L’occhio sinistro di Horus 3° episodio di Gloria Barberi

L'occhio sinistro di Horus 3° episodio di Gloria Barberi

Vivere a Luxor mi piaceva, e mi immalinconiva. Come in ogni altra parte dell’Egitto toccata dalla civiltà occidentale, qualsiasi osservatore attento poteva assistere al conflitto che aveva luogo fra le tre anime di quella terra portentosa: l’anima nobile e antichissima ritratta sulle pareti dei templi e delle tombe; quella contadina e musulmana, semplice e ingenua, cieca di tanto glorioso passato; e quella frivola e frettolosa del ricco turista in caccia di emozioni esotiche e antichità a poco prezzo che non poteva neppure arrogarsi, a scusante della propria cecità e ignoranza, l’alibi della povertà che in parte riscattava l’indifferenza del fellah. In quello scenario di decadenza ora sontuoso e ora miserabile, non era difficile prevedere quale di queste differenti anime, alla lunga, avrebbe trionfato.
E questa constatazione mi riempiva di struggimento, mentre passeggiavo per le strette strade polverose, o sedevo al tavolino polveroso di una “Casa del caffè”, cercando di porre la maggior distanza possibile tra di me e quanto v’era d’occidentale in quella città, e mi immergevo in suoni, colori e odori che mi erano estranei e indispensabili, anche se a volte sgradevoli, perché intuivo che un giorno, come aveva detto Hogarth, avrei avuto necessità di una scorta di ricordi.
Anello di HorusIl mio era un pellegrinaggio rischioso, anche se gli abiti trasandati, la faccia bruciata dal sole e i capelli scuri e in disordine mi facevano assomigliare più a un orientale occidentalizzato che a un turista. Portavo un coltello in tasca, come un teppista di Soho, e percorrevo i vicoli fetidi d’urina e verdura marcia con lo stesso passo da conquistatore con cui, un paio d’anni prima, avevo calcato il suolo di Akhetaton.
*
Effendi… perdona, effendi…”
Era il tono lamentoso del fellah in caccia di baqshiish. Non mi voltai e proseguii per la mia strada, camminando spedito. L’esperienza mi aveva insegnato che offrire il minimo appiglio a uno di quei miserabili poteva risultare fatale: erano più insistenti dei tafani, e a volte pericolosi.
Effendi!” Mi teneva dietro senza perdere un passo. “Effendi!” E a un certo punto mi agguantò per l’orlo della giacca, tirandolo, come facevano i bambini. “Vuoi comprare antikas?”
Era particolarmente audace, ma anche sfortunato e piuttosto maldestro, se scambiava un archeologo per un turista al quale rifilare una delle sue rozze imitazioni. Fui costretto a fermarmi e, quasi divertito, mi volsi per mandarlo al diavolo. “Piantala di…” Ma non terminai la frase.
Ben strano esemplare di mendicante, quello che mi tirava per la giacca. Innanzi tutto, aveva assai poco l’aspetto del pezzente. Certo, i suoi abiti erano logori, ma niente affatto sporchi o cenciosi. Malgrado apparisse piuttosto anziano, poi, si teneva eretto con un atteggiamento molto dignitoso, senza simulare nessuna infermità o deformazione; il corpo, nonostante l’ampiezza della galabia, più che magro appariva asciutto, e ancora forte. I capelli, che sfuggivano dal turbante rosso arrotolato con perizia, erano, come la lunga barba, folti e puliti, e splendevano di un bianco argenteo sotto il sole. Gli occhi mi fissavano con spavalderia quasi infantile, sottolineati da rughe profonde e nette come linee tracciate con l’antimonio: gli occhi di Horus sui soffitti delle tombe, pensai.
“Interessa antikas, effendi?”
Scossi la testa. “Hai sbagliato cliente.”
“Io invece credo che questo interessa te.” Il vecchio svolse un piccolo quadrato di lino che aveva tenuto stretto nel pugno. Il lino avvolgeva solamente un minuscolo pezzo di metallo scuro: un anello. Incuriosito, lo raccolsi. Sembrava d’argento, una semplice fascia con una piastrina pressoché rotonda, come un sigillo. La lavorazione, piuttosto rozza, non sembrava nemmeno egizia, eppure l’anello era indiscutibilmente antico. Consumato, appena leggibile, sulla piastrina rotonda mi sembrò di distinguere un udjat, il magico occhio del dio-falco Horus che lo sguardo del vecchio mi aveva rammentato; e c’era una piccolissima scheggia quasi nera, al centro dell’occhio, come una pupilla. Come falso era piuttosto anomalo.
“Da dove proviene?” chiesi.
“Che importa? Ciò che conta, è dove ti condurrà.”
Trasalii e alzai lo sguardo, sorpreso dall’improvviso mutamento sopravvenuto nella voce del vecchio. Adesso non era più la cantilena lamentosa del mendicante; si era fatta ferma e fiera, e la pronunzia perfetta, appena velata da un accento indecifrabile che la rendeva liquida e arcana.
“Che vuoi dire? “
Il lampo di un sorriso tra il candore della barba. “Non sei forse tu “Colui-che-cerca-il-suo-signore”?”
“Cosa?”
Il sole che mi picchiava sulle spalle e sul capo mi stordiva; riverberato dalla polvere della strada e dai muri bianchi mi offuscava la vista; il dolore alle tempie era uno stiletto acuto e preciso. Non potei opporre resistenza quando il vecchio mi prese la mano e mi posò l’anello sul palmo, chiudendomi poi le dita, a una a una, attorno a quel frammento d’argento.
“Prendilo. Sarà il tuo guardiano, la tua guida.”
“Perché?” Ma fu un bisbiglio così lieve che probabilmente lui neppure l’intese. Non riuscivo a reagire. Era come se quell’angolo di strada al quale ci eravamo fermati fosse un isolotto nella corrente del tempo, uno scoglio saldo e inamovibile. Tutto attorno a noi, voci e aliti e versi di animali continuavano a fluire in un torrente cacofonico.
Impotente, inerte, fissai il sorriso allargarsi sul volto del vecchio come un’abbagliante chiazza di luce. Non riuscii a sostenerlo. Le tempie mi pulsavano. Chiusi gli occhi.
Mi sembrò di udire una risata, ma lontana e soffice come un mormorio d’acqua.
Qualcuno mi urtò alle spalle, spingendomi di nuovo bruscamente nella realtà. Aprii gli occhi, mentre qualcuno accanto a me imprecava in arabo. Mi scostai per lasciar passare un asino carico di cesti, e il suo irascibile conducente.
Il vecchio era scomparso.
Solo allora avvertii il dolore al palmo della mano. Avevo le dita così contratte che feci fatica a schiuderle, quasi fossero intirizzite dal gelo. Le unghie mi avevano inciso nella carne mezzelune livide.
L’anello era piccolo, sembrava fatto per la mano di una donna o di un adolescente. Senza quasi riflettere su ciò che facevo, me lo infilai al mignolo della mano sinistra.
Con quell’anello sposavo l’Egitto al mio destino, per l’eternità.
*
Eternità. Il tempo scivolava su di me come il vento e la sabbia sui piloni dei templi; e, come le antiche pietre, non avvertivo la lenta erosione. In apparenza sembrava che non riuscisse a scalfirmi; ma lentissimamente, con pazienza, mi foggiava secondo il suo antico disegno.
Lo scuro grembo delle tombe e i recessi satinati del corpo di Sahira; le azzurre colonne di geroglifici e gli splendenti crittogrammi delle costellazioni nelle notti più limpide; le maschere zoomorfe degli dèi e gli altrettanto impenetrabili volti dei fellahin.
Tutto ciò era la sabbia. E il vento. E il tempo.
*
La sabbia: inavvertita e inarrestabile, come in una clessidra.
“Spero che vorrete essere con me anche per la prossima stagione, Carter!”
“Potete scommetterci, signor Naville.”
Il vento: arido, dal deserto, sulla mia pelle e i miei giorni.
“Cara Amy, mi dispiace di non poter essere a casa per Natale. Fai le mie scuse a mamma e al resto della famiglia…”
Il tempo: come la sabbia e il vento, inarrestabile, inaridente.
Pour moi, Awad? Mai avuto vestito così bellissimo. Shukràn! Ma pourquoi?”
“Perché sono due anni che ti conosco e non mi sono ancora stancato di te.”
Sabbia.
Vento.
Tempo.
*
Nell’autunno del 1899 ricevetti la nomina a Capo Ispettore alle Antichità per l’Alto Egitto e la Nubia. Gaston Maspero, che era da poco succeduto a Victor Loret alla direzione della Sovrintendenza, aveva proposto e sostenuto personalmente la mia candidatura, nonostante ci fossimo incontrati soltanto un paio di volte. Quel francese dalle origini italiane doveva fidarsi parecchio del proprio istinto, e chissà quali idee si era fatto su di me per investirmi di una tale responsabilità. A ogni modo ero abbastanza giovane perché il rischio, invece di spaventarmi, mi eccitasse.
Da Karnak ad Abu Simbel era il mio dominio, e mi sentivo come un visir d’epoca faraonica. A differenza di un visir, però, non cercavo gli agi profumati di una villa a pochi passi dalle rovine grandiose dei templi. Da parecchio avevo scelto di vivere sulla riva occidentale, in una capanna di mattoni crudi con il tetto di paglia: assai meno costosa e non più scomoda degli alberghetti di Luxor che avrei potuto permettermi e che, in aggiunta, mi garantiva quiete e indipendenza totale. Potevo girare malvestito e scalzo, a volte indossando abiti locali, dimenticandomi di radermi e farmi tagliare i capelli.
Recuperavo una compìta apparenza da ispettore soltanto quando dovevo incontrarmi con Maspero, ma gli occhietti acuti del direttore del Service des Antiquités riuscivano sempre a individuare il più infinitesimo particolare della mia trascuratezza. Ormai era quasi una specie di gioco tra noi due, e i nostri incontri si concludevano abitualmente con un: “Non sarebbe l’ora per un buon taglio di capelli, mon ami?”; oppure: “La vostra giacca perde i bottoni, ispettore.”

Gaston Maspero, egittologo

Gaston Maspero, egittologo

Maspero era un tipo gioviale e bonario, tuttavia cominciavo a nutrire nei suoi confronti un sottile ma ben definito risentimento. Non mi era occorso troppo tempo per scoprire quale razza di grana mi avesse appioppato. Avevo la responsabilità di un piccolo esercito di dipendenti, perlopiù indigeni, che praticavano l’ozio come una vocazione, e mi toccava occuparmi della contabilità. In teoria non c’era nulla che mi vietasse di continuare a scavare per conto mio o di terzi, se la cosa mi garbava; in pratica, tutto il mio tempo se ne andava nella preparazione delle paghe, la stesura di relazioni per la Sovrintendenza, la compilazione di infiniti moduli per la richiesta di materiali, e la composizione delle controversie che con cadenza quasi quotidiana, e per i più futili motivi, scoppiavano tra quei fellahin lazzaroni.
Fortunatamente non mi mancavano gli strumenti e l’esperienza per cavarmela nel modo più spiccio ed efficace. Ero abituato a trattare con quella gente; e il clima egiziano e la lotta continua per strappare alla sabbia i suoi tesori millenari avevano corazzato la mia naturale timidezza dietro un’inflessibilità quasi crudele; o questo era quello che mi piaceva pensare. Non mi tiravo indietro se c’era da menare le mani o rompere qualche bastone sulla schiena di un fellah sorpreso a rubare, e provavo un senso d’orgoglio un poʼ perverso per la cattiva reputazione che mi stavo costruendo presso i miei colleghi europei, quei giovanotti aristocratici e plurilaureati, con la puzza sotto il naso. Il lento, paziente e premeditato omicidio del giovane disegnatore impacciato che arrossiva troppo spesso, ripagava degnamente l’assassino, questo nuovo e inattaccabile Howard Carter, con il timore e il disagio che gli altri dimostravano nei suoi confronti: un doveroso tributo. Gioivo come un monellaccio quando dicevano che ero violento, insofferente e maleducato, soltanto perché non praticavo l’ipocrisia e non ero disposto a tollerare i rompiscatole. E vivevo in pieno, con profonda soddisfazione, quelle ribellioni che mi erano state precluse nei miei primi vent’anni di vita; ma quell’esibizione posticipata di canaglieria adolescenziale era anche la miglior difesa che potessi mettere in atto in un ambiente ostile. Presso i fellahin era la forza a guadagnarsi il rispetto.
Il villaggio di el-Qurna, con la sua stirpe di saccheggiatori, incombeva sulla Valle dei Re come una maledizione. I suoi abitanti, dall’anziano ottantenne al bambino di pochi anni, perpetuavano una tradizione predatoria antica di millenni. Con serafica impudenza consideravano la necropoli tebana il loro esclusivo terreno di caccia, il loro salvadanaio, da cui attingere a piacere. Discendenti dei necroladri dell’antichità, campavano dei tesori sottratti alle tombe e smembrati e dispersi con enorme danno per la scienza e la storia. Ed erano ormai purtroppo finiti i tempi di Daud Pascià, il leggendario governatore di Qena, capace di sciogliere la lingua del più incallito dei ladri con uno solo dei suoi temibili sguardi carichi di minaccia. Io, invece, potevo contare soltanto su armi più prosaiche e convenzionali, ma non per questo meno persuasive.
Ero diventato piuttosto in gamba con il fucile e la pistola, esercitandomi ogni volta che se ne presentava l’occasione. Ne facevano le spese barattoli vuoti e qualche raro arbusto inaridito; mai animali. Mi sentivo pronto ad ammazzare un mio simile, se necessario, ma mi ripugnava sparare a un animale senza alcun motivo. Le poche volte che in passato mi ero cimentato nella caccia non ero quasi mai riuscito a uccidere la preda al primo colpo, e lo sguardo dell’animale agonizzante mi aveva scavato nello stomaco un vuoto nauseante. Gli animali preferivo decisamente ritrarli.
Dall’Inghilterra ogni tanto mi giungevano verbose lettere dei miei familiari alle quali rispondevo con messaggi sempre più laconici e rari, intesi a rassicurarli sul mio stato di salute e il buon andamento del mio lavoro, ma nei quali, in realtà, raccontavo poco o nulla di me stesso.
Dopotutto, non potevo certo informare mia madre che avevo una taglia sulla testa.
*
L’avevo sentito sussurrare dal ragazzo che svolgeva mansioni di segretario presso l’ufficio della Sovrintendenza, ma ero poco disposto a crederci. Finché un mattino, uno dei giovani fattorini che recapitavano la posta, invece di lettere e cablogrammi tirò fuori dalla sua borsa dieci pollici buoni di lama e cercò di cacciarmeli nelle costole. Mi scansai appena in tempo, e la lama si conficcò nello schienale della sedia.
Sorpreso dalla mia prontezza di riflessi, il ragazzo cercò di estrarre il coltello dall’imbottitura, ma io avevo già afferrato il suo polso e lo torsi finché non udii uno scricchiolio. Il ragazzo mandò un gemito e mollò la presa, e io lo spinsi a faccia in giù sul pavimento, piegandogli il braccio dietro la schiena.
“Chi ti manda? Fuori il nome o ti spezzo le ossa una per una.”
Lui si lamentava per la sofferenza e la paura, piangendo. Era davvero molto giovane, aveva il fisico scarno e la pelle fragile di un bambino malnutrito. “Pietà effendi! Pietà! Loro promesso molti soldi… oro…”
“Chi sarebbero questi “loro”?”
“Briganti… Briganti di Qurna.” Sulle guance impolverate le lacrime disegnavano strisce lucenti, nette e larghe come la traccia di una lumaca. “Pietà, effendi!”
Lo lasciai andare, e lui ci impiegò un po’ prima di riuscire ad alzarsi. Poi se ne restò lì impalato a piagnucolare e torcersi le mani come una disperata eroina da romanzo popolare.
“Togliti dai piedi” gli dissi. Sapevo che era perfettamente inutile consegnarlo alla polizia.
Lui tossì penosamente, incassando la testa tra le spalle. Forse faceva la commedia per impietosirmi; ma era probabile che, come molti fellahin, fosse malato di consunzione.
“Fuori” ripetei in tono gelido, indicando la porta.
“Non volevo!” piagnucolò il ragazzino. “Ma ho dovuto!”
“Lo so. Tuo padre è morto, hai dodici fratelli di cui uno idiota e uno storpio, e tua madre è in fin di vita.”
Lui annuì tra le lacrime, sorridendo speranzoso.
“Fuori!”
Il sorriso s’accartocciò in una smorfia d’odio. Mi avvicinai al ragazzo e feci l’atto di allungargli un calcio; lui lanciò uno strillo e sgattaiolò fuori. Gli risi dietro, più una reazione nervosa che un intenzionale atto di scherno, e andai a togliere il coltello dalla spalliera della sedia. Riuscii a estrarlo soltanto con un certo sforzo, perché si era conficcato nella retrostante intelaiatura di legno, e mi sembrò pesantissimo; la lama riluceva, perfettamente affilata. Se il maldestro sicario fosse per ventura riuscito nel suo intento…
Una strana sensazione di gelo proprio sotto lo sterno, pungente come un ago di ghiaccio, mi tolse il respiro per un attimo. Tossii, e un sapore metallico e salato, come di sangue, mi riempì la bocca: dovetti trattenermi dallo sputare.
“Ti sei preso un bello spavento, eh?” mi dissi sottovoce, posando con cura il coltello sulla scrivania.
Guardai la spalliera sfregiata della sedia, che vomitava l’imbottitura di cotone; Maspero avrebbe trovato da ridire sul modo in cui il suo ispettore trattava le proprietà della Sovrintendenza. Ma, naturalmente, non era il caso di raccontargli la verità.
*
Karnak era la mia isola di quiete. Pur sapendo che rischiavo parecchio recandomi là da solo, non avrei mai rinunciato allo spettacolo del tempio al tramonto. Ci andavo più spesso che potevo, con il materiale da disegno in una borsa appesa alla sella del mio asino.
E quel tardo pomeriggio d’ottobre s’annunciava simile a tanti altri. Legai l’asino da qualche parte fuori dal recinto del tempio e mi inoltrai lungo il viale fiancheggiato da criosfingi. L’ariete, animale sacro al dio Amon, sembrava sorridere in modo beffardo, placidamente accovacciato; tra le zampe anteriori racchiudeva l’immagine mummiforme del faraone, con l’ankh, il simbolo della vita, stretto tra le mani. Probabilmente, in origine si trattava di una celebrazione di Amenofi III°, ma le successive e ripetute usurpazioni rendevano impossibile risalire con sicurezza a colui che per primo si era in quel modo posto sotto la protezione del dio.
Passai tra i sogghigni di pietra; davanti a me la prospettiva della costruzione sprofondava nella fuga dei piloni verso quel punto, inaccessibile a occhi profani, che un tempo aveva racchiuso nelle sue tenebre il naos.
Il tempio di Karnak appariva come un immenso geroglifico tracciato dallo stesso dio Thot, scriba divino: era Khepra, il divenire dell’universo nell’eternità della pietra, perché per millenni non aveva cessato di crescere e trasformarsi, rimodellato e ampliato dalla devozione e l’orgoglio di innumerevoli faraoni. Il primo pilone, incompiuto, restava a testimonianza del giorno fatale in cui quel processo di crescita e continua trasformazione s’era arrestato, dando inizio alla decadenza.
Passando tra le mura corrose delle due torri gemelle, entrai nel primo cortile. Alla mia sinistra, il piccolo tempio eretto da Sethi II° si riempiva già di ombre, e tutto attorno la luce oro-rosata conferiva alla pietra una straordinaria sfumatura calda che metteva in risalto i contorni, addolcendoli.
La quiete era come un balsamo, in quell’ora sospesa tra il giorno e la notte, che gli egizi avevano celebrato con gratitudine; l’ora in cui la fresca brezza del Nord si levava a spegnere l’arsura della terra.
Trafitto dal perfetto ago dell’obelisco che si levava sullo sfondo, il cielo sembrava sanguinare il tramonto.
“I due grandi obelischi che la mia maestà ha coperto d’elettro per mio padre Amon, affinché il mio nome rimanga, nei secoli dei secoli, legato a questo tempio.” Così si era gloriata Hatshepsut sui basamenti di quegli stessi obelischi, e le pareti del mausoleo di Deir el-Bahari raccontavano come fossero stati scolpiti nel miglior granito e ne celebravano la solenne consacrazione ad Amon. Adesso, uno di essi giaceva spezzato aldilà delle sale colonnate.
Mi lasciai sulla destra il tempietto di Ramses III°, con il suo peristilio perimetrato da smozzicati Osiride, e varcai il secondo pilone.
La sala ipostila offriva uno scenario incomparabile, con le sue centotrentaquattro colonne sulle quali i geroglifici s’arrampicavano come bizzarra edera fossile. Era come camminare in una foresta pietrificata. Mi ero spesso chiesto se i faraoni progettassero le loro costruzioni su scala tanto ciclopica per meschina mania di grandezza, per onorare i propri dèi o soltanto per timore di quell’immenso spazio che premeva loro attorno, la silenziosa vastità del deserto.
Sedetti su un piccolo blocco di pietra che, nella caduta avvenuta forse un millennio prima, si era spezzato, e la sabbia aveva in seguito levigato. Posai il fucile accanto a me e tirai fuori dalla borsa il materiale da disegno.
Avrei tanto voluto poter esprimere le mie sensazioni attraverso la magia dei geroglifici; componendo, forse, una preghiera umile e insieme grandiosa come l’inno ad Aton scolpito sulle devastate pietre di Amarna; o, magari, un canto di vittoria come il poema di Qadesh.
Avevo amato Akhenaton per la sua ispirata follia; ammiravo Ramses II° per il coraggio che lo animava, grande più della sua arroganza. A Qadesh, con un’audacia che forse era soltanto mera incoscienza, aveva sfidato gli Ittiti in una strategia suicida; e quando si era visto circondato dal nemico, abbandonato da tutti i suoi uomini, si era rivolto ad Amon, chiamandolo accanto a sé: un ordine, più che una preghiera. E il dio Amon era sceso a combattere a fianco del suo figlio prediletto.
Del prodigioso evento restava testimonianza sui muri esterni di quella sala, con tutta la gloria del faraone e l’umiliazione dei nemici massacrati. Ritrovando la perduta chiave di lettura dei geroglifici, meno di ottant’anni prima, Jean François Champollion aveva riconfermato l’immortalità dei sovrani delle Due Terre.
Un insolito rumore, profondo e lontano come un tuono all’orizzonte, mi riportò bruscamente al presente. Sconcertato, mi guardai attorno. L’intero colonnato era scosso da una vibrazione in crescendo. Il blocco di pietra sembrò scivolarmi da sotto. Balzai in piedi lasciando cadere il blocco da disegno, ma non riuscii a raccoglierlo; perché quello che stava accadendo davanti ai miei occhi aveva dell’incredibile.
Una delle immani colonne aveva preso a oscillare come un gigantesco birillo sbilanciato, e in una crepitante fontana di schegge il piedistallo stava rapidamente cedendo finché, con un ultimo schianto, si spezzò; e la colonna, con lentezza irreale, si coricò come un gigante stanco contro quella che aveva accanto, trascinandola nella caduta; e altrettanto fece questa con la successiva, e così via. In un fragore apocalittico, le colonne del tempio s’abbattevano l’una sull’altra come tessere di un domino mastodontico.
Una nuvola di polvere mi avvolse, soffocandomi, e solo allora trovai la forza per riscuotermi e fuggire. Imprecando e tossendo, con le lacrime che mi accecavano, corsi senza voltarmi, inciampando ripetutamente, via da quello sfacelo.
Fuori dalla cinta templare, terminai la mia cieca corsa quasi addosso all’asino che ragliava impazzito e scalciava nel tentativo di liberarsi. Spinto dal mio stesso slancio rotolai a terra, evitando per poco i calci della bestia terrorizzata; e rimasi per un bel po’ con la faccia nella polvere, prima di trovare il coraggio di guardarmi attorno.
Su Karnak regnava di nuovo il silenzio.
“Tutto bene, ispettore?” chiese una voce gentile.
Alzai gli occhi. La domanda, in un inglese impeccabile, mi era stata rivolta da un individuo distinto, sulla cinquantina. L’uomo mi porse una mano per aiutarmi a rimettermi in piedi.
“Non siete ferito, vero?”
“No.” Mi passai le mani tremanti sul viso, e cercai di spolverarmi alla meglio gli abiti. Stentavo ancora a credere a quello che pure avevo visto con i miei occhi. “Per poco non finisco schiacciato come un ranocchio.”
“Ma cos’è accaduto?” L’uomo appariva più incuriosito che sconcertato; il suo atteggiamento era improntato a un’elegante ironia.
“Andate a vedere con i vostri occhi, se ci tenete tanto” risposi sgarbatamente. Non riuscivo a smettere di tremare.
L’asino, ancora più spaventato di me, fece un brusco scarto quando mi avvicinai per prendere la borraccia appesa alla sella. Bevvi qualche sorso d’acqua per lavarmi la gola dalla polvere e mi sciacquai il viso. Poi raggiunsi il distinto sconosciuto che si era già addentrato nel recinto del tempio.
“Una bella gatta da pelare, ispettore” disse, vedendomi sopraggiungere.
Nella sala ipostila la polvere galleggiava ancora a mezz’aria come la miglior nebbia londinese, rosso sangue per l’ultima luce del tramonto. Fissai sgomento quel cimitero di giganti, contando ben undici colonne abbattute, e non potei trattenere una risata nervosa. La situazione era tragicomica: quelle colonne erano rimaste erette per millenni attendendo, per esibirsi nel loro catastrofico numero di prestigio, che proprio io diventassi ispettore.
“Vedete?” L’uomo indicava la prima delle colonne cadute. “Le fondamenta del piedistallo sono state progressivamente erose da un’infiltrazione d’acqua ed è bastata una lievissima scossa di terremoto a dar loro il colpo di grazia.”
Non sentivo affatto il bisogno di una diagnosi erudita. Gli gettai un’occhiata di traverso, e lui mi rispose con un sorriso pieno di comprensione.
“Scusatemi, non mi sono ancora presentato. Mi chiamo Archibald Henry Sayce.”
Lo conoscevo di fama: il più raffinato studioso di antiche civiltà, che da anni sceglieva l’Egitto per trascorrervi i mesi invernali. Il suo veliero, l’Ishtar, si dondolava, elegante come il suo proprietario, al molo di Luxor.
“Be’“risposi “a quanto pare voi sapete già chi sono io”.
“Un ispettore piuttosto deciso, a quanto mi hanno detto” rispose Sayce, e andò a raccogliere il mio fucile che stava poco lontano, coperto di polvere ma intatto.
Mi strinsi nelle spalle, gettando una cupa occhiata alle colonne cadute.
“Se Giovanni Belzoni ripescò un obelisco dal Nilo, rimettere in piedi questi birilli sarà un gioco da ragazzi.”
Sayce rise sottovoce. “Come pensavo. Siete proprio l’uomo adatto.”
“Adatto a cosa?” chiesi in tono brusco. La sua calma signorile, che in un altro momento avrei apprezzato, adesso mi dava sui nervi.
“Si tratta di un mio ospite” riprese Sayce porgendomi il fucile, e senza palesare di aver notato il mio atteggiamento. “Un facoltoso americano. Ha un certo progetto…”
“Come potete ben vedere” lo interruppi bruscamente “ho impegni piuttosto urgenti.” E se c’era una categoria di individui dalla quale rifuggivo come dalle fiamme dell’inferno era proprio quella che annoverava tra le sue file nobili e ricconi.
Sayce non si lasciò scoraggiare. “Si tratta di scavi” spiegò serenamente.
“Non è in mio potere rilasciare concessioni, dovreste saperlo. Dite al vostro amico di rivolgersi a Maspero, al Cairo.”
“È quello che ha fatto. E Maspero gli ha suggerito il vostro nome.”
Sbuffai. “Che cosa crede Monsieur le Directeur, che io possa far da balia a tutti i ricconi annoiati che si gingillano con l’Egitto?”
Sayce sospirò e assunse un’espressione rassegnata, contraddetta però da un sorrisetto agli angoli delle labbra.
“Peccato. Maspero sembrava convinto che avreste accettato di dirigere gli scavi per conto del signor Davis.”
Aveva pronunciato la formula magica. “Dirigere gli scavi? Dove?”
“Questo è da vedersi. “Lo sguardo di Sayce era quello del gatto che ha divorato il topolino. “Ma se la cosa non vi interessa…”
Presi un lungo respiro prima di chiedere: “Quando posso incontrare questo americano?”.
*

Theodore Montgomery Davis, avvocato ed egittologo. Finanziatore di molte ricerche archeologiche

Theodore Monroe Davis, avvocato ed egittologo. Finanziatore di molte ricerche archeologiche

Conobbi Theodore Monroe Davis durante una cena offerta da Sayce a bordo della sua candida dahabija.
Davis era un avvocato in pensione, il tipico americano che, secondo tradizione, si era “fatto da sé”, più per fortuna e ostinazione che per autentico talento; un uomo non più giovane ma con l’infantile bisogno di sperperare la fortuna accumulata negli anni precedenti. Era un piccoletto dalle gambe storte ficcate in vistosi calzoni da equitazione e stivali impeccabilmente lucidi corredati di ghette fuori moda, e sfoggiava cespugliosi baffoni grigi. Lo giudicai un ingenuo: pensava che l’Egitto fosse lì per lui, pronto a schiudersi a un suo comando come una sorta di caverna di Alì Babà, e toccava a me spiegargli che il mondo dell’archeologia era ben diverso da quello dell’alta finanza, e non bastavano furbizia e audacia per ottenere il successo. Tuttavia, la determinazione di Davis mi piaceva.
“Voglio andare a fondo, scendere nelle viscere della terra.”
Era ovvio che non intendesse farlo personalmente; le mani se le sarebbero sporcate gli operai, sotto la guida di un esperto direttore degli scavi. Io.
Quella sera, insolito per me, mi sentivo a mio agio, merito forse del vino francese e dei sigari offerti dal nostro ospite. L’ambiente era accogliente ed elegante. Sedevamo nella biblioteca dell’Ishtar, un lungo salone illuminato da ampie vetrate, a prua dell’imbarcazione, circondati da tutti quei volumi (un paio di migliaia) che Sayce si portava appresso nella navigazione, e di alcuni dei quali era anche lo stimato autore.
“Sapete che il marchese di Northampton e sir Robert Mond hanno cercato di mettermi i bastoni tra le ruote?” L’americano ne sembrava più lusingato che seccato.
“Inevitabile” dissi. “Sono anni che scavano qui attorno e credono di averne l’esclusiva.”
“Ma voi siete amico di Maspero. Vi stima moltissimo e se voleste farmi il favore di parlargli…”
Scoccai un’occhiata a Sayce; cominciavo ad avvertire una certa puzza d’imbroglio. Ma il professore sorrideva serafico. Dopo un sorso di torrido borgogna, dissi: “Credevo che vi foste già incontrato con il direttore del Service des Antiquités”.
Davis mosse le mani in un gesto svagato che tradiva imbarazzo. “In effetti è così, ma sapete… Monsieur Maspero è riluttante ad assegnare nuove concessioni.”
Annuii, poi chiesi: “Dove vi piacerebbe incominciare a scavare?”
Lui mi rimbalzò la domanda: “E a voi?”
Non ebbi esitazioni. “La Valle dei Re.”
Sayce, che fino ad allora si era perlopiù limitato ad ascoltarci in silenzio, sorrise.
“La trovate un’idea buffa?” chiesi impulsivamente, senza riuscire a nascondere la mia irritazione.
“Le ultime ricerche infruttuose hanno confermato che la Valle è da considerarsi un sito ormai esaurito e pertanto sarebbe inutile…”
“Io sono di tutt’altra opinione” lo interruppi bruscamente, e tornai a rivolgermi a Davis che mi squadrava con un’espressione cauta e dubbiosa, la stessa che avrei rivisto anni più tardi sul viso di un altro uomo per il quale sarei stato chiamato a lavorare. “Naturalmente il denaro è vostro, signor Davis, e l’ultima parola spetta a voi. Quanto siete disposto a rischiare?”
Un sorriso feroce gli illuminò gli occhi chiari. L’avevo punzecchiato nell’orgoglio, ridestando in lui la passione per la sfida e forse quell’eccitazione che l’alta finanza non riusciva più a dargli.
“Giovanotto, io giocavo in Borsa quando voi eravate ancora in fasce!”
“Scusate” intervenne Sayce, protendendosi sulla poltrona verso di me. “È tutta la sera che osservo l’anello che portate al mignolo. Potrei…”
“Ma certo.”
Avevo continuato a giocherellarci dall’inizio di quella conversazione, quasi senza accorgermene, come facevo spesso. Me lo sfilai e glielo porsi. Sayce l’accostò al lume per esaminarlo meglio. “Sembra molto antico, ma rozzo. Non si direbbe opera di un orafo egizio. Dove l’avete preso?”
Esitai un attimo, restìo a raccontare la verità.
“Me l’ha venduto un fellah, anni fa.”
“Capisco.” Sayce mi restituì l’anello. “Be’, allora deve trattarsi di un falso. Com’è che un esperto archeologo s’è lasciato imbrogliare così facilmente?”
L’ironia nella sua frase suonava fasulla. Capii che non mi aveva creduto. “A quell’epoca ero ancora un novellino” ritorsi, e mi infilai l’anello al dito. Ero così abituato a portarlo che quando lo toglievo mi sentivo nudo.
Davis ridacchiò, sornione. “Scommetto che a darvelo non è stato un fellah, ma qualche bella ragazza dagli occhi neri!”
Non commentai quella battuta e lasciai cadere l’argomento; ma più volte, per il resto della serata, sorpresi Sayce a fissarmi con un’espressione indagatrice.
Prima di congedarci dal nostro ospite, passammo sul ponte per goderci la brezza notturna e un ultimo sigaro. La luce di un quarto di luna giocava sull’acqua del Nilo in riflessi caleidoscopici, a tratti vividi come platino, a tratti cupi e appannati come l’antico argento del mio anello, così che la superficie del fiume appariva come un lungo strascico di seta marezzata, animato dal lento respiro della corrente.
Una bellezza che non aveva bisogno di parole. Tuttavia Davis sentì il bisogno di esternare la propria ammirazione con espansività tipicamente americana.
“Ah, capisco perché gli antichi egizi avevano divinizzato il loro fiume! I newyorchesi non potrebbero fare altrettanto con l’Hudson!”
Sayce e io ci scambiammo un sogghigno. Ma Davis era già ritornato con i piedi per terra.
“Ditemi, Carter, chi altri sarebbe consigliabile avere con noi in questa impresa?”
Ci pensai un attimo solo. “Ayrton. E Weigall. Sono due tipi in gamba. Più giovani di me ma già esperti.”
“Se lo dite voi, mi fido.” Davis mi rifilò una vigorosa pacca in mezzo alle scapole. “Tutto il mondo archeologico presto parlerà della nostra squadra, statene certo!”
*
Era difficile sfuggire all’ospitalità di Sayce, e ancor di più all’entusiasmo di Davis. L’americano sembrava voler catturare l’Egitto in una sola occhiata, e non c’era punto d’osservazione privilegiato quanto l’elegante dahabija dello studioso.
Il Nilo ci portava con sé. Perché anche quando risalivamo la corrente, in realtà eravamo trascinati dagli umori del fiume, quel fertile dio d’acqua. E scendevamo a terra non soltanto per visitare gloriose rovine ma anche miserabili villaggi dove maiali e cani grufolavano nei cumuli d’immondizie, inebriandosi del puzzo della corruzione, e bambini nudi raccoglievano escrementi con le mani, coscienziosamente, per farne combustibile.
Quello era il mio territorio. Sentivo che mi apparteneva interamente, con i suoi splendori e le sue ombre, la maestà del passato e la sordidezza del presente. Godevo dello stupore di Davis di fronte ai tramonti smaglianti, e quasi mi sentivo orgoglioso della bellezza del cielo, come se quei rossi e quegli arancio dorati li avessi tratti dalla mia tavolozza. Sottili, fugaci pennellate di nero sullo sfondo: un volo d’anatre sopra un canneto. I paesaggi tante volte raffigurati sulle maioliche egizie. Nella sera che scendeva quietamente, il rumore gracidante degli chaduf si accordava senza contrasti ai suoni della natura. A volte, mentre gustavo quegli attimi, provavo quasi un senso di colpa per i miei privilegi. Di certo i fellahin tormentati dalle mosche, che strappavano la sopravvivenza al fango del Nilo con il massacrante lavoro quotidiano, non trovavano nulla di romantico e affascinante in un tramonto che per loro rappresentava soltanto la fine di un’altra giornata di fatiche e stenti.
Sull’Ishtar risalimmo il corso del Nilo fino ad Abu Simbel, ai piedi del grande Ramses II°. Quattro giganti pietrificati, condannati all’eternità sulla soglia della “Dimora di un milione di anni”. Ebsambal, miraggio ai limiti del mondo. Inseguendo quel miraggio, novant’anni addietro, un sognatore chiamato Ludwig Burckhardt aveva sfidato la sabbia; quella era stata la ricompensa per la brevità della sua vita: un tempio tra i più splendidi dell’Egitto, testimonianza della megalomania di un faraone che più di altri si era creduto Dio.
Burckhardt non era vissuto abbastanza per vedere il tempio libero dalla sabbia sotto la quale i millenni lo avevano quasi interamente soffocato, ma il privilegio del primo sguardo restava il suo, la sua dote per l’Aldilà. Avevo visto la sua tomba, nel cimitero musulmano del Cairo, dove giaceva sotto il nome di Ibrahim ibn Abdallah, il nome che aveva assunto per la sua conversione all’Islam. Forse anch’io, un giorno, avrei cambiato il mio nome. Ma chi poteva dire se il destino avesse in serbo per me qualcosa di grande e prezioso quanto Ebsambal?
*
Il vento sottile dell’alba smuoveva dolcemente i miei capelli mentre, con il capo rovesciato all’indietro, contemplavo il volto sorridente, sereno e un po’ beffardo, del colosso all’estremità meridionale del tempio rupestre. Il suo compagno che gli sedeva accanto, mutilato fino alla cintola, ne esaltava le proporzioni. La sabbia lambiva le caviglie dei giganti, così come le mie, frusciando impercettibilmente nel suo moto instancabile. L’eterna slavina che scivolava lungo il canalone roccioso, animata dal vento del nord, era da sempre il più implacabile nemico di Ramses, l’impudente che osava attentare alla sua maestà. Come un dorato e impenetrabile velo nuziale aveva diviso il tempio del sovrano da quello dell’amata sposa Nefertari. Volsi lo sguardo alle altre due gigantesche statue, gemelle delle meridionali, poste a settentrione del portale: affondavano nella sabbia fin quasi ai polpacci, a dimostrazione che i muretti di pietra a secco fatti costruire da Johnstone sopra il burrone che separa i due templi erano del tutto insufficienti ad arginare l’inesorabile colata sabbiosa.
Dal cielo bianco platino, la prima luce stemperava il colore dell’arenaria in un pallido oro, ed era impossibile immaginare le tonalità brillanti e le dorature che avevano rivestito la pietra tremila anni addietro.
“Non sembrano di questa terra” bisbigliò Sayce al mio orecchio. “Sono fatti di luna.” Poi, spingendomi leggermente per un gomito soggiunse: “Andiamo, ispettore, è quasi l’ora”.
Scivolando sul cedevole tappeto di sabbia che ci guidava attraverso il portale, penetrammo nel tempio.
“Notevole! Ah, davvero notevole!” Davis sciabolava la sua torcia elettrica dalla celebrazione di Qadesh ai volti severi degli Osiride che reggevano sulle proprie spalle il peso immane del tempio, e il raggio di luce cruda ridestava ombre e svelava senza rispetto fessure nella roccia.
Precedetti i miei compagni attraverso i due atri, fino al santuario. Lì spegnemmo le nostre torce e ci disponemmo in attesa, in silenzio, accanto ai quattro dèi assisi sui loro troni di pietra. Sfigurati dal tempo e forse da mani umane, apparivano ugualmente maestosi: Ra, signore dei Due Orizzonti; Amon, il dio dal volto nascosto; Ptah, sovrano delle tenebre; e lui, Ramses, l’unico faraone tanto arrogante da raffigurarsi nell’atto di sacrificare a sé stesso come a un dio.
“Siamo in ottima compagnia” ridacchiò Davis, ma né io né Sayce raccogliemmo la battuta.
Attendemmo.
“Ecco!” bisbigliò infine Sayce.
Il sole. Una freccia scagliata dal cielo attraverso il portale d’ingresso, dritta fino all’altare ai piedi degli dèi.
“Magnifico!” Davis fu abile a contenere l’esclamazione in un sussurro, per non sciupare l’incanto del momento.
Non era la prima volta che assistevo a quello spettacolo, ma ancora mi ritrovavo a combattere contro l’irrazionale istinto d’inginocchiarmi in omaggio a tanto splendore; io che spesso, spavaldamente, mi facevo vanto di non riconoscere il dio nella cui fede ero stato allevato, subivo il fascino di una divinità pagana.
Dita d’oro accarezzavano i lineamenti erosi delle statue, sfiorando appena la spalla di Ptah, lasciandolo al suo regno oscuro; ma Amon, Ra e Ramses si bagnavano nel fulgore puro del sole nascente.
Per circa una ventina di minuti restammo così, in muta contemplazione, respirando appena, consci della nostra ingombrante e quasi sacrilega presenza. Quando il fascio di luce fu quasi del tutto scivolato via, restituendo il santuario alle sue ombre, intesi Davis sospirare profondamente. Un’altra vittima dell’Egitto, pensai. Colpito al cuore.
“È curioso” disse Sayce mentre lasciavamo il tempio. “Questa notte ho fatto un sogno che riguardava proprio questo luogo. Un sogno strambo.”
“Davvero?” chiesi svagato, ancora sotto l’impressione dello spettacolo di poco prima.
“Sì. Ed era anche piuttosto… inquietante.” Sayce rise sottovoce, come per allontanare un turbamento. “Qui intorno, fin dove il mio sguardo poteva arrivare, c’era soltanto acqua; una specie di immenso lago turchino. E l’acqua continuava a salire, lentamente ma con regolarità. Sapevo che avrebbe sommerso i templi e non c’era modo di fermarla.”
“Temete che quello sbarramento che i vostri connazionali stanno costruendo giunga a provocare un tale disastro?” chiese Davis.(1)
Sayce scosse la testa. “No, è assurdo. Ci vorrebbe una diga immensa, e chi costruirebbe mai…” La sua voce s’affievolì senza completare la frase.
Mi volsi a guardare la facciata scolpita; i colossi sorridenti, il dio Horus dalla testa di falco che incombeva sul portale. Tutto questo sommerso dalle acque… “Un’altra Atlantide” bisbigliai.
“Be’, è un sogno davvero bizzarro” commentò Davis. “E voi, ispettore, fate mai sogni altrettanto curiosi?”
“Sì” ammisi. “E più spesso di quanto vorrei.”

note:
1) Gli ingegneri inglesi iniziarono a costruire uno sbarramento del Nilo nei pressi della prima cateratta già nel 1898.

 

 

TERZA ORA DELLA NOTTE
(Fiorisca il mio nome)

Ecco che io inizio l’ascesa dei gradi della scalinata
che il padre mio celeste, Ra,
mi aveva in precedenza approntata.
Seth e Horus, ai miei lati,
stringono le mie mani.

(Libro dei Morti, capitolo CLIII)

 

1900: una cifra tonda, perfetta e pulita. Un nuovo secolo che s’apriva come una terra inesplorata davanti ai disincantati viaggiatori venuti da un ottocento che aveva visto la vita accelerare a ritmi mai conosciuti in passato, sospinta da frenetiche innovazioni. Mi era sembrato giusto iniziare quel nuovo secolo tra le braccia di Sahira, al sicuro per qualche ora ancora nel caldo e serico bozzolo della sua pelle, lontano dall’allegria degli occidentali che infestavano Luxor con le loro insensate celebrazioni, lontano da voci ebbre che a mezzanotte avrebbero stonato il “Valzer delle candele”. Tra le braccia di Sahira potevo credere che in quella notte ogni dolore e ansia giacessero anch’essi ubriachi a terra in qualche vicolo buio, momentaneamente fuori combattimento.
Non mi ponevo mai domande sulla felicità, ed ero ancora troppo giovane per stilare bilanci, ma sapevo che quella che conducevo era un’esistenza pressoché perfetta; anche se il tempo e altre esperienze, ne ero consapevole, stavano lentamente trasformando la passione in un sentimento più quieto e confortante.
“A quoi tu pensi?” Sahira si stirava accanto a me, assonnata. “Vuoi vino ancora?”
“No, voglio fumare.”
Era un pretesto per guardarla muoversi nella stanza con grazia silenziosa, sinuosa e leggera, vestita soltanto della propria pelle vellutata. Mi preparava la pipa ad acqua come officiasse un rito, con gesti gravi e misurati. Io contemplavo il gioco d’ombre lungo il suo corpo. A tratti, il chiarore sanguigno di un bengala invadeva per un attimo la stanza, ed era come se l’intera Luxor fosse in fiamme. Ci vorrebbe un’antica arpa egizia, pensai, per cantare questo secolo che se ne muore in cenere. Risi sottovoce.
“Awad?”
“No, nulla. Vieni qui, dammi un bacio.”
Lei obbedì. Obbediva sempre. A tutti, mi ero spesso chiesto in passato, o a me soltanto? Ma da tempo avevo smesso di cercare una risposta.
“Mi piacerebbe capire cosa pensi davvero degli occidentali che se ne vengono quaggiù a celebrare il loro tempo, un tempo che non è il tuo, né tanto meno di questa terra. Quante decine di secoli sono realmente trascorse dall’unificazione dell’Egitto? E dalla costruzione della Sfinge? Queste sono le ricorrenze che dovremmo celebrare.”
Lei mi guardava senza comprendere, sorridendo nel suo solito modo svagato e sereno. Mi porse la pipa ad acqua, poi si avvicinò alla finestra per spiare fuori. “Beaucoup di festa fa la tua gente” la udii sussurrare.
Tirai una lunga boccata di fumo tiepido e aromatico, poi raggiunsi Sahira e la circondai con le braccia. Lei rise e s’appoggiò contro di me. Il suo tepore risvegliò il desiderio. Affondai il viso nei suoi capelli, respirando il profumo di gelsomino e mimosa.
“Awad… Io devo parler. Devo dire… cosa.”
“Sì?” chiesi svagatamente. Nulla poteva avere importanza, quella notte. Possedevo il mondo, lo stringevo tra le mie braccia. In un arabesco della musharabiah era inquadrata la luna, quasi piena, pallida e serena.
“Awad… C’è uomo ricco, molto. Lui vuole sposare me.”
Trasalii a una esplosione giù in strada. Mi staccai bruscamente da Sahira, allontanandomi di un passo, e la feci voltare verso di me.
“Cos’hai detto?”
Eppure non era del tutto una sorpresa; sapevo che poteva succedere, prima o poi, e io non potevo entrare in quella competizione: non avevo nulla da offrirle. Il suo volto, nell’ombra delle due lunghe bande di capelli, adesso mi appariva misterioso e distante come il sancta sanctorum di un tempio: non potevo penetrare i suoi segreti.
“Accetterai?” le chiesi.
“Lui dice da a me tante cose: maison, vestiti… E Rashid vuole.”
Rashid, il tenutario del bordello, quella specie di eunuco con la testa pelata.
“Naturalmente” commentai, e l’amarezza rese tagliente la mia voce. “Non sei più di primo pelo e adesso che si presenta il pollo disposto a pagare bene per assicurarsi l’esclusiva dei tuoi favori, bisogna prendere la palla al balzo.”
Sahira mi guardò con occhi vacui, senza rispondere. La sua indifferenza era un pungolo alla mia gelosia. Poi mi resi conto della stupidità della frase che avevo appena pronunziato, infarcita di luoghi comuni e modi di dire. Lei non doveva averne neppure compreso il senso.
“Mi dispiace” mormorai. “Ma tu lo vuoi? Desideri davvero un marito?”
Et enfants” rispose lei, stringendo le palpebre come per un’improvvisa fitta di dolore. “Finalmente.”
Annuii, e cercai di sorridere, provando a immaginarmi amico, invece che amante.
“Tu non hai mai… In tutti gli anni che hai trascorso qui… non sei mai rimasta incinta?”
Era una cosa alla quale non avevo mai pensato, dando per scontato che una prostituta conoscesse tutte le arti atte a evitare gravidanze indesiderate. Ma adesso ricordai le volte che mi era apparsa particolarmente stanca o che si era fatta negare dandosi malata.
“No, non voglio saperlo” aggiunsi in fretta, abbracciandola per non rischiare di leggerle in viso qualche realtà sgradevole.
Donna di schienaLei abbandonò il capo contro la mia spalla. Restammo in silenzio, abbracciati, per qualche attimo. La prima pagina bianca del nuovo secolo aveva già una macchia sul margine. Provai a cancellarla chiedendo con tutta la serenità che riuscii a simulare: “Se il tuo primo bambino sarà un maschio, lo chiamerai come me?”
Lei non rispose e disse invece, dopo un attimo: “Se bambina… Qamar”.
“Luna… Perché?”
“Tu guardi lei più di me.”
“Questo non è vero” protestai. Ma se n’era accorta. Le presi il viso tra le mani, la costrinsi a guardarmi. Il khol, disciolto da poche lacrime che non erano riuscite a scendere sulle guance, disegnava profonde occhiaie.
“Io non voglio andare sulla luna, Sahira, né da nessun’altra parte. Non per stanotte, almeno. Stanotte voglio restare qui con te.”
Tra quel profumo di miele e cannella, e umido tepore, sofficità. Fino al sorgere del sole. La scostai da me, tenendola a distanza delle braccia tese, per poterla guardare da capo a piedi e registrare indelebilmente nella memoria ogni particolare del suo corpo. Tutti i ritratti che le avevo fatto, decine e decine, presto sarebbero diventati insufficienti, lo sapevo.
“Basta” mormorò lei dopo qualche istante; mi prese per mano e dolcemente mi portò verso il letto, come la sera del nostro primo incontro.
Rotolammo tra i cuscini e ci fu un lungo silenzio fatto di respiri affrettati e risate soffocate e suono molle di baci. Poi Sahira, con un movimento sinuoso, sgusciò via dalla mia stretta e andò a prendere una piccola borsa ricamata che nascondeva in uno scrigno. Risi, perché sapevo cosa conteneva.
Lei mi rispose con un sorriso malizioso. Il turbamento di poco prima sembrava essersi dissolto senza lasciare traccia, ed era tornata a essere la gaia bambina di sempre.
“Se tuo muddir sa…” disse armeggiando con la pipa ad acqua.
“Se il muddir Gaston Maspero sapesse che il suo Ispettore per l’Alto Egitto frequenta i bordelli di Luxor e fuma kif gli verrebbe un colpo. Già non ha digerito il fatto che abbia accettato di lavorare per Davis senza preavvertirlo. Sarebbe un guaio se mi licenziasse adesso. Non potrei…” abbassai la voce, sentendo la battuta che mi si sfilacciava tra i denti mentre la pronunziavo. “Non potrei neppure farti un regalo di nozze.”
“Io voglio nichts da te” disse lei con una serenità che mi parve quasi indifferenza.
Sforzandomi di sorridere chiesi: “Non vuoi neppure che ti dica addio?”.
Lei tornò accanto al letto e mi porse il narghilé. Notai che le sue mani tremavano leggermente.
“Tanto tempo ancora, Awad.”
*
Mi aveva mentito.
Quando tornai a cercarla, due giorni dopo, era scomparsa. E insieme a lei tutta la sua roba; anche il grammofono, regalo dell’austriaco con i baffi “color della sable del deserto”.
Né denaro né minacce sciolsero la lingua del grassone.
“Lei così vuole, effendi. Ma che importa? Donne vanno e vengono. Proprio oggi ne è arrivata una nuova. Tu vuoi vedere lei, effendi? Prezzo speciale.”
Scossi la testa e me ne andai senza aggiungere altro.
Nel vicolo che tante volte avevo percorso, sia di giorno che di notte, interrogai il biancore indifferente dei muri, quasi sperando di vedere affiorare una risposta sotto la calce scrostata.
Non mi aveva permesso di dirle addio. Lo aveva fatto per amore o indifferenza? E quello che adesso mi rodeva dentro era gelosia, ira, dolore, o non piuttosto l’ansia di nuovi orizzonti, nuove esperienze?
La prima stagione della mia vita, che mi aveva visto diviso tra la passione per una donna e quella per l’archeologia si era chiusa insieme al vecchio secolo. Il nuovo secolo e l’Egitto mi reclamavano interamente per sé.
*
Eravamo proprio una gran squadra: io, con il mio carattere insofferente e sbrigativo; Arthur Weigall, un ebreo tedesco giovanissimo e testardo; e l’ambizioso Edward Ayrton che vagabondava a piedi per tutta la Valle dei Re, silenzioso e solitario come un eroe da romanzo, tallonato dovunque da due cani di razza indefinibile.
Quando Davis capitava agli scavi ci trovava quasi sempre impegnati in discussioni furiose; soprattutto Weigall e io, dal momento che Ayrton possedeva il talento di far perdere la pazienza agli altri mantenendo incrollabilmente la propria. Eppure ero stato io a richiedere la collaborazione di quei due giovani archeologi, perché sapevo che conoscevano il mestiere ed erano dotati di sufficiente ostinazione per portare a fine il lavoro intrapreso; ma cominciavo a pentirmene.
*
“Si può sapere cosa succede adesso?” Davis sembrava più nervoso del solito, ma non aveva tutti i torti. In settimane di lavoro avevamo saputo dargli soltanto l’ultima dimora di Thutmosi IV°, meticolosamente spogliata dai tombaroli nell’antichità.
“Spiegaglielo tu, ispettore” fece Weigall, acido.
Indicai a Davis il cunicolo che sprofondava nella terra, non lontano dal sito del nostro ultimo scavo.
“E dove porta?” chiese brusco l’americano.
“È quello che vorrei scoprire” ribattei “con il permesso dei miei signori colleghi!”
Weigall scuoteva la testa, con un sorrisetto di compatimento sulle labbra.
“È una follia, diteglielo anche voi, signor Davis!”
“Ci si provarono addirittura gli archeologi al seguito di Bonaparte, senza alcun risultato” intervenne Ayrton in tono sprezzante. “E Lepsius non ebbe sorte migliore. Quello è un cunicolo cieco, una tomba mai terminata.”
Davis mi guardò severamente: una muta richiesta di giustificazioni; e che fossero convincenti, possibilmente.
“Né Napoleone né Lepsius disponevano dei mezzi attuali. E tantomeno i razziatori.”
Un lampo d’interesse nello sguardo dell’americano. “Volete dire che…?”
“Precisamente. Qualsiasi cosa ci sia là sotto, proprio in virtù della qualità della roccia e della conformazione del cunicolo è probabile che si trovi ancora nelle condizioni in cui la lasciarono i costruttori.
“È una falsa pista” rincarò Weigall. “Non può portare a una tomba. Le pareti sono prive della minima traccia di iscrizioni.”
“È soltanto una perdita di tempo” aggiunse Ayrton.
Davis gli scoccò un’occhiataccia; poi, tornando a rivolgersi a me: “Mi piace la gente che sa rischiare” disse “anche quando lo fa con i miei soldi”.
*
Non mi ero illuso che fosse un’impresa facile, tuttavia il primo tratto di galleria non presentava eccessive difficoltà perché il lavoro eseguito da Lepsius più di cinquant’anni addietro ci aveva, in un certo qual modo, aperto la strada. Mi resi subito conto, però, che la roccia era delle peggiori che si potessero trovare in Egitto; friabile e inconsistente, aderiva ai detriti di riempimento in modo tale che non si riusciva mai a capire se eravamo sulla strada giusta o invece stavamo aprendo una nuova galleria. Inoltre, quel budello si inoltrava nella roccia descrivendo una curva a destra, e veniva da chiedersi se non ci fossimo imbattuti in una specie di labirinto. A circa centosessantacinque piedi dall’imboccatura trovammo una camera: vuota, tranne che per la consueta massa di detriti. Ma io ero convinto che non fossimo ancora arrivati in fondo.
“Non può essere la camera del sarcofago semplicemente perché non c’è traccia di un sarcofago.”
Davis mi gettò un’occhiata dubbiosa. Alla luce delle candele, la sua faccia aveva un che di spettrale. “Cosa vi rende tanto sicuro, ispettore?” Parlava con difficoltà, ansimando. A più di trenta piedi di profondità l’aria cominciava a scarseggiare.
“Be’, è difficile che i tombaroli si siano presi la briga di trascinar fuori un sarcofago di granito di diverse tonnellate, e se per toglierne i tesori lo avessero fatto a pezzi ne resterebbero comunque dei frammenti. Qui invece non c’è nulla.”
Davis tossì. “Forse perché non c’è mai stato nulla.”
“Forse” ammisi.
Davis emise un sospiro arrochito dalla polvere. “Be’, è come puntare al tavolo verde. In che direzione dovremmo proseguire, secondo voi?”
Indicai il pavimento del cunicolo. Davis sbarrò gli occhi ma non fece commenti. Chiese soltanto: “Destra o sinistra?”.
“Lascio a voi la scelta.”
L’americano si frugò in tasca e ne trasse una moneta da dieci piastre. “Testa per la destra, aquila per la sinistra.
La lanciò in aria. La moneta ricadde con uno strano suono, in quell’ambiente soffocante, come se fosse stata fatta di piombo, e rotolò pigramente fino all’angolo destro della stanza. Andai a raccoglierla.
“Allora?” chiese Davis.
Gli mostrai la moneta. “Destra.”
*
Nella chiara mattina di primavera gli operai erano tutti schierati fuori dal cunicolo, a braccia conserte; molti erano bambini al di sotto dei dodici anni: la forza lavoro più a buon mercato.
Smontai dall’asino, e Weigall mi venne incontro con espressione cupa e battagliera. “Non dire che non ti avevo avvertito, Carter!”
Gettai uno sguardo intorno. “Perché? Cosa c’è che non va?
“Cosa c’è che non va?” ruggì Weigall. “Gli operai si rifiutano di proseguire in questo suicidio. Siamo ormai trecento piedi dentro la roccia e Dio solo sa a quanti di profondità. Non si respira, là sotto, sembra di essere sepolti vivi! E fa così caldo che le candele si sciolgono come fossero fatte di burro.”
Il suo tono mi diede sui nervi. Non c’era bisogno che proprio lui, che badava a tenersi il più possibile alla larga dagli scavi, venisse a ribadirmi cose che sapevo benissimo; perché io, a differenza di lui, là sotto ci scendevo ogni giorno.
“Non è colpa mia se quegli idioti giù a Luxor non ci hanno ancora dato una linea elettrica” ribattei “è la pompa per l’aria che ho richiesto cinque mesi fa.” Alzando la voce affinché tutti potessero udirmi aggiunsi: “Ascoltate! L’effendi americano ha deciso di aumentarvi la paga”.
Le facce scure degli operai restarono totalmente inespressive. Poi dal gruppo si fece avanti un uomo dall’aspetto solido, muscoloso, con la pelle scura quasi quanto quella di un nubiano. “Ispettore” esordì in un inglese abbastanza chiaro e corretto “dite al vostro padrone che non è l’unico effendi a scavare in Egitto”.
Conoscevo a sufficienza la testardaggine di quella gente e sapevo che lottare contro di essa era tempo sprecato. Dopotutto, gli operai non erano nel torto. Annuii. “Sta bene, riferirò.” E a Weigall, sottovoce: “Liquidali”.
“Senza sentire il parere di Davis?”
“Sono io il responsabile.” Rimontai sull’asino e, prima di allontanarmi, tornai a rivolgermi agli operai. “Ma per ottobre vi rivoglio tutti qui. E avrete luce e aria. È una promessa.”
*
Trascorsi l’estate a Luxor, cercando di convincere la letargica amministrazione cittadina a soddisfare le mie richieste, e infine venni accontentato. I pompieri installarono la linea elettrica e un marchingegno che avrebbe garantito il ricambio dell’aria nel cunicolo. Il quindici di ottobre i lavori poterono essere ripresi. I guai ricominciarono già al venti.
“Un’altra stanza e anche questa completamente vuota?”
“Be’, avete accettato il rischio.”
Davis tirò un’occhiata di traverso; sospettosa e, mi parve, leggermente sgomenta, verso l’imboccatura del budello dal quale saliva, come cupi borborigmi dal ventre della terra, il rumore di pale e picconi.
“Sembra l’ingresso dell’inferno” bofonchiò, e la definizione era più che azzeccata. “Ma se anche portasse dritto da Belzebù… per le palle di tutti i diavoli, arriveremo in fondo a questo maledetto cunicolo!”
Mi morsi a sangue l’interno della guancia destra prima di riuscire a dire: “Signor Davis… non so se sarà possibile. Gli operai hanno ricominciato a scioperare, si danno per malati… e molti lo sono davvero”.
“Assumetene altri! Aumentate di nuovo le paghe!” Adesso Davis sembrava invasato; i suoi baffoni a manubrio erano imperlati di sudore.
“Non è soltanto una questione di denaro” spiegai. “I più deboli non ce la fanno, vomitano e svengono.”
“Ma adesso l’aria ce l’hanno, no?”
“Sì, ma quel cunicolo è servito da tana ai pipistrelli per migliaia di anni, e gli escrementi di cui è incrostato vengono giù in una polvere talmente fine che filtra persino attraverso i cenci con cui gli operai si proteggono naso e bocca.”
Davis fece una smorfia d’insofferenza. “Bah, l’esperto siete voi. Escogitate qualcosa.”
Inutile tentare di farlo ragionare. Non era abituato a perdere. “E va bene” conclusi. “Li farò lavorare a giorni alterni.”
Finché non avessero cominciato a disertare in massa. E presto sarebbe accaduto.
*
Era una vera e propria discesa nell’incubo; lenta, molto lenta. Ci inoltravamo sempre più profondamente nella roccia. La galleria proseguiva nella sua curva a destra, quasi s’avvitasse su sé stessa. Ogni volta che scendevo laggiù mi rammentavo dell’inferno dantesco. Eravamo forse stati precipitati nel girone riservato agli archeologi ostinati e ai loro ancor più cocciuti finanziatori?
E mi chiedevo quanto, nell’antichità, fosse costata in termini di vite umane la realizzazione di quel sepolcro. Di quanti era divenuto la tomba prima di accogliere l’ultimo sonno di un faraone al quale non sapevo ancora dare un nome?
Verso la fine di gennaio ci imbattemmo in una terza camera, anch’essa ingombra di detriti. Esausto, mi rifiutavo di credere che non fossimo ancora giunti al fondo. Feci eseguire uno scavo in diagonale. Se c’era un sarcofago, l’avremmo trovato.
Trovammo invece dei gradini.
Giù. Ancora più giù.
Verso la metà di febbraio, un muro ci sbarrò la strada. Ma non era intatto. In esso si apriva una breccia pressoché circolare; e non era dovuta a cause naturali.

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Gloria BarberiL’AUTRICE
Gloria Barberi nasce a Camogli (GE) il 6/9/1955, ma dall’età di 6 mesi abita a Recco, poco più di 3 chilometri dal suolo natìo.
Da sempre appassionata d’arte in tutte le sue forme, dopo un periodo trascorso a scrivere articoli sul rock per le riviste Best e Nuovo Sound, debutta all’inizio degli anni ‘80 sulle pagine delle fanzines SF…ere e Pulp, dedicate alla letteratura fantascientifica e fantasy. Fanno seguito pubblicazioni su numerose riviste e periodici sia amatoriali che professionali, quali: The Dark Side, Gli occhi di Medusa, Diesel, Shining, Yorick, Lore, Urania Millemondi, L’Eternauta, La Gazzetta del Mezzogiorno, Cosmopolitan, Inchiostro, Antarés, e le antologie Fantàsia e Horror Erotico di Stampa Alternativa. Il racconto La notte di san Valentino è apparso in Francia nell’antologia Cosmic erotica successivamente edita in Italia da Fanucci. Presente anche in diverse antologie di autori vari edite da Il Cerchio (Rimini) a seguito di vittorie e piazzamenti al Premio San Marino.
È autrice di due antologie personali: Racconti Notturni edito da Primordia (MI) e Come le bambole di notte (Montedit, MI) e di alcuni romanzi: I Custodi apparso su The Dark Side n° 34; Le viscere del Diavolo (Diesel Extra); Lo specchio scarlatto (Diesel Speciale “Pastiche”).
Nel 1987 collabora alla trasmissione radiofonica Galactica di Radio Time di Scandicci (FI). Da qualche anno si occupa di teatro in veste di attrice/caratterista nella compagnia del Teatro Stabile San Giuseppe di Ruta di Camogli, del quale cura la pagina Facebook, ma anche di autrice. La pièce Il palazzo della Notte ha vinto nel 2001 il premio Città di Moncalieri ed ha partecipato in seguito alla rassegna Aquilegia blu (Torino, 2002) nell’interpretazione dell’attrice Franca Berardi.
Tra i premi conseguiti per la narrativa fantastica ci sono il Premio Italia, Lovecraft, Courmayeur e Repubblica di San Marino.
Negli anni ‘90 ha lavorato come traduttrice per la casa editrice Nord e per la rivista esoterica Primordia, oltre che per alcuni privati.
Appassionata anche di poesia, fa parte da diversi anni del gruppo di scrittura “Anna di Vienna” che prevede incontri a cadenza mensile su un argomento a tema e un reading/spettacolo a fine stagione, con lettura di poesie e prosa, siparietti teatrali, proiezioni video e musica dal vivo. Ama “pasticciare” con Photoshop e creare immagini che pubblica sulla pagina facebook Green Mansions.
“Contagiata” da un amico genealogista ha creato anche una pagina sui suoi antenati materni, appartenenti alla comunità valdese di Torre Pellice, che le ha permesso di scavare un po’ più a fondo nelle sue radici. E, ovviamente, non si è fatta mancare una pagina Facebook dedicata a L’occhio sinistro di Horus, romanzo nato con l’intento di raccontare una realtà “alternativa” a quella usualmente sfruttata riguardo il ritrovamento della tomba di Tutankhamon, lavorando molto di fantasia ma entro binari rigorosamente storici, e strizzando l’occhio ai feuilleton di un tempo.
Chi desiderasse approfondire queste notizie può cercare in rete, su Fantascienza.com e altri siti.

 

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