L’occhio sinistro di Horus 4° episodio di Gloria Barbieri

L'occhio sinistro di Horus 4° episodio di Gloria Barbieri“Come hanno fatto? Come?”
Davis era sull’orlo della disperazione, e s’aspettava che io avessi una risposta; ma io non sapevo proprio che dire. Il senso di frustrazione che provavo era tale che mi sentivo le lacrime agli occhi e la gola chiusa, anche se là sotto potevo facilmente giustificare quei sintomi con la scarsità d’aria.
“Non hanno lasciato niente!” sbraitava l’americano tra un colpo di tosse e l’altro. “Neppure le mummie!”
“Oh, quelle…” Aggirando i detriti caduti dalla volta, mi avvicinai ai due sarcofagi che occupavano il centro della stanza colonnata. Posai la mano su uno dei coperchi. “Thutmosi I°, il padre” dissi. Indicai il cartiglio sull’altro. “Hatshepsut, la figlia.” E siccome Davis continuava a fissarmi con espressione ottusa, continuai: “Ricordate la cachette scoperta nell’81? Tra le tante mummie fu ritrovata anche quella del primo Thutmosi. E c’erano pure due mummie femminili prive di cartiglio di identificazione e un contenitore di vasi canopici con il nome di Hatshepsut. È probabile che una delle due mummie anonime fosse proprio quella di Hatshepsut. Ci eravamo sempre chiesti dove fosse stata sepolta. Be’, adesso lo sappiamo.”
Avevo svelato il mistero che mi affascinava dai tempi di Deir el-Bahari, ma la scoperta recava con sé il primo grande fallimento della mia carriera d’archeologo.
E, per Davis, si trattava di un fallimento discretamente costoso.
*
Il lavoro di due stagioni di scavi, completamente inutile. Certo, avevo ritrovato la tomba dell’enigmatica donna-faraone, ma non c’era nulla in essa che potesse ripagare me della fatica fisica e Davis del denaro speso. E io rifiutavo quella sconfitta con tutta la mia testardaggine.
“Voglio continuare a scavare.” L’aria del mattino, sulla terrazza del Winter Palace Hotel era già piuttosto calda, ma io sudavo freddo, e la comoda sedia su cui stavo mi sembrava imbottita di spine.
Davis mi guardò in una maniera più eloquente di qualunque commento e continuò a imburrare la fetta di pane tostato.
“Non sono impazzito” continuai. “Sono convinto che aldilà della camera del sarcofago possa trovarsi ancora un altro cunicolo o un annesso.”
L’americano storse la bocca. Nel movimento rapido e preciso della mano, il coltello scintillava come una piccola daga.
“Non ne avete avuto abbastanza, Carter? Se non sbaglio eravate proprio voi, lo scorso inverno, a voler abbandonare tutto.”
“È vero. Ma al punto in cui siamo non avrebbe senso arrendersi prima di avere la certezza d’essere veramente arrivati in fondo.”

Theodore Monroe Davis (terzo da sinistra)

Theodore Monroe Davis (terzo da sinistra)

Davis non rispose; il che, conoscendo il suo carattere, era una cosa insolita. Dal suo atteggiamento trapelava una sorta di stanco disprezzo, una noia forse più ostentata che reale.
“Non mi va di farmi mettere nel sacco da una donna vissuta trentaquattro secoli fa” ripresi. “Non vi sto chiedendo di continuare a stipendiare gli operai, dopotutto la stagione è quasi al termine. Ma fino all’ultimo giorno non mi tirerete fuori da quella tomba.
“Se ci tenete tanto, accomodatevi. Io non rimetterei più piede là sotto neppure per un milione di dollari.”
Non gli potevo dar torto. Doveva essere sintomo di qualche forma di pazzia quella smania che mi spingeva a seppellirmi, e per giunta da solo, in un cunicolo soffocante e insidioso. Ma il tiepido sole della primavera egiziana non avrebbe avuto più alcun fascino finché non mi fossi liberato di quell’ossessione. Mi alzai.
“Arrivederci, signor Davis.”
E già mi stavo allontanando quando lui mi richiamò: “Howard!”
Mi voltai. Davis mi fissava severamente al di sopra del suo bicchiere di succo d’arancia; poi si sgelò in un sorriso un po’ forzato ed esclamò: “Al diavolo! Rompetevi la zucca, incosciente che non siete altro!”
Capii che, a suo modo, mi stava augurando buona fortuna.
*
A più di seicento piedi nel cuore della roccia, l’aria era qualcosa di estremamente sottile e fragile: si lacerava e svaniva quando cercavo di risucchiarla nei polmoni. Lavoravo con una determinazione suicida, con il cuore che mi rimbombava contro le costole in tonfi dolorosi, quasi cieco per il sudore che mi colava negli occhi e la mancanza di ossigeno che a tratti mi offuscava la vista in larghe chiazze nere. La pompa dell’aria sembrava pressoché inutile. Ero costretto a fermarmi spesso, in preda alla nausea, ma sempre riprendevo a lavorare con determinazione, fino a quando le ginocchia diventavano troppo deboli per reggermi. Soltanto allora mi rassegnavo a strisciare fuori da quella tana di talpa per un sorso d’aria pura e poche ore di sonno, quel tanto sufficiente a recuperare le forze.
E un altro giorno mi vedeva di nuovo là sotto, a scavare come un invasato. E per tutto il tempo maledicevo il nome di Hatshepsut, certamente più di quanto avesse mai fatto il suo successore Thutmosi III°. Ma lo facevo solo mentalmente; per non sprecare aria.
*
Nel vibrare il colpo di piccone mi ero sbilanciato e poco c’era mancato che cadessi. Avevo iniziato il movimento con slancio, poi mi ero trattenuto notando l’oggetto. Si confondeva abbastanza con la massa dei detriti, ma il colore era leggermente diverso. Lasciai il piccone e mi inginocchiai a scavare con le mani.
Quella che aveva attratto la mia attenzione era una tavoletta di calcare coperta di geroglifici. Non ero un esperto nella decifrazione e con la vista appannata dallo sfinimento non riuscivo a capire di che diavolo si trattasse. Ma quella tavoletta non era l’unica. L’angolo di un’altra spuntava non lontano dal punto in cui avevo rinvenuto la prima.
L’emozione, più ancora dell’aria insufficiente, mi faceva girare la testa. Con il sangue che mi pulsava alle tempie mi accinsi a rimuovere la seconda tavoletta, cautamente.
Mentre ero intento a quella operazione, udii una serie di lievi scricchiolii, come se una colonna di tarli lavorasse da qualche parte sul fondo della galleria. Concentrato com’ero non ci feci caso.
Quando la prima manciata di detriti mi piovve sul capo era già troppo tardi. Alzai lo sguardo appena in tempo per vedere una larga fetta della volta che, come una crosta da una ferita, si staccava tutta d’un pezzo e mi veniva addosso, trascinandosi dietro una valanga di roccia polverizzata e sassi.
Mentre morivo, mi parve di sentire, chiara e squillante, una risata di donna.
Hatshepsut, pensai.
Le pareti della galleria si richiusero su di me.
*
“Maledetto per sempre sia il tuo nome, cancellato nell’oblio fino alla fine dei tempi!”
La sentenza era una risata beffarda.
“No! No! Che così non abbia a essere!”
“O Thot, volgi la tua faccia verso di me, fa’ che fiorisca il mio nome entro la mia città e nella mia provincia, in perpetuo, così come fiorisce il nome di Atum signore di Eliopoli in Eliopoli, come fiorisce il nome di Shu… come…”(1)
“… come vi sentite, sir? Aprite gli occhi! Il sir americano si arrabbierà molto, se morite!”
Pioveva. L’acqua mi ruscellava sul viso e lungo il collo. Un acquazzone in piena regola. Nell’Alto Egitto! Incredibile!
Sir, ditemi che non siete morto!”
Battei le palpebre per liberare gli occhi dall’acqua che mi grondava dalla fronte. Qualcuno, in controluce al sole basso del tardo pomeriggio, mi stava annaffiando con un capace otre.
“Allah è grande!” esclamò l’uomo non appena mi vide aprire gli occhi. “Siete ancora tutto vivo!”
Confuso e indolenzito, guardai il fellah inturbantato che, posato l’otre, si chinò su di me a palparmi con le mani callose.
“Ossa rotte, sir? Qui? No no. Qui?”
Con la bocca ancora impastata di polvere riuscii appena a balbettare qualcosa di incomprensibile ma che bastò a rassicurare il fellah. Se parlavo, pur dicendo cose prive di senso, significava che ero vivo; se non tutto, almeno per la maggior parte. Sollecito, l’uomo mi aiutò a mettermi seduto.
Mi trovavo a poche decine di passi da quel dannato cunicolo che, grazie alla mia imprudenza, per poco non era tornato ad assolvere alla sua funzione originaria dopo più di tremila anni. Respirai a fondo diverse volte, cercando di ignorare le fitte al costato, prima di riuscire a pronunciare una frase comprensibile. “Mi hai tirato fuori tu? Chi sei?” Quella faccia barbuta non mi era del tutto nuova.
Un buffo sorriso sconnesso si allargò sulla faccia scura. “Ahmed Gurgar. Per servirvi, sir.”
Ricordavo il suo nome, certamente, l’avevo letto sul libro paga. “Sei uno dei capisquadra.”
“Il sir non sbaglia.”
All’improvviso ricordai le ragioni dell’incidente. “Le tavolette!” Se erano andate perdute nel crollo del cunicolo… Cercai di alzarmi, ma la vertigine mi ricacciò tra le braccia di Gurgar.
“Non vi muovete, sir. Avete un buco in testa.”
Mi tastai la nuca tra i capelli fradici, dove avvertivo una zona di dolore sordo, e ritrassi le dita sporche di sangue.
“Le tavolette” ripetei. “Dove sono le tavolette?” Non avrei sopportato anche quell’ultima beffa.
Ahmed mi mostrò una scheggia di calcare non più larga di quattro dita. “Il sir stringeva questa in mano.”
Solo pochi geroglifici consumati. Presi l’otre e bevvi un sorso d’acqua, ingoiando la polvere e quel nodo che all’improvviso mi aveva stretto la gola. “Com’è che ti trovi qui, Gurgar?” chiesi poi.
“Il sir americano mi ha mandato ad aiutarvi.”
“Oh sant’Iddio, Davis!”
Sotto lo sguardo stupefatto di Gurgar presi a ridere incontrollabilmente. Cominciavo appena allora a rendermi conto del pericolo al quale ero scampato.
“Non ce l’hai fatta, Hatshepsut! Non sei riuscita ad ammazzarmi!” continuavo a ripetere tra i singulti di quel riso isterico.
Gurgar mi guardava a occhi sbarrati. Sicuramente pensava che il colpo alla testa mi avesse fatto uscire di senno; e, sotto un certo punto di vista, non era troppo lontano dalla verità.
“Va’ a chiamare il signor Davis” ansimai, asciugandomi col dorso della mano le lacrime che mi colavano lungo le guance. “Là sotto…” Scoccai un’occhiata feroce all’ingresso del cunicolo. “C’è qualcosa. E la voglio.”
*
Invece, Gurgar andò a chiamare un altro paio di fellahin che mi portarono di peso al Winter Palace. Il medico chiamato da Davis mi costrinse a letto, minacciando di legarmici se non avessi obbedito. Era un francese con una grinta da mastino, e fui sicuro che le sue non fossero minacce puramente formali. Così, seppure a malincuore, mi rassegnai a restare forzatamente ospite dell’americano, in quell’albergo il cui lusso mi metteva a disagio.
“Per poco non ci lasciate la pelle!” Davis era furioso come un padre in ansia per il figlio scavezzacollo. “E per cosa? Per qualche tavoletta di calcare!”
“Ma non capite? Potrei aver trovato un altro archivio come quello di Amarna.”
“Io ho capito che questa vostra zucca è persino più dura di quanto immaginassi.”
Non potei fare a meno di sorridere. “Be’, me l’avete augurato voi, di rompermela.”
“E spero che adesso siate soddisfatto!”
Lo ero, almeno in parte. Quando potei ritornare alla tomba, scoprii che Gurgar si era incaricato, insieme a un paio di fellahin, della ripulitura dell’ultimo tratto del cunicolo e aveva recuperato le tavolette di calcare. Quindici in tutto. E, purtroppo, non si trattava di tasselli mancanti al puzzle della storia. I geroglifici accuratamente dipinti su di esse appartenevano al testo del Libro dei morti, e probabilmente non erano altro che “appunti” utilizzati dai decoratori incaricati di riprodurli sulle pareti della tomba, progetto che non era stato ultimato a causa della pessima qualità della roccia.
La massa di detriti estratta da quell’ultimo tratto di cunicolo ci restituì anche vasi, coppe e giare di alabastro, e parti di una statua lignea. Ma dovevo arrendermi all’evidenza: avevo ormai raggiunto il fondo dell’ultima dimora di Hatshepsut.
Non sempre i faraoni avevano avuto una tomba degna della gloria di cui s’erano coperti durante il loro regno, me ne ero reso conto fin dalla mia prima visita alla Valle dei Re. Quella del grande Ramses appariva piuttosto piccola e incompleta, anche se i detriti che ancora la colmavano impedivano di stabilire con precisione quanto si inoltrasse nella roccia. Ma si sarebbe detto che, durante il suo lunghissimo regno, il sovrano avesse davvero finito col credersi immortale, perdendo interesse nella realizzazione della propria ultima dimora. Colui che già viveva in eterno ad Abu Simbel, Karnak e Luxor, non aveva bisogno di un sepolcro per raccontare le proprie gesta agli dèi.(2)
Non lontano, nel fianco roccioso di un’altra collinetta, s’apre l’ingresso alla tomba del figlio e successore di Ramses, Meremptah; e, poco più sulla sinistra, quella di un altro Ramses, il sesto della dinastia. Nonostante il suo breve regno abbia lasciato poche tracce nella storia, il sepolcro è uno dei più spaziosi e suggestivi.
Davis lo amava molto. Impossibile soffrire di claustrofobia, là sotto. La rampa che conduce all’anticamera ha una pendenza dolce e la sua semioscurità è fresca, per nulla soffocante. Scendendo laggiù è difficile pensare al penoso viaggio del defunto attraverso il Duat. Eppure quel viaggio è tutto illustrato là, sulle colonne e le pareti della sala del sarcofago, graffito e dipinto in finissimi tratti di pennello.
“Una sorta di guida turistica per l’Aldilà” scherzava Davis. E, a volte, riusciva a irritarmi per il modo superficiale con cui considerava quella raffinata mitologia funeraria. “Libro delle Porte, Libro delle Caverne… Non si può dire che gli egizi avessero le idee molto chiare su ciò che li aspettava dall’altra parte.”
“No, non è così. Ma per loro l’eternità era un premio che bisognava conquistarsi attraverso una serie di prove, non soltanto in questo ma soprattutto nell’altro mondo.”
Ma era difficile far comprendere quel concetto all’americano che nei bassorilievi dipinti vedeva soltanto mostri e altri esseri infernali, a volte terrificanti e molto spesso grotteschi.
“Tutto questo fa parte del viaggio, è una parentesi prima di giungere ai Campi di Giunchi, ma è un’allegoria.”
Piantato sulle tozze gambette divaricate, il naso all’aria, Davis fissava, sulla parete di sinistra, la creazione del sole. Sopra di noi, contro il perfetto azzurro lapislazzuli del soffitto, si stendevano due grandi figure di Nut, la madre celeste: le sue lunghe braccia s’arcuavano a protezione dell’umanità intera.
“Ma se Osiride è risorto come Cristo, perché appare sempre raffigurato come mummia?”
“Be’, Osiride non è esattamente risorto. Vive, ma soltanto nell’Aldilà. La mummia è il simbolo del suo corpo ricostruito da Iside dopo che Seth l’aveva smembrato e disperso per tutto l’Egitto.”
Davis annuì, anche se era evidente che la comprensione di quella simbologia gli sfuggiva.
“E il ka? Una volta avete detto che non deve essere confuso con il nostro concetto di anima.”
“È così. E credo che noi uomini moderni non arriveremo mai a comprenderlo in pieno. Il ka è spirito, ombra, una specie di “doppio”, ma ci assomiglia in tutto e per tutto, dalla forma esteriore ai nostri difetti morali. Tra i fellahin è sopravvissuta la credenza di qualcosa che chiamano karin…” Udii la mia voce farsi lontana. Tornavo a provare quella curiosa sensazione di struggimento e malinconia che mi coglieva spesso quando scendevo nelle tombe. “L’anima come la intendiamo noi può essere forse identificata con il ba. Vedete? Questo uccello dalla testa umana.”
Mi accorsi che Davis mi stava fissando con un sogghigno ironico sotto i baffi. “Sembra che questo vi commuova, Carter.”
Mi seccava ammetterlo, ma era così. “Guardate là” dissi, indicandogli un particolare sulla parete di destra. “La Barca solare Mesktet. È su di essa che il defunto, identificandosi con il sole, compie il suo viaggio attraverso le dodici ore della notte.”
“E quei due leoni?”
“I guardiani dell’orizzonte.”
Dopo quella risposta, tra noi cadde il silenzio. Neppure un tipo come Davis poteva inventarsi domande e commenti sarcastici all’infinito; presto o tardi anche lui finiva per soccombere al fascino di quel grande mistero che ci avvicinava ai sogni e le speranze di uomini vissuti in un passato tanto remoto.
“Be’, usciamo” fu tutto quello che Davis aggiunse dopo un buon paio di minuti.
Risalendo alla superficie scoprimmo che il cielo aveva già i colori accesi del tramonto. Respirai l’arido odore della sabbia e dissi: “Se siete d’accordo, la prossima stagione vorrei cominciare a scavare qui intorno”.
“Perché?”
Scossi la testa. Non avevo nessuna valida giustificazione. Quel posto mi attraeva come lo scenario di un pianeta sconosciuto, tutto desolazione e colline di sabbia e sassi. Mi faceva pensare alla luna. Se un giorno mai l’uomo giungerà fin lassù, come in quel romanzo di Verne, è un paesaggio molto simile che troverà, ne sono certo. Forse anche il nostro satellite non è che l’immensa necropoli di un’antichissima e ormai scomparsa civiltà.
“Be’, vedremo.” Davis mi batté una mano sulla schiena, con quell’imbarazzante familiarità che mi metteva a disagio. “Adesso occupiamoci di cose più frivole e piacevoli che grattare la terra come talpe. Avete intenzione di portare qualche ragazza alla festa di domani sera?”
Sulla soglia della tomba di Ramses VI° quell’argomento mi suonava sacrilego.
“Se devo dirvi la verità… non ho proprio la minima voglia di partecipare a quella festa.”
“Ma dovete. Non potete mancare, siete l’uomo del giorno.” Davis sogghignò con aria furbesca. “E anch’io.”
“Benissimo; e allora fateli voi, gli onori di casa.” Avevo parlato in modo brusco per fargli capire che non intendevo discutere su quel punto, e mi avviai a passo deciso verso la tomba di Merenptah.
Udii l’americano tossicchiare dietro di me.
“Eh no, così non va, mio caro Carter!” Mi raggiunse e mi afferrò per un braccio stringendo con forza, intenzionalmente, per farmi male. “Ci tenete a lavorare ancora per me? Be’, e allora io vi ordino di partecipare a quella festa!”
Mi fermai e mi volsi a guardarlo, pensando di scoprirgli in viso un sorriso ironico, ma la sua espressione era cupa e determinata.
“State scherzando, vero?” chiesi senza convinzione.
“Niente affatto, giovanotto. Tutta Luxor sarà là per conoscere lo scopritore della tomba di Hatshepsut.”
“Diventare un’attrazione da fiera è l’ultima delle mie ambizioni.”
“Davvero non comprendo come preferiate trascorrere le vostre serate in quella specie di tugurio che avete il coraggio di chiamare “casa”.”
Davis c’era stato una volta soltanto, ed era inorridito.
“Per qualunque fellah sarebbe una reggia” ribattei.
“Ma voi siete un inglese, che diamine! E come inglese dovete piegarvi a certi rituali e regole della società civile… incluse le feste da ballo.” Gli occhi chiari dell’americano ebbero un lampo divertito, e il sorriso furbesco ricomparve sotto i baffoni grigi. “Immagino sia inutile chiedervi se possedete un abito adatto; vero, signor ispettore?”
*
Detestavo tutta quella messinscena fatta di luccichii, ammirazione esagerata e strette di mano ipocritamente vigorose. Il chiacchiericcio di sottofondo mi suonava molesto come il ronzio di uno sciame di mosche, e insopportabili come le loro punture erano gli scoppi di risa che scaturivano a tratti dall’uno o dall’altro gruppetto di invitati. Il salone dell’albergo sembrava un immenso lampadario di cristallo, tintinnante di voci e scintillante di gioielli. I bicchieri risplendevano come fossero fatti di diamante, i monili al collo e ai polsi delle dame avevano i freddi riflessi di frammenti di specchio: impossibile, in quell’assordante confusione, distinguere ciò che era genuino da ciò che non lo era. Soprattutto l’atteggiamento delle persone nei miei confronti. Sentivo su di me gli sguardi che indagavano e mi soppesavano con più accuratezza della bilancia del tribunale di Osiride.
Nell’abito elegante che Davis mi aveva procurato mi ci sentivo a mio agio come fossi stato avvolto da capo a piedi in bende da mummia. Temevo che, prima della fine di quella stupida serata, sarei giunto a fare qualcosa di molto sconveniente, almeno per quell’ambiente; qualcosa come togliermi la giacca o sbadigliare senza ritegno in faccia a qualche vecchia signora. Sapevo che la mia imitazione di un gentiluomo risultava estremamente goffa, e anche il sorriso che mi ero ritagliato sulle labbra con sforzo enorme doveva essere un totale fallimento se a un certo punto Sayce, scivolandomi accanto, sussurrò con comprensiva ironia: “Per amor del cielo, Carter! Smettetela di sogghignare a quel modo, spaventerete le signore”.
Ma per mia fortuna, quel sogghigno e le risposte laconiche e impacciate finirono ben presto per creare il vuoto attorno a me. L’interesse generale si accentrò su Davis che, con la sua nervosa espansività, era ben felice di compiacere le dame fruscianti di taffetà e i loro compìti cavalieri.
Soltanto un minimo di rispetto verso i miei pochi amici mi tratteneva dallo svignarmela. Uscii sulla terrazza adorna di rampicanti, nel dolce profumo della notte egiziana. Mi sentivo esausto più che se avessi trascorso la serata a sgomberare una tomba dai detriti. In mano stringevo ancora l’ultimo di troppi calici di champagne. Era ormai vuoto, e fu con una certa perversa soddisfazione che lo scaraventai aldilà della balconata fiorita, verso il Nilo; poi mi sprofondai in una poltroncina di giunco rivestita di cotone fiorato, e mi slacciai quel cappio di seta definito cravatta.
La luna, quasi piena e limpidissima, splendeva sulla corrente scura in una filigrana di riflessi. Chiusi gli occhi, respirando con gratitudine la brezza fresca che mi asciugava il sudore dalla fronte e acquietava il mal di testa.
“Sembra che la compagnia non sia di vostro gradimento.”
Sussultai e riaprii gli occhi, guardando nella direzione dalla quale proveniva la voce.
Il suo sguardo fu la prima cosa che notai: profondo, splendente, nel viso che la luce lunare levigava, appiattendone i lineamenti. L’uomo si mosse verso di me e il suo passo aveva qualcosa di curiosamente leggero, come quello di un ballerino, in contrasto con la corporatura che l’abito da sera rivelava un poco pesante.
“Non trovate anche voi che queste feste siano una scandalosa fiera delle vanità?” L’accento lo identificava come cittadino inglese, e doveva avere circa la mia età. Non ricordavo che ci avessero presentato. “Permettete?” disse ancora; e, senza attendere un invito, sedette nella poltroncina accanto alla mia.
Desideravo restarmene da solo e stavo per allontanarlo con qualche battuta scortese, ma lui aveva già teso la mano destra.
<Il mio nome è Aleister Crowley.>
La sua stretta era vigorosa, ma le dita spiacevolmente fredde.
“Aleister Crowley…” ripetei. Aveva un suono curioso. “Tutto qui? Niente titoli, niente blasoni? Il più plebeo tra quanti mi sono stati presentati stasera è nipote di un ministro.”
Lui sorrise e accennò una specie di inchino, piegandosi leggermente in avanti. “Se il mio nome vi suona troppo modesto, potete chiamarmi Frater Perdurabo.”
“Come?”
Lui fece un gesto svagato e sorrise di nuovo. O meglio, in realtà non aveva mai smesso di sorridere. E il suo sorriso mi sconcertava. Possedeva una particolare radiosità, non c’era altro modo di definirla, quasi che la luce della luna si concentrasse tutta sullo smalto dei suoi denti; mentre gli occhi… certo, anche gli occhi scintillavano, ma scuri e cangianti come macchie d’inchiostro secco.

Aleister Crowley

Aleister Crowley

“Potete essere fiero di voi, signor Carter. Siete riuscito là dove Napoleone e Lepsius fallirono.”
“Con un ottimo risultato davvero” ribattei amareggiato. “Due sarcofagi vuoti e tonnellate di detriti.”
“Dimenticate le tavolette con il Libro dei Morti.” La voce di Crowley era bassa, dolce e opaca; ricordava il Nilo nelle sue anse più quiete… e mi sorpresi a chiedermi dove si nascondessero i coccodrilli.
“Siete un archeologo anche voi, signor Crowley?”
Lui fece una breve, soffice risata. “Oh no! Io sono soltanto un vagabondo del deserto, una cometa senza direzione.”
Quegli accenti teatrali, che in bocca a chiunque altro sarebbero suonati fasulli e ridicoli, si intonavano alla perfezione al suo gestire languido ed elegante, da prestigiatore. Se si trattava di affettazione era molto accurata, e io non mi sentivo preparato a sostenere una conversazione di quel tenore. Ci fu un attimo di silenzio; quindi Crowley chiese: “Fumate?”.
Uno scatto metallico, limpido e vibrante. Il portasigarette, un raffinato oggetto d’argento, s’aprì sul palmo della sua mano come una conchiglia. Accettai una sigaretta, sottile e arrotolata artigianalmente con cura.
“Siete mai stato in India?” continuò Crowley accendendomi la sigaretta; e al mio cenno di diniego aggiunse: “Peccato. Luogo affascinante. Io ne sono tornato da poco. Ho tentato di scalare il K2 ma, ahimè, sono stato costretto a fermarmi ancora ben lontano dalla vetta. Una sconfitta assai bruciante per la mia ambizione! Ma una vigorosa frustata è salutare, di tanto in tanto. Per questo non ve la dovete prendere troppo se la volubile Hatshepsut non è rimasta ad attendervi nella sua dimora aurea”.
Inspirai una boccata di fumo; sapeva di mirto e miele.
“Cos’è?” chiesi pigramente. Il comportamento di quell’individuo cominciava a contagiarmi. “L’hashish lo conosco, ma questo…”
“Niente di così volgare, quello lo lascio ai fellahin.” Il suo sorriso radioso appariva adesso leggermente appannato dal velo di fumo che ci divideva. “Si tratta di una mia personale miscela di erbe rare. Ideale per schiarire la mente. La trovate sgradevole?”
“Tutt’altro.” E non mi importava scoprire di cosa si trattasse. Su quella terrazza lavata dalla luna, con il mormorio del Nilo in sottofondo, mi rilassavo dopo la tensione della serata e cominciavo a sentirmi piacevolmente insonnolito. Sapevo anche di essere discretamente ubriaco, perché per sfuggire alle domande degli invitati non avevo trovato di meglio che continuare a tracannare champagne in modo disordinato e nervoso.
Crowley soffiò un perfetto anello di fumo contro il cielo limpido.
“Come diavolo ci riuscite?” chiesi. “Io non ho mai…” M’interruppi. L’anello di fumo, nella sua lenta ascesa, sembrava incorniciare la luna in un bordo argenteo. Strizzai gli occhi. La vista tornò a mettersi a fuoco e la curiosa illusione svanì.
Crowley sospirò. “La luna…” mormorò come se mi avesse letto nella mente. “Avete mai osservato il suo volto antico?”
La domanda, che in un’altra occasione mi avrebbe sorpreso, in quel momento mi sembrò del tutto naturale e pertinente. “Certo” risposi. “Ma è soltanto uno specchio.”
“Sì. Ma ciò che riflette è il volto del dio Ra.” Sentenziò Crowley, con la tranquillità di chi ribadisce una verità ormai confermata. Quindi, dopo una pausa (e la sua voce sembrava essersi fatta ancora più insinuante, come quella di un ipnotizzatore) continuò: “Ci troviamo alla vigilia del Nuovo Eone che vedrà risorgere la vera Gnosi, la conoscenza della Luce, così come un tempo risorse la fenice Bennu, Colei-che-reca-il-doppio-scettro. È inevitabile. E nell’Eone di Horus, l’Amore sarà Legge. Amore sotto il dominio della volontà”.
Mi volsi a guardarlo. Il suo viso mi appariva sempre più confuso, aldilà della cortina di fumo che la brezza notturna, curiosamente, non riusciva a dissolvere. Cercai allora di farlo io, agitando la mano sinistra, un gesto lento e goffo a causa di quella torpida pigrizia che si stava impadronendo di me. “Non riesco a seguirvi, Crowley.”
“Forse è perché non siete ancora pronto.” La sua mano mi afferrò il polso sinistro, stringendo con forza. “L’anello che portate è prezioso.”
“È un potente talismano.”
Lui non sembrò comprendere che scherzavo. “Sì. L’occhio sinistro del dio Horus.” Una fiamma violetta parve guizzare per un istante nel suo sguardo. “Se ne avete bisogno, significa che non siete ancora pronto.”
“Pronto…” farfugliai. Il fumo mi invischiava la lingua. “Per cosa?”
Crowley lasciò andare il mio polso e si alzò. “Per diventare dio a vostra volta.” Nel sorriso balenò qualcosa di crudelmente scaltro. “Rammentate, Carter? L’uomo è dio.”
Quella frase! Fu come una secchiata d’acqua gelida in pieno viso. Emisi un’esclamazione inarticolata e cercai di alzarmi e trattenere l’uomo che già mi aveva volto le spalle e stava allontanandosi, ma le ginocchia mi tradirono. Ricaddi nella poltrona di vimini, svuotato d’ogni forza.
L’uomo è dio…
Il sapore aromatico del fumo, che poco prima avevo trovato tanto gradevole, adesso mi dava la nausea. Stavo calcolando quanti passi sarebbero occorsi per raggiungere la balconata e vomitare di sotto, quando fui raggiunto dalla voce di Davis.
“Carter! Dove vi siete cacciato?”
La piccola figura tarchiata dell’americano, inquadrata nello sfolgorio di una delle portefinestre, disegnava una silhouette incerta. Crowley la sfiorò, calmo e leggero come un felino, e parve dissolversi nelle luci del salone. Davis marciò verso di me.
“Ah, eccovi qui. Lo immaginavo.” Gettò una breve occhiata nella direzione in cui si era allontanato Crowley. “Chi era quello? Non mi pare di conoscerlo.”
Non risposi, e buttai il mozzicone della sigaretta.
Davis annusò rumorosamente l’aria e mi squadrò con fare sospettoso. “Cos’accidenti avete fumato, ispettore?”
Ridacchiai, strofinandomi gli occhi con una mano. “Spero di non saperlo mai.”
“Be’, direi che non vi ha fatto troppo bene. Avete una faccia…”
Respirai profondamente, e l’aria profumata d’erba e terra bagnata attenuò la nausea. Ma avvertivo una strana sensazione attorno al polso sinistro, come se le dita di Crowley ancora lo cingessero, ferree e gelide.
“Carter, sono venuto a cercarvi perché c’è ancora qualcuno che dovete assolutamente conoscere.” Davis mi fissava, le mani ficcate nelle tasche della giacca da sera, reale e ingombrante dopo la leggerezza insolita di Crowley. “Un ospite ritardatario.”
“Oh, no!” gemetti. “Per favore, risparmiatemelo. Per stasera ne ho abbastanza. E, come potete ben vedere, sono ubriaco e probabilmente anche drogato.”
“È un vostro connazionale, ed è la prima volta che viene in Egitto” insisté Davis. “Si direbbe un tipo interessante.”
Per quanto me lo permetteva la vertigine, scossi la testa in un cenno di diniego.
Davis tenne duro. “Non potete rifiutare. È un conte. Il conte di Carnarvon.”
“No. Potrei finire col dirgli di ficcarsi il suo blasone… sapete dove.”
Davis sogghignò. “Credo che la cosa lo divertirebbe parecchio.”
Ma non la spuntò, e dopo qualche altra inutile insistenza dovette rassegnarsi a lasciarmi sulla terrazza. Che il conte di Vattelapesca, se proprio ci teneva a conoscermi, muovesse le sue nobili chiappe e venisse lui da me.
Non lo fece, cosa di cui gli fui grato. Ma non potevo immaginare che il mio incontro con quel gentiluomo inglese era soltanto rimandato.
*
“Bastardi!”
Provavo qualcosa di assai simile alla furia che anni prima mi aveva travolto alla vista del pavimento distrutto di Akhetaton, mentre mi guardavo attorno nella sepoltura sconvolta di Amenofi II°. Il pesantissimo coperchio del sarcofago era stato scostato quel tanto che bastava per aprire la bara ed estrarne la mummia, che adesso giaceva poco lontano con le bende stracciate. Sembrava il lavoro di un ladro professionista, perché erano stati aperti squarci soltanto nei punti in cui gli imbalsamatori erano soliti celare amuleti preziosi. Un’altra mummia che si trovava nell’anticamera, in una barca sacra, era stata letteralmente dilaniata, e la stessa barca sacra aveva subito analoga sorte: ne avevo trovato dei pezzi persino sul sentiero che conduceva alla tomba.
Se avessi potuto mettere le mani sugli autori di quello scempio…
“Quanti erano?” ruggii.
Yussouf, il sorvegliante che mi aveva buttato giù dal letto all’alba, scosse la testa allargando le braccia in un gesto d’impotenza. “Non so, non so. Tre, quattro… Era buio, effendi! Appena sono riuscito a slegarmi sono corso da voi!”
“E il tuo compagno dov’è?”
“A casa, effendi! Molto spaventato. Ferito!>
Imprecando lasciai la sala ipostila e, attraverso l’angusta scala, ritornai nell’anticamera della tomba. Cercavo un indizio; non volevo arrendermi al fatto che i banditi, oltre ad avere agito con il loro massimo comodo, potessero farla franca. Esaminai con attenzione i corridoi e le scale, e la passerella di legno che correva sul pozzo, patetica trappola che già nell’antichità si era rivelata insufficiente a proteggere l’eterno riposo del faraone.
All’aperto esaminai i lucchetti del cancello di ferro. A una prima occhiata sembravano intatti, ma mi accorsi che erano stati segati con perizia. Un lavoro che doveva aver richiesto il suo tempo. Mi stupivo che, mentre i ladri erano impegnati in quell’operazione, i due sorveglianti non avessero potuto osservarli quel tanto sufficiente a fornirne una descrizione anche sommaria.
Quando glielo feci presente, Yussouf piagnucolò. “Ero svenuto, effendi ispettore. Colpito qui nella testa, ahi!”
Non recava tracce visibili dell’aggressione, nemmeno il più modesto dei bernoccoli.
“Andiamo a sentire cos’ha da raccontarci Hassan.”
Yussouf non voleva saperne e dovetti trascinarmelo dietro a forza, caricandolo di peso sull’asino. Il suo comportamento non mi convinceva per nulla; e quando giungemmo alla casa della sentinella che aveva diviso con lui il turno di guardia, Yussouf sembrava ancor più spaventato di quando era venuto a bussare alla mia porta. Trovammo Hassan in casa, tremante ma anch’egli del tutto incolume.
“Allah! Allah, che tragedia!” cominciò a gemere, non appena mi vide. “La mummia del grande re è stata profanata!”
Non mi ero mai accorto che tenesse tanto ai suoi antenati.
“Tu stai bene?” chiesi.
“Sì. Allah è grande. Mi ha aiutato a scappare.”
“Certamente l’aiuto di Allah era indispensabile” dissi, gettando un’occhiataccia a Yussouf il cui viso bruno scolorò a una sfumatura cinerea “… dal momento che il tuo compare afferma che siete stati accuratamente legati”.
“Io, effendi ispettore? Ho detto questo? Davvero? Oh, la mia testa!”
Strinsi i pugni con forza, cercando di dominare l’ira che sentivo crescermi dentro.
“È come pensavo, vi siete fatti corrompere. Certamente voi due da soli non sareste stati capaci di un lavoro tanto accurato.”
“Oh no! No! Questa è bugia, effendi ispettore!” Yussouf guaiva come un cane preso a calci.
“E falla finita!” gli intimai. “Vedremo cosa ne pensa la polizia di Luxor, della vostra storiella!”

Howard Carter

Howard Carter

Ma ciò che mi premeva davvero era trovare i saccheggiatori. Così, quando ebbi scaricato quei due miserabili nelle mani della Legge, mi calai negli improbabili panni dell’investigatore.
Con meticolosità da segugio esaminai il terreno circostante la tomba. Il caso aveva voluto che pochi giorni prima s’abbattesse sulla Valle dei Re uno di quei devastanti temporali così rari che fornivano argomenti di conversazione all’intera Luxor per parecchie settimane.
Nel terreno reso compatto e soffice dalla pioggia provvidenziale scoprii le impronte. Piuttosto nette, anche, tutt’altro che la confusione di fanghiglia pesticciata che un assalto in piena regola avrebbe lasciato. No, i saccheggiatori avevano camminato tranquillamente fino alla cancellata del sepolcro, e lì avevano fatto il loro comodo con il benestare dei sorveglianti.
Una delle impronte appariva più chiara di qualunque iscrizione avessi mai ricalcato dal muro di una tomba; e, pensai, decifrarla non doveva essere più complicato.
*
“Quella casa laggiù, effendi.” Il vecchio con la faccia da furetto mi guardò con la testa piegata su una spalla, strizzando gli occhi nel riverbero accecante del sole.
“Bravo, ottimo lavoro.” Lasciai cadere sul palmo della sua mano bruna il compenso pattuito, e il vecchio mi ringraziò con un sorriso tutto gengive.
Chi mi aveva indirizzato da lui non esagerava a magnificarne le doti: il vecchio possedeva un talento quasi miracoloso per decifrare e seguire le tracce della selvaggina per decine e decine di miglia… ma in questo caso non era stato necessario fare tanta strada.
El Qurna. C’erano più saccheggiatori in quel villaggio che pulci sulla pancia di un cane randagio.
Marciai con decisione verso la casa indicatami dal vecchio. Un ragazzino razzolava nella polvere poco distante, inseguendo una gallina. “Ehi tu!” gli strillai nel mio arabo incerto. “Chi abita in quella casa?”
“Abd el Rassul!” rispose lui nel tono allegro di uno sberleffo, e scomparve in un vicoletto, dietro alla gallina.
Abd el Rassul. Avrei potuto scommetterci. Erano stati proprio i membri di quella famiglia a scoprire, nel 1871, il nascondiglio segreto in cui i sacerdoti della diciannovesima dinastia avevano raccolto una quarantina di mummie di faraoni, compresa quella di Ramses II°, nel tentativo di preservarle dai ladri dell’epoca. Con i proventi di quel ritrovamento il clan degli Abd el Rassul aveva campato per dodici anni.
Cominciai a picchiare sulla porta di legno con il calcio del fucile, deciso a sfondarla se non mi avessero aperto entro trenta secondi.
Dall’interno si udì un concitato accavallarsi di frasi in arabo, poi la porta si aprì sulla faccia rugosa e innocentissima di Mohammed, il patriarca di quella genia di tombaroli. Era la prima volta che lo incontravo, ma ne avevo sentito parlare tanto spesso, e me lo avevano descritto così bene, che non feci nessuna fatica a riconoscerlo. Inutilmente, dopo il fatto della cachette, la Sovrintendenza aveva cercato di tener buoni lui e il suo terribile parentado promettendo laute ricompense qualora avessero segnalato prontamente ogni altro ritrovamento: il fascino del saccheggio era più forte di qualunque onesto guadagno, per gli Abd el Rassul.
“Oh, l’ispettore inglese!” esclamò Mohammed nella mia lingua, assolutamente serafico.
“Bene” dissi. “Dal momento che sai chi sono, saprai anche che questa non è una visita di cortesia.” Lo spinsi decisamente da parte ed entrai nella casa.
Era persino lussuosa, per lo standard dei fellahin, e piena di donne e bambini che, vedendomi, si misero a strillare, meno spaventati che eccitati dalla novità.
Alternando arabo, inglese e francese spiegai a Mohammed cosa stavo cercando, condendo le mie frasi con qualche efficace maledizione musulmana appresa dagli operai.
“Se volete potete frugare tutta la mia umile casa, signore” disse quel furfante con un beffardo accenno d’inchino. “Prego! Così vi convincerete che gli Abd el Rassul sono gente onesta, che vive secondo la legge di Allah.”
Non si preoccupava neppure di apparire convincente. Un’ilarità appassionata e sincera gli traboccava dagli occhi scuri e gli faceva tremare la barba candida in una silenziosa quanto incontenibile risata. Godeva spudoratamente di avermi messo nel sacco.
Pur sapendo che era tempo sprecato, e soltanto nella speranza di irritarlo, non rinunciai a setacciare la casa da cima a fondo. Mohammed era talmente insolente e sicuro di sé che mi fece strada con orgoglio nella sua originale cantina, una tomba della ventunesima dinastia, “incidentalmente” rinvenuta durante lo scavo delle fondamenta… e “Naturalmente, effendi ispettore, già completamente spogliata”.
Come mi aspettavo, non trovai l’ombra di un indizio. Mohammed mi guardava con aria compassionevole quando, a perquisizione ultimata, mi avviai alla porta declinando le sue ipocrite offerte di caffè e tè alla menta.
“Se vorrete onorare la mia casa in un’occasione più felice, effendi ispettore…”
“Grazie, non mancherò” risposi sarcastico. Poi, già sulla soglia, con tono casuale aggiunsi. “Ah, Mohammed… che numero porti di sandali?”
*
Come la scarpetta di Cenerentola. La suola del sandalo destro di Mohammed si adattava a perfezione al calco dell’impronta rilevato davanti alla tomba di Amenofi II°. Ma per la polizia di Luxor questa non sembrava essere una prova sufficiente; e, incredibile, neppure per Gaston Maspero. Ma io non potevo fermarmi. Volevo andare a fondo di quella faccenda, a qualunque costo.
Un costo piuttosto alto, come dovevo scoprire in seguito.
*
Caldo.
Mi trovavo di nuovo tra le rovine di Akhetaton. La sabbia, i sassi e i resti delle colonne spezzate risplendevano come metallo incandescente. Giacevo su uno sconfinato altare, in attesa di essere immolato a gloria dell’Aton. Vedevo le lunghe braccia protendersi dal disco abbagliante del sole, ma le mani di quel dio di fuoco non recavano la vita: come tanto tempo addietro erano artigli che mi laceravano la carne, mi straziavano le palpebre e le labbra, frugavano tra le mie viscere…

Gaston Maspero

Gaston Maspero

Mi svegliai di soprassalto. Onde di fuoco si arrotolavano al di sopra di me. Il tetto della capanna era in fiamme e i tizzoni cadevano tutto attorno e sul mio giaciglio. Le lenzuola già bruciavano quando le spinsi via e saltai giù dalla branda.
Soffocando, occhi e polmoni trafitti dal fumo, mi precipitai alla porta. Sapevo di avere pochissimo tempo prima che l’intero tetto mi rovinasse sulla testa. Tolsi il paletto e mi buttai contro la porta con tutto il mio peso. Il pannello di assi non si schiuse di un pollice. Nonostante comprendessi immediatamente quello che stava accadendo, il panico mi spinse a un paio di altri tentativi infruttuosi.
Mentre colpivo la porta con un calcio, qualcosa si schiantò dietro di me con un sonoro crepitio, e avvertii un urto bruciante alla spalla destra. Gridai, e il grido mi si strozzò nella gola ustionata dal fumo. Sotto una pioggia di scintille, corsi verso la finestra.
Non c’erano imposte, soltanto un paio di scuri che io stesso avevo sistemato dall’interno. Esternamente, la finestra era chiusa da una zanzariera metallica montata su un’esile intelaiatura, che non fu difficile scardinare. Saltai fuori appena in tempo, inseguito da una fiammata abbagliante, e rotolai tra i sassi straziandomi la carne già ustionata.
Giacqui per qualche attimo supino, contemplando inebetito le fiamme che si innalzavano nel limpido cielo notturno. Il fumo mi lacerava i polmoni e la gola a ogni colpo di tosse, e quel dolore mi toglieva le forze.
Incapace di rimettermi in piedi, cercai di strisciare via, ma mi sentii afferrare da un paio di mani robuste. Il panico mi colpì come uno schiaffo in pieno viso, restituendomi energia, e reagii alla cieca contro il mio aggressore, a pugni e calci.
“No, sir! No! Sono io!”
“Gurgar?” Tra il fumo denso e il bagliore dell’incendio i miei occhi doloranti non distinguevano un granché, ma la voce del rais e il suo inglese strampalato erano inimitabili. “Hai il raro dono di capitare sempre al momento giusto. Chi ti ha eletto mio angelo custode?”
“Io sentito loro in kahawah. Dicevano: “Arrostiamo l’effendi ispettore”. Così Gurgar corre ad avvertire.”
“Aiutami” ansimai appoggiandomi a lui “prima che bruci tutto. Ci sono dei barili d’acqua, dietro la casa.”
Gurgar scosse gravemente la testa. “No acqua, sir!”
Me lo sarei dovuto immaginare. Tutta la mia riserva d’acqua se l’era già bevuta il suolo arido, e dei barili non restavano che poche assi frantumate e i cerchi metallici deformati. Un lavoro accurato. Del resto, l’incendio si era già pressoché estinto naturalmente nel crollo del tetto di assi e paglia: tra i muri di mattoni finivano di bruciare i miseri pezzi d’arredamento e la mia scorta di sigarette. E, pensai con ira dolorosa, anche la cartella piena di disegni.
“Ecco, sir. Copritevi.” Gurgar mi mise sulle spalle il suo mantello, e il contatto della lana ruvida contro la pelle ustionata mi strappò un grido involontario. “Tutto bene, sir?” chiese Gurgar, premuroso.
“Non tanto.” Fissavo rabbrividendo la grossa piramide di pietre che bloccava la porta ancora in piedi. “Questa volta si sono messi d’impegno.”
Le ultime scintille zampillavano come giochi pirotecnici verso il cielo terso, e in quel bagliore incerto vidi un gran sorriso allargarsi sulla faccia lustra di Gurgar.
“Ladri di Qurna moltissimo spaventati se fatto questo!”
Non vedevo cosa ci fosse da inorgoglirsi. “Sarà” ribattei: “ma questa volta chi se l’è fatta sotto sono io”.
*
Era incredibile. Non sapevo quale divinità egizia avrei dovuto ringraziare, ma avevo quasi le lacrime agli occhi.
Intatta! Completamente intatta. O quasi. La cartella di cuoio nella quale tenevo i disegni aveva soltanto gli angoli bruciacchiati, e il contenuto era intoccato. Odorava appena di fumo. Curiosamente, il resto dei documenti, quaderni e fogli sparsi di appunti, che si trovavano nello stesso cassetto, apparivano accartocciati e anneriti.
Ma, se avevo salvato i miei preziosi disegni, tutto il resto era scomparso in fumo, lasciandomi letteralmente in mutande. Perciò fui costretto ad accettare temporaneamente l’ospitalità, i vestiti e le pulci di Gurgar: non troppe, per un fellah, ma abbastanza per un europeo.
E ci volle un bel po’ prima che la spalla ustionata mi permettesse di nuovo di indossare giacca e camicia senza soffrire. Ma non mi rivolsi né a un medico né alla polizia di Luxor. Quella faccenda intendevo sbrigarmela da solo. Avrei avuto la meglio su quella banda di briganti, se fossi stato libero di agire a modo mio.
Purtroppo, avevo fatto i conti senza Gaston Maspero.
*
Nell’ufficio del direttore del Service des Antiquités faceva caldo come all’approssimarsi di una tempesta di sabbia.
“Fatemi capire: state dicendo che dovrei lasciar perdere? Perché, per tutti diavoli? Sono sulla pista buona, lo so!”
“Sono io che dirigo la Sovrintendenza e so io cosa è bene o male per noi. Smettetela di giocare al detective, mon ami, e lasciate le indagini alla polizia.”
“La polizia!” proruppi sdegnato. “Ma per loro il caso è già bell’e che archiviato!
Non riuscivo a spiegarmi il comportamento di Maspero che tramite un telegramma mi aveva fatto correre in tutta fretta al Cairo, soltanto per dirmi che dovevo smetterla di occuparmi della razzia alla tomba di Amenofi II°.
“Ascoltatemi, Cartaire.” Il modo in cui pronunciava il mio nome mi faceva sempre sorridere, ma non questa volta. Era un Maspero sconosciuto quello che mi parlava adesso, fissandomi con un cupo cipiglio in luogo della consueta espressione gioviale. Sprofondato nella sua poltrona di pelle rossa, le mani posate sui braccioli, sembrava un Grande Inquisitore. “Noi siamo stranieri in questo paese, infedeli, e la nostra presenza è a malapena tollerata. A beneficio di questa tolleranza a volte siamo costretti ad accettare qualche piccolo compromesso per quanto riguarda il nostro lavoro.”
Mi protesi verso di lui, appoggiando il palmo delle mani al piano di mogano della scrivania che ci divideva come una barricata. “Allora lo ammettete: i mandanti del saccheggio si nascondono da qualche parte molto in alto, forse nello stesso governo egiziano.”
La sua tonda faccia levigata s’imporporò. “Non vi permetto d’insinuare…”
“No? La Sovrintendenza non si comportò forse nello stesso modo quando venne fuori che dietro gli Abd el Rassul c’era nientemeno che il console Aga Ayat?”
Un nuovo mutamento di colore sul viso di Maspero, che adesso era impallidito, mi confermò che avevo fatto centro. “Se tutti agissero come voi” ribatté a denti stretti “il Services des Antiquités avrebbe cessato di esistere da un pezzo”.
Tornai ad appoggiarmi allo schienale della sedia, reprimendo un sospiro d’esasperazione. “Dichiararmi sconfitto adesso significherebbe perdere tutto il rispetto guadagnato presso quella gente negli ultimi quattro anni.”
“Rispetto? Ve lo dimostrano in maniera assai strana. Cos’è quella chiacchiera che circola, secondo la quale i ladri di Qurna avrebbero messo una taglia su di voi?”
“Oh, è una storia vecchia” risposi in tono evasivo. “E non preoccupatevi, so badare a me stesso.”
“Davvero? Mi risulta che la vostra principesca villa di Luxor sia andata a fuoco un paio di mesi fa.”
Giocava a fare il sarcastico, Monsieur le Directeur, e lo ripagai con la stessa moneta. “Mi sono addormentato con la sigaretta accesa.”
“Ma che imprudente. Già, siete sempre stato assai sbadato. come quella volta che riusciste a sventrare una poltrona dell’ufficio con una perizia degna di quel vostro compatriota… come si chiamava… Jack lo Squartatore.” Dietro le lenti cerchiate d’oro gli occhi di Maspero sembrarono farsi molto sottili. “L’assassinio di un cittadino britannico non favorirebbe di certo i rapporti diplomatici tra il vostro paese e l’Egitto. No, mon ami, l’unica arma in mano nostra è il buonsenso. Ma voi avete dimostrato di non averne ancora a sufficienza, e se insistete nelle vostre posizioni non mi lasciate scelta: sarò costretto a trasferirvi.”
Il senso delle sue parole ci mise un po’ a raggiungermi. Per un lungo istante il silenzio, greve, sedimentò nell’aria umida del piccolo ufficio. Poi, incredulo, alitai appena: “Cosa?”
“È così.” Maspero si alzò, respingendo la poltrona foderata di cuoio rosso, e mosse qualche passo nella stanza, come se non sapesse esattamente dove dirigersi. “Dalla prossima stagione assumerete il controllo della sezione del Basso Egitto.”
“Mi rifiuto!” proruppi alzandomi in piedi,
Lui mi fissò freddamente. “Allora dovrò pregare l‘Egypt Exploration Fund di richiamarvi in Inghilterra.”
Scossi la testa, sgomento. “Non lo fareste davvero!” esclamai, e sentii con dispetto che la voce si incrinava.
“Sì, se mi ci obbligherete.” Poi l’espressione di Maspero mutò, tornando in parte a essere quella che conoscevo, amichevole e comprensiva. “Mon ami, non è una punizione né una soluzione definitiva. Consideratela piuttosto una specie di vacanza. Saqqara non è poi tanto male, sapete?”

note:
(1) Dal libro Che il mio nome fiorisca, bassa epoca.
(2) In realtà, scavi successivi dimostrarono questa doveva essere in origine una delle più ampie e ricche sepolture della Valle dei Re.

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Gloria BarberiL’AUTRICE
Gloria Barberi nasce a Camogli (GE) il 6/9/1955, ma dall’età di 6 mesi abita a Recco, poco più di 3 chilometri dal suolo natìo.
Da sempre appassionata d’arte in tutte le sue forme, dopo un periodo trascorso a scrivere articoli sul rock per le riviste Best e Nuovo Sound, debutta all’inizio degli anni ‘80 sulle pagine delle fanzines SF…ere e Pulp, dedicate alla letteratura fantascientifica e fantasy. Fanno seguito pubblicazioni su numerose riviste e periodici sia amatoriali che professionali, quali: The Dark Side, Gli occhi di Medusa, Diesel, Shining, Yorick, Lore, Urania Millemondi, L’Eternauta, La Gazzetta del Mezzogiorno, Cosmopolitan, Inchiostro, Antarés, e le antologie Fantàsia e Horror Erotico di Stampa Alternativa. Il racconto La notte di san Valentino è apparso in Francia nell’antologia Cosmic erotica successivamente edita in Italia da Fanucci. Presente anche in diverse antologie di autori vari edite da Il Cerchio (Rimini) a seguito di vittorie e piazzamenti al Premio San Marino.
È autrice di due antologie personali: Racconti Notturni edito da Primordia (MI) e Come le bambole di notte (Montedit, MI) e di alcuni romanzi: I Custodi apparso su The Dark Side n° 34; Le viscere del Diavolo (Diesel Extra); Lo specchio scarlatto (Diesel Speciale “Pastiche”).
Nel 1987 collabora alla trasmissione radiofonica Galactica di Radio Time di Scandicci (FI). Da qualche anno si occupa di teatro in veste di attrice/caratterista nella compagnia del Teatro Stabile San Giuseppe di Ruta di Camogli, del quale cura la pagina Facebook, ma anche di autrice. La pièce “Il palazzo della Notte” ha vinto nel 2001 il premio Città di Moncalieri ed ha partecipato in seguito alla rassegna Aquilegia blu (Torino, 2002) nell’interpretazione dell’attrice Franca Berardi.
Tra i premi conseguiti per la narrativa fantastica ci sono il Premio Italia, Lovecraft, Courmayeur e Repubblica di San Marino.
Negli anni ‘90 ha lavorato come traduttrice per la casa editrice Nord e per la rivista esoterica Primordia, oltre che per alcuni privati.
Appassionata anche di poesia, fa parte da diversi anni del gruppo di scrittura “Anna di Vienna” che prevede incontri a cadenza mensile su un argomento a tema e un reading/spettacolo a fine stagione, con lettura di poesie e prosa, siparietti teatrali, proiezioni video e musica dal vivo. Ama “pasticciare” con Photoshop e creare immagini che pubblica sulla pagina facebook Green Mansions.
“Contagiata” da un amico genealogista ha creato anche una pagina sui suoi antenati materni, appartenenti alla comunità valdese di Torre Pellice, che le ha permesso di scavare un po’ più a fondo nelle sue radici. E, ovviamente, non si è fatta mancare una pagina Facebook dedicata a L’occhio sinistro di Horus, romanzo nato con l’intento di raccontare una realtà “alternativa” a quella usualmente sfruttata riguardo il ritrovamento della tomba di Tutankhamon, lavorando molto di fantasia ma entro binari rigorosamente storici, e strizzando l’occhio ai feuilleton di un tempo.
Chi desiderasse approfondire queste notizie può cercare in rete, su Fantascienza.com e altri siti.

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