almeno tu, vorresti essere così gentile da spiegarmi cos’è l’”Alba Dorata”?”
Lui scrollò le spalle con un po’ troppo vigore per apparire davvero noncurante. “Una setta segreta, nient’altro.”
“Come la Massoneria? Lord Amherst è Gran Maestro della Loggia di Swaffham, e anche mio zio era massone. Non ci vedo niente di strano. Ma sembra che questa “Alba Dorata”…” azzardai “vi faccia paura. Persino a Petrie”.
Kennard buttò la sigaretta fumata a metà. “L’”Alba Dorata” deriva dall’ordine del “Tempio d’Oriente”, ma ne ha travisati gli intenti.”
Tacque, come se avesse esaurito l’argomento, ma non poteva davvero credere che quella spiegazione così didascalica soddisfacesse la mia curiosità.
“Allora? A cosa si dedicano gli adepti di questa setta? Magia nera? Satanismo?”
“Più o meno.”
“E perché ce l’hanno con me?”
“Non con te in particolare. Ci provano con tutti gli archeologi.”
“E perché?”
Kennard tornò ad appoggiarsi con le spalle alla parete della capanna. Sembrava più tranquillo, adesso, ma continuava a sfuggire il mio sguardo. “Credono che potremmo aiutarli a impadronirsi di chissà quali segreti contenuti nei papiri, rituali magici e alchemici degli antichi egizi. E oggetti, anche: amuleti, addirittura pezzi di mummia.”
Non mi diceva nulla di nuovo. Sapevo abbastanza dei traffici che individui senza scrupoli intrecciavano attorno al mondo dell’egittologia, delle ridicole credenze sulle proprietà miracolose della “polvere di mummia”, ma non avevo mai dato troppo peso a questi imbrogli esoterici e a chi li praticava.
“So che questo è illegale.”
“Illegale? Santo cielo, Howard! Quella gente pratica la magia nera, compie riti blasfemi…” Strinse le labbra, come se avesse detto anche più di quello che intendeva.
Restai in silenzio per qualche attimo, cercando di decifrare il muto messaggio di quelle labbra contratte, i sottintesi nascosti nelle gocce di sudore che egli imperlavano le tempie e forse non erano dovute soltanto al caldo; poi insinuai: “Sembra che tu ne sappia parecchio”.

Sir William Matthew Flinders Petrie (1853-1942), archeologo inglese e egittologista, comunemnete noto come Flinders Petrie.

Sir William Matthew Flinders Petrie (1853-1942), archeologo inglese e egittologo, comunemente noto come Flinders Petrie.

Lui trasalì leggermente; poi, in fretta, si tolse di tasca l’orologio e, senza neppure dargli un’occhiata, sentenziò: “S’è fatto tardi. Dobbiamo tornare allo scavo”.
“Non cambiare discorso.”
Kennard sbuffò, ma in maniera troppo accentuata e teatrale per apparire soltanto seccato. “Dannazione, Carter! Quando sei arrivato qua sembravi appena uscito dal guscio non avrei mai detto che ti saresti rivelato un tale rompiscatole!” Poi, per la prima volta dall’inizio di quella conversazione, si voltò a guardarmi. Mi posò una mano su una spalla e il suo tono di voce si addolcì. “Posso solo dirti una cosa: non cedere alla curiosità, non farti coinvolgere. Non può venirtene niente di buono.”
“Be’, se è davvero come dici…”
“Prometti.”
Esitai un attimo, prima di assentire. “D’accordo. Prometto.” E questa volta fui io a distogliere lo sguardo.
*
Non ne restava più nulla. Era come se durante la notte un devastante terremoto si fosse scatenato in quel punto circoscritto di Akhetaton, a sconvolgere il quieto paesaggio che per tremilacinquecento anni era sopravvissuto a tutte le ingiurie del tempo, dipinto sul pavimento di ceramica: i pesci dorati, gli aironi tra i giunchi, l’acqua scintillante… tutto scomparso in un’esplosione policroma. Ma non era frutto di un terremoto, quella devastazione. Poco lontano, a margine del pavimento frantumato, un piccone abbandonato tra la sabbia.
L’aria limpida del mattino era appesantita dalle voci di un piccolo gruppo di operai che discutevano in modo concitato con i miei compagni. In mezzo a loro, uno dei fellahin si sbracciava vociando il suo arabo così in fretta che ogni parola si legava all’altra senza neppure, sembrava, l’intervallo di un respiro. Nell’ampio gesticolare, la galabia gli si agitava attorno come un vessillo al vento. Io fissavo attonito lo sfacelo ai miei piedi, e l’iroso alterco in arabo giungeva alle mie orecchie come attraverso un gigantesco imbuto, suoni rimbombanti privi di significato. Al mio fianco, Kennard ansimava una smozzicata traduzione, non sapevo quanto a mio o a proprio beneficio. “Dice che è stato per invidia… perché suo cognato portava qui dei turisti a pagamento e non voleva dividere il ricavato con lui… oh, Cristo santo!”
Quella meraviglia che aveva sfidato la crudeltà del tempo e del clima, che era sopravvissuta all’operazione di damnatio memoriae voluta dai successori di Akhenaton, giaceva lì ai miei piedi, vittima di un meschino conflitto d’interessi tra fellahin.
Un dardo di dolore mi trafiggeva le tempie; davanti ai miei occhi, piccole esplosioni di scintille, come un gioco pirotecnico. Le mie mani erano dolorosamente contratte in due pugni.
“Howard!” Mi sembrò la voce di Petrie, ma annegò quasi subito nel vociare degli operai che si era trasformato in un urlo altissimo, acuto. Udii un grido, misto di dolore e paura, che mi si ripercosse nel cervello come se chi gridava lo facesse direttamente nel mio orecchio. Una stretta d’acciaio m’imprigionò le spalle. Poi, fu come se un’immensa forza mi tirasse all’indietro con uno strattone, scaraventandomi a terra.
“Carter, sei impazzito?”
Era Petrie. Mi sovrastava, scarmigliato e tremante d’ira trattenuta a stento. Visto dal basso… stavo ai suoi piedi, ammucchiato tra la sabbia come un sacco vuoto… appariva come un nume vendicatore. E una risata cominciò a scuotermi; ma non riuscii a ridere a lungo: avevo un dolore bruciante nel petto, come se avessi respirato fiamme, e in bocca un sapore di polvere e sangue.
“La tua impulsività ti costerà cara, un giorno o l’altro.”
Non sapevo che Petrie mi stava profetizzando il futuro.
Seduto tra la sabbia, intontito, oltre il velo di lacrime che mi bruciava gli occhi, vidi il fellah colpevole che, sostenuto da un paio di compagni, si lamentava con un piagnucolio acuto reggendosi la testa: la sua faccia era coperta di sangue. Anch’io sanguinavo da un labbro spaccato, e il sangue mi gocciolava sulla camicia. Petrie mi porse la mano.
“Coraggio, idiota, tira su il culo.”
Mi misi in piedi a fatica. Kennard mi fissava con gli occhi sbarrati, pallido e sgomento. “Ma che t’è preso? Saltargli addosso a quel modo… credevo che volessi ammazzarlo.”
Probabilmente era davvero quello che avevo inteso fare, ma senza esserne cosciente. Il dolore alle tempie era passato e adesso ci vedevo di nuovo bene, ma non ricordavo nulla, non riuscivo neppure a immaginarmi nell’atto d’aggredire un altro uomo, io che ero sempre stato tanto controllato, remissivo fino alla passività. Mi asciugai il sangue nella manica della camicia. Non sapevo se a colpirmi era stato il fellah nel tentativo di difendersi, o Petrie quand’era intervenuto per separarci.
Un grande silenzio era sceso attorno alla rovina del pavimento. Si sentiva solo il vento, o forse erano i nostri respiri. Poi la voce di Petrie, e aveva un suono terribile, come se lo sforzo di dominare l’ira lo stesse soffocando.
“Be’, ragazzi, ormai il danno è fatto. Qualcuno metta sotto chiave quel bastardo fino all’arrivo della polizia, e vediamo di salvare il salvabile.”

Sir William Flinders Petrie nel 1881

Sir William Flinders Petrie nel 1881

*
L’ondata d’ira che mi aveva travolto si era ritirata, e mi ritrovavo con le ossa fradice come alghe abbandonate sulla battigia. Rannicchiato nella branda, con le coperte tirate sulla testa, rabbrividivo senza tregua. Avevo l’impressione che il mio corpo si stesse disfacendo: subivo nella mia carne l’agonia millenaria di Akhetaton, la sua lenta decomposizione. Le mie gambe erano colonne del tempio di Aton, le mie braccia architravi; e il mio petto era un portale dal quale le lamine d’oro si staccavano una a una, mostrando le crepe del legno. La mia testa… C’era un fuoco, nella mia testa, l’incendio di un immenso braciere.
“Questa città è morta. MORTA!”
E sarei morto anch’io.
Sognavo, pur senza essere del tutto addormentato. Percepivo la ruvidezza delle lenzuola, il rumore sibilante e affrettato del mio respiro; ma, contro il buio delle palpebre, risplendeva la luna: senza aloni, disegnata nettamente come una moneta d’argento. Cercavo di ricomporre il suo volto, inutilmente, e nello sforzo sentivo il sangue premere contro le fragili pareti delle vene, alle tempie e nella gola. Era piombo fuso.
Volevo sollevare il capo dal cuscino e non ci riuscivo. Bruciavo. Giacevo da qualche parte tra le rovine, e i lunghi artigli di Aton mi strappavano la pelle in profondi graffi roventi. Sabbia tra le palpebre e le labbra. Il mio cuore era un falco impazzito, imprigionato nella fragile gabbia delle costole. Si sarebbe fatto largo a colpi di becco, fuggendo dal mio corpo e portando con sé la vita, Horus che s’innalza verso le splendenti braccia di Nut, amorevole Madre del Cielo, rifugio delle anime.
“Nut, sei venuta per dare asilo a tuo Figlio?”
“Io sono venuta, invero, e custodirò questo Grande…”(1)
“Carter… Ehi, Carter, cosa c’è? Ti senti male?” Sembrava la voce di Kennard, ma non ne ero poi tanto sicuro.
Un’ombra si allargò su di me, immensa. Allora dovevo avere gli occhi aperti. Strano.
“Il ragazzino s’è buscato la malaria” disse l’ombra immensa con la voce di Petrie.
Lottai per ridare contorni definiti a quella grande forma scura che mi sovrastava, e la vidi delinearsi, familiare e rassicurante, nella luce dorata del mattino.
“Credevo fosse notte” bisbigliai. Poi ricordai. Ero tornato alla capanna per ripulirmi la faccia dal sangue, ed era stato allora che… Sollevai un braccio, che pesava come piombo, indicando la grossa cassa da imballaggio che serviva da tavolo, e il pezzo di carta posato su di essa.
“Quello?” chiese Kennard avvicinandosi alla cassa. “Cos’è? Sembra un cablo…”
“L’ho trovato qui” bisbigliai. “L’hanno consegnato mentre eravamo agli scavi.”
Petrie aveva già raccolto il cablogramma e, dopo avergli dato un’occhiata, lanciò un’imprecazione soffocata. “Cristo! Mi dispiace, ragazzino. Ti faccio le mie condoglianze.”
Socchiusi le palpebre in segno d’assenso. Se avessi potuto piangere, forse mi sarei sentito meglio; ma le lacrime sembravano evaporare nell’ardore della febbre.
La morte di mio padre non giungeva del tutto inaspettata; una precedente lettera di mia madre mi aveva informato del grave malore che lo aveva colpito ma, estraniato in quel paesaggio di sabbia e sole, mi ero lasciato scivolare addosso la notizia con un senso di irrealtà: tutto quello che accadeva sotto i cieli brumosi dell’Inghilterra appariva talmente lontano! Ma la morte era una realtà concreta come una stele di granito nero.
Mi mossi per alzarmi, ma le mani di Petrie mi respinsero, inchiodandomi imperiosamente al materasso. “E adesso dove vorresti andare?”
“A casa. Ci sarà il funerale. E poi il pavimento… devo disegnare… ricostruire…” Nel delirio ero certo che il fragile disegno di maioliche avrebbe potuto essere ricomposto, come un puzzle, seguendo il tracciato delle tante riproduzioni che ne avevo fatto; e se fossi riuscito in quell’impresa, potevo anche assicurare al ka di mio padre un sereno soggiorno nei Campi di Giunchi.
“Tu resti qui. Non ti reggeresti in piedi, comunque.”
“Ma io sto bene” protestai.
“Certo, come no.”
Dovevo avere proprio un brutto aspetto, se anche Petrie si preoccupava per me.
“Ho sul serio la malaria?” bisbigliai.
“Direi di sì.”
Chiusi gli occhi. Non sapevo se fosse la febbre oppure il senso di sconfitta a farmi sentire tanto debole.
“Devo andare a casa” ripetei. “Ma dopo voglio tornare qui. Mi terrete con voi? Per favore. Guarirò in fretta.”
“Se vuoi guarire in fretta, rimani a letto e non rompere le scatole, d’accordo?”
“D’accordo.” E chiusi gli occhi, lasciandomi risucchiare nella rovente oscurità della febbre.
*
Verso mezzogiorno la febbre era calata, lasciandomi esattamente come un cencio appena lavato: molle, fradicio, anche se non altrettanto candido. La mia faccia, intravista di sfuggita nello specchio, aveva una sfumatura piuttosto giallastra. Mi cambiai gli abiti inzuppati di sudore e scesi agli scavi.
Accanto al pavimento infranto c’era una guardia indigena armata di fucile. Per quel che serviva, ormai. Del meraviglioso paesaggio dipinto sulle maioliche non restavano che pochi insignificanti frammenti: un lembo d’acqua turchina, un’anatra miracolosamente intatta su uno sfondo di canne smozzicate, piccoli animali che si rincorrevano tra la vegetazione palustre; nient’altro che un pallido riflesso dello splendore che mi era apparso tra la polvere del mio primo giorno ad Amarna.
Petrie mi sorprese in contemplazione di quella rovina.
“Carter! Ma allora sei anche più stupido di quello che sembri.” Mi afferrò per un braccio. “Andiamo, vieni via da lì.”
“Cosa possiamo fare?” chiesi senza distogliere lo sguardo dal pavimento.
“Quel che resta lo manderemo al Cairo.” La sua voce, che per un istante si era addolcita, ridivenne severa e sferzante. “E muoviti, t’ho detto. Lasciare il letto mentre stai sudando a questo modo… Non hai un minimo di buon senso.”
“Non hai un minimo di buon senso”. Era una frase che mi sarei sentito ripetere spesso, nel corso degli anni a venire.
*
La morte di mio padre e la distruzione del pavimento avevano messo in discussione il mio rapporto con l’Egitto. Quando, dopo i funerali, feci ritorno ad Amarna, mi sentivo un estraneo. Tuttavia non avevo voluto ascoltare i consigli del medico che, visitandomi a Londra, mi aveva raccomandato assoluto riposo. Rifiutavo di restarmene a letto inerte, sapendo che l’unica cura possibile era il lavoro. Anche Petrie, dopo un po’, rinunciò a discutere con me. M’imbottivo di chinino e mi trascinavo tra le rovine, dove la sensazione di decadenza mi assaliva più acuta che mai.
Era giusto ciò che stavamo facendo, mi chiedevo, se ciò che pretendevamo di restituire alla conoscenza dell’uomo e alla storia, proprio a causa del nostro intervento poteva andare incontro a una ancor più rapida distruzione? Naturalmente, quello del pavimento doveva essere considerato un episodio estremo, ma quanti casi simili si erano verificati in precedenza, e quanti ancora se ne sarebbero visti in futuro?
Meglio lasciar dormire il passato sotto la sabbia. Meglio che i dimenticati restino tali per l’eternità.
Mi sembrava di non avere più ragioni per restare ad Amarna, eppure non avevo altro luogo dove andare.
Fino a quando, una sera…
La sera in cui Petrie mi mostrò il Sigillo.
*
La catalogazione degli oggetti rinvenuti durante la giornata poteva essere a volte uno dei momenti più eccitanti. Un minuscolo frammento di ostrakon, una scheggia di calcare all’apparenza insignificante, potevano rivelarsi la chiave di un mistero al quale si era a lungo vanamente cercata la soluzione, e aprire la porta a nuove ipotesi e vivaci discussioni. Riuniti nell’alloggio di Petrie, attorno alla grande cassa rovesciata che usavamo come tavolo, cercavamo di penetrare, attraverso i reperti, il pensiero e lo stile di un bizzarro sovrano vissuto presumibilmente ben millequattrocento anni prima di Cristo, e che pure già sembrava spinto dal bisogno di confidare in un Unico Dio che identificava nella forza creatrice, ma anche distruttrice, del sole.
“Guarda.” Petrie mi passò un piccolo oggetto. “Riesci a leggerlo?”
Era un anello a sigillo, inciso in una qualche pietra dura che non seppi riconoscere. Lo esaminai sotto la lente d’ingrandimento. In materia di geroglifici ero appena un principiante, ma quel cartiglio era piuttosto semplice.
“C’è il segno neb, cioè “signore”; e poi uno scarabeo… si dice khepra, vero? E…” esitai un attimo, anche se l’ultimo geroglifico era il più chiaro ed elementare: un punto inscritto in un cerchio. “Il segno del sole.”
Petrie annuì. “Neb-Kheperu-Ra.”
Trasalii, senza neppure sapere perché, e mi chiesi se gli altri se ne fossero accorti. La mia voce, quando chiesi: “Che significa?” aveva un suono lontano.
“”Ra è il Signore del Divenire”. È il nome di intronizzazione di Tutankhamon… O Tutankhaton, se preferisci. Sono state trovate iscrizioni con entrambi i nomi, e ci sono buoni motivi di credere che si tratti dello stesso sovrano.”
Ne sapevo quanto prima, eppure la mano mi tremava mentre gli restituivo l’anello.
“Un altro faraone che non compare nel catalogo di Abydos.” L’eccitazione mi sbocciò dentro senza un motivo, accelerando i battiti del mio cuore: una sensazione che stava diventandomi familiare. “Allora avevo ragione! Chissà quanti altri possono essercene!”
Petrie mi guardava sorridendo con ironica indulgenza, e sotto quello sguardo mi sentii arrossire.
“Calma, giovanotto, non correre troppo. Questo Tut è un fantasma che si aggira tra gli scavi già da parecchio. Ogni tanto salta fuori qualcosa che porta i suoi cartigli, ma niente di importante: frammenti di vasi o di stele. È stata trovata anche una statua che lo raffigura, ma su quella ci sono parecchie incertezze, potrebbe trattarsi di uno di quei casi di usurpazione d’immagine tutt’altro che infrequenti nell’antico Egitto. La verità è che di questo tipo sappiamo poco o nulla.”
“E…” esitai il tempo di un rapidissimo respiro “la sua tomba?”
“Ufficialmente non se ne hanno notizie, probabilmente è stata depredata nell’antichità, come molte altre, e oggi non è più che uno di quei tanti sepolcri anonimi ai quali ci sforziamo inutilmente di attribuire un proprietario.”
“Ma…” Provavo un senso di esaltazione che mi faceva tremare la voce. “Se fosse ancora da qualche parte, inviolata?”
Kennard e Haworth mi guardavano, e mi accorsi che si sforzavano di non ridere.
“Benvenuto a uno dei grandi sogni dell’archeologia” disse Petrie con tono solenne e insieme sarcastico. “”La tomba inviolata”.”
La battuta era anche autoironica, ma mi sentii ferito. E, pur rendendomi conto di agire in modo goffo e infantile, ribattei: “Se c’è, può essere trovata”.
Le mie parole, forse il tono in cui le pronunciai, produssero sui miei compagni un effetto curioso: il sorriso scomparve dalle facce abbronzate; Haworth abbassò lo sguardo sulle proprie mani, come se si sentisse colpevole, e prese a gingillarsi con un coccio, mentre Kennard lanciava occhiate a Petrie il quale era l’unico che continuasse a fissarmi, ma anche lui aveva smesso di sorridere; e, infine, disse: “Potrebbe volerci una vita intera”.
Mi strinsi nelle spalle. Per quello che mi riguardava personalmente, avevo tempo.
“D’accordo.” Adesso il tono di Petrie era perfettamente serio. “Ma tieni sempre a mente una cosa, Howard: non si può cercare la tomba di un faraone; si può soltanto trovarla.”
*
“Doveva essere un Eden, la città perfetta.”
Le caviglie affondate nella sabbia, le braccia conserte, Kennard sembrava una antica statua miracolosamente intatta in mezzo a tutta quella rovina; la sua faccia abbronzata e serena ricordava davvero quei ritratti in antica pietra che avevo potuto ammirare nei musei o sui luoghi degli scavi: gli occhi chiari, socchiusi contro il riverbero della luce, erano simili a pennellate di bistro.
Il sole del primo pomeriggio appiattiva il tracciato delle mura erose, livellando il paesaggio; una verde cornice di palme ammorbidiva l’orizzonte chiuso dalla catena rocciosa dell’altopiano arabico.
“Questa città nasconde un mistero” mormorai.
“Mistero?” Kennard mi scoccò un’occhiata ironica. “Quando metti su quell’aria sognante diventi pericoloso, Carter! Quale altra teoria hai elaborato, stanotte?”
Non lo diceva con l’intenzione di ferirmi, era soltanto che una maggiore esperienza gli aveva insegnato a essere cauto e razionale, come ogni archeologo dovrebbe; ma si divertiva spesso a smontare i miei sogni e le mie convinzioni, fino a spingermi alla zuffa verbale. Ci cascavo sempre, per poi tacere di botto e arrossire fino alla punta delle orecchie, quando mi rendevo conto del suo gioco. Ma stavolta non abboccai.
Mistero. Oh, sì, e più d’uno. Avevo visto le stele che segnavano i confini dell'”Orizzonte del Sole”, la glorificazione dell’Aton in riti che non avremmo mai compreso, la bizzarria di quelle figure con le lunghe braccia protese verso il disco raggiato, le mani aperte a ricevere dal dio Sole l’ankh, la vita: un’idea di bellezza che era difficile condividere, poiché ai nostri occhi quei corpi ansati, dai ventri e i fianchi rigonfi, apparivano grotteschi, deformi. Eppure ne eravamo tutti affascinati. Sarebbe stato difficile lasciare Amarna, alla fine della stagione.
“Be’“ dissi, scrollando le spalle per scacciare quei pensieri “mettiamoci al lavoro”.
“Sissignore!” esclamò Kennard con allegra ironia e andò a frugare nella sacca dove tenevo il materiale da disegno e che avevo lasciata su un basamento di colonna. “Cosa ti serve?” e quella domanda fu immediatamente seguita da un grido di dolore. Kennard lasciò cadere la borsa, mentre correvo accanto a lui.
“Cos’è successo?” chiesi, allarmato.
Lui non mi rispose. Si stringeva la mano destra con la sinistra, fissando qualcosa tra la sabbia. Feci appena a tempo a vedere una veloce forma pallida, allungata e lucente, che scompariva sotto un sasso.
“Santo cielo, cos’era?”
Kennard scosse la testa e si guardò la mano che stava cominciando a gonfiarsi. “Non ho fatto a tempo a vederlo bene. Uno scorpione, forse un grosso ragno.” La sua faccia abbronzata aveva una sfumatura cinerea. “Devo tornare subito al campo.”
Subito quanto lo permetteva un tragitto di tre miglia a piedi, dagli scavi al campo. E quando arrivammo agli alloggi degli archeologi Kennard barcollava e il sudore gli scorreva sul viso, non saprei dire se soltanto per la paura o per il veleno che cominciava a diffondersi.
“Vai a chiamare il professor Petrie, presto!” gridai a uno dei nostri domestici indigeni. Non sapevo assolutamente cosa fare, ma per fortuna il fellah era un tipo sveglio e non impiegò molto a ritornare con Petrie. Io intanto avevo aiutato Kennard a stendersi sul letto e gli avevo buttato addosso una coperta. Mi sembrava che stesse terribilmente male; non rispondeva alle mie domande ed era scosso da un tremito continuo. I muscoli del suo viso erano come induriti da una contrazione, tanto che i lineamenti risultavano stravolti, e gli occhi, sbarrati e lucidi, avevano una fissità impressionante. Non fosse stato per quel tremito, e il respiro affannoso, avrei pensato che fosse già morto.
Petrie mi scostò abbastanza bruscamente dal capezzale e si chinò su Kennard. Lui si lamentò debolmente quando si sentì toccare la mano; il gonfiore era arrivato al gomito e la pelle tesa aveva assunto una brutta colorazione violacea.
“Forse dovremmo portarlo da un medico” cercai di suggerire.
Petrie mi rispose con un grugnito, poi disse in tono acido: “E dove lo troviamo, il medico? Immagino che tu non abbia neanche visto la bestia che l’ha morso”.
Scossi la testa, anche se lui mi dava le spalle e non poteva vedermi. Si voltò infatti soltanto per scoccarmi un’occhiataccia feroce.
“Cosa fai ancora lì impalato? Muoviti, corri a prendere la cassetta dei medicinali!”
Obbedii; poi, impotente, restai a fissarlo mentre medicava Kennard.
“Posso… potrei restare con lui?” mi azzardai a chiedere.
Lo sguardo che Petrie mi rivolse era assai poco comprensivo.
“Dalla faccia che ti ritrovi direi che quello che sta peggio sei proprio tu. Ma se ci tieni tanto a fare l’infermiere… Accomodati.” E prima di lasciarmi mi istruì su quello che dovevo fare. “Non preoccuparti troppo se comincia a delirare, bada soltanto che non si faccia del male agitandosi. E fallo bere molto; acqua, tè… mi auguro che tu sappia preparare un tè decente. Se lo rivomita subito, tu insisti. Ma nel caso dovesse avere un attacco di convulsioni, chiamami subito.”
Pensai che stesse cercando di spaventarmi, ma la sua espressione era più che seria; e da lì a un quarto d’ora ebbi purtroppo conferma che Petrie non aveva affatto esagerato. Kennard fu assalito da una febbre così violenta che cominciò a smaniare cercando di alzarsi, e dovetti farmi aiutare dal fellah di prima per tenerlo a letto. Provai a farlo bere, come aveva consigliato Petrie, ma la nausea era tanto forte che il suo stomaco non sembrava in grado di trattenere neppure una goccia di liquido. Sapevo che il mio collega sarebbe potuto morire di disidratazione, e mi sentivo smarrito, quasi sulla soglia del panico, ma il fellah era imperturbabile. “Bestia musimm” ripeteva in tono noncurante. “Ma lui difficile che muore.”
Non me la sentivo di condividere la sua sicurezza.
Ogni tanto Petrie arrivava a dare un’occhiata, aggrottava le sopracciglia e se ne andava senza dire una parola.
Verso sera Kennard si calmò, sprofondando in una specie di torpore. Non sapevo se sentirmi sollevato o ancor più preoccupato. La sua fronte era sempre rovente, e il braccio era diventato gonfio e bluastro fino alla spalla.
Haworth venne a darmi il cambio dopo cena.
“È il mio turno, adesso. Tu vai a riposarti. E mangia qualcosa.”
Non avevo toccato cibo per tutto il pomeriggio, ma non mi sentivo minimamente affamato. L’abituale menu del campo, costituito da cibi in scatola, non era l’ideale per stimolare l’appetito. Mi gettai la giacca sulle spalle e uscii nel crepuscolo trasparente come quarzo ametista. Esausto, sedetti su una roccia, appoggiai i gomiti alle ginocchia e affondai il viso nelle mani. Avevo voglia di piangere e lottavo contro me stesso per non farlo. Se soltanto ci fosse stata la luna, pensai stupidamente, quello splendente specchio d’elettro dal quale trarre oroscopi! Gli antichi egizi, nella loro saggezza, conoscevano molti incantesimi contro i veleni, magiche parole che la dea Iside aveva sussurrato all’orecchio del piccolo Horus colpito dallo scorpione. Ma gli incantesimi hanno potere soltanto nel mito. E le lacrime mi trafiggevano le palpebre.
Non mi mossi quando udii, dietro di me, la sabbia scricchiolare lievemente sotto le scarpe di qualcuno che s’avvicinava. Una mano mi strinse vigorosamente la spalla destra.
“Passata la paura?”
Alzai il viso e incontrai lo sguardo ironico di Petrie.
“Era per me” confessai in un bisbiglio.
Lo vidi inarcare un sopracciglio in segno di perplessità. Era naturale che non capisse.
“Quel… qualunque cosa fosse, era destinato a me” spiegai. “Altrimenti come sarebbe finito nella mia sacca?”
“Era nella tua sacca?”
Annuii. Petrie si accoccolo nella sabbia, fissandomi con aria inquisitiva.
“L’avrai dimenticata aperta.”
“No, ho l’abitudine di stringere bene i lacci.”
“Be’, uno scorpione è in grado di ficcarsi in un’apertura piuttosto stretta.”
Scossi la testa.
“Intendi dire che qualcuno ce l’ha messo apposta?”
“Voi che ne pensate?”
Petrie non rispose; e io, dopo un attimo ripresi, sfogandomi finalmente dopo quella giornata di tensione: “ Kennard non avrebbe dovuto mettere le mani nella mia roba, nessuno lo fa mai. È stato soltanto un caso se lui mi ha accompagnato, oggi. No, toccava a me. Dovrei esserci io, al suo posto.”
“Ma non ci sei, e quello che è successo non è colpa tua.”
“Ma se vi ho detto…” E all’improvviso mi fu chiaro che stava fingendo di non capire, e snervato com’ero non me la sentivo di accettare sotterfugi. “Sapete” dissi sarcastico, con la precisa intenzione di offenderlo “potrei persino sospettare di voi”.
“Sarebbe un’idiozia.”
“Sì, è vero” convenni.
Petrie restò un attimo in silenzio; poi riprese, quasi parlando a se stesso: “Potrei anche interrogare gli operai uno per uno, ma sarebbe inutile. Quella gente usa la persuasione del baqshiish per reclutare i corrieri che ti ficcano in tasca quei messaggi idioti… e a volte, come oggi, piuttosto sgradevoli”.
“Forse, se prendessi contatto con loro e gli dicessi di lasciarmi in pace….”
“Non provarci neppure.”
“E cosa dovrei fare, allora?
“Andare a letto. Non sei stanco?”
*
“È inaudito! Scandaloso!”
Non avevo mai visto Petrie così infuriato. Misurava la capanna a grandi passi e quell’attività, invece di calmarlo, sembrava rinfocolare la sua ira.
“Ma come è stato possibile? A chi hai consegnato quelle planimetrie?”
“All’impiegato dell’ufficio postale, chi altri?” Era la terza volta che gli ripetevo ogni particolare e avevo la gola inaridita dall’emozione. “Sono andato personalmente a Minia, come mi avevate detto. Nessuno sapeva cosa ci fosse nel plico.”
“E nell’ufficio postale non hai visto nessuno?”
“Un paio di fellahin, credo. Non saprei riconoscerli, non li ho neppure guardati.” Del resto, con quelle galabie e i turbanti si somigliavano tutti come gatti bigi di notte.
“E adesso le planimetrie sono scomparse!”
Io non sapevo che altro dire. La furia di Petrie e il suo risentimento nei miei confronti erano inevitabili, anche se non li meritavo. Conoscevo i rischi che lo smarrimento di quello mappe comportava se, come sospettavamo, non era dovuto a un disguido postale. Pensavamo tutti la stessa cosa, ma nessuno osava sollevare l’argomento per primo. Infine, Petrie si lasciò andare su una cassa ed esalò un sospiro profondo nel quale parve esaurire gli ultimi residui della sua ira. In tono finalmente calmo, ma esausto, concluse: “Be’, l’unica cosa che possiamo fare è avvertire la Sovrintendenza. Sarà necessario che stabiliscano dei turni di sorveglianza speciali, alla fine della stagione, altrimenti il prossimo autunno rischiamo di non trovare più neppure un sasso. Come lasciare la mappa del tesoro in mano ai pirati”.
Ma nessuno di noi pensava seriamente che gli autori del furto fossero da ricercare tra quei pirati della sabbia che sono i necroladri.
“Vorrei soltanto non essere stato tanto meticoloso” gemetti. “Li segnati tutti quanti, tutti, i punti dei ritrovamenti e quelli ancora da setacciare. Cristo! Non hanno che da affondare il badile e scavare.”
Kennard, seduto sulla branda di Petrie, e ancora un po’ pallido, mi gettò uno sguardo di comprensione.
“Non te la prendere, Howard.”
Haworth, invece, guardava fuori dalla finestra, come se fosse a disagio. Durante i mesi trascorsi ad Amarna non ero riuscito a legare con lui, in parte a causa del mio carattere timido e riservato che mi impediva di fare il primo passo, e perché, fin dall’inizio, avevo avuto l’impressione di non piacergli. Anche se dopo la faccenda dello scorpione nella borsa non avevo più ricevuto altri messaggi, i miei sospetti su di lui non s’erano attenuati.
Petrie mi fissò con i suoi occhi scuri e ardenti, tiracchiandosi la barba.
“Carter, avrei voglia di strangolarti.”
E io non ne dubitavo. Ma, come già aveva dimostrato in occasione della faccenda del pavimento distrutto, quell’uomo pur così impaziente e collerico sapeva reagire in maniera costruttiva.
Riprese: “Comunque, non abbiamo tempo da perdere a piangerci addosso; soprattutto tu, se vuoi ridisegnare quelle mappe in tempo per la fine della stagione”.
Scossi la testa, troppo demoralizzato per rispondere a voce. Non potevo farcela. Forse, alla successiva stagione… Ma era come se presentissi che non sarei mai più ritornato ad Akhetaton. E avevo paura. Se davvero gli autori della sparizione delle planimetrie non erano comuni predatori di antichità…
Avvertivo un’ombra alle mie spalle; avrei trovato il coraggio di voltarmi e scoprire a chi apparteneva?
*
Mi sembrava di sentire ancora sulla spalla la mano di Petrie; una stretta decisa, a guidarmi. Ma nel contempo ero certo che non si trattasse della sua mano. La differenza nel tocco era un che di più soffice e gentile; ricordava un’amante o una madre, piuttosto che un amico.
MerinisutMerinisut..”
Emersi dal sonno lentamente, con la sensazione di quel nome sussurrato all’orecchio.
“Strano…” biascicai nel dormiveglia.
Il sogno non mi aveva lasciato immagini, forme o colori; soltanto quella sensazione sulla spalla, e quel nome… perché sapevo che si trattava di un nome… che mi bisbigliava nella mente. Aprii gli occhi. Nella capanna era ancora buio, ma la finestra inquadrava una pallida porzione di cielo, il primo annuncio dell’alba. Il brandello di vela che serviva da porta si muoveva lievemente al vento, molle e bianco come un ectoplasma. Attorno a me, soltanto il silenzio del deserto.
La mia ultima notte ad Amarna era appena trascorsa.
Mi alzai, drappeggiandomi la coperta sulle spalle, e scivolai fuori. Lontano, dove l’immaginazione giungeva assai più facilmente dello sguardo, ancora immerso nel buio si stendeva l’immenso campo di rovine dove per tanti mesi avevo grattato la terra come una talpa, mangiando sabbia e bevendo il mio stesso sudore. La fiamma dell’Aton mi aveva fuso come cera e riplasmato in un individuo nuovo; non sapevo se migliore, ma di certo molto diverso dal ragazzo timido che era giunto ad Amarna sette mesi prima.
Non ero l’unico insonne, in quell’alba. L’imponente figura di Petrie si stagliava contro il cielo terso. Sembrava che le ultime stelle, ormai pallide, gli aureolassero il capo scarmigliato.
Mi avvicinai a lui senza dir nulla e per un po’ restammo fianco a fianco, nel silenzio perfetto. La sabbia mi accarezzava le caviglie, fresca come acqua, e l’aria che mi sfiorava il viso aveva un profumo arido e amaro. E c’era chi sosteneva che il vento del deserto non avesse odore!
“Triste?” chiese infine Petrie in un tono dolce e insieme ironico.
“Un po’.”
“Tanto.”
Ridacchiai, a disagio. “Sì, tanto.”
“Dicono che chi assaggia una volta l’acqua del Nilo diventa per sempre schiavo del suo incantesimo.”
Scossi la testa, ma non per negare quell’affermazione che percepivo “buona e vera un milione di volte”, come avrebbero detto gli antichi egizi, bensì per schiarirmi le idee.
“Spero che l’Egypt Exploration Fund mi rimandi qui.”
Petrie mi mise un braccio attorno alle spalle, un gesto confortante e paterno.
“Se sei davvero intenzionato a dar la caccia alla tomba di qualche faraone, è nella Valle dei Re che devi cercarla. Non ci sei mai stato, vero?”
“No.”
“Allora devi andarci. Tutankhamon può trovarsi soltanto nella Valle.”
“Perché?”
“Tutti i faraoni della diciottesima dinastia sono sepolti laggiù, quindi non vedo perché lui dovrebbe fare eccezione, tanto più che il suo mutamento di nome sta a dimostrare che ritornò all’antica religione di Amon. Perciò, anche se il suo regno ebbe inizio in questa città, certamente si concluse a Tebe.”
Ci fu un altro breve silenzio. Il vento era caduto, e un residuo di notte, come un velo di nebbia, si stendeva immobile sulla morta distesa di Akhetaton. Il peso del braccio di Petrie attorno alle spalle mi rammentò il sogno di poco prima, quella morbida sensazione di contatto e calore; e quel nome.
Merinisut…” bisbigliai.
“Come?”
“Non lo so.”Ero sconcertato dalla sensazione di malinconia che mi illanguidiva e mi faceva sentire indifeso e smarrito. “Un nome.”
Merinisut, hai detto. Sembra egizio. Dove l’hai letto?”
Cercai di stringermi nelle spalle; gesto pressoché impossibile, sotto il giogo del robusto braccio dell’archeologo.
“Un nome egizio… Ne siete sicuro?” chiesi. “Che significa?”
“Be’, meri vuol dire amato, e nisut è re, sovrano. “Amato dal sovrano”, quindi; qualcosa del genere. Ma dove…”
“L’ho sognato” confessai, sentendomi arrossire.
Petrie rise e mi batté la mano sulla schiena.
“Deformazione professionale. È un buon sintomo.”
Nella prima luce riuscivo a distinguere lo scintillio dei suoi occhi sotto le sopracciglia cespugliose; occhi beffardi e pieni di sincero divertimento. Mi sarebbe mancato, quello sguardo.
“Se soltanto un anno fa mi avessero detto che avrei visto l’Egitto…” mormorai quasi fra me.
“Be’, io ho iniziato studiando i megaliti di Stonehenge e non immaginavo davvero che sarei approdato così lontano dall’Inghilterra. La vita è imprevedibile, ragazzo mio, nel caso tu non te ne sia ancora accorto.” Rise di nuovo, sottovoce. “Quindi, chissà, può darsi anche che si riesca a far di te un archeologo decente. Ma intanto” aggiunse nel suo consueto modo sbrigativo “già che sei in piedi approfittane per fare i bagagli. Posapiano come sei ti ci vorranno delle ore!”.
Risi, a dispetto della malinconia. E prima di rientrare nella capanna (anche quel cubo di mattoni mi sarebbe mancato, perché non ammetterlo!) gettai un ultimo sguardo al paesaggio colmo d’ombre e segreti.
La mia ultima notte ad Amarna.
Presto, le porte del cielo si sarebbero spalancate e l’Aton sarebbe sorto un’altra volta sul suo orizzonte.

Note:
(1) Testi delle Piramidi.

 

 

SECONDA ORA DELLA NOTTE
(Colui-che-cerca-il-suo-signore)

Io sono Colui che procede innanzi
ed il mio nome è Mistero.

Solo, io sono! Solo… Solo…
Solo, percorro le solitudini cosmiche,
in verità io dimoro nell’Occhio di Horus
e nessun male può cogliermi.

(Libro dei Morti, Capitolo XLII)

 

 

 

Novembre 1892.
Sassi e sole, nude pareti di pietra e silenzio; questo era Biban el-Moluk, la Valle dei Re, l’ultima tappa del viaggio terreno di tanti faraoni.
Durante l’estate, a Londra, avevo letto su quel luogo quanto mi era stato possibile trovare, le note degli archeologi e i racconti dei grandi viaggiatori. Tutti sembravano concordi nell’affermare che le aspre falesie non nascondessero più alcun segreto. Ma le ombre che la tagliente luce del sole incideva tra spaccature e anfratti, dipingevano sulla roccia geroglifici in una lingua ancor più antica di quella egizia, che solo io ero in grado di decifrare, e parlavano di meraviglie e misteri.
Era davvero un altro mondo, un’altra dimensione; i cancelli dell’Amenti, l’Occidente attraverso il quale s’accedeva al Duat, l’Aldilà terrificante e magnifico dei figli di Osiride. Il Nilo era l’eterno confine che separava il regno della morte da quello della vita, i resti della fastosa Tebe, sulla sponda orientale, che la moderna Luxor non era riuscita a ingoiare.
La prima volta che varcai quel confine fu come la notte in cui, al largo di Alessandria, avevo sentito l’Egitto venirmi incontro. Davanti a me si stendevano ancora i verdi campi della riva, alimentati dal ricco limo nero, ma il vento odorava già di sassi calcinati dal sole e di polvere. Il tempo s’annullava mano a mano che mi inoltravo tra le rocce, lungo la strada millenaria, lasciandomi alle spalle le morbide e fresche ombre, dono del fiume.
Celebrazione della morte. Non un singolo filo d’erba, e un silenzio che occasionali grida di rapaci, in alto nell’azzurro, sottolineavano senza riuscire a spezzare. Piramide naturale erosa dal tempo, sulla Valle incombeva la cima chiamata il Corno, modellata in quella sacra forma per volere degli dèi, ed essa stessa divinizzata nell’aspetto di un cobra. Conoscevo il suo nome antico: Merit-seger, Colei-che-ama-il-silenzio, guardiana del sonno eterno dei faraoni. E nel suo grembo fulvo forse ancora dormiva Tutankhamon, in attesa della rinascita.
*

Edouard Naville, archeologo , egittologo e biblista svizzero

Edouard Naville, archeologo , egittologo e biblista svizzero

“Ma il nostro lavoro non si svolgerà nella Valle.”
“No? Io avevo creduto…”
“Ci aspetta qualcosa di meglio di quella pietraia, vedrai.”
Qualcosa di meglio? Naville ne sembrava così sicuro…
Edouard Naville, svizzero, degno rappresentante di quella classe aristocratica, formata da nobili e laureati, che dettava legge nel mondo dell’archeologia. Scoprii ben presto che era di una pasta assai diversa dal mio maestro di Amarna, i cui modi franchi e sbrigativi avevano costituito una sorta di conforto per un novellino come me. Non era mai difficile capire cosa pensasse Petrie, ogni sua emozione era chiaramente scritta in quel suo sguardo ardente e nel sorriso ironico tra la barba folta. Petrie mi aveva rimproverato con metodicità e non di rado trattato con durezza, ma non era nel suo stile umiliare il prossimo, come invece Naville sapeva fare con disinvolto disprezzo. E quanto Petrie era appassionato, fantasioso e ferocemente entusiasta, tanto Naville era misurato, meticoloso e disincantato. Mi rovesciava addosso tutto il peso delle sue tre lauree, con un atteggiamento distaccato che mi faceva sentire più come un arnese da scavo che come un collaboratore. A spese di ripetute umiliazioni imparai come conveniva comportarsi con lui: “sissignore” e tacere, una lezione non facile per il mio carattere, ma che portava le sue ricompense; e una di queste ricompense aveva un nome leggendario: “Splendore degli Splendori”.
*
Sorgeva lentamente come un miraggio dorato da un’informe montagna di detriti, fino a poche decine d’anni prima dominata dalle rovine di un fortino arabo. Ciò che il naturale e progressivo sgretolamento della parete rocciosa sovrastante aveva celato sotto tonnellate di sabbia e sassi, era un tempio terrazzato dalle geometrie pulite, eretto più di tremila anni prima a gloria imperitura di una eccentrica regina: Hatshepsut, quella “Horus femmina d’oro fino” che per ottenere il potere aveva tramato e ucciso e si era ornata il mento con la barba posticcia della regalità, rivendicando per sé l’appellativo di “Signore delle Due Terre”. Probabilmente anche per i suoi contemporanei aveva rappresentato un enigma sconcertante, esattamente così come appariva ai ricercatori di trenta secoli dopo. Sconcertante e affascinante.
Come già avevano fatto Champollion e Lepsius prima di me, congetturavo in bilico tra la fantasticheria e l’indagine scientifica, di fronte alle iscrizioni che celebravano la nascita divina di quell’incredibile sovrana. Era il dio Amon stesso che s’era giaciuto con la Grande Consorte Regale di Thutmosi I° per dare vita a colei che avrebbe regnato sull’Alto e Basso Egitto. “Hathshepsut sarà il nome della figlia che io ho posto nel tuo corpo…”
Plasmata dal dio Khnum sul suo tornio da vasaio, destata alla vita da Heqet dalla testa di rana, nutrita dalla benevola Hathor.
Gli anni del suo regno, che Amon aveva stabilito lungo e prospero, avevano visto imprese mai tentate da alcun faraone, come le spedizioni verso lontane e leggendarie terre: Khetyu-nyu-antiu, la Scala degli Incensi, e Punt. Luoghi perduti e ormai irraggiungibili come il Paradiso terreste o la mitica Atlantide, per sempre preclusi agli uomini del disincantato diciannovesimo secolo.
Le iscrizioni e i bassorilievi, in origine vividi di colori, apparivano sbiaditi e smozzicati, e non soltanto per opera del tempo. Era stato Thutmosi III°, successore di Hatshepsut, ad accanirsi contro quella meraviglia, allo scopo di negare l’eternità alla donna che gli aveva rubato il potere. Ma non c’era riuscito, non completamente; e dopo decine e decine di secoli, noi tornavamo a rendere omaggio a quella eccezionale figura di donna, e al genio del suo architetto Senmut che in tanto splendore l’aveva celebrata, strappando alla roccia di Deir el-Bahari un tempio che sembrava nato dai sogni degli dèi e celato nel cuore della montagna, in attesa d’occhi d’artista che sapessero discernerne le forme attraverso la nuda pietra.
M’innamorai di Hatshepsut, attraverso quelle stagioni assolate in cui, colonna dopo colonna, riedificavamo il suo tempio. Tanto che quasi mi scordai della Valle dei Re e della mia incosciente promessa. A volte sognavo di ritrovare quel passaggio segreto che, secondo l’esploratore Richard Pococke, metteva in comunicazione Deir el-Bahari con la Valle, aldilà del contrafforte roccioso; ma anche quella non era che una delle tante leggende dell’antico Egitto.
Ciò che di sicuro non poteva appartenere soltanto alla leggenda era la tomba dell’orgogliosa regina. Certamente Hatshepsut doveva essersi fatta approntare un’eterna dimora degna del più grande faraone, ma di essa non sembrava esistere traccia. Avevamo il suo splendido cenotafio: dov’era la tomba?
*
Tra i collaboratori di Naville, quello con cui mi intendevo meglio era David George Hogart, nonostante avesse quasi undici anni più di me, o forse proprio per questo. Era un tipo dall’aspetto sconcertante, goffo e con un che di brutale che nascondeva uno degli spiriti più geniali e sensibili che avessi mai incontrato. Con lui potevo aprirmi e parlare per ore senza sentirmi impacciato o sminuito. Nella mia vita, aveva preso il posto di Petrie. Ma era lui stesso che a volte mi sollecitava a frequentare altre compagnie, ragazzi della mia età: una piccola banda di aspiranti archeologi che nelle sere di libertà calava su Luxor come un’allegra orda barbarica.
Non ricordo neppure i loro cognomi. C’era John dagli occhi celesti, che quando beveva troppo diventavano turchini come autentici lapislazzuli egizi; Paul, dai folti baffi spioventi e l’impossibile accento irlandese; Elmer, un gioviale gigante lentigginoso che proveniva da un piccolo villaggio non lontano da Amburgo; e George, un francese che aveva un anno appena più di me ma lo sguardo già pieno d’annoiata malizia. Io ero il più giovane della compagnia, il più silenzioso, bersaglio ideale di scherzi e battute. Ma, dopotutto, la giovinezza concede ad alcuni privilegiati il dono di una crudeltà quasi innocente, da perfezionare su coloro che non sanno stare al gioco. E non sempre si può scegliere di quale squadra far parte.
*
“Andiamo, Carter, non essere il solito rompiscatole. Non puoi abbandonarci proprio stasera!”
Erano venuti a cercarmi, scalmanati e rumorosi più del consueto, fino al campo. Avevo tentato invano, con ogni persuasione, di mandarli via. Era l’anniversario della morte di mio padre e non ero in vena di risate e barzellette salaci. Ma l’unico sistema in grado di contrastare l’invadenza di quei quattro, pensavo guardando con desiderio il fucile in un angolo della baracca, sarebbe stata una buona scarica di pallini nelle parti morbide. Dubitavo però che Naville avrebbe approvato quel metodo. Così, a malincuore, li seguii nonostante quella sera, più che mai, desiderassi la sola compagnia di un buon libro.
“E fatti bello, si va a una festa!”
Sembravano già tutti ubriachi; gli occhi di John scintillavano del più intenso blu lapislazzuli.
Scherzando ad alta voce per le strade di Luxor, spingendosi o marciando a braccetto, ridacchiando e di tanto in tanto bisbigliandosi all’orecchio qualcosa che era causa di nuove e più sguaiate risate… Io ero già pentito di averli seguiti e cominciavo a sentirmi piuttosto inquieto. “Ma dove stiamo andando?” mi azzardai a chiedere.
“Aspetta e vedrai, Carter mon petit!” George assestò una leggera gomitata nelle costole di John. “Non è così?”
John sghignazzò nel suo tono di basso.
“E lo sentirai pure!”
Ci trovavamo in una delle zone più animate di Luxor, dove gli stranieri si riversavano in cerca d’esotismi ed emozioni. Ma il gruppetto dei miei compagni, d’un tratto, svoltò in una stradina secondaria. Elmer mi ci trascinò di peso, agguantandomi per un braccio. L’inquietudine salì di un grado. Cosa stavano architettando…
“Di’, Carter…” fece Elmer mentre mi spingeva per il vicolo “lo sai che giorno è oggi?”.
Il tono noncurante e decisamente allegro in cui l’aveva detto mi fece salire il sangue al viso. Come avrei potuto non saperlo?
“Piuttosto, come fate a saperlo voi” dissi a denti stetti. Quella becera allegria era un insulto alla memoria di mio padre. Mi prudevano le mani.
George, che si teneva dietro di me come per impedirmi di scappare, ridacchiò: “Manca una settimana esatta al tuo diciannovesimo compleanno. Sei quasi un uomo, mon petit!”
“Come tenti invano di dimostrare con questo aborto di baffi di cui ti fregi il labbro!” intervenne Paul, in un tono lirico che esaltava il suo accento irlandese, e mi rifilò una tremenda pacca in mezzo alle scapole. “E siccome la stagione è quasi alla fine, e alcuni di noi la prossima settimana non saranno presenti per festeggiarti degnamente, abbiamo pensato a un regalino anticipato.”
Quelle parole furono seguite da una sghignazzata corale. Ci eravamo fermati davanti a una casa a due piani, dai muri decorati con mattonelle di ceramica. Elmer, sempre tenendomi saldamente per un braccio, percosse con il pugno la porta intagliata.
“Ehi, di casa! Vi abbiamo portato l’agnellino per il sacrificio!”
La porta si aprì subito, come se dietro di essa ci fosse stato qualcuno in attesa. Un individuo incredibilmente grasso, vestito alla turca e con il cranio completamente rasato che luccicava come una palla d’alabastro alla luce delle lanterne a gas, ci rivolse un sorriso esageratamente ampio, invitandoci con un breve inchino a entrare.
Penombra, profumo d’incenso ed essenza di gelsomino, luccichii di perle di vetro, arazzi, cuscini… Una musica lontanissima, che sembrava provenire da qualche parte al di fuori della casa; eppure, nel vicolo non avevo udito nessuna musica. Non riconoscevo il motivo ma era musica europea, un valzer. Mi guardai attorno; guardai le tende di perline di vetro policrome, gli abiti esageratamente sontuosi del ciccione, ed ebbi voglia di scappare.
“Sahira è pronta?” chiese John.
Il sorriso del ciccione si fece se possibile ancora più ampio. “Lei è sempre pronta, effendi.”
“Ehi, ragazzi…” cercai debolmente di protestare “Io non credo che stasera…”
Paul pose fine al mio penoso farfugliare assestandomi un’altra feroce pacca tra le scapole. “Ma lo crediamo noi! Anche per te è arrivato infine il momento della verità.”
“Coraggio” intervenne George con un sogghigno soddisfatto. “Ci devono passare tutti, prima o poi, e non mi risulta che nessuno ne sia mai morto.”
“Anzi, vedrai che ci prendi gusto!” sentenziò John.
Spingendomi, trascinandomi, mi portarono su per le scale, con il grassone vestito come un principe turco che ci precedeva reggendo un lume e ogni tanto si voltava a farci segno di abbassare la voce. Ormai, l’inquietudine si era fatta panico; sapevo cosa mi aspettava, e sapevo anche che prima o poi doveva accadere, ma non quella sera, non mi sentivo ancora pronto.
Di sopra, il corridoio era semibuio, con una fila di porte. Qui la musica era più chiara. Riconobbi il valzer; quel motivo, di moda l’anno precedente nei salotti europei, faceva uno strano effetto in un posto del genere.
Il grassone si fermò davanti all’ultima porta e, dopo aver bussato leggermente, l’aprì. “Prego” disse, inchinandosi nuovamente con una curiosa leggiadria da orso ballerino.
Fui letteralmente scaraventato nella stanza con l’accompagnamento di un coro di ululati.
“Guarda che bel pisellino fresco ti abbiamo portato, Sahira!”
“Mi raccomando, non ce lo sciupare!”
“Attenta, è vergine!”
“Animo, mon petit! Hai finito di giocare con Mamma Manina e le sue cinque sorelline!”
La porta sbatté alle mie spalle.
“E buon compleanno!” udii ancora strillare dal corridoio.
La stanza, immersa nella penombra rosata di un lume schermato, somigliava a un cofanetto da gioielli: legni intagliati, raso; dovunque luccichii smorzati, come di fragile vetro soffiato e oro opaco, ombre dense, profumi. Su un basso tavolino rotondo c’era un grammofono, con un lembo di velo rosa infilato nella gola della tromba per smorzare il suono; e aldilà di un paravento si intravvedeva un disordine di cuscini e coltri di seta che circondavano le sinuosità di un corpo femminile. Seta in un posto simile! Davvero?
La donna si alzò e uscì da dietro al paravento, muovendosi con la languidezza di una danzatrice esausta. Indossava qualcosa di rosso e così lieve da far pensare che potesse dissolversi a un respiro più forte. Alla prima occhiata pensai che portasse sul capo un pesante velo di seta nera, poi mi accorsi che erano i suoi capelli, lisci e lustri, lunghi sino ai fianchi.
Cercai di dire qualcosa, ma lei si portò un dito alle labbra, facendomi segno di tacere. Il suo viso, malgrado il trucco pesante che lo imbrattava, appariva delicato e giovanissimo, per nulla volgare. La ragazza venne verso di me e io feci d’istinto un passo indietro. Lei rise; un suono basso e morbido che mi corse lungo la spina dorsale come una scossa elettrica, paralizzandomi al centro della stanza.
Quando la ragazza mi fu vicina vidi che era davvero molto giovane, forse appena quindicenne; ma lo sguardo affondato nel bistro era quello di una donna. Le unghie scintillarono, mentre le mani tatuate di bruno henné mi sfioravano il viso, toccandomi le labbra con la punta delle dita. Il profumo di gelsomino e di rose, speziato da una leggera traccia di sudore, mi avvolse come un soffio d’aria calda. Le gambe mi si erano fatte di burro. Non avevo mai avuto una ragazza, mi era sempre mancato il coraggio per corteggiare qualcuna delle mie esili e pallide compatriote, e declinavo gli inviti delle prostitute egiziane che mi apparivano incomprensibili e insidiose quanto un continente inesplorato. Ma adesso non potevo più scappare.
La mano di Sahira mi accarezzava i capelli, poi si fermò sulla mia nuca; con fermezza, ma anche con molta dolcezza, lei mi piegò la testa accostando il suo viso al mio. Le labbra umide e calde schiusero le mie; sentii la punta della sua lingua insinuarmisi tra i denti. Un bacio lungo e caldo che mi lasciò senza fiato.
Il grammofono si era fermato.
Sahira mi prese per mano e mi guidò aldilà del paravento. Il suo tocco era leggero e gentile. Mi fece scivolare la giacca dalle spalle senza che quasi me ne accorgessi, poi cominciò a parlare sottovoce, un fluido mormorio simile al rumore della pioggia su un vetro, inframmezzato da quelle basse e morbide risate. Sapevo solo quattro parole di arabo, ma in quel momento non l’avrei capita neppure se avesse parlato un impeccabile inglese oxfordiano.
Mi spinse tra i cuscini; poi, con un gesto fluido, si spogliò dell’abito rosso. Monili splendevano sulla pelle bruna, al collo, ai polsi, le braccia, le caviglie, e attorno ai fianchi: catene d’argento, piccole monete, schegge di quarzo e gocce di turchese. Era la prima volta che vedevo una donna nuda, e questa mi sembrò una dea.
S’inginocchiò sul letto, mi prese le mani e se le posò sul seno. Avevo la gola così contratta che il respiro mi uscì in un lamento.
“No paura. Je pense a tout moi” mi disse in un bizzarro miscuglio d’inglese e francese.
“Collo eretto e splendido seno, chioma di veri lapislazzuli, ella ha braccia più belle della dea dell’amore, le sue dita sono come i calici del loto…” Quelle parole mi giravano stupidamente nella testa, strappate a qualche antico papiro: così un amante della diciottesima dinastia aveva celebrato la bellezza della sua donna.
Le cosce di Sahira contro i miei fianchi erano umide e forti. I suoi capelli sul mio viso… Ci annegai, come nella piena del Nilo.
*
Sahira aveva la pelle come qualche stoffa rara, satinata e cangiante in riflessi più scuri nelle pieghe morbide dell’inguine e delle braccia. Era la notte egiziana; profumo speziato e sensazioni soffici, stelle in fondo agli occhi, e il nero luminoso dei capelli.
Probabilmente la vedevo così bella soltanto perché era la mia prima donna. Mi piaceva immensamente, dopo aver fatto l’amore, ascoltarla parlare in quel suo curioso idioma dalla chiave segreta, elaborato su brandelli di frasi apprese da clienti di ogni nazionalità, e mi piaceva come storpiava il mio nome in un suono arabo: Awad. Sapeva dire oscenità in cinque lingue, trasformandole in qualcosa di molto dolce che mi gemeva all’orecchio. Era una maestra, eppure a volte sapeva anche fingersi allieva, per non farmi sentire umiliato.
Sahira preparava narghilé di tabacco dolcissimo e mi serviva tè alla menta in tazze di porcellana azzurra finissima, e mi tergeva il sudore con asciugamani di lino inumiditi d’acqua di rose.
“Così tutti sapranno che sono di nuovo stato con te” le dicevo, e lei rideva, poi si avvicinava al grammofono. Era uno degli oggetti che teneva più cari; gliel’aveva regalato un gentiluomo austriaco dai lunghi baffi “color della sable del deserto”. Aveva dell’incredibile, ascoltare valzer viennesi in quella stanza da “Mille e una notte”.
“Sahira… È il tuo vero nome?”
E lei rispondeva con un lieve sorriso che suggeriva malizia e mistero.
“Ma è il nome che più ti si addice. Strega. Perché è così. Mi hai stregato.” Respiravo il profumo della sua pelle; era come un filtro magico. “Però io non ho molto da offrirti, Sahira. Soltanto la mia anima.”
“Tu très jeune” rispondeva lei con sorridente gravità. “Dies genüt.”
Cercavo di scoprire su di lei quanto più potevo, volevo sapere di ogni ora, ogni minuto della sua vita, ma a volte era come parlare alla corrente del Nilo: scivolava via leggera, in un mormorio di cui non afferravo il significato ma soltanto il suono, una dolce chiacchiera araba alla quale soccombevo, addormentandomi con una guancia appoggiata alla sua pelle calda. Ma non sopportavo l’idea che in quella corrente si bagnassero chissà quanti altri. Inevitabilmente, com’era prevedibile, stavo diventando geloso.
“Perché?” le chiedevo spesso. Mi sentivo invadere dal risentimento al pensiero che una volta uscito io, lei apriva le sue braccia, e le sue cosce accoglienti, a un altro. “Da quant’è che sei qui, che fai questo…” Non mi riusciva davvero di chiamarlo “mestiere”. “Quanti anni avevi?”
Dreizehn.” Era stato il viennese dai baffi “color della sable del deserto” a insegnarle a contare in tedesco?
“Non puoi continuare così. Deve esserci un modo…” Non volevo credere che potesse essere soddisfatta di quella vita.
“Tu rien pensare, Awad.” E affondava il viso nel mio ventre, esplorandomi con le mani e la bocca. Io intrecciavo le dita tra i suoi capelli, ma non potevo smettere di pensare. L’amavo.
*
“Hogarth… devo parlarvi.”
Sedevamo nella parte più alta del tempio funerario di Hatshepsut, ai piedi di una colonna il cui capitello recava scolpito il volto della dea Hathor. La tormentata parete di roccia incombeva su di noi con le sue fragili dentellature e le immote slavine di sabbia. A volte avvertivo acutamente la sensazione che se avessimo parlato, o soltanto respirato un po’ più forte, sarebbe rovinata su di noi, facendo di quel fantastico mausoleo la nostra tomba.
“Allora?” mi sollecitò Hogarth.
“Io… credo di essermi innamorato.”
“Sospettavo qualcosa del genere. Cammini sulle nuvole, ultimamente. Lei chi è?”
Mi sentivo le guance in fiamme e non sapevo se fosse dovuto alla vampa del tramonto, quella luce intensa che laminava d’oro e rame le linee pure dei colonnati. Alzai lo sguardo, cercando aiuto nella serena espressione del volto di pietra che, nella prospettiva, sembrava chinarsi su di me, amorevole come quello di una madre.
“Be’, lei non è… non è una ragazza inglese.”
“Questo l’avevo capito. Ma non c’è nulla di strano, succede spesso di cedere al fascino dell’esotismo.”
“Sì, ma il fatto è che lei è una…” Deglutii a vuoto. “Sta a Luxor in una di quelle… case.”
“Ah.” Ci fu un attimo di silenzio, poi Hogarth sospirò. “E tu sogni di strapparla alla sua vita di perdizione, magari sposandola e portandotela in Inghilterra.” Le parole potevano sembrare sarcastiche, ma il tono era paterno. Hogarth mi aveva letto nel pensiero, come sempre. Mi posò una mano su una spalla e continuò: “ È la prima ragazza con la quale sei stato vero?”.
Annuii, con le orecchie in fiamme.
“E quindi sei convinto di amarla alla follia.”
“L’amo davvero.”
“E lei? Lei dice di amarti?”
“No… no” farfugliai. “A volte dice di non volere i miei soldi, ma poi…”
“Poi li prende, è naturale.” Hogarth rise dolcemente. “Sicuramente tu le piaci, ha dell’affetto per te. Sei giovane, la tratti sicuramente con più gentilezza di tanti altri… Ma non illuderti che possa cambiare la sua vita.”
Era un genere di discorsi che non mi piaceva ascoltare, né avrei tollerato da un altro, ma Hogarth parlava con il tono pacato della saggezza e in cuor mio sapevo che aveva ragione. Possedevo ancora un minimo di razionalità sufficiente a comprendere che fra me e Sahira si frapponevano ostacoli d’ordine pratico pressoché insormontabili.
“Cosa posso fare?” chiesi. “Ho provato a stare lontano da lei, davvero, ma non ci riesco.”
Hogarth rise di nuovo sottovoce, scuotendo la testa. Poi mosse il braccio destro in un gesto ampio, un po’ teatrale, come l’accenno di un inchino. “E da tutto questo” disse “sapresti star lontano?”
Il mio sguardo seguì il suo, aldilà del colonnato, e mi parve di sentirmi scivolare giù lungo la rampa dorata che portava alla terrazza, leggero e minuscolo come un granello di sabbia: una sensazione vertiginosa e inebriante, simile a quella che provavo quando mi abbandonavo tra le braccia di Sahira.
“No. Non potrei.”
“Allora conosci già le altre rispose. La vita ti sta facendo un grande regalo, ragazzo.” Hogarth mi rifilò un paterno scappellotto sulla nuca. “Perciò, non discutere la sua generosità e goditi questi anni così ricchi. Non si sa mai di quanti buoni ricordi si potrebbe aver bisogno in futuro, per addolcire le amarezze della vita. E quindi vedi di farne buona scorta adesso.”
*
“Perché non vuoi che ti faccia il ritratto, Sahira? Sono bravo, sai. E non potrei comunque imbruttirti, no, neppure se lo volessi.”
Ma lei si schermiva, nascondendosi sotto l’ampio scialle che ci faceva da coperta: i ricami dorati scintillavano sulla seta scarlatta ai sussulti delle sue risate.
“Avanti, vieni qui, ragazzaccia!”
“No!”
Ci colpivamo a vicenda con i cuscini, rotolavamo abbracciati, cercandoci un’altra volta.
“Non importa” le sussurrai sulle labbra. “Ti dipingerò a memoria. Ma allora devi farti vedere bene… bene… così non dimenticherò nulla di te.”
Non il più piccolo particolare: le ombre sotto il seno, in ogni respiro; il luccichio dei denti tra le labbra socchiuse; la pulsazione di una vena alla base della gola… E d’un tratto rammentai un altro volto che avevo ricostruito a memoria, in fini tratti di matita, soltanto un anno prima, affinché non sbiadisse il ricordo degli enigmatici tratti di sfinge riflessi nello specchio d’elettro della luna.
“Awad, cosa succede a te?”
Dovetti staccarmi da lei e ricaddi sulla schiena, nauseato dalla improvvisa trafittura di dolore che mi aveva colpito alle tempie. Il soffitto decorato, sopra di me, si frantumava in una cascata di minuscole stelle abbaglianti.
“Awad!”
Sbattei le palpebre e la pioggia di stelle cessò, riassorbita nella penombra confortante della stanza.
“ È tutto a posto” bisbigliai. Il dolore e la nausea erano passati, lasciandomi soltanto un senso di vuoto nella testa e lo stomaco.
Sahira si chinò su di me e mi accarezzò la fronte.
“Tu voltati, Awad.”
Le obbedii, e lei sedette a cavalcioni della mia schiena. Le sue mani, lievi, presero a massaggiarmi dolcemente le spalle.
“Tu revien, Awad? Presto?”
La risposta doveva farle paura, se non aveva potuto rivolgermi quella domanda guardandomi in faccia.
“Sì, ritornerò. In autunno, quando in Inghilterra cadono le foglie e il cielo è grigio. Mentre qui è tutto così luminoso… azzurro…” Il suo tocco lieve sulla pelle mi stava conducendo al sonno. Intesi le mie parole in un sospiro. “Dio, quanto amo l’Egitto… e te.”
Percepii il tremito delle sue dita. “Tu metti erste Misr. No Sahira.”
Me ne resi conto soltanto allora, di nuovo improvvisamente ben sveglio; ma non seppi dire che mi dispiaceva, come svuotato d’ogni forza e volontà anche per pronunciare una frase tanto semplice.
Una scura onda profumata, i suoi capelli si riversarono sul mio capo, ciocche come rivoli d’acqua fresca mi scivolarono lungo il viso e le spalle. La soffice pressione delle sue labbra sul mio collo. Di solito bastava molto meno per riaccendere in me il desiderio, ma adesso giacqui immobile, sorpreso dal senso di estraneità che avvertivo. Il mio corpo, che con i suoi bisogni aveva per tanto tempo dominato sulla mente, adesso era come addormentato, forse sazio o soltanto troppo stanco. Eppure amavo Sahira, ma questa era ormai una certezza accettata con serenità. Erano altre le passioni che avrei dovuto mettere alla prova per scoprire se si trattava di vero amore.
*

Howard Carter da ragazzo

Howard Carter da ragazzo

Ormai l’Inghilterra era una nota sbiadita a margine dei miei pensieri. L’Egitto mi aveva reso estraneo ai ritmi della mia patria, prosciugandomi le ossa da tutte le brume e le dolci piogge estive. Persino le morbide, pallide ragazze dei bordelli londinesi restavano ai confini del mio nuovo mondo solare, senza mai riuscire a penetrarvi nonostante le persuasioni del sesso. Semplicemente, la loro carne era straniera alla mia. Sahira mi aveva segnato con un marchio di raso e velluto. Anche in patria, ero sempre alla ricerca di qualcosa di torrido e ambrato che non potevo trovare sulla pelle esangue di una Mary o una Jane.
Ma non si trattava soltanto di quello, naturalmente. Le colonne di geroglifici nel British Museum erano come decorazioni natalizie in pieno agosto: fuori posto e fuori tempo, come me. Se l’Egypt Exploration Fund non mi avesse rimandato in Egitto, ci sarei comunque ritornato di mia iniziativa, in un modo o nell’altro. E attendevo con impazienza quel momento, sbuffando per il caldo e la noia nella sonnolenta estate inglese.
Nella casa della mia infanzia, a Swaffham, mi sentivo come un pellegrino proveniente da un paese remoto. Usi e costumi di quella che avrei dovuto considerare la mia società mi apparivano innaturali e insensati. Le materne attenzioni delle zie Fanny e Kate, che durante i solitari anni dell’infanzia avevano saputo darmi sicurezza e conforto, adesso mi mettevano in imbarazzo. Per questa ragione, dopo un paio di settimane mi trasferii a Londra, a casa di mia madre. Povera mamma… non avevo mai avuto il tempo di imparare ad amarla come un figlio dovrebbe. In quanto ai miei fratelli e sorelle, a eccezione di Amy e Verney avevano da tempo, in un modo o nell’altro, abbandonato la famiglia per seguire il proprio destino. Tre di loro non li avevo neppure conosciuti, morti prima che io nascessi o quando ero ancora troppo piccolo per imprimermi nella memoria i loro visi: fratelli fantasma più irreali del volto d’oro riflesso dalla luna.
“Sei lontano un milione di miglia” osservò un giorno mia madre, mestamente, e io non seppi darle una risposta rassicurante. Mentirle era anche troppo faticoso. I miei sogni, la notte, non erano quelli che affollavano le menti dei miei coetanei. I miei sogni non conoscevano altro scenario che sabbie gialle e rocce affilate, o le nere rive del Nilo e le dolci ombre degli isolotti di canneti. Non riuscivo a guardare qualcosa di rosso, o una fiamma, senza ricordare i tramonti egiziani.
Anche se il dolore per la morte di mio padre era ancora vivo, il resto della mia famiglia mi era estraneo. I rapporti tra di noi erano sempre stati improntati a un educato distacco e trovavo che questo, sotto un certo punto di vista, fosse uno stile ideale di convivenza: discrezione e civiltà. Perciò andai su tutte le furie il giorno in cui mia madre contravvenne alla regola.
*
Rientravo per cena dopo una passeggiata nell’arida campagna di luglio, non esattamente di buon umore ma abbastanza sereno, e trovai mia madre in sala da pranzo assieme a Amy. Mia sorella, con una curiosa espressione di trepida attesa, stava in piedi dietro alla sedia su cui mia madre sedeva, pallida e mesta come a una veglia funebre. Verney non c’era. Immediatamente temetti una disgrazia.
“Cosa succede?” chiesi, sentendomi mancare la voce in quella semplice domanda.
Mia madre alzò lo sguardo. Era una donna affettuosa e gentile, dal carattere mite e accomodante, ma in quel momento nei suoi occhi c’era un’espressione di sdegno e rimprovero del tutto inconsueta. Lentamente, senza dire una parola, mia madre si alzò e rigidamente s’avvicino alla credenza; con una specie di curiosa cautela, prese qualcosa che stava accanto a una pila di piatti: era la cartella nella quale tenevo i miei disegni. E subito compresi cos’era successo. Imprecai sottovoce.
Mia madre mi scoccò un’occhiata tagliente. “Come giustifichi questo, Howard?” chiese buttando la cartella, aperta, sul tavolo.
I disegni si sparsero attorno rivelando, nella luce del tramonto che entrava dalle finestre del pianterreno, tutta la mia colpevolezza. Amy arrossì e chinò la testa.
“Non c’è niente da giustificare né da spiegare” risposi, consapevole di non essere meno scarlatto in viso di mia sorella. “Come potete ben vedere è una ragazza…” deglutii “nuda”.
Le labbra di mia madre ripeterono silenziosamente quella parola.
“Esercitazioni” mentii, ma senza convinzione, nel tentativo di sfuggire alla discussione che si preparava. “Be’, un buon pittore deve sapersela cavare bene anche con la figura umana,no?”
La figura di Sahira; il suo corpo ossessivamente ripetuto in tutti quei particolari che non potevo dimenticare, le sinuosità e le ombre. Ma non era soltanto quella bellezza priva d’ipocriti veli a scandalizzare mia madre, lo sapevo. Il guaio era che in alcuni di quei disegni avevo raffigurato anche me stesso, insieme a Sahira, e si trattava di immagini che non lasciavano niente alla fantasia.
“Penso sia inutile chiederti se tu questa signorina la conosci…” Mia madre esitò, incerta sul termine da usare, poi il pudore prevalse in un: “… personalmente”.
“Oh, mamma! Andiamo!” Ero irritato perché aveva frugato tra la mia roba, e ancor di più per quella specie di ridicolo processo. “Chiama le cose con il loro nome, per favore. Volevi dire carnalmente, no?”
“Howard!” Le sue labbra schioccarono il mio nome come un colpo di frusta.
Amy si schiarì la gola, sbirciando di sottecchi i disegni sparsi sulla tavola da pranzo.
“Ebbene, sì” continuai alzando la voce in un tono di sfida, “Mi scopo la più bella puttana di Luxor!”
Mia madre avvampò e si portò una mano alla bocca, soffocando un gemito d’indignazione, poi si volse verso Amy. Lei, sentendosi chiamata in causa, fu obbligata a intervenire e lo fece, anche se in tono assai poco convinto: “Perlomeno modera il linguaggio per rispetto a mamma…”
“D’accordo, ma questa è la verità. E adesso” proseguii “vi dirò qualcosa che vi scandalizzerà anche di più: io amo quella ragazza”.
Pensai che mia madre sarebbe svenuta. Invece restò a fissarmi a occhi sbarrati ancora per qualche secondo, poi s’avventò sui fogli.
“Non toccarli!” gridai, e intuendo le sue intenzioni mi precipitai a strapparglieli di mano, ma lei oppose resistenza.
“Lasciami, voglio bruciare questa porcheria!”
“Non te lo permetterò!”
“Howard, sei impazzito?”
Robuste mani mi afferrano il braccio destro che quasi inconsapevolmente avevo alzato; mi volsi e incontrai lo sguardo sgomento di mio fratello Verney. E soltanto allora mi resi conto che ero stato sul punto di colpire mia madre. Un’ondata di sangue mi affluì al viso, scottandomi le guance.
“Cristo… Mi dispiace. Non volevo, davvero.” Ma era una bugia. Una parte di me, remota e profonda, aveva sul serio inteso colpire quella donna che voleva sottrarmi i ricordi migliori della mia vita per bruciarli come una cosa immonda.
“Fuori di qui” disse mia madre, pallidissima. “Subito.”
Incapace d’aggiungere una sola parola, raccolsi i fogli da disegno e uscii precipitosamente dalla stanza.
Verney mi tallonò su per le scale che portavano al piano superiore, fino alla camera da letto, e restò sulla porta a fissarmi, mentre sbatacchiavo le ante dell’armadio e aprivo i cassetti, raccogliendo la mia roba.
“Howard…” La sua voce era severa. “Cosa vorresti fare? Andartene?”
“Che domanda idiota. Certo che voglio andarmene.”
Era un po’ di tempo che ci pensavo. Mi sarei cercato un casa tutta per me, non importava quanto modesta. Potevo adattarmi a qualunque sistemazione, l’Egitto mi aveva insegnato a vivere con poco.
“Howie, ragiona.” Mio fratello entrò. “La mamma non te lo perdonerebbe mai.”
Gli risposi con un sogghigno. Lui esalò un breve sospiro e sedette sul letto, scostando con calma la cartella dei disegni. Verney aveva quasi dieci anni più di me, ormai era un uomo fatto e aveva una fidanzata, ma ero sicuro che non fosse mai andato a letto con una ragazza bella come Sahira.
“Guarda pure, hai il mio permesso” gli dissi, sarcastico. “Perlomeno avrai qualcosa da sognare, stanotte!”
La sua espressione, incredula e imbarazzata, quasi mi divertiva. Lo faceva sembrare così giovane e ingenuo… Tra i due adesso ero io il fratello maggiore. Un anno in Egitto ne valeva dieci in Inghilterra.
L’ira mi stava lasciando e cominciavo a sentirmi le gambe molli. Sedetti sul letto accanto a mio fratello e restai a guardarlo mentre girava i fogli uno a uno, prendendoli delicatamente per i bordi, esaltato e timoroso insieme, come se stesse togliendo i sette veli a Salomè. Non faceva commenti, e cercava di mantenere un atteggiamento distaccato, ma aveva il viso in fiamme e respirava in fretta, con le labbra semiaperte. L’invidia che leggevo nei suoi occhi lustri mi dava un curioso senso d’orgoglio. La tensione era sparita e adesso mi sentivo quasi bene, forse perché ormai non dovevo più fingere di non essere cambiato.
“Fanne una anche per me” disse Verney, vedendo che mi stavo arrotolando una sigaretta. “Mi ci vuole.”
“Così mamma potrà dire che ti ho traviato.”
Ridemmo insieme, ed era la prima volta che succedeva, da quando ero tornato dall’Egitto.
Verney scosse la testa. “Povera mamma… Da quando papà è morto ha perso ogni punto d’appoggio, ogni riferimento. Tanti figli, e cosa le resta? Quando anche io e Amy ci sposeremo…”
Poi tacque, e restammo distesi l’uno accanto all’altro, fumando in silenzio e cercando inutilmente di mandare anelli di fumo verso il soffitto, finché Verney non fu colto da un accesso di tosse e dovette smettere, soffocandosi con il fumo e le risate.
“Howie” disse quando fu di nuovo in grado di respirare normalmente, asciugandosi le lacrime che gli rigavano le guance “ è tutto il giorno che voglio parlarti di una cosa.” Si voltò verso di me, appoggiandosi a un gomito. Tra le congiuntive arrossate, i suoi occhi erano gli stessi di nostro padre. “La notte scorsa c’era un temporale. La finestra del corridoio sbatteva, così mi sono alzato per vedere se era ben chiusa. E… passando qui davanti ti ho sentito parlare nel sonno.”
“Sconcezze, immagino” feci scherzosamente, ma quella rivelazione mi metteva a disagio.
Verney rise, scuotendo la testa. “No, non credo. Be’, non so come si dice “vaffanculo” in antico egizio.”
“Antico egizio?”
“Insomma…No, non credo che fosse davvero un “vaffanculo” Suonava più che altro come un nome, e non direi che fosse quello della tua ragazza.”
Mi sembrò che un forte vento si fosse all’improvviso alzato attorno alla casa, un vento silenzioso e arido che faceva vibrare impercettibilmente i vetri delle finestre sotto una finissima e invisibile grandinata di sabbia. E il vento ripeteva un nome.
“Merinisut” bisbigliai.
“Esattamente! È egizio, vero?”
Annuii.
“Chi era? Un faraone?”
Non riuscii a inventare una risposta. Mio fratello spense la sigaretta in un bicchiere vuoto che era sul comodino; poi si voltò verso di me e, puntellandosi su un gomito, la guancia appoggiata alla mano, rimase a fissarmi in silenzio per qualche attimo. Quindi, in tono pacato e curiosamente cauto, disse: “Sai Howie… tu mi ricordi Champollion”.
Gli gettai uno sguardo interrogativo. A parte l’amore per l’egittologia mi sembrava che null’altro mi legasse al geniale francese scopritore della chiave di lettura dei geroglifici. Ma Verney, con estrema serietà, continuò: “Lo chiamavano “l’egizio”, e non soltanto per la sua fissazione per l’Egitto. Ma anche perché assomigliava piuttosto a un antico abitatore delle rive del Nilo che a un francese. Io credo che fosse una specie di changeling. Come te.”
Changeling: un bambino magico abbandonato dalle fate nella culla di un piccolo mortale. Risi, e mi costò uno sforzo non indifferente.
“Questa è bella!” Allargai le braccia. “Guardami, Vern! Io sono un Carter, dalla testa ai piedi.”
Ma mio fratello, senza il minimo accenno di sorriso che tradisse la burla, insisté: “I tuoi occhi sono diversi”.
“Bah, falla finita!” Gli assestai un pugno nella spalla, mascherando il mio disagio in quella reazione amichevolmente burbera.
“Sì, sono diversi” ribadì Verney. “Le tue iridi hanno come un bordo dorato, tutto intorno. Non sono occhi da Carter.”
Un rumore di passi sulle scale mi risparmiò una risposta che non avrei saputo dare. La porta, che era soltanto accostata, si aprì dolcemente.
“Ragazzi…” Era Amy, con un vassoio tra le mani. Non sembrava più in imbarazzo, e sorrideva. “Ho pensato che vi avrebbe fatto piacere cenare quassù.” Posò il vassoio sullo scrittoio; poi, prima di andarsene, si volse verso di me e aggiunse con uno sguardo complice: “Stai diventando un pittore proprio in gamba”.

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Gloria BarberiL’AUTRICE
Gloria Barberi nasce a Camogli (GE) il 6/9/1955, ma dall’età di 6 mesi abita a Recco, poco più di 3 chilometri dal suolo natìo.
Da sempre appassionata d’arte in tutte le sue forme, dopo un periodo trascorso a scrivere articoli sul rock per le riviste Best e Nuovo Sound, debutta all’inizio degli anni ‘80 sulle pagine delle fanzines SF…ere e Pulp, dedicate alla letteratura fantascientifica e fantasy. Fanno seguito pubblicazioni su numerose riviste e periodici sia amatoriali che professionali, quali: The Dark Side, Gli occhi di Medusa, Diesel, Shining, Yorick, Lore, Urania Millemondi, L’Eternauta, La Gazzetta del Mezzogiorno, Cosmopolitan, Inchiostro,  Antarés, e le antologie Fantàsia e Horror Erotico di Stampa Alternativa. Il racconto La notte di san Valentino è apparso in Francia nell’antologia Cosmic erotica successivamente edita in Italia da Fanucci. Presente anche in diverse antologie di autori vari edite da Il Cerchio (Rimini) a seguito di vittorie e piazzamenti al Premio San Marino.
È autrice di due antologie personali: Racconti Notturni edito da Primordia (MI) e Come le bambole di notte (Montedit, MI) e di alcuni romanzi: I Custodi apparso su The Dark Side n° 34; Le viscere del Diavolo (Diesel Extra); Lo specchio scarlatto (Diesel Speciale “Pastiche”).
Nel 1987 collabora alla trasmissione radiofonica Galactica di Radio Time di Scandicci (FI). Da qualche anno si occupa di teatro in veste di attrice/caratterista nella compagnia del Teatro Stabile San Giuseppe di Ruta di Camogli, del quale cura la pagina Facebook, ma anche di autrice. La pièce Il palazzo della Notte ha vinto nel 2001 il premio Città di Moncalieri ed ha partecipato in seguito alla rassegna Aquilegia blu (Torino, 2002) nell’interpretazione dell’attrice Franca Berardi.
Tra i premi conseguiti per la narrativa fantastica ci sono il Premio Italia, Lovecraft, Courmayeur e Repubblica di San Marino.
Negli anni ‘90 ha lavorato come traduttrice per la casa editrice Nord e per la rivista esoterica Primordia, oltre che per alcuni privati.
Appassionata anche di poesia, fa parte da diversi anni del gruppo di scrittura “Anna di Vienna” che prevede incontri a cadenza mensile su un argomento a tema e un reading/spettacolo a fine stagione, con lettura di poesie e prosa, siparietti teatrali, proiezioni video e musica dal vivo. Ama “pasticciare” con Photoshop e creare immagini che pubblica sulla pagina facebook Green Mansions.
“Contagiata” da un amico genealogista ha creato anche una pagina sui suoi antenati materni, appartenenti alla comunità valdese di Torre Pellice, che le ha permesso di scavare un po’ più a fondo nelle sue radici. E, ovviamente, non si è fatta mancare una pagina Facebook dedicata a “L’occhio sinistro di Horus”, romanzo nato con l’intento di raccontare una realtà “alternativa” a quella usualmente sfruttata riguardo il ritrovamento della tomba di Tutankhamon, lavorando molto di fantasia ma entro binari rigorosamente storici, e strizzando l’occhio ai feuilleton di un tempo.
Chi desiderasse approfondire queste notizie può cercare in rete, su Fantascienza.com e altri siti.

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