L’occhio sinistro di Horus 5° episodio di Gloria Barbieri

L'occhio sinistro di Horus 5° episodio di Gloria BarbieriQUARTA ORA DELLA NOTTE
(Lo Scettro di Anubis)

O Ra, liberami da questo dèmone
dal sembiante occultato dietro un velo!
… Le sue sopracciglia sono i due bracci della bilancia,
in quella fatale notte durante la quale,
prima d’essere distrutti,
saranno conteggiati i miei peccati.

(Libro dei Morti, capitolo XVII)

 

Saqqara era solo noia; scartoffie e noia. Ero ripiombato in pieno nella routine della Sovrintendenza; ma qui, lontano dalla Valle dei Re, tutto mi appariva ancora più deprimente e privo di senso. Inutilmente tentavo di ripetermi che mi trovavo pur sempre in Egitto, che il clamore suscitato dalla faccenda della tomba di Amenofi II° avrebbe finito prima o poi per calmarsi e io sarei potuto ritornare a Luxor. Il mio carattere che, lo riconoscevo, non era mai stato né paziente né affabile, si deteriorava giorno dopo giorno, logorato da ripetuti, banalissimi, insopportabili problemi amministrativi. Trattavo il mio personale assai peggio di quanto la tipica indolenza orientale di quegli individui meritasse, e il Service des Antiquités lodava le mie “capacità organizzative”. Mi sentivo beffato.
Attorno a me, tutto sembrava immerso in una staticità di morte. Ai miei occhi, le mastaba della necropoli non possedevano nulla dell’oscuro ed eccitante mistero nel quale gli ipogei della Valle si tuffavano per centinaia e centinaia di piedi di oscurità e silenzio; e la piramide a gradini di Djoser non era che un inutile ammasso di vano orgoglio rovesciato sull’altopiano dal primo dei faraoni megalomani.
Solamente a Giza, di fronte a quell’inamovibile enigma pietrificato che è la Sfinge, riuscivo a trovare un po’ di conforto. Ma non mi bastava. Il volto eroso attribuito a Chefren non assomigliava neppur lontanamente a quello che lo specchio di Hathor mi aveva mostrato, ben tredici anni prima.
*
“Posta, effendi!”
Il mio giovane segretario dallo sguardo sonnolento scaricò sulla scrivania la consueta razione settimanale di seccature epistolari. Lo congedai ed esaminai svogliatamente le buste, per individuare la provenienza delle grane che avrei dovuto risolvere al mio meglio e nel minor tempo possibile.
C’era anche una lettera di mia sorella Amy e la misi da parte in un cassetto. Ero sempre restìo a leggere della mia famiglia. L’Inghilterra e i pochi legami che ancora avevo laggiù mi apparivano, sotto lo sfolgorante sole egiziano, irreali e sbiaditi come vecchi dagherrotipi; da cinque anni, ormai, non trascorrevo in patria che pochi giorni di vacanza, una pura formalità un po’ ipocrita alla quale, per una forma di pigra vigliaccheria, non avevo la forza di sottrarmi e che espletavo con malcelata impazienza. Anche in occasione delle nozze di Amy, il mio ruolo era stato quello del testimone impacciato e distratto. Neppure la vampa dell’estate egiziana riusciva a farmi rimpiangere l’Inghilterra.
Il ricordo dei miei primi diciassette anni di vita non si componeva che di figure dai contorni sfumati e brandelli di avvenimenti indistinti come quelli di un sogno a molte ore dal risveglio. Ogni forzato contatto con questa specie di antico mondo onirico rappresentava una fastidiosa interferenza nel mio presente, che mi lasciava sempre confuso e un po’ stordito, gettando un’ombra d’irrealtà sull’ambiente che mi circondava. Perciò misi da parte la lettera di mia sorella senza aprirla; mi riservavo di leggerla quando ne avessi l’animo, magari di sera, e con il conforto di una sigaretta.
Tra la corrispondenza di quel giorno c’era anche una busta aperta, priva di indirizzo e intestazioni di alcun genere. L’aprii, incuriosito. Conteneva un semplice cartoncino rettangolare, simile a quelli degli inviti che la buona borghesia londinese si scambia all’inizio di ogni stagione mondana. E quel cartoncino era di un bianco talmente perfetto, contro la scura superficie della scrivania, che quasi mi ferì gli occhi.
Su quel bianco abbagliante spiccava un disegno, eseguito con nitore in un inchiostro violetto dai riflessi argentei: una stella a undici punte che si sviluppava attorno a un cerchio recante al proprio centro un piccolo punto. E sotto al disegno, una frase: Fa’ ciò che tu vuoi, questa sarà l’unica tua legge.
Undici parole. Le contai d’istinto mentre le leggevo e rileggevo; due, tre, quattro volte. Avevo la spiacevole sensazione che la stanza andasse restringendosi attorno a me, appiattendo le ombre in un uniforme grigiore. L’aria sembrava essersi fatta più densa, la luce aveva assunto una tonalità plumbea. Forse il sole si era nascosto dietro una nuvola.
Il rettangolo di cartoncino tremava nella mia mano come una pallida foglia nella brezza. Il dolore mi stringeva le tempie in una morsa e mi dava la nausea. Lentamente, come si trattasse di un fragile reperto millenario, posai il cartoncino davanti a me, sul mucchio della corrispondenza, in modo che il bianco opaco delle altre buste mitigasse in parte il suo feroce candore. L’aria densa mi entrava a fatica nei polmoni. In un gesto meccanico che mi era diventato abituale presi a giocherellare con l’anello d’argento che portavo al mignolo, sfilandolo e tornando a infilarlo. Avevo le mani umide di sudore.
All’improvviso, porta e finestra sbatterono, spalancandosi contemporaneamente sotto a un violento colpo di vento, e quel rumore mi esplose nel cervello, mentre le buste e le altre scartoffie che erano sul tavolo volavano per tutta la stanza. L’anello mi sfuggì tra le dita sudate e cadde sul pavimento con un tintinnio, rotolando chissà dove.
“È in arrivo una tempesta di sabbia, effendi!” Il mio segretario entrò e, con la sua consueta imperturbabilità stolida, andò a richiudere la finestra. Voltandosi indugiò a fissarmi, e un velo sembrò sollevarsi per un istante sui suoi occhi sonnolenti che furono attraversati da una scintilla d’interesse. “Tutto bene, effendi?”
Annuii, incapace di rispondere in altro modo. Il ragazzo, con languida lentezza, si chinò per raccogliere i fogli sparsi sul pavimento.
“Lascia stare!” La voce mi uscì con sforzo, ed era come se le mie corde vocali fossero rifasciate di carta vetrata. Tossii, poi aggiunsi in tono più normale: “Posso fare da me”.
Lui esitò un istante, scrutandomi con gli occhi semichiusi e la bocca leggermente aperta, come un bambino idiota.
“Vattene! Togliti dai piedi!” Quell’esclamazione dovette suonare orribile, attraverso la mia gola contratta, ma lui non si scompose. Era avvezzo ai miei scatti d’ira e la scintilla d’interesse s’era già estinta, restituendo al suo sguardo l’abituale indifferenza. Senza fretta, il giovane si alzò e uscì, richiudendo la porta.
Trascorse ancora qualche minuto prima che riuscissi a scuotermi e cominciassi a raccogliere le carte dal pavimento. Ma, per quanto cercassi, non mi riuscì di ritrovare l’anello.
*
Era una statua di pietra scura e piuttosto grezza, a grandezza naturale, che raffigurava il faraone seduto. “Tutankhamon”, dicevano i cartigli. Stentavo credere che potesse essere davvero lui. La figura aveva qualcosa di indefinito e incerto; non mi comunicava alcuna sensazione. Era soltanto un inerte blocco di pietra al quale lo scultore era stato incapace di infondere la più piccola parvenza di vita.
Cominciavo a pentirmi di quella visita al museo. Perché ero tornato a interrogare quella statua, come se dalla mia ultima visita avesse potuto prepararmi una risposta? La pietra indifferente si limitava a rinnovare la delusione che avevo provato la prima volta in cui l’avevo vista, anni addietro. Eppure non era preferibile il disappunto allo sgomento che mi avrebbe colto ritrovando nel volto della statua gli stessi lineamenti riflessi dallo specchio di Hathor? Perché, da tempo la convinzione si era radicata in me, quella splendente maschera mostratami dalla luna non poteva che appartenere al faraone che avevo giurato a me stesso di trovare, un’eternità prima.
Giuramenti di un diciassettenne sognatore. Che valore potevano ancora avere, tredici anni dopo?
Scossi la testa di fronte all’inespressiva figura scolpita, ridendo tra me della mia ingenuità. Poi mi mossi, cercando di concentrare l’attenzione sugli altri reperti esposti nella sala. Provavo un disagio difficilmente identificabile ma assai simile a una sensazione già avvertita in passato ad Amarna: come avere un’ombra alle spalle. Mi voltai persino, irragionevolmente, a guardare la statua per un paio di volte. Il sovrano dell’Alto e Basso Egitto scrutava l’eternità, indifferente agli sguardi dei rari visitatori.
Eppure, qualcuno mi stava osservando.
Passai nella sala attigua, fingendo di guardare gli oggetti nelle vetrine, ma quella presenza importuna continuava a seguirmi, costante, silenziosa e invisibile. Inutilmente scandagliai di sottecchi i visi di quei pochi turisti che contemplavano, perlopiù senza comprendere né apprezzare, arte e utensili quotidiani di migliaia d’anni prima. Chiusi in un’annoiata ignoranza, erano venuti lì unicamente per adempire a uno dei tanti rituali imposti dal Bedeker. Non notai alcuna faccia pur vagamente nota.
Mi strinsi nelle spalle, cercando di scrollarmi di dosso il peso di quello sguardo, ma non ci riuscii. E lo sguardo continuò a seguirmi fuori dal museo e per le strade affollate da una perpetua fiera, tra le voci e i rumori, tra la folla, senza perdermi per un solo istante. Soltanto quando misi piede nella hall del mio albergo avvertii come l’improvviso allentarsi di un invisibile filo, un cappio di seta che si scioglieva lasciandomi libero.
Allora tornai a voltarmi, ma l’unica cosa che scorsi fu il sogghigno canagliesco di un giocoliere che, terminato il suo numero, raccoglieva dal marciapiede le monete gettategli dai turisti.
*
Sedevo nella sabbia ancora calda, di fronte alla Sfinge distesa nella sua immobilità vigile. Era quasi il crepuscolo. Presto la notte si sarebbe abbattuta sulla piana di Giza come il coperchio di un sarcofago che si chiude. E, come un tempo i faraoni defunti, avrei contemplato il corpo stellato della dea Nut disteso su di me.
Mi guardai attorno. Soltanto sassi e pietre. L’ultimo raggio di sole s’era portato via una manciata di visitatori ritardatari e conduttori d’asini e cammelli, restituendo quel luogo al silenzio. La Sfinge sfidava la purezza del tramonto con la sua possente massa scura. La testa incorniciata dal nemes suggeriva la placida regalità del leone e, insieme, l’attenta vigilanza del cobra. El Houl, Colui-che-incute-terrore, la chiamavano i beduini, e non sbagliavano. Per loro, il timore aveva origine dalle proporzioni ciclopiche e l’enigma della sua costruzione; per me, con un senso di reverenza, dalla consapevolezza della sfida; al tempo, e alla memoria degli uomini.
Mi distesi sulla sabbia vellutata, incurante della possibile presenza di scorpioni e cobra. Sarei potuto restare lì tutta la notte, a sognare. Forse, la Sfinge mi avrebbe parlato, durante il sonno, promettendomi un regno come a Thutmosi IV°, se avessi saputo liberarla dalla sabbia che la minacciava e restituirla al suo antico splendore. Ma io non sapevo che farmene di troni e scettri. Era ben altro che volevo. Sarebbe stata disposta, la Sfinge, a esaudire anche i miei desideri?
La notte saliva da oriente lungo la curva del cielo, trascinandosi dietro la luna. La luce argentea si stese sul volto eroso, come un velo, a nascondere le cicatrici di un martirio millenario. Sin dai tempi della dominazione greca e romana, viaggiatori d’ogni razza si erano prosternati davanti all’enigma di pietra e avevano inciso i loro nomi dovunque riuscissero ad arrivare, nell’illusione di farsi partecipi di un rito d’immortalità. Sul secondo dito della zampa destra era graffito, ormai appena visibile, un sonetto scritto dallo storico di Alessandro il Grande: “Gli dèi eterni hanno plasmato il tuo corpo prodigioso…” No, non gli dèi; ma gli uomini, con lacrime e sangue.
Socchiusi le palpebre, la luce della luna intessuta tra le ciglia. Languidamente, mi abbandonai a quel vecchio ricordo. La notte su Amarna; la stessa luna, eppure diversa. E oro. Il viso ricamato sulla notte. Oro e luna.
All’improvviso qualcosa, forse le ali di un pipistrello, smosse l’aria sopra di me. Poi venne la voce: “Fa’ ciò che tu vuoi, questa sarà l’unica tua legge.”
Per un folle attimo pensai che fosse stata la Sfinge a pronunciare quelle parole, in un basso sussurro terrificante. Mi misi a sedere.
Non lontana da me, immobile contro il cielo stellato, si ergeva una figura ravvolta in un mantello di perfetta oscurità, il cappuccio tirato sulla fronte a nascondere il volto.
“Chi siete?” chiesi, in un tono di voce forse un po’ troppo alto.
L’ombra non rispose; venne verso di me, e sembrava che sfiorasse appena la sabbia. “Amore è la Legge” scandì. “Amore sotto il dominio della volontà.”
Parole che non potevo dimenticare. L’ira mi avvampò dentro, e mi misi in piedi in fretta, tendendo istintivamente un braccio per tenere a distanza l’ombra che continuava ad avvicinarsi.
Udii una risata. Quella sua risata pigra e soffice!
“Buonasera, ispettore.”
“Non posso augurarvi altrettanto, Crowley.”
Lui fece scivolare indietro il cappuccio, offrendo il viso alla luna. L’oscurità di cui era vestito si rivelava adesso, a distanza ravvicinata, semplice raso nero.
Strinsi i pugni e dissi il più freddamente possibile, cercando di non lasciar trasparire emozioni: “Avrei dovuto strangolarvi quella notte a Luxor”.
Un sogghigno divertito s’incise sul suo volto placido. “Deliziosamente vulnerabile, come allora. Ma non ancora del tutto maturo.”
“Cosa vuoi da me? Fosti tu a farmi avere quei messaggi ad Amarna?” Mi accorsi che avevo cominciato a tremare, e non sapevo se fosse ira o paura o qualche altra emozione ancor più pericolosa. “Fai parte di quella setta, l’Alba Dorata.”
“Argenteum Astrum” rettificò lui. La sua voce aveva la cadenza ipnotica che ricordavo bene. “Io ho indicato il nuovo cammino alla Grande Fratellanza Bianca. So che, ancor prima che io venissi iniziato, Mathers cercò di contattarti tramite i suoi seguaci in Egitto. Gesto imprudente e assai prematuro. Hai fatto bene a non ascoltarlo.”
“Come non intendo ascoltare te. Smettila di perseguitarmi.
“Perseguitarti? Sei tu che cerchi la Luce, Carter. Quella luce che io ho trovato da tempo.” Si volse verso la Sfinge, allargando le braccia e rovesciando il capo all’indietro, e il mantello gli si allargò attorno, simile a nere ali di pipistrello. Non mi sarei meravigliato più di tanto se lo avessi visto spiccare il volo.
“Guardala, Carter! La deificazione del bestiale, il perfetto geroglifico della Grande Opera. Se sapessi interrogarla, quali risposte otterresti!”

Aleister Crowley

Aleister Crowley

“Basta!” Un’esclamazione brusca e forzata, per sottrarmi al fascino di quella voce. Eppure adesso non ero ubriaco, né avevo fumato sostanze sospette. “È una messinscena ridicola.”
Crowley tornò a voltarsi verso di me con i suoi movimenti morbidi da gatto di razza. “Ridicola è tua ostinazione a non voler vedere la verità oltre a quella menzogna chiamata Dio.”
“Non sono credente.”
“Non sto parlando del Dio dei giudei e dei cristiani. Ma l’anello che porti al dito è un simbolo di fede.”
“L’anello…” Alzai d’istinto la mano, tornando ad avvertire il senso di vuoto attorno al dito nudo.
“Ah!” L’esclamazione di Crowley aveva una tale nota di trionfo che mi fece trasalire. “Dunque non hai più bisogno di talismani. Bene. Significa che sei pronto.”
“Pronto per cosa?” chiesi, e dell’ira che era divampata dentro di me poco prima non restavano adesso che ceneri fredde e inerti.
“Pronto per ricevere la Luce.”
“Cosa ti fa pensare che io desideri questa Luce di cui parli?” ribattei, ma senza aggressività. Mi sentivo esausto, come quella notte sulla terrazza a Luxor.
“I tuoi occhi, Carter: sono pieni di febbre e di fame.” Il suo sorriso era quello della Sfinge; antiche certezze e implacabilità. “Dodici giorni da oggi” continuò Crowley “sarà luna nuova. Io sarò ad attenderti in questo stesso luogo, dopo il tramonto.”
“Non mi troverai.”
Lui fece turbinare attorno a sé il mantello, come fosse la muleta di un torero, riavvolgendosi in un bozzolo di oscurità.
“Ricordati che dovrai essere puro e a digiuno. A partire dalla settimana precedente astieniti dai rapporti sessuali e non toccare né cibo né acqua nelle ultime ventiquattr’ore.”
Prima di allontanarsi, mi rivolse ancora un sorriso. Quel radioso sorriso lunare.
*
Potrei giustificare la mia follia con la noia che avvolgeva Saqqara e il senso di disillusione che da tempo mi soffocava, l’angosciosa impressione di trovarmi prigioniero di un Egitto ben diverso da quello che amavo. Crowley veniva a proporre un cambiamento, un diversivo; forse, davvero, delle risposte. La luce.
Aveva ragione. Qualunque cosa intendesse offrirmi, ero pronto.
Eppure avrei dovuto sapere che la Maat, l’equilibrio cosmico a cui gli antichi egizi improntavano la loro esistenza, come quella piuma che ne è il simbolo può essere spazzata via dal più lieve alito di vento.
*
Appoggiato a un eroso blocco di pietra rabbrividivo a intervalli regolari, stringendomi inutilmente le braccia attorno al corpo. L’attesa durava da più di un’ora. Chiunque altro al mio posto se ne sarebbe andato già da un pezzo; chiunque avesse avuto un briciolo di buonsenso non si sarebbe neppure recato a quel folle appuntamento. Ma, come aveva osservato Maspero, e Petrie prima di lui, il buonsenso non era tra le mie doti.
Avevo le labbra aride: cercai, senza risultato, di inumidirmele con la punta della lingua. Non toccavo una goccia di liquidi da ventiquattr’ore, il che, in un paese come l’Egitto, era già di per se stessa una follia. Non verrà, ti ha preso in giro. Certo sarebbe stato meglio.
“Amore è la Legge. Amore sotto il dominio della volontà.”
Stava tra le zampe della Sfinge, con la sua voce soffice e il sorriso radioso. Tese una mano verso di me. “Seguimi.>
Due muli sellati attendevano poco lontano. “Dovrò bendarti” continuò Crowley. “Spiacevole ma necessario, finché non sarò del tutto sicuro che sei veramente degno di far parte della Grande Fratellanza Bianca.”
Avrei dovuto ribellarmi a quei sistemi da romanzo del mistero, ma ormai ero deciso ad andare fino in fondo.
Fu una cavalcata come in sogno, con Crowley che mi guidava reggendo saldamente le briglie del mulo. Cieco come un pipistrello, non avevo altri riferimenti tranne il vento che mi gelava le guance e il rumore degli zoccoli dei muli, ora secco e sonoro, ora morbido e attutito, a seconda del terreno. Privato della vista, mi ritrovavo proiettato in una dimensione dove i sensi abitualmente trascurati si risvegliavano con acutezza inaspettata. Percepivo l’odore degli animali, la traccia del mio stesso sudore, la morbidezza del cuoio della sella e il piccolo grumo di un rammendo male eseguito dove lo stivale logorava maggiormente la calza.
Richiami di sciacalli in lontananza.
Crowley fermò i muli e mi ordinò di smontare. Percorremmo a piedi ancora un tratto di cammino che, a causa della benda sugli occhi e l’irregolarità del terreno, mi parve più lungo di quanto dovesse essere in realtà.
“Attento. Ci sono dei gradini.”
Aria ferma. Odore di un luogo chiuso. Dopo la scala, un corridoio.
“Ora puoi toglierti la benda.”
Obbedii lentamente, esitando. Non riuscivo a immaginare quello che si sarebbe presentato al mio sguardo.
Ci trovavamo in un piccolo ipogeo, un locale quadrato dalle pareti di calcare marrone in cui si aprivano nicchie poco profonde. Al centro, una lastra di granito rosso, bassa e lunga come una lapide tombale: sicuramente il coperchio di un sarcofago, ma del tutto privo di iscrizioni. Su di essa erano posati alcuni oggetti indistinguibili. Il fuoco ardeva in due piccoli bracieri ai lati di quell’altare pagano. Sulla parete di fondo, tra due nicchie, una croce a bracci uguali che, nelle ombre guizzanti create dalla fiamma, ondeggiava come fosse fatta di serpi vive intrecciate. La vitalità del fuoco mi stupì. Non percepivo alcun soffio d’aria, e quindi la fiamma avrebbe dovuto levarsi immobile verso il soffitto: invece si torceva, crepitava a sibilava come sotto il calderone di una strega.
Crowley si tolse il mantello. Sotto portava una tunica di seta nera,fregiata sul petto da un occhio d’oro racchiuso in una stella a sei punte, dai cui angoli rientranti scaturivano spade dalle lame ondulate. Mi indicò un involto di stoffa candida che si trovava sul pavimento davanti all’altare, al centro di una complicata figura tracciata con l’ocra rossa. “Indossa la veste della purificazione. Ma bada a non toccare i bordi dell’esagramma.
Feci come mi diceva, scacciando il sospetto di stare soltanto rendendomi ridicolo. Quando ebbi indossato la tunica, che mi arrivava alle caviglie, Crowley mi fece entrare nella figura magica.
“Ciò che i tuoi occhi vedranno, ciò che le tue orecchie udranno, ciò che la tua lingua dirà, ciò che il tuo corpo farà, è una sfida al regno delle tenebre, per risorgere nella Vera Luce. Sei pronto a percorrere fino in fondo il Sentiero della Mano Sinistra?”
“Lo sono.” Erano le prime parole che pronunziavo da quando avevamo lasciato Giza.
Crowley prese una coppa dall’altare, l’accostò alle labbra e bevve qualche sorso; poi me la porse. “Se ti ritieni pronto a ricevere la Legge di Aiwaz… Bevi.”
La coppa era di un alabastro pallido, quasi luminoso, molto antica e piena a metà di un liquido verde scuro, simile a tè alla menta. L’assaggiai: il liquido era caldo e aromatico, con una punta d’amarognolo non sgradevole. Mi sentivo assetato e vuotai la coppa senza pormi domande sul suo contenuto. Se anche Crowley avesse soltanto finto di bere, di sicuro non si sarebbe preso la briga di portarmi fin lì con l’unico scopo di avvelenarmi.
“Ecco, abbiamo brindato con lo splendore del soma, e siamo divenuti immortali. Asar-un-nefer, rinati nella perfezione. Guidaci, o Aiwaz, al cospetto di Hoor-paar-Kraat e di tutti gli dèi!” La voce di Crowley vibrava alta nell’ipogeo. “Sono io che t’invoco, o Aiwaz, io, il tuo figlio prediletto, Perdurabo, Baphomet a cui la tua sovrumana saggezza ha fatto dono del Libro della Legge.”
La scena era teatrale e risibile, eppure ne subivo il fascino. Per gradi, la recitazione di quelle formule magiche si faceva più ritmica, un canto privo di musica.
“Aiwaz! Aiwaz! Thelema! Agapé!”
Cominciavo a percepire un mutamento nell’ambiente. La tomba sembrava farsi più ampia, quasi che le pareti arretrassero sospinte dalla luce sempre più intensa che si sprigionava dai bracieri. Il fumo si disponeva nell’aria a strati, una nebbia quasi palpabile che il minimo alito animava; scintillii iridescenti sbocciavano e si estinguevano come rugiada che evapori ai raggi del sole.
“Saluta la Donna Scarlatta, Suvasini, Signora dal Dolce Profumo, il cui numero è 156!”
Le fiamme nei bracieri ruggirono.
Una figura si staccò dal fondo di una delle nicchie dietro dell’altare. La fissai, sconcertato, chiedendomi da dove diavolo saltasse fuori. Ero sicurissimo che fino a un istante prima nella tomba non ci fosse nessun altro all’infuori di me e Crowley. La guardai avanzare con movimenti fluidi e maestosi. Sembrava avvolta in un’unica fiamma scarlatta. Lava incandescente le scorreva dai capelli. Sul petto, un punto di luce più intenso: una rosa di carboni ardenti al centro di una croce d’oro.
“Io sono Babalon, la Porta del Sole.”
Prese la mia mano sinistra e se l’appoggiò sul petto. Le spine della rosa mi punsero il palmo.
Crowley, a braccia spalancate davanti all’altare, inquadrato nelle linee della croce, continuava a salmodiare qualcosa che non riuscivo a udire; nelle mie orecchie adesso c’era il ruggito della fiamma.
Fulgore d’oro fuso aureolava la figura della Donna Scarlatta: occhi come lapilli in un viso che non aveva ombre ma soltanto chiazze di luce di diversa intensità. Profumo si sprigionava a ogni movimento dalle sue vesti color del sangue: il profumo elettrico di una tempesta.
Udii la mia voce come in sogno. “Tu conosci la risposta?”
La donna scarlatta si chinò su di me, mi prese il viso tra le mani e mi baciò. Sentii denti acuti penetrarmi nelle labbra. Sapore di sangue.
“Ecco. Io ora posseggo il tuo sangue. Diventa padrone del mio!”
Avrei voluto ritrarmi, la vicinanza con quella fiamma in forma di donna mi scottava, ma ero del tutto inerme. Fuoco liquido nelle vene mi scioglieva le ossa. Con guizzi di scintille, le mani di lei mi spogliavano della tunica bianca.
“Sii forte! Godi di tutte le cose dei sensi e dell’estasi! Non vi è alcun dio che ti rinnegherà per questo!”
Bianco e luminoso come la coppa d’alabastro dalla quale avevo bevuto, il corpo della donna nasceva dall’incendio scarlatto. Il volto privo d’ombre era familiare.
“Sei tu… sei tu che io cerco?”
Lei tese le mani, quasi un gesto implorante. Indossava lucenti guanti di raso rosso scuro, aderenti come una seconda pelle: sangue! Avvertii il panico percuotermi il petto, ma per un istante soltanto. Le cosce della donna erano macchiate di rosso.
“Entra nelle Caverne del Sangue. Conoscerai il soddisfacimento d’ogni brama!”
La volontà trascinata via nella inarrestabile corrente scarlatta, il fiume sotterraneo della notte. Un fiume di sangue.
C’era qualcosa di simile a un cencio bianco e carminio appeso a una lancia infissa nel collo di un largo vaso. Il sangue gocciolava lento da quel molle straccio lacero, lungo il liscio bastone d’ebano e ogni goccia, incontrando il liquido che già si trovava nel vaso, produceva un suono denso e vuoto, come acqua calcarea che cada da una stalattite in una pozza sotterranea.
Sapevo cosa rappresentava quel bizzarro insieme di oggetti: il simbolo del dio Anubis, guida delle anime nell’Aldilà; il suo scettro. E quel cencio insanguinato, appeso sulla punta della lancia, era la pelle di una vittima sacrificale.
La mia vecchia pelle.
Mes-ka, il passaggio attraverso la pelle: antichissimo mistero egizio, sofferenza e sangue. Rinascita.
“Io ti battezzo, Fratello Lubhyami, partorito dal buio, rinato alla Luce attraverso il sangue.”
Avevo già vissuto tutto questo. Sì, non era altro che un ricordo. Ma il nome che mi era stato imposto allora… Merinisut… No. No, quello era il mio nome di prima…
“Hemseth!”
Il volto di Crowley si fondeva e si rimodellava come cera davanti ai miei occhi. Non era più umano.
Il muso appuntito, le lunghe orecchie…
“Anubis…” bisbigliai.
Ma gli occhi non erano quelli vigili dello sciacallo, rilucenti come monete d’oro. Questi occhi ardevano d’un rosso incandescente e malevolo, in uno guardo antico come l’universo, perfido come la siccità. Lo sguardo dell’Assassino.
La consapevolezza lacerò la foschia profumata d’incenso, e l’orrore mi afferrò alla gola. Emisi un grido strozzato: “Seth! Tu sei il dio Seth!”
Il muso appuntito sembrò squarciarsi in un sorriso. Un sorriso luminoso e affilato come una falce di luna.
“Ora mi appartieni, Hemseth, mio servo. E d’ora in avanti ogni tuo passo potrà condurti in una direzione soltanto.”
Gridai ancora, ma non udii la mia voce. Scivolavo dentro e fuori la realtà.
“Ricorda, lo hai giurato. Hai giurato di percorrere fino in fondo il Sentiero della Mano Sinistra.”
Contro il cielo filigranato di costellazioni la Sfinge si stirava come un gatto, scuotendosi dai fianchi le sabbie morte della sua vigilanza millenaria. Il nemes riluceva d’oro e lapislazzuli; sulla sua fronte, i simboli delle Due Terre avevano occhi di fuoco.
“Potente signore dell’Alto e Basso Egitto…”
I lineamenti si ricomponevano puri e perfetti.
“Mi hai mostrato il tuo volto nel sacro specchio di Hathor, un millennio fa. “In incorruttibile oro, carne degli dèi. “ Ti prego, parlami. Invoco da te una risposta.”
“Amico mio perduto…” Una perla di fiume splendeva incastonata all’angolo di uno dei lunghi occhi.
“Mio signore, perché piangi?”
“Perché il servo prediletto, che amavo come un fratello, di nuovo ha smarrito la strada a un passo dai cancelli dell’Alba.”
Tesi una mano per asciugare quella lacrima. Mi scottò le dita.
“Bentornato.” Crowley che mi baciava sulla bocca, prima di lasciarmi ai confini di qualche luogo immenso e desolato, spazzato dal vento. “Bentornato tra noi.”
*
Qualcuno vibrava colpi di maglio sulla mia scatola cranica.
“Effendi ispettore!” Era la voce del mio segretario, in sottofondo a un persistente bussare. “Svegliatevi!”
“Va’ al diavolo…” gemetti.
“Signore, siete lì? Rispondetemi!”
I colpi continuavano a riverberare nella mia testa, in una grandinata di fitte dolorose. Schiusi cautamente gli occhi, ma tornai subito a serrarli, abbagliato dal candore delle lenzuola. Ero disteso con il viso affondato nelle coperte e la mano sinistra, infilata sotto al cuscino e contratta in un pugno, era intorpidita. Schiusi lentamente le dita e il sangue prese a scorrere dolorosamente.
“Effendi ispettore!”
L’idiota continuava a bussare: avrebbe buttato giù la porta se non otteneva risposta.
Cercai di umettarmi le labbra, ma erano così aride che le sentii fessurarsi, e la voce mi uscì in una specie di roco lamento. “Cosa succede?”
Aldilà della porta, un attimo di totale silenzio; poi: “Tutto bene, effendi?”
Mi misi faticosamente a sedere. La luce riflessa dalle lenzuola mi feriva le pupille. Strano; la biancheria del mio letto non era mai stata candida. Quelle maledette pareti di calce… La stanza sembrava vibrare nella luce rovente che si riversava dalla finestra, Ra in tutta la sua gloria mattutina.
Pesantemente, mi trascinai giù dal letto e, con gli occhi semichiusi, raggiunsi la porta e l’aprii.
“Che succede, è crollata la Grande Piramide?”
“Effendi, non vi abbiamo visto in ufficio, non sapevamo cosa…”
Il giovane mi fissava con espressione insolitamente vigile. Seguendo il suo sguardo, abbassai gli occhi sul mio corpo.
Indossavo solamente i calzoni, e fin dove potevo vedere ero coperto di graffi, come avessi lottato con un gatto infuriato. Le unghie della Donna Scarlatta…
“È tutto a posto” balbettai insulsamente, e tentai di richiudere la porta.
“Ispettore…”
“Che cosa vuoi ancora?”
“Vi cercano. Inglesi.”
“Chi?”
Lui si strinse nelle spalle. “Non so, non ricordo. Allah mi ha dato una memoria come sabbia del deserto…”
“Vai al diavolo!” Non ero nelle condizioni di ascoltare le sue pittoresche scuse. Gli sbattei la porta sul muso e mi appoggiai con le spalle alla parete. Mi sentivo debole come dopo una malattia e con la testa vuota; una sensazione non del tutto spiacevole, non fosse stato che avevo la gola piena di sabbia.
In un angolo della piccola stanza, sotto lo specchio tondo e un po’ annerito, c’era l’oasi del lavamano. Mi ci trascinai e presi la brocca di ceramica leggermente venata: era quasi colma d’acqua meravigliosamente cristallina. Bevvi avidamente, rovesciandomi l’acqua sul viso e sul petto, finché un sorso non mi andò di traverso e cominciai a tossire. Posai la brocca e, mentre compivo quel gesto, lo sguardo mi cadde sul catino. Conteneva del liquido rosato, simile a vino molto annacquato. Ricordai. Poco ci mancò che non mi soffocassi in un rigurgito.
Bestemmiando, con gli occhi pieni di lacrime, ricaddi a sedere sul letto sfatto, prendendomi la testa tra le mani. Cercai inutilmente di piangere. Le lacrime mi restarono tra le ciglia. I ricordi della notte precedente erano un caos totale di angoscia e sgomento. Non sapevo con esattezza cosa fosse accaduto, cosa avessi detto o fatto. Ma non mi aveva portato né purezza né illuminazione. Al contrario, mi sentivo sudicio e smarrito. Perduto nelle tenebre. La Maat era stata sovvertita.

Howard Carter

Howard Carter

“Non è successo niente” mentii a me stesso. “Assolutamente niente. Uno stupido rituale di sesso e sangue. Tutto qui.”
Mi accesi una sigaretta. Il tremito alle mani era lieve, sarebbe passato presto.
“Be’, erano anni che volevi toglierti la curiosità e l’hai fatto.” Sogghignai a me stesso con una sorta di disperata spavalderia. “Come dice William Blake… La via dell’eccesso porta al palazzo della saggezza”.
*
Il mio ufficio occupava le stanze sottostanti a quelle in cui abitavo, in una costruzione a due piani della precaria cittadella della Sovrintendenza, ai limiti della necropoli. In genere mi trovavo in ufficio già alle sei e mezzo, e adesso erano quasi le dieci. Non mi stupivo che i miei collaboratori si fossero preoccupati. Tuttavia, non mi riuscì di scendere dabbasso prima delle undici.
Quando mi ero guardato nello specchio avevo compreso fino in fondo il perché dell’espressione sconcertata del mio segretario. A parte i graffi, erano soprattutto gli occhi a far paura: un diavolo esiliato dall’inferno non avrebbe avuto un’espressione più selvaggia. Mi chiesi come sarei riuscito a dissimularla.
Fortunatamente, il fellah che tenevo come domestico sapeva preparare un caffè capace di pacificare lo stomaco più sconvolto. E quando, a dispetto della nausea, ebbi consumato una leggera colazione a base di yogurt e totleh, la tipica marmellata egiziana con le mandorle, anche il mio sguardo apparve meno tormentato. Scoprivo, con feroce sarcasmo, che placare i fantasmi dello spirito non era più complicato che placare la fame.
Con l’illusione di uno stato d’animo ordinario, mi misi alla ricerca di quegli inglesi che il mio segretario aveva vagamente annunziati. Li trovai in uno dei magazzini: un gruppetto di cinque persone che discutevano animatamente attorno ad alcune suppellettili rinvenute di recente in una tomba. Quasi non credetti ai miei occhi nel riconoscere, in mezzo a loro, un uomo alto e scarmigliato.
“Petrie!”
“Ah, Carter!” L’esclamazione rimbombò nell’ampio magazzino come sotto alla volta di una cattedrale. Poi Petrie mi venne incontro e mi abbracciò vigorosamente, continuando nella sua maniera brusca e affettuosa: “Ne hai fatta di carriera, signor ispettore!”
“Professor Petrie…” Sotto il suo sguardo mi sentivo impacciato esattamente come ai tempi di Amarna. “Che sorpresa.”
“Sorpresa? Il Services des Antiquités non ti ha avvertito? Il messaggio dovrebbe esserti arrivato più di una settimana fa.”
Mi strinsi nelle spalle, incapace di inventarmi una risposta. La corrispondenza era una delle molte cose che negli ultimi tempi avevo trascurato con piacere.
“E allora, Howard… Come va?”
“Va.”
Rivedere il mio maestro di tredici anni addietro mi procurava una gioia profonda, una sensazione di conforto e protezione; eppure, nel contempo, Petrie era anche la persona che meno desiderassi incontrare. Conoscevo la sua capacità d’indagare nell’animo umano come nei misteri del passato, e allo stato attuale non desideravo affatto ritrovarmi eletto a suo personale terreno di scavo. Ciò che avrebbe disseppellito non sarebbe piaciuto né a lui né a me.
“Chi direbbe che questo pezzo di giovanotto sia stato un ragazzetto gracilino e un po’ tonto?” scherzò, presentandomi agli altri.
Lui non era quasi cambiato, a parte i capelli e la barba che cominciavano a imbiancare, il che gli conferiva un’espressione ancor più luciferina.
“Mi dispiace per te, caro ispettore, ma temo che dovrai rassegnarti a sopportarci per un po’.”
Mi raccontò che si trovava a Saqqara per lavorare alle iscrizioni di una tomba, accompagnato da un piccolo gruppetto di collaboratori capitanato da sua moglie Hilda. Durante gli anni seguiti al periodo di Amarna mi ero rivisto con Petrie qualche volta, ma sempre di sfuggita, e non avevo ancora conosciuto sua moglie. Costei non era esattamente una bellezza ma, pensai, l’ideale per un tipo come Petrie, dal momento che appariva ancora più sciatta e disordinata del consorte. Inoltre possedeva una curiosa maniera indagatrice e insieme sarcastica di guardare a ogni cosa, quasi fosse costantemente impegnata a valutare persone e fatti pur sapendo in anticipo che non potevano rivelarle nulla d’interessante o piacevole.
Il gruppetto degli assistenti si componeva di un ragazzo allampanato, con grandi mani e grandi piedi che sembravano essergli di non poco impiccio, e di due graziose ragazze sui vent’anni, fresche e sorridenti nelle loro camicette di lino candido. Una delle due mi colpì in modo particolare. Aveva i capelli chiari e fini come quelli dei bambini e pensosi occhi grigi. Si chiamava Janet.
*
Janet… Fu in parte grazie a lei se nei giorni che seguirono riuscii a tenermi aggrappato alla realtà.
Janet era serena e quietamente allegra, curiosa con discrezione riguardo al tempo che avevo trascorso accanto a Petrie, e dedicava all’archeologia un misurato e tranquillo affetto. Non aveva smanie di grandi ritrovamenti, non sognava di cambiare la visione della Storia attraverso le scoperte che poteva fare. In questo eravamo profondamente diversi, ma condividevamo la passione per il disegno. Lei mi mostrò alcuni suoi lavori di cui andava particolarmente fiera e che si portava appresso in una cartellina di stoffa rossa un po’ consumata lungo i bordi. Era brava, molto più di me. Aveva un tratto che purificava e nobilitava qualunque soggetto, fosse esso un animale, o un volto, o un reperto archeologico.
Una sera, durante la cena, Petrie disse scherzando che Janet avrebbe dovuto farmi il ritratto.
“Solo tu puoi restituire a Howard un’espressione umana!”
Mi chiesi, inquieto, fino a che punto quella fosse una battuta. E che non si trattasse solo di una battuta ne ebbi conferma poco più tardi quando, terminata la cena, lasciammo il campo di Petrie per una passeggiata attorno alla necropoli, sotto il cielo stellato.
“Allora, Carter…” Petrie mi aveva circondato le spalle con un braccio, in un atteggiamento protettivo e confidenziale. “Sentiamo un po’: cos’è che ti rode?”
Sussultai involontariamente, e fui grato all’oscurità, perché sentivo di essere arrossito come ai tempi di Amarna.
“Cosa volete dire?”
“Oh, andiamo!” ribatté Petrie in tono insofferente. “Mi sembri tutto fuorché a tuo agio, qui.”
Esitai in un silenzio colpevole, prima di rispondere: “Mi annoio”. Il che non era del tutto una bugia.
Ma Petrie non si lasciò ingannare. “Mi prendi in giro?” Si fermò di colpo, obbligando anche me a fare altrettanto. “Guardami in faccia.”
Lo guardai, sempre più riconoscente alla notte illune. Ah, benedetta Nut dall’abito stellato! Ci trovavamo sulla lunga rampa processionale che conduce alla piramide di Unas, un candido sentiero di lastre calcaree, simile a un fiume di latte. Smozzicati resti di bassorilievi ci circondavano, invisibili nella semioscurità. Ma era un paesaggio che Petrie conosceva molto bene, e non aveva più il potere di distrarlo.
“Insomma, Carter. Te ne vai in giro circospetto e nervoso come un gatto affamato, e ogni tanto t’incanti a guardare nel vuoto. Qual è il problema?>
“Non mi piace stare qui” risposi frettolosamente, e anche quella non era una bugia. Ripresi a camminare, le mani in tasca e lo sguardo a terra.
“Una ragazza?” insisté Petrie, sforzandosi di proseguire la conversazione su un tono più leggero. Si era accorto che il suo atteggiamento indagatorio mi metteva a disagio, ma era piuttosto strano che, nella sua franchezza, se ne preoccupasse. “Sei innamorato?
“Forse.” E quella sì, me ne accorsi, era una bugia. Il ricordo di Sahira aveva smesso da tempo di tormentarmi. La grande passione dei lontani giorni di Luxor si era attenuata in una nostalgia quieta.
“Ti ci vuole proprio una moglie, ragazzo. E dei bambini. Sì, dovresti cominciare a pensarci seriamente.”
“Prometto che ci penserò.”
Dietro di noi udivo le risate di Janet e delle altre due donne. Anche Petrie rise e mi affibbiò una pacca nella schiena.
“E allora datti da fare. Ormai sei arrivato a un’età nella quale si è sufficientemente disperati per guardare al matrimonio come all’ultima spiaggia.”
“Per l’amor di Dio, Carter!” disse Hilda in tono allegramente ironico, raggiungendoci insieme alle ragazze. “Non date retta a Will. Chiunque sia la poverina abbiate pietà di lei, risparmiatele questa prova.”
“Hilda!” La sgridò Petrie con finta severità. “Non t’impicciare e lascia che il nostro Howard muova anche lui i suoi passi fatali.”
Risero tutti, tranne Janet. Forse aveva notato che rabbrividivo. Petrie non poteva rendersi conto di quale significato avessero per me quelle parole.
Ci fu ancora uno scambio di battute scherzose sul matrimonio. Poi, mentre proseguivamo la nostra passeggiata, mi venne da chiedere d’istinto: “Petrie, sapete cosa significa Lubhyami?”
“Cosa?”
“Lubhyami” ripetei. “Non ho idea di come si sillabi.”
“Non è egizio.”
“No, è sanscrito.” Ci voltammo tutti verso Janet che proseguì, più timidamente: “Perlomeno, lo sembra”.
“Ragazza, tu non finisci di stupirmi” disse Petrie con compiacimento. “Sai anche per caso cosa significa?”
Lei sorrise, un po’ imbarazzata. “Be’, credo… potrebbe derivare dalla radice lubh, che significa qualcosa come “bramare”, “desiderare ardentemente”. “Io desidero”.”
Adesso tutti gli sguardi si erano spostati su di me, in attesa di una spiegazione. Mi strinsi nelle spalle, simulando candore.
“L’ho letto da qualche parte… credo… tanto tempo fa.”
Un po’ più tardi, mentre tornavamo verso gli alloggi degli archeologi, Janet mi affiancò e disse qualcosa riguardo le stelle. Invece di risponderle chiesi: “Com’è che conosci il sanscrito?”
“Mio padre è un orientalista. Quando ero piccolina mi addormentavo ascoltando il Mahabharata in versione originale, invece che le solite fiabe.” Fece una pausa, poi: “Chi è Lubhyami?”
Non vedevo ragione di mentire, con lei. “Io.”
“Perché?”
A questo non potevo rispondere. Lei restò in silenzio per un attimo; poi disse in tono di voce curiosamente cauto: “Lubh… potrebbe avere anche un altro significato.”
Tacque di nuovo. Io attesi, senza dire una parola, che terminasse la frase. Il suo sguardo scrutava l’oscurità stellata, come in cerca di un cenno d’approvazione da parte della dea del cielo.
“Prima non mi è venuto in mente” riprese Janet, infine, come a scusarsi. “Ma potrebbe significare anche… “smarrirsi”.”
Smarrirsi…
Il servo prediletto che amavo come un fratello…
La mano di Janet cercò la mia, e la strinse.
*
“Entra, voglio mostrarti una cosa.”
Janet esitò un attimo sulla soglia della mia stanza, guardandosi attorno. Il disordine, che era notevole, doveva apparire addirittura indecente agli occhi di quella ragazza che indossava camicette sempre perfettamente stirate. Sorrisi. “Giuro, non ci sono belve in agguato, anche se un paio di volte ci ho pescato uno scorpione. E puoi lasciare la porta aperta, così nessuno troverà sconveniente questa tua visita.
Quando la vidi arrossire mi vergognai della mia mancanza di tatto. “Scusami” aggiunsi in fretta. “Sono un padrone di casa piuttosto maldestro.”
Lei rise e scosse la testa, quindi entrò decisamente e richiuse la porta alle sue spalle. Mentre frugavo nella mia cartella dei disegni, lei si avvicinò alla scrivania.
“Stai scrivendo un libro?”
“Biografie degli archeologi che hanno scavato in Egitto, e uno studio sui risultati del loro lavoro.”
Lei mosse qualche foglio, sbirciando qua e là.
“Ammiri davvero molto Giovanbattista Belzoni.”
“Era geniale.”
“Un avventuriero. Abbatteva le porte delle tombe a colpi d’ariete, senza curarsi di quello che avrebbe potuto distruggere.”
“Non conosceva le buone maniere, è vero, ma aveva ingegno e fegato. Alcune tra le scoperte più importanti le dobbiamo a lui.”
“Oh, sì. La tomba di Sethi I° è stupenda.”
Il disegno che cercavo mi scivolò tra le mani, sgusciando da sotto una pila di paesaggi a matita.
“Ecco” dissi. “Guarda, Janet.”
Lei fissò il volto sul cartoncino, a lungo e in silenzio, con un’espressione assorta.
“Chi è?” chiese poi con voce lontana, sognante.
Mi strinsi nelle spalle. “Il mio sogno personale.”
“E l’hai realizzato?”
“No.”
“È bellissimo.”
“Non so. Non so se sono riuscito a riprodurlo esattamente. Avresti dovuto essere tu a ritrarlo.”
Janet continuava a fissare il disegno, con la testa leggermente china e uno sguardo distante negli occhi chiari. Sembrava che cercasse di decifrare il mistero attraverso la visione dorata.
“È persino più bello di Ramses ad Abu Simbel. Ma perché ha quest’espressione così triste?”
“Triste?”
Il servo prediletto che amavo come un fratello ha smarrito la strada!
“E adesso sembri triste anche tu.” Janet gettò una breve occhiata attorno a sé. “Quando non sei in ufficio te ne stai sempre quassù, da solo?”
“Io preferirei lavorare a qualche scavo, ma qui…”
Era a pochi passi da me e mi fissava con quella particolare gravità che si vede a volte negli occhi dei bambini. Così giovane e fresca, mi faceva pensare alla pioggia di primavera sulla campagna inglese: lo stesso profumo d’erba lavata e lavanda. Sorrisi a me stesso di quella bizzarra fantasia.
“Così va meglio.” Anche lei sorrideva. “E dimmi… Cos’è che desideri tanto ardentemente, Lubhyami?”
E prima che avessi il tempo di inventarmi una qualunque risposta, Janet si alzò sulla punta dei piedi e mi posò un bacio sulle labbra: leggero, tenero.
“ Janet…” mormorai, ma non andai più in là del suo nome.
Cosa potevo dirle? Lei mi credeva soltanto un archeologo scontroso e solitario. Se avessi cercato di raccontarle quello che mi era accaduto si sarebbe allontanata da me inorridita, oppure non mi avrebbe creduto, scambiandola per la fantasia di un pazzo. Certe cose erano talmente lontane dalla vita di una dolce ragazza inglese di vent’anni. Non poteva esserci nulla tra di noi, ma non volevo perderla.
“No, tienilo” dissi impulsivamente, quando lei fece per restituirmi il disegno. “È meglio se lo tieni tu.”
I suoi occhi di bambina s’illuminarono.
“Me lo regali? Davvero?”
“Sì. Con me ha già rischiato di andare in cenere. Tu ne avrai cura più di quanto potrei mai fare io.”
E compresi che non mi riferivo soltanto al disegno.
“Avrai cura di lui. Come io non ho saputo fare.”
*
“Ispettore!”
La porta dell’ufficio si spalancò come sotto una folata di vento, e il capo delle guardie della necropoli entrò di corsa.
“Il professor Petrie dice di venire al Serapeum, subito!” Era quasi senza fiato, sembrava che avesse fatto tutta la strada di corsa.
Lasciai perdere il rapporto mensile che stavo redigendo per Maspero e chiesi: “Che succede, Khalifa?” Tanto spreco di energia, in uno di quegli egiziani abitualmente flemmatici, era preoccupante.
“Turisti ubriachi. Hanno picchiato il vecchio Hussein; e le ragazze…”
Mi alzai in piedi, allarmato. “È successo qualcosa alle assistenti di Petrie?”
“No, stanno bene. Ma hanno paura.”
Non mi occorreva sentire altro. Presi il fucile e ordinai all’uomo trafelato: “Va’ a chiamare tutti i gaffir e raggiungimi più in fretta che puoi.”
Al campo degli archeologi trovai Janet che cercava di consolare la sua collega in lacrime. Lei era calma, soltanto un po’ pallida sotto la leggera abbronzatura, mentre l’assistente allampanato continuava ad andare avanti e indietro in grande agitazione, come se non sapesse cosa fare ma non potesse comunque star fermo.
Petrie mi accolse con un’espressione preoccupata.
“Non avrei voluto disturbarti, ma quelli stanno facendo un gran sconquasso.”
“Chi sono?”
“Francesi, ubriachi sfatti. Per un po’ hanno gironzolato qui attorno tentando approcci volgari con le ragazze, poi hanno preteso di entrare nel Serapeum senza pagare, e quando il guardiano si è opposto lo hanno malmenato.”
“E adesso dove sono?”
“Sempre là. Si sono asserragliati nella “Casa di Mariette” e hanno cominciato a sfasciare sedie e altro mobilio in testa ai gaffir.”
“Bene, gliela tolgo io la voglia di fare i furbi!” esclamai avviandomi decisamente verso la scena della zuffa.
“Aspetta, vengo con te.”
Il Serapeum, il labirinto sotterraneo che aveva accolto le mummie del sacro toro Apis, era una delle grandi attrazioni della necropoli fin dal giorno in cui Auguste Mariette lo aveva riportato alla luce nella primavera del 1852. Era un luogo maestoso e impressionante, da visitare in religioso silenzio. Ma adesso davanti al suo ingresso stava un gruppo di scalmanati vociferanti, impegnati in un furioso scambio di insulti con le guardie. E dal piccolo edificio che un tempo era stato la casa di Mariette provenivano altre grida e rumori.
“Cosa diavolo succede, qui?” gridai per sovrastare quella cagnara.
I gaffir ringraziarono Allah per il mio arrivo e seguì un breve istante di silenzio carico di tensione, durante il quale io e i francesi ci squadrammo come belve guardinghe. Petrie non aveva esagerato; erano tutti visibilmente ubriachi e in cerca di guai. La cosa stupefacente era che tra di loro si trovavano anche diverse donne e bambini, questi ultimi terrorizzati.
“Signori…” esordii, pur con il sospetto di stare sprecando il fiato “ credo che il vostro comportamento non si possa definire corretto. Pertanto, se volete seguirmi nel mio ufficio e declinare le vostre generalità…”
Udii una sghignazzata, ma non capii da che parte provenisse.
Era tardo pomeriggio, e il gruppetto di turisti si trovava in controluce al sole ormai basso sull’orizzonte, così non riuscivo a vederli bene in viso, ma avvertivo i loro sguardi malevoli.
“Avete aggredito uno dei miei dipendenti.”
Udii un’altra risata e una frase a bassa voce; poche parole ma sarcastiche ed estremamente volgari. Questa volta riuscii a individuarne l’autore e mi rivolsi direttamente a lui.
“Vorreste ripetere, prego?”
“Non capite il francese, ispettore? Se volete ve lo ridico en anglais.”
La voglia di ribattere a tono era forte, ma mi morsi la lingua, consapevole di tutti quegli sguardi su di me. Ero nauseato all’idea che individui simili, con tutta l’arroganza loro concessa dal denaro, potessero scorrazzare a piacimento tra il prezioso passato delle Due Terre, al quale erano del resto completamente indifferenti. Venivano in Egitto perché era di moda, e per procurarsi un esotico argomento di conversazione da sfoggiare durante le serate mondane.
“Signori, devo pregarvi di seguirmi in ufficio” ripetei.
“Fottiti.” E questo fu detto in ottimo inglese.
Khalifa mi si avvicinò.
“Ispettore…”
“Di’ ai tuoi uomini di tenere pronti i manganelli” bisbigliai in arabo. E con lentezza, e una calma che ero ben lontano dal provare, puntai il fucile contro il gruppetto di ubriachi. “Con le buone o con le cattive. Decidete.”
Altre risate sguaiate. Uno dei francesi si fece avanti. Aveva la faccia rossa e sudata, contratta in una specie di sorriso ebete. “Mi fai proprio paura, buuu!” berciò.
“Stai lontano” dissi. Sentivo l’ira crescermi dentro e arrampicarsi rapida lungo i nervi, verso il cervello.
“Carter…” Mi sembrò la voce di Petrie, lontanissima.
Con la coda dell’occhio vidi uno dei francesi chinarsi e raccogliere un sasso. Mi scansai appena a tempo, e un piccolo proiettile di calcare s’infranse contro il muro della casa alle mie spalle. Il tipo che mi stava davanti sghignazzò.
“L’hai mancato, Armand!”
Barcollai all’indietro, mentre una stilettata di dolore mi trafiggeva le tempie e una manciata di minuscoli fuochi pirotecnici mi zampillava davanti agli occhi. Imprecai, tornando a spianare il fucile.
“Howard!” Ancora la voce della saggezza, distante e allarmata.
Fu una cosa rapida e semplice. Il francese sbraitò qualche altra volgarità che neppure ricordo, e mi si buttò addosso cercando di strapparmi il fucile. Sospinto da quell’impeto feci qualche altro rapido passo indietro.
Il colpo sembrò esplodermi nella testa. Vidi il sole scarlatto del tramonto andare in frantumi davanti ai miei occhi, come un’arancia di vetro.
L’eco dello sparo si disperse in fretta nella vastità della necropoli. Ci fu un istante di silenzio: totale, perfetto… meraviglioso. Poi le voci dei francesi proruppero in una gamma di esclamazioni che andavano dal furore allo sgomento, mentre donne e bambini cominciavano a strillare e a piangere.

Howard Carter 2

Howard Carter (a sinistra)

L’uomo che mi aveva insultato giaceva raggomitolato nella polvere, e gemeva premendosi contro il petto la mano sinistra. Giacca e camicia erano chiazzate di sangue. Per un terrificante attimo pensai di averlo ferito mortalmente, poi mi resi conto che la pallottola gli aveva soltanto trapassato il palmo della mano.
“Carter… sant’Iddio, cos’hai fatto?” bisbigliò rocamente Petrie accanto a me.
Io non riuscii a rispondergli né a muovermi. Un paio di francesi si lanciarono su di me, subito intercettati dai gaffir. Mentre scoppiava il putiferio, mi sentii afferrare per un braccio da una mano d’acciaio e trascinare via.
“Questo è un guaio, ragazzo. Un guaio grosso” borbottò Petrie strappandomi il fucile dalle mani.
Lo guardai, stordito e incapace di reagire. Sentivo qualcosa di umido su una guancia. Meccanicamente mi asciugai e ritrassi le dita sporche di sangue. Abbassando lo sguardo scoprii uno schizzo rosso sulla camicia.
“Avrai il tuo bel da fare a spiegare che si è trattato di un incidente” infierì ancora Petrie.
Ma lo udivo appena. E riuscivo soltanto a pensare che il sole si era frantumato come un’arancia di vetro.

 

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Gloria BarbieriL’AUTRICE
Gloria Barberi nasce a Camogli (GE) il 6/9/1955, ma dall’età di 6 mesi abita a Recco, poco più di 3 chilometri dal suolo natìo.
Da sempre appassionata d’arte in tutte le sue forme, dopo un periodo trascorso a scrivere articoli sul rock per le riviste Best e Nuovo Sound, debutta all’inizio degli anni ‘80 sulle pagine delle fanzines SF…ere e Pulp, dedicate alla letteratura fantascientifica e fantasy. Fanno seguito pubblicazioni su numerose riviste e periodici sia amatoriali che professionali, quali: The Dark Side, Gli occhi di Medusa, Diesel, Shining, Yorick, Lore, Urania Millemondi, L’Eternauta, La Gazzetta del Mezzogiorno, Cosmopolitan, Inchiostro, Antarés, e le antologie Fantàsia e Horror Erotico di Stampa Alternativa. Il racconto La notte di san Valentino è apparso in Francia nell’antologia Cosmic erotica successivamente edita in Italia da Fanucci. Presente anche in diverse antologie di autori vari edite da Il Cerchio (Rimini) a seguito di vittorie e piazzamenti al Premio San Marino.
È autrice di due antologie personali: Racconti Notturni edito da Primordia (MI) e Come le bambole di notte (Montedit, MI) e di alcuni romanzi: I Custodi apparso su The Dark Side n° 34; Le viscere del Diavolo (Diesel Extra); Lo specchio scarlatto (Diesel Speciale “Pastiche”).
Nel 1987 collabora alla trasmissione radiofonica Galactica di Radio Time di Scandicci (FI). Da qualche anno si occupa di teatro in veste di attrice/caratterista nella compagnia del Teatro Stabile San Giuseppe di Ruta di Camogli, del quale cura la pagina Facebook, ma anche di autrice. La pièce Il palazzo della Notte ha vinto nel 2001 il premio Città di Moncalieri ed ha partecipato in seguito alla rassegna Aquilegia blu (Torino, 2002) nell’interpretazione dell’attrice Franca Berardi.
Tra i premi conseguiti per la narrativa fantastica ci sono il Premio Italia, Lovecraft, Courmayeur e Repubblica di San Marino.
Negli anni ‘90 ha lavorato come traduttrice per la casa editrice Nord e per la rivista esoterica Primordia, oltre che per alcuni privati.
Appassionata anche di poesia, fa parte da diversi anni del gruppo di scrittura “Anna di Vienna” che prevede incontri a cadenza mensile su un argomento a tema e un reading/spettacolo a fine stagione, con lettura di poesie e prosa, siparietti teatrali, proiezioni video e musica dal vivo. Ama “pasticciare” con Photoshop e creare immagini che pubblica sulla pagina facebook Green Mansions.
“Contagiata” da un amico genealogista ha creato anche una pagina sui suoi antenati materni, appartenenti alla comunità valdese di Torre Pellice, che le ha permesso di scavare un po’ più a fondo nelle sue radici. E, ovviamente, non si è fatta mancare una pagina Facebook dedicata a L’occhio sinistro di Horus, romanzo nato con l’intento di raccontare una realtà “alternativa” a quella usualmente sfruttata riguardo il ritrovamento della tomba di Tutankhamon, lavorando molto di fantasia ma entro binari rigorosamente storici, e strizzando l’occhio ai feuilleton di un tempo.
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