L’occhio sinistro di Horus 6° episodio di Gloria Barberi

L'occhio sinistro di Horus 6° episodio di Gloria BarbieriEra stato proprio Petrie a profetizzarlo, anni prima. Un giorno la mia impulsività mi avrebbe fatto finire nei guai, e la sua predizione si era appena avverata in quel giorno del gennaio 1905.
Ma era andata davvero come con il fellah che aveva distrutto il pavimento ad Amarna? Intendevo davvero fare del male, ferire… uccidere? Avevo puntato il fucile deliberatamente, questo era vero; ma avevo altrettanto deliberatamente tirato il grilletto? No, non ricordavo di averlo fatto, il colpo era partito per sbaglio. Ma ricordavo forse di avere aggredito quell’uomo ad Amarna?
L’eco della fucilata mi rimbombava ancora nel cranio, sfumando e modulandosi in curiose tonalità che sembravano quasi formare delle parole. “Bentornato tra noi”. La voce di Crowley. Bentornato… Perché? Avrebbe dovuto dire “benvenuto”… Hemseth… Merinisut… Lubhyami. Chi ero? Chi ero davvero?
Sdraiato sul letto fissavo il soffitto e continuavo a vedere il sole che esplodeva in frantumi. Indossavo ancora la camicia macchiata di sangue.
La porta si aprì senza che nessuno avesse bussato.
“Howard…”
Eccola; con i suoi riflessivi occhi grigi da bambina saggia. Non mi voltai. Pensavo che non avrei più potuto guardarla in faccia.
“Sono venuta a vedere se hai bisogno di qualcosa.”
Feci cenno di no con la testa.
“Oh, Howard!” La voce di Janet era tesa ma non c’era traccia di rimprovero, e le fui grato per questo. “Ho parlato con Petrie. Lui testimonierà che s’è trattato di un incidente. Tu non ne hai colpa, è stata una disgrazia.”
Janet sedette sul letto accanto a me e mi toccò leggermente su una spalla, come per risvegliare un dormiente.
“Se non ti va di parlare non importa, ma lasciami restare un po’ con te.”
Mandarla via era invece la cosa più giusta da fare, ma non ne avevo la forza né il coraggio, ero completamente inerte. Lei prese ad accarezzarmi i capelli: un subdolo espediente a cui le donne ricorrono per penetrarti dentro l’anima, un’astuzia appresa fin da bambine, con le bambole, e perfezionata da adulte con amanti e figli.
“Potevo ucciderlo” bisbigliai. “Volevo ucciderlo.”
“Non dire sciocchezze.” Dolce, ma anche molto decisa. “Piuttosto, dovresti cambiarti questa camicia.”
“Lasciami in pace” mormorai stancamente. “Vattene.”
La sua mano mi sfiorò la guancia.
“Lo vuoi davvero?”
“No.”
Ero come il suicida resoluto ad annegarsi, che all’ultimo momento si aggrappa alla mano che cerca di tirarlo fuori dall’acqua; cosciente volontà d’abbandono e cieco istinto di sopravvivenza.
“Lo sapevo” disse lei, e mi baciò.
Da bambino, dopo qualche furioso temporale, mi piaceva correre tra l’erba che si piegava appesantita dalla pioggia. Ogni singolo stelo sembrava più tenero, carnoso, di un verde quasi abbagliante. “L’erba ha bevuto fino a scoppiare” dicevo, e nessuno capiva. Come non capivano quando mi buttavo a pancia sotto in quel verde umido e soffice, cercando contro il viso e le mani la solleticante carezza degli steli umidi, respirando l’odore pungente e asettico di alte quote che le gocce di pioggia ancora trattenevano nel loro fulcro iridescente. Ero felice d’inzaccherarmi, entrare in contatto con i profondi misteri della terra attraverso la serica cedevolezza del fango, senza curarmi dei rimproveri che ne sarebbero seguiti.
Così era con Janet adesso: un lento affondare in pulita sofficità, il conforto di elementi primitivi ed essenziali, i tormenti della ragione annullati negli istinti più semplici e antichi. Senza curarmi di rimproveri e punizioni.
E ricordavo, dopo un temporale particolarmente furioso… il tiglio che per un oscuro disegno del fato era nato là, esattamente là, in quel preciso punto dove cinquant’anni più tardi un certo fulmine in una certa notte di pioggia doveva abbattersi… ricordavo il tronco bizzarramente spaccato in due per il lungo, come da una gigantesca accetta, la ferita dai bordi carbonizzati, lucente di linfa. E mi domandavo: si è forse sentito colpevole, il fulmine?
*
“Avrei dovuto immaginarlo” bisbigliai.
“Che ero vergine?” La voce di Janet aveva un tono compiaciuto, faceva pensare a una gatta che si lecca i baffi sporchi di crema di latte.
“Non me lo meritavo.”
“Stupido.”
Il mondo notturno aveva sinuosità tiepide e morbide nella penombra striata di luna. Sembrava che la vita stessa giacesse raggomitolata e serena accanto a me, come un bambino addormentato. E la vita si chiamava Janet. Percepivo ogni linea del suo corpo contro il mio, l’insospettato vigore dei muscoli sottili che, di giorno, i lini inamidati dei suoi abiti dissimulavano. La calma pensosa dei suoi occhi ingannava, lasciando immaginare commoventi delicatezze e ritrosie, mentre il corpo dalle linee ancora adolescenti nascondeva la tensione e la duttilità di un piccolo strumento fatto per l’amore in tutte le sue note più carnali.
“Sai…” Il suo respiro mi scaldava una guancia. “Ho provato spesso a immaginarmelo. Con tutti i ragazzi e gli uomini che ho conosciuto.” Rise piano, ma senza imbarazzo. “Sì, persino con Petrie. Cercavo di capire cosa avrei dovuto fare e dire, se il desiderio sarebbe stato più forte della paura, il piacere più intenso del dolore… Che idiozia! È successo tutto così, senza premeditazione, che non ho avuto neppure il tempo di pensare. Ma è stato semplice. E bello. Sono felice.”
Lo ero anch’io. Ma per me non era altrettanto semplice.
“Janet… Io non posso sposarti.”
“Te l’ho forse chiesto?” La sua mano si muoveva lentamente, accarezzandomi in modo quasi distratto, come fosse già un’abitudine. “Non te l’ho mai detto, ma in Inghilterra ho un fidanzato, che alla mia famiglia piace molto per i soliti motivi: posizione, signorilità, bell’aspetto. Esattamente in quest’ordine. È un vero gentiluomo, frequenta i bordelli per continuare a rispettarmi.”
“E tu lo ami?”
La risposta fu così pronta da sembrare sincera. “Sì. Ma a volte lo sento talmente distante… Comincio a temere che neppure il matrimonio potrà cambiarlo. È anche per questo dovevo sapere com’è quando qualcuno ti desidera davvero. E forse adesso riuscirò a capire se quello che Sidney prova per me è vero amore.”
Di ciò che lei stessa provava sembrava essere così sicura!
“Insomma, mi hai usato” dissi, ma senza risentimento. Comunque fosse, non potevo sottovalutare l’importanza del suo gesto.
Janet alzò su di me il suo sguardo disarmante. “No, non è così. O soltanto in parte. Tu avevi bisogno di qualcosa di buono, stanotte.”
Qualcosa di buono. Così aveva deciso di donarmi la sua verginità, con la stessa disinvoltura con cui avrebbe potuto confezionarmi una torta di mele. Ero sconcertato.
“Tu devi essere un po’ pazza” le dissi, dolcemente.
Lei rise sottovoce. “Sono la pecora nera della famiglia.”
“Be’, dovrai raccontare al tuo fidanzato quello che è successo.”
“Sì, non voglio ingannarlo. So che molte ragazze lo fanno, fingere non è poi così difficile.” Una risata le vibrò nella gola, mista a un sospiro. “Dopotutto non si vede mica in faccia. O sì?”
Si sentiva nella sua voce, pensai; ma forse era soltanto una tonalità a cui non avevo mai fatto caso. Janet si sciolse dalle mie braccia con movimenti pigri e andò a guardarsi nello specchio sopra al lavamano.
“È troppo buio” la sentii bisbigliare. Muovendosi senza rumore, raggiunse la finestra e la spalancò.
Come acqua liberata all’improvviso da una chiusa, un fiotto di luce bianca si riversò nella stanza, lavando via le ombre dagli angoli, candeggiando le lenzuola. Piccole macchie scure sporcavano la nitida impronta ancora calda del corpo di Janet.
Il chiarore perlato, intorno a me, sembrò virare in una densa tonalità scarlatta. Sentii la bocca riempirsi di saliva e la pelle accapponarsi al soffio gelido e rovente di un ricordo che era estasi e disgusto insieme, e serrai gli occhi con forza, affondando la faccia nel cuscino. La mia vita era imbrattata di sangue. Troppo. Le rosse e ardenti caverne delle vene, il sole in frantumi sulla necropoli, piccoli petali bruni sparsi su un altare.
Janet aveva sacrificato a un dio egoista, pensai con amarezza, un dio che non avrebbe mai esaudito i suoi voti.
*
“Signor Carter, aspettate un momento, signor Carter!”

Alesteir Crowley

Alesteir Crowley

Quello che mi correva dietro per le scale del tribunale era un giovane in abiti sportivi, con la faccia liscia da adolescente. Senza fermarmi, mi voltai per il tempo sufficiente a scoccargli un’occhiata che avrebbe intimorito chiunque: ma non lui, evidentemente. Mi raggiunse e mi si parò dinnanzi, sbarrandomi la strada.
“Scusatemi, signor Carter.” Aveva la voce un po’ affannata e una curiosa aria spavalda e al tempo stesso smarrita, la tipica espressione della persona timida che si sforza di apparire disinvolta. “Mi chiamo Arthur Merton, sono corrispondente del Daily Telegraph.”
Un giornalista, dovevo immaginarlo. Lo scansai senza complimenti e ripresi a scendere le scale.
“Signor Carter!” Giovane, il ragazzo, ma non gli difettava l’invadenza del professionista. “Non volete rilasciare qualche dichiarazione? Naturalmente sarete soddisfatto del verdetto che vi solleva da ogni responsabilità. Lo davate per scontato o temevate una maggior severità nei confronti di uno straniero?”
Fermandomi nuovamente, mi volsi e lo fissai gelidamente.
“Stammi a sentire, idiota: a momenti ammazzo un uomo, la Giustizia mi ha assolto. Scrivi questo. Ma quel che provo riguarda soltanto me. Soltanto me, capito?”
“Be’, io…” Il giovanotto sembrò perdere di colpo tutta la sua baldanza, come un giocattolo a molla che si scarica. Doveva essere proprio alle prime armi. “Vi chiedo scusa se vi ho importunato.”
Mi faceva quasi pena, e in un altro momento mi sarebbe riuscito anche simpatico. Lo lasciai lì sulle scale, a meditare sulla sua scelta di guadagnarsi la vita con il giornalismo.
Mentre uscivo dal tribunale, nella tarda mattinata, mi sentivo oppresso da un peso che mi rendeva difficile persino respirare; come se il cielo turchino del Cairo, una lastra di quarzo appena un po’ appannato, poggiasse interamente sulle mie spalle.
Ero libero. Non avevo nessuna condanna da scontare. In teoria, tutto poteva continuare come prima. Ne uscivo con le mani pulite. Ma lo erano davvero? Il sangue che in un modo o nell’altro avevo versato scottava come un marchio a fuoco. Molto shakespeariano ma terribilmente vero. Ero sempre stato conscio della mia capacità e, quel che era peggio, della mia disponibilità a uccidere se si fosse presentata l’occasione. Potevo mentire a un giudice, non a me stesso.
Tutti si erano adoperati in mille modi per tirarmi fuori da quel pasticcio: primi fra tutti Petrie e i miei gaffir, e il Console inglese al Cairo, preoccupato per la reputazione della razza albionica, e Maspero… Già, Maspero. Monsieur le Directeur aveva perorato la mia causa presso il tribunale, ma dubitavo che in privato me l’avrebbe fatta passare liscia.
*
“Questa vostra ostinazione è assurda. È un suicidio.”
Nel giro di un’ora, percorrendo frenetiche miglia avanti e indietro per il mio piccolo ufficio di Saqqara, Maspero le aveva provate tutte: dalla cortesia alla fermezza, dalle preghiere alle minacce; e adesso era proprio giunto al limite della pazienza. Ma non sarebbe riuscito a farmi cambiare opinione.
“Non possiamo abbassarci a questo, i miei uomini non se lo meritano” replicai. “Sarebbe come ammettere che il tribunale ha avuto torto. Non voglio ridiscutere le mie responsabilità personali, ma i gaffir sono stati aggrediti, insultati e presi a sassate.”
“E hanno reagito tirando fuori i manganelli.”
“Soltanto per difendermi, e difendere se stessi.”
Maspero sbuffò, e si fermò accanto alla finestra. Sudava, e aveva gli occhiali appannati.
“I poliziotti possono essere picchiati, ma loro non devono farlo se non in casi estremi. È così in tutto il mondo, mon ami.”
Poteva anche darsi che avesse ragione, ma era una questione di principio.
“Non mi presterò a una farsa umiliante a beneficio di quel buffone del vostro Console. La sua richiesta di scuse ufficiali se la può anche ficcare…”
“Cartaire! Moderate i termini.”
Era una fatalità che quando Maspero e io ci ritrovavamo nello stesso ufficio scoppiasse una tempesta. Ma questo era un uragano in piena regola.
“No. Ve l’ho detto e ve lo ripeto. Non presenterò nessuna scusa a nome della Sovrintendenza. Fatelo voi, se ci tenete tanto.”
E sapevo bene che erano le mie scuse che pretendevano; di quelle del direttore del Service des Antiquités non sapevano che farsene. Volevano la mia umiliazione, non la sua. Ma non li potevo accontentare.
“Si può sapere cos’avete in quella zucca, sterco di cammello? Creare incidenti diplomatici sembra essere il vostro passatempo preferito.” Maspero tirò un lungo respiro rumoroso, e questo parve calmarlo. Di colpo diventò di quella sconcertante calma minacciosa di cui già una volta avevo sperimentato a mie spese gli effetti. “Se mi mettete nuovamente alle strette, mon ami, sarò costretto a rinunziare alla vostra collaborazione.”
“Risparmiatevi il disturbo. Sono io che do le dimissioni.”
Lo dissi senza pensarci un attimo; segno che, a un livello inconscio, la decisione era presa da tempo.
“Howard…” Il francese ebbe un attimo d’incertezza; non si aspettava quella mossa da parte mia. Dietro le lenti appannate, lo sguardo assunse un’espressione addolorata. “Sapete quanto ho sempre stimato il vostro lavoro.”
“Ma non potete approvare le mie idee. Non crucciatevi, accade nelle migliori famiglie.”
Il mio sarcasmo parve ferirlo. L’espressione tornò severa.
“Bene, immagino che abbiate valutato il peso delle vostre decisioni. Dopotutto siete maggiorenne da un pezzo.”
“Non preoccupatevi” ironizzai “Me la caverò”.
“Trés bien. Vi auguro buona fortuna, mon ami.”
Quando Maspero fu uscito sedetti al mio posto dietro la scrivania, cercando di assimilare quella nuova realtà. L’ultimo giorno che trascorrevo nell’odioso ufficio della Sovrintendenza. Ero libero di lasciare Saqqara. Al momento non mi preoccupavo affatto del futuro e dei problemi pratici. Cominciai a radunare le mie cose e mi sentivo leggero, quasi allegro.
Aprii un cassetto della scrivania, dove tenevo appunti e copie di relazioni, e da un mucchio di incartamenti sgusciò fuori la lettera di Amy, ancora chiusa. Me ne ero completamente dimenticato lasciandola lì, intoccata, per settimane. La raccolsi, chiedendomi se dovessi buttarla senza leggerla. Non vedevo che senso potessero avere adesso delle notizie vecchie di mesi. Poi, più per rispetto verso la mia famiglia che per curiosità, aprii la lettera.
“Caro Howie, so che la notizia che mi accingo a darti sarà per te particolarmente dolorosa, e ti chiederai perché non sia ricorsa al telegrafo per avvertirti. Ma ho inteso rispettare la precisa volontà di zia Fanny la quale, consapevole della gravità della sua malattia, non desiderava che ti sobbarcassi un lungo viaggio faticoso e, ahimé, inutile. Non saresti comunque giunto a tempo per l’ultimo saluto…”
Fissavo quella parole come fossero geroglifici millenari su un brandello di papiro, parte di un’iscrizione della quale non riuscivo a ricomporre il senso. Mia sorella mi raccontava della malattia di zia Fanny e delle sue ultime ore senza adoperare neppure una volta parole sgradevoli come “sofferenza”, “morte”, “funerale”. Amy aveva sempre posseduto la straordinaria capacità, che a volte sospettavo inquinata dall’ipocrisia, di indorare le pillole più amare… unicamente perché chi era costretto a ingoiarle ci si strozzasse più in fretta.
Quelle lettera era un atto d’accusa. E continuavo a fissarla, scomponendo le frasi in singoli vocaboli, in sillabe, aspettando che il loro significato mi raggiungesse e mi ferisse. Attesi inutilmente una lacrima. Provai a richiamare alla memoria ricordi che avrebbero dovuto farmi sentire tutto il dolore della perdita, la tragicità dell’irrimediabile, ma non mi riusciva d’inquadrare la figura di zia Fanny in qualche episodio che mi riguardasse. Eppure mi aveva cresciuto, insieme a lei e sua sorella Kate avevo trascorso la maggior parte della mia infanzia. Ma ricordavo soltanto particolari banali, sfumature di colore come al fondo di un caleidoscopio: l’azzurro di una scheggia d’agata su una spilla a forma di gondola; il violetto delle vene sul dorso delle sue mani; il riflesso di un raggio di sole sulla cassa dell’orologino che portava al collo. Colori, e oggetti: marmellata di albicocche in un vaso panciuto; la biancheria stesa ad asciugare nel giardino dietro casa; il cestino da ricamo traboccante di fili colorati… Colore, ancora colore. Ma perché non quello del suo sguardo? E non il suono della voce, non un sorriso, né il calore di una carezza…
Avevo il dovere di rispondere ad Amy e scrivere a zia Kate… povera Kate, tutta sola nella vecchia casa di Swaffham, troppo grande per una persona sola. Ma che senso potevano avere le mie parole, dopo tanto tempo?
Appallottolai la lettera, un gesto lento e goffo; era come se le mie dita fossero intorpidite dal gelo. Le guardai schiudersi di nuovo. Nessun rumore quando il foglio toccò il pavimento. Naturalmente, le parole di Amy non avevano peso nella mia realtà.
Quel pensiero mi fece vergognare. Mi chinai per raccogliere la lettera. E notai il luccichio accanto alla gamba di uno degli scaffali. Capii immediatamente di cosa si trattava.
Incredulo, mi alzai e andai a raccoglierlo. L’avevo cercato per settimane, setacciando ogni angolo dell’ufficio: avevo addirittura promesso una cospicua mancia al fellah che faceva le pulizie, per evitare che trovandolo se lo ficcasse in tasca.
L’anello d’argento con l’udjat. Come era potuto rimanere lì per tutto quel tempo, senza farsi trovare… Senza farsi trovare. E c’era un altro particolare sconcertante: adesso l’argento splendeva come fosse stato lucidato, e la piccola scheggia azzurra al centro della pupilla era un minuscolo fuoco fatuo. Non sembrava più lo stesso anello, eppure lo era. Ma perfetto e scintillante come appena uscito dalle mani dell’artigiano che l’aveva creato.
Mi diedi dello stupido, avvertendo un brivido scorrermi lungo la schiena. Nessun mistero. Qualcuno, forse il ragazzo che portava la posta, lo aveva trovato e aveva deciso di tenerselo, o magari rivenderlo; poi, ripensandoci, temendo d’essere scoperto, si era inventato quel bizzarro modo di restituirmelo. Evidentemente, non sapeva della ricompensa.

Howard Carter e Lord Carnarvon 2

Howard Carter e Lord Carnarvon

Infilai nuovamente l’anello al mignolo, e fu come la prima volta. Una grande calma scese su di me. Il tempo sembrò fermarsi. Non pensavo più al processo, né a Maspero, o a Janet; neppure a zia Fanny. L’unico pensiero era l’Egitto.
Non avevo più un lavoro, e i miei risparmi non sarebbero durati a lungo. Ma avevo di nuovo il mio talismano, e una meta: la Valle dei Re.

QUINTA ORA DELLA NOTTE
(Vagando nel Re-stau)

“Indovina il mio nome”, dice il fiume,
“Se vuoi seguire la mia corrente!”

(Libro dei Morti, capitolo XCIX)

La prima volta che avevo risalito il Nilo il cuore mi batteva forte nell’entusiasmo dei vent’anni. Adesso sperimentavo un’emozione diversa. Avevo un nodo in gola, come un esule che ritorni in patria dopo una vita trascorsa in terra straniera. Il paesaggio che scivolava via sulle rive lucenti di limo appariva splendido come un miraggio, ma concreto come un bassorilievo modellato nel granito rosa di Assuan. Avevo familiarità con la sua bellezza e le sue insidie; temevo la prima e ridevo delle seconde; e amavo entrambe, certo più di quanto avessi mai amato le uniche donne della mia vita, Sahira e Janet.
Dolce Janet. Pensavo a lei, seduto a poppa del battello, immerso nello sfolgorio dell’ora che precede il tramonto. La luce si rifletteva dal cielo all’acqua, e dall’acqua ancora al cielo, ed era come starsene sospesi in una goccia d’oro. Gli occhi di Janet erano due agate grigie incastonate in quel metallo prezioso.
Era venuta a dirmi addio senza lacrime, e la sua forza era un altro regalo che non meritavo. L’avrei mai rivista? E lei, che ricordo avrebbe conservato di me? Mi ponevo quelle domande ma senza autentica ansia, come una formalità; non era di vitale importanza conoscere le risposte. Mano a mano che il battello risaliva il fiume sentivo Janet sbiadire dentro di me. Il suo modo pacato di ridere, la fragilità soltanto apparente del suo corpo che non chiedeva l’inganno del romanticismo per abbandonarsi… Avrebbe davvero meritato di più. La mia indifferenza mi sembrava ingiusta. Ma Janet apparteneva già a quell’altro mondo di nebbia nel quale avevo appena sepolto zia Fanny.
A notte, mi voltavo a guardare la scia d’argento che il battello si lasciava dietro, come una cometa, e pensavo che non avrei mai più disceso il Nilo: mi sarei perso da qualche parte, tra l’Alto Egitto e la Nubia.
*
“Ehi, sir! Ehi ehi ehi!” Il grido galleggiava, leggero come schiuma sulla corrente, al di sopra della schiamazzante animazione dell’imbarcadero di Luxor. “Sir! Ehi sir!”
E io conoscevo bene quella voce!
Cercai di sbirciare tra la confusione di galabie, veli, balle di mercanzia, eleganti cappelli occidentali e orecchie d’asino, e intravidi lo sgangherato ma candido sorriso di Ahmed Gurgar.
“Bentornato, sir!”
L’ex caposquadra mi venne incontro sbracciandosi in un elaborato saluto. Ero stupito, e anche piuttosto a disagio. Posai la valigia e strinsi le mani di Gurgar tra le mie, istintivamente.
“Come hai saputo che stavo arrivando?” chiesi.
Nessuno conosceva la meta del mio viaggio, all’infuori di Janet. Non lo avevo detto neppure a Petrie.
“Io non sapevo su quale battello, ma ero sicuro che tornavate, sir, sì.”
“Non vorrai dirmi che sei venuto qui…”
“Sì, sir! A ogni battello, sir!”
Ero sempre più sconcertato. Gurgar raccolse il mio bagaglio e mi scoccò un altro sorriso trionfante.
“Ero tutto sicuro che tornavate per scavare nella Valle, sir!”
“Mi dispiace deluderti” ribattei malinconicamente, mentre ci incamminavamo per uscire dalla folla dell’imbarcadero. “Ma io non scavo più.”
Gli occhi scuri mi fissarono con sincero stupore.
“Perché, sir?”
“Be’, se sapevi che tornavo, saprai anche cosa mi è successo. Non faccio più parte della Sovrintendenza.”
Gugar annuì vivacemente, ma sembrava che la cosa non lo preoccupasse.
“Dove vi accompagno, sir?”
Durante il viaggio avevo evitato di pensarci, desiderando soltanto ritornare alla mia Valle. A certi problemi pratici mi riservavo di cercare una soluzione in seguito. Ma non era che ce ne fossero molte.
“Davvero non so” risposi. “Temo che attualmente gli alberghi di Luxor siano un po’ troppo cari per le mie tasche. Sai per caso se qualcuna delle vecchie case degli archeologi è ancora in piedi e non occupata?”
Il sorriso s’allargò sul volto di Gurgar.
“Sono tutto felicissimo se mi fate di nuovo l’onore di abitare sotto il mio tetto.”
La sua sollecitudine era come il suo inglese, esagerata e spontanea.
Risi sottovoce, e lui si rabbuiò, al che mi affrettai a spiegare: “Non voglio abusare della tua ospitalità, e adesso più che mai sarei un ospite scomodo. Hai già rischiato abbastanza accogliendomi in casa tua dopo l’incendio. Non voglio che per causa mia tu abbia delle noie con quella gentaglia di Qurna, o con la Sovrintendenza. Troverò qualche altra sistemazione, non darti pensiero.”
Il viso di Gurgar tornò a illuminarsi di quello straordinario sorriso scanzonato e astuto. “Cercate casa senza nessuna spesa? Pronta subito?”
“Sarebbe l’ideale. Non dirmi che hai qualcosa sottomano.”
*

Howard Carter e Lord Carnarvon

Howard Carter e Lord Carnarvon

Era un alloggio fresco e confortevole, e tenerlo in ordine non richiedeva troppo impegno. Inoltre da esso si godeva un panorama sconfinato, in quanto era situato proprio su uno sperone di roccia che dominava il villaggio di Qurna. Da lì potevo anche tenere d’occhio quella tana di ladroni, se mi garbava. Forse, un tipo schizzinoso e impressionabile avrebbe avuto qualcosa da obbiettare a proposito di quella sistemazione, ma non era la prima volta che dormivo in una tomba. E Gurgar giurava che in quella, un tempo, ci avesse abitato pure il famoso Heinrich Brugsch, nei suoi difficili anni a Luxor.
Potrà sembrare strano, ma mi piaceva vivere in quel posto. Era silenzioso e tranquillo e potevo spaziare con lo sguardo sino alle lontane rovine di Karnak, eteree come un miraggio nella foschia. La mia era una vita al limite della sopravvivenza, certo, ma dopotutto ero un tipo adattabile, sapevo vivere con poco, e le risorse non mi mancavano. Avevo sempre con me il mio materiale da disegno.
Ogni giorno scendevo nella Valle con cartoncini, colori e pennelli, sceglievo un angolo che mi affascinava e cominciavo a dipingere. Potevo andare avanti per ore, incurante del sole a picco sul mio vecchio cappello di paglia che prima o poi, temevo, avrebbe finito con l’incendiarsi per autocombustione.
Quando ebbi messo insieme un numero sufficiente di acquerelli mi decisi ad abbordare i turisti, anche se a volte gli inevitabili rifiuti e gli sguardi annoiati non erano propriamente un toccasana per il mio amor proprio. Agli occhi dei benestanti occidentali non ero migliore dei fellahin cenciosi che li tormentavano per strada, cercando di rifilar loro improbabili antikas; anzi, forse apparivo ancor più disprezzabile, in quanto, nella loro mentalità, era disdicevole per un europeo lasciarsi cadere così in basso. Tuttavia, per sopravvivere dovevo accettare anche il disprezzo. Era nulla, in fondo, a confronto con l’umiliazione alla quale mi volevano costringere Maspero e il Console francese. E, per le stesse ragioni, non avrei mai chiesto aiuto alle autorità inglesi a Luxor. Loro mi avrebbero rispedito a casa, e quella era proprio l’ultima cosa che potessi desiderare. Più facile vivere da fallito in Egitto che a Londra.
In fin dei conti, durante l’alta stagione non avevo di che lamentarmi; riuscivo a mettere insieme il denaro sufficiente per vivere e comprare nuovi cartoncini e colori. Ma d’estate, con il sole che calcinava il paesaggio, le cose non erano altrettanto semplici. In quel rovente periodo dell’anno, il grande flusso dei turisti disertava le rive del Nilo per rovesciarsi nelle serene località delle Alpi. Anche gli archeologi più intraprendenti scappavano, e la Valle ritornava a essere dominio del sole, del silenzio e dei rapaci, così come era millenni addietro.
Allora me la sarei davvero vista brutta se non fosse stato per i miei operai di un tempo. Gurgar doveva aver sparso la voce perché ogni tanto, mentre sedevo sotto il sole a disegnare, mi vedevo capitare davanti qualche faccia non del tutto sconosciuta. I più audaci si arrampicavano fino alla mia “casa”; “Per salutare il signor ispettore”, dicevano. In realtà, con bizzarra gentilezza orientale e complicati giri di parole, venivano a offrirmi il loro aiuto; che, quasi sempre, date le loro condizioni di vita, non poteva andare oltre un pasto. Me per me era già molto: un altro giorno trascorso con qualcosa nello stomaco.
*
Sedevo all’ingresso della tomba, nella sera che scendeva in fretta dopo la vampata del tramonto. Come un velo violetto sul volto di una vedova, pensavo. Ne aveva tutta l’affascinante mestizia; e io cercavo di tradurre quella sensazione sul cartoncino ma, dovevo ammettere, con poco successo. Le sfumature erano troppo mutevoli e si stemperavano rapidamente nell’oscurità. Tra breve si sarebbe fatto troppo scuro, e il crepuscolo mi sfuggiva via dai pennelli. Potevo anche incolpare la scarsa qualità dei colori, ma era mentire a me stesso. Ero io, quella sera, a essere scadente. Infine mi arresi e riposi i pennelli, ma restai seduto dov’ero, sullo sgabello sgangherato che era il mio unico pezzo di mobilio. Se non sapevo catturare l’attimo fuggente di quel magnifico crepuscolo, potevo tuttavia godermelo. Il mondo era così quieto, sereno, quasi immobile…
No, un momento: c’era un particolare fuori posto; qualcosa, sul sentiero sottostante, che si muoveva troppo alla svelta, in contrasto con la tranquillità della sera. Saliva agilmente e quasi di corsa, una piccola figura schiacciata dalla prospettiva. Afferrai il fucile che tenevo sempre a portata di mano e attesi, seduto con l’arma sulle ginocchia. Se fossi stato obbligato a servirmene… Sentii una goccia di sudore freddo scivolarmi lungo una guancia.
Quello che veniva su per il sentiero appena abbozzato tra le rocce sembrava un ragazzo. Si muoveva senza sforzo, raccogliendo la galabia attorno al corpo sottile, e il turbante spiccava candido nella semioscurità. Doveva avere un motivo ben urgente per arrampicarsi lungo quel costone impervio mentre il buio calava rapidamente. Guai, dissi a me stesso, e il cuore prese a battermi forte.
Mi alzai in piedi.
“Ehilà!” chiamai, più che altro per sorprendere lo sconosciuto.
Lui guardò in alto, si fermò e, vedendomi, prese ad agitare le braccia, gridando qualcosa che il vento contrario disperdeva. Poi riprese a salire ancora più in fretta e a un tratto lo vidi scomparire dietro una frangia di roccia. Puntai il fucile nella direzione dalla quale sapevo che sarebbe sbucato, ma tenni il dito lontano dal grilletto. Il sudore mi colava negli occhi.
Dopo un attimo, vidi un turbante bianco spuntare come un fungo dalla frangia rocciosa, e mentre il fellah si arrampicava agilmente per l’ultimo tratto di sentiero, intimai: “Fermo dove sei.”
Lui obbedì, immobilizzandosi a due passi dal precipizio. Restò a fissarmi come pietrificato, con le braccia inerti lungo i fianchi. Non ansimava neppure. Quell’atteggiamento, dopo la concitazione di poco prima, mi disorientò. Abbassai il fucile, attendendo l’annuncio di chissà quale catastrofe. Da sotto il turbante, occhi profondamente scuri mi scrutavano.
C’era qualcosa di non del tutto sconosciuto in quello sguardo, così come nella figura agile sulla quale la galabia si drappeggiava con curiosa eleganza. Incredulo, posai lentamente il fucile accanto allo sgabello, mentre l’insolito fellah tendeva le braccia ed esclamava: “Awad!”
Con un rauco grido di gioia mi precipitai a strappare via il turbante, e una fresca cascata di seta mi si rovesciò sulle mani.
“Sahira!” gridai affondando il volto nel profumo speziato di notti egizie.
Lei rise rovesciando la testa all’indietro e scuotendola così che i capelli, ancora più lunghi di quanto ricordassi, sembrarono gonfiare e prender vita attorno a lei. Come abbracciare un turbine di vento. Mi sentii trascinare via in un vortice di felicità, mentre Sahira mi baciava su tutto il viso e continuava a ripetere il mio nome quasi fosse l’unica parola che conosceva.
“Sahira! Oh, santo cielo, non posso crederci!”
Quando riuscii a strapparmi dalle sue braccia, mi allontanai da lei di qualche passo, in modo da poterla guardare bene da capo a piedi. Non era cambiata; si era fatta soltanto, se possibile, ancora più bella.
“Come hai saputo? Come hai potuto ritrovarmi?” le chiesi in arabo. Dopo tanti anni padroneggiavo quella lingua a sufficienza da poter sostenere una conversazione, anche se al momento l’emozione mi faceva balbettare.
“Gurgar. Lui mi ha detto che eri qui.”
“Conosci Gurgar?”
“Lo conoscono tutti.”
“Ah, se lavorasse ancora per me gli raddoppierei la paga!”
Tornai a stringerla tra le braccia e ci fu un’altra breve confusione di baci, risate ed esclamazioni senza troppo senso, prima che riuscissimo a riprendere il controllo di noi stessi e a entrare nella mia bizzarra abitazione. Sedemmo accanto a un piccolo fuoco, sui lisi tappeti che mi servivano da giaciglio.
“Sahira…” mormorai scrutandola alla luce incerta delle fiamme. Quell’inaspettata felicità risvegliava il ricordo della nostra ultima notte insieme. “Sei scomparsa senza dirmi addio” la rimproverai.
“Ma adesso sono di nuovo qui” ribatté lei, serenamente, rannicchiandosi contro di me.
“E tuo marito?” chiesi dopo qualche attimo.
“Lui non sa che sono qui.”
“Lo spero.”
“È lontano, adesso.”
Le presi il viso tra le mani e la costrinsi a guardarmi. Le stelle che ricordavo in fondo ai suoi occhi erano appannate da un velo di foschia.
“E Qamar?” chiesi.
I capelli le ricaddero sul viso, quando scosse la testa.
“Niente bambini.”
“Mi dispiace.” Non era una frase di circostanza, sapevo quanto tenesse ad avere dei figli.
Lei si strinse nelle spalle. “Maktuub” disse.
Destino. E il sorriso era reso ancor più dolce da una piega di malinconia agli angoli delle labbra. La commozione che provavo era qualcosa di benefico e insperato, come un acquazzone sulle aride rocce della Valle. Rinfrescante, e anche devastante. Ero felice di lasciarmi travolgere.
“Spero che tu non sia venuta soltanto per salutarmi.”
“No.”
Fu come se la brezza notturna avesse spazzato via la foschia dai suoi occhi. Le stelle ardevano di nuovo, una pioggia di meteore tra le ciglia. Una mi cadde sul dorso della mano, marchiandomi a fuoco.
“Rimango con te, stanotte.”
E io volevo credere che le sue fossero soltanto lacrime di gioia, perché avevo meno che mai da offrirle.
“Sono una specie di gatto randagio, adesso” cercai di giustificarmi. “Ed è probabile che qualche pulce ce l’abbia sul serio.”
Lei sorrise e mi baciò. Le sue labbra avevano un sapore familiare di dolcezze mai dimenticate.
“Ti voglio, Awad.”
Mi offriva quella notte, e soltanto lei sapeva quanto poteva costarle quel dono. Io l’accettai con avidità egoista, senza pormi domande, consapevole che non mi si sarebbero presentate altre occasioni per sentirmi di nuovo così giovane e vivo.
Lei era tutto ciò che ricordavo, e ancora di più, come un vino invecchiato nella fresca oscurità di una cantina, il miele d’estate, ogni cosa dolce e calda che potessi immaginare. Un altro buon ricordo da mettere da parte. In quei giorni, assai di più di quanto mi fosse concesso sperare.
*
“Ah, foi dofete conoscerla daffero bene, la Falle dei Re!” aveva chiocciato la nobildonna austriaca scrutando l’acquarello attraverso i suoi antiquati pince-nez.
“Come le mie tasche, signora” era stata la mia replica immediata.
“Allora potreste farci da guida!” E si era voltata verso il suo lardoso e roseo compagno in cerca di approvazione.
L’uomo aveva borbottato qualcosa in tono di conferma, asciugandosi con un fazzolettone bianco il sudore che gli colava copioso nelle pieghe del collo.
La donna era tornata a rivolgersi a me, sorridendo con tutte le sue rughe e i vistosi denti falsi.
“Se foi siete d’accorto…”
“Perché no?”
Così, grazie a un’attempata baronessa dal nome e il titolo impronunciabili, il pittore si trovò una seconda e più remunerativa fonte di reddito.
E non avevo mentito affermando di conoscere la Valle dei Re come le mie tasche. A forza di percorrerla in lungo e in largo e di disegnarla, mi era diventata familiare come un vecchio giocattolo dell’infanzia. La sua asprezza, la polvere e il caldo non mi sgomentavano più; anzi, in un certo senso mi piacevano. Non badavo neppure alle mosche che sembravano terrorizzare i turisti. Quello era il mio regno, ero il signore di un mondo morto e disseccato come un antico teschio, e amavo il mio dominio più che se fosse stato un giardino di delizie.
Quando accompagnavo i turisti alla scoperta di quel cimitero maestoso ero solito cominciare il mio giro da un luogo chiamato in tempi antichi “Piazza della Verità”, ai piedi della Cima. Era lì che Thutmosi I° aveva fatto scavare il suo ipogeo, infrangendo la millenaria tradizione delle piramidi. Sgomentato dai saccheggi che avevano devastato le troppo appariscenti eterne dimore dei suoi predecessori, Thutmosi aveva ordinato all’architetto Ineni di progettare un sepolcro segreto e inaccessibile. Il luogo sembrava l’ideale, appartato e invisibile tranne che da un punto della più alta frangia rocciosa, dissimulato tra le profonde fenditure naturali che straziavano il paesaggio. E non era difficile immaginare la sorte toccata agli operai impiegati nella costruzione della tomba, a garanzia della segretezza. Ma quegli accorgimenti astuti e crudeli si erano rivelati insufficienti. La tomba di Thutmosi aveva conosciuto la sorte delle altre; e la sua mummia, come dimostrava il sarcofago rinvenuto nell’ipogeo di Hatshepsut, aveva peregrinato qua e là nella Valle, senza pace, prima di approdare al nascondiglio collettivo di Deir el-Bahari. Tuttavia, i successori di Thutmosi ne avevano seguito l’esempio. La Valle restava comunque il luogo apparentemente più sicuro.
Ma cosa potevano comprendere i turisti accaldati e ciarlieri, della sacralità di certi luoghi? Quanto profondamente potevano toccarli le mie parole mentre illustravo loro il significato dei geroglifici? A volte pensavo che, se avessi taciuto, avremmo forse potuto udire voci fantasma filtrare attraverso le pareti dipinte; e se i nostri occhi non fossero stati tanto disincantati avrebbero davvero veduto Nut spalancare ali d’argento a ricevere il ka del defunto, e la sacra barca di Ra scivolare attraverso le ore della notte.
Come ad Akhetaton. Ma io ero ormai troppo diverso dal giovane sognatore di allora, la mia fantasia non sapeva più evocare spettri, serviva soltanto a divertire i turisti; come quando, nelle camere sepolcrali svuotate dall’avidità di generazioni di tombaroli, per mezzo delle mie parole tornavo a colmare ogni angolo vuoto con i favolosi tesori appartenuti al bagaglio funebre dei re. Sebbene nella storia dell’egittologia nessuna sepoltura reale fosse giunta fino a noi inviolata, a testimonianza della magnificenza con cui venivano sepolti i faraoni sopravvivevano testi e disegni su papiro. Immaginare quanto doveva essere andato perduto e distrutto strabiliava i turisti e rattristava la loro guida improvvisata.
Eppure, da qualche parte tra quelle pietre calcinate dal sole, un Osiride riposava ancora nel fulgore della sua Casa d’Oro. Ma sapevo che i miei occhi non erano degni di posarsi su di lui.
*
“Vieni con me! Su, vieni!”
Sahira mi tirava per la mano, ridendo, giù per lo stretto sentiero.
“Piano, altrimenti va a finire che inciampiamo e rotoliamo fino in fondo.”
E mi sentivo bene, in pace con l’universo intero. La dolcezza e l’allegria di quella donna erano come un tonico.
“Adesso, Awad, chiudi gli occhi.”
“Ma allora vuoi proprio farmi ammazzare!”
Sapevo che mi stava preparando qualche sorpresa, l’avevo intuito dal suo modo di fare scopertamente misterioso e divertito, ma non avevo idea di cosa avesse architettato.
“Devi chiudere gli occhi” insisté lei.
Era piacevole accontentarla, lasciarsi guidare tra gli ostacoli dalla sua piccola mano forte e calda. Non molto tempo prima, qualcun altro mi aveva condotto così, nel buio, verso l’inferno; e ancora adesso, molto spesso, stare a occhi chiusi mi metteva paura, tanto che la notte inseguivo il sonno a lungo prima di riuscire a catturarlo e tenerlo stretto tra le palpebre che non volevano saperne di rimanere abbassate.
Ora, con il tepore del sole mattutino sulla pelle e il suo riverbero che comunque filtrava attraverso le ciglia, il malefico incantesimo era sciolto. Non mi importava se rischiavo di inciampare a ogni passo sul terreno irregolare e avvertivo il pietrisco massacrare il mio unico paio di scarpe. Fintanto che la mano di Sahira mi guidava, ero al sicuro.
“Si può sapere dove mi stai portando?”
Lei rispondeva con brevi risatine eccitate, come una bambina che assapora in anticipo l’effetto di uno scherzo.
“Ti avverto che fra un minuto apro gli occhi, capito? Un minuto solo ancora…
“No, no! Altrimenti sciupi tutto.”
I sassi rotolavano sotto i nostri piedi. Poi il terreno mutò e si fece più regolare e pianeggiante.
“Ecco, ci siamo. Puoi guardare, adesso.”
Piccola, ma solida e ben rifinita, e aveva persino una porta in legno. Una casa in piena regola.
“Per me?” chiesi sbalordito. “Ma come…?”
“L’hanno costruita degli amici” rispose lei, orgogliosa.
E aveva tutte le ragioni di esserlo. L’abbracciai, e la commozione mi impediva di parlare. Possedevo di nuovo una vera casa, una capanna di mattoni crudi come quella che avevo abitato un tempo, pulita e confortevole.
Sahira si sciolse dalle mie braccia con una certa impazienza. “Vieni dentro” disse tirandomi per una manica della giacca.
L’interno era fresco, pieno d’ombra e arredato con tappeti e piccole cianfrusaglie luccicanti scovate in qualche bazaar. C’era anche una branda coperta da un ampio scialle ricamato.
“È fantastica” bisbigliai.
“Ti piace? Davvero?”
Le stelle nei suoi occhi… Era uno splendore che mi bruciava.
Sahira, mia strega. La strinsi di nuovo a me, e la gratitudine addolciva la passione facendone qualcosa di tenero e quasi struggente. Per un attimo mi abbandonai all’illusione di essere di nuovo molto vicino all’amore.
*

Lord Carnarvon

Lord Carnarvon

“Salve. Come va?”
L’ombra proiettata sui sassi, ai miei piedi, era piccola e schiacciata, ricordava quella di un rospo. Alzai lo sguardo dal cartoncino da disegno.
“Signor Davis…” mormorai, discretamente sorpreso.
“Ebbene, Carter, alla fine ci si rivede.” L’americano era ormai sulla settantina, ma la sua stretta di mano restava vigorosa. “Allora, come ve la passate?”
“Non posso lamentarmi” risposi, alzandomi dal masso su cui ero rimasto seduto per ore a disegnare. “E voi? Lavorate sempre con Weigall e Ayrton?”
“Sì. Weigall è stato nominato ispettore, lo sapevate?”
Naturalmente. Le notizie viaggiavano a sorprendente velocità attraverso l’accidentato territorio della Valle; nel quale, sapevo, Davis continuava a scavare, e la fortuna era dalla sua. Li avevo spiati qualche volta da lontano, lui e i suoi collaboratori, senza nessun pudore e con un’invidia lacerante.
“Qualche giorno fa” riprese Davis “mi è parso di vedervi passare alla testa di una mandria di turisti. Mi sembrava impossibile, così ho chiesto un po’ in giro”.
Appariva impacciato; davvero eccezionale, conoscendo il suo carattere, perciò pensai che stesse mentendo e sotto a quell’incontro ci fosse lo zampino di Gurgar. Le mie disavventure erano note da un pezzo, in ambiente archeologico, e se Davis non era intervenuto prima… E poi, se potevo accettare l’aiuto dei fellahin, ben altra cosa sarebbe stata appoggiarmi a Davis.
“Sentite” lo interruppi, cercando di prevenire ogni sua possibile mossa “ormai io sono fuori dal gioco e non potrei esservi di nessuna utilità”.
Un sogghigno si disegnò sotto ai folti baffi.
<Nemmeno come pittore? Credo che nulla vi vieti di dipingere qualche veduta della Valle per un vecchio amico e… ehm… magari, già che si siete, anche qualcuno di quei reperti che sto tirando fuori dalla terra adesso. Dopotutto, non c’è bisogno che il nostro ami Maspero lo sappia.”
L’orgoglio mi suggerì un gesto di diniego. Ma dovevo avere in viso l’espressione disperatamente avida dell’assetato che scorge in lontananza il profilo di un’oasi. “Stai attento, mi dissi, potrebbe trattarsi soltanto di un miraggio”.
Davis mi batté una mano sulla spalla destra, e io trasalii: a volte la cicatrice della vecchia ustione mi faceva ancora un po’ male.
“Be’, non è indispensabile che decidiate così sui due piedi. Rifletteteci con comodo. E, nel frattempo, ci terrei a farvi conoscere un vostro collega americano.”
“Un pittore o una guida turistica?” chiesi sarcastico.
“Oh, andiamo Carter! Il professor Breasted è uno studioso. È arrivato qui ieri sulla sua dahabija, con moglie e figlioletto al seguito. Vi piaceranno, sono una famiglia eccezionale. Quali sacrifici non hanno fatto per potersi pagare questo viaggio di studio!”
Non avevo nessuna voglia di conoscere gli amici del milionario, ma acconsentii perché non mi riuscì di inventare un rifiuto plausibile e non volevo offendere inutilmente chi mi stava dopotutto tendendo una mano.
E per una volta non dovetti pentirmi di una mia decisione.
James Henry Breasted mi impressionò in maniera favorevole. Era un tipo distinto, con occhi limpidi e sereni, e maniere cortesi. Sua moglie era anch’essa una persona notevole per l’entusiasmo e la pazienza con la quale condivideva quella vita da nomadi piena di disagi; non molte altre donne se la sarebbero cavata con la stessa signorile disinvoltura.
Quanto al loro figlioletto Charles, un ragazzino di otto anni, per lui quel viaggio rappresentava un’avventura che i suoi coetanei potevano soltanto sognare sui libri. Dopo avermi squadrato da capo a piedi, il piccolo Breasted chiese, compunto: “Siete un predone, signor Carter?”
“Charlie!” lo redarguì sua madre.
Lui la guardò, serissimo.
“Non sembra un archeologo, no?”
Il piccolo Breasted non aveva torto. Negli ultimi tempi il mio aspetto aveva ben poco in comune con quello degli archeologi che lui conosceva, a partire da suo padre. Avevo bisogno urgente di un taglio di capelli e di abiti nuovi. Di ciò ero dolorosamente consapevole, mentre mi sforzavo di sostenere con disinvoltura la conversazione con Davis e i suoi amici. E il confronto con Ayrton, aristocratico e sicuro di sé, veniva tutto a mio svantaggio.
Tuttavia Davis, da tipico americano, si mostrava assai poco sensibile a certe sfumature. E quella sera era particolarmente elettrizzato: aveva appena rinvenuto il sepolcro di Yuya e Tuya, i nonni del faraone “eretico” Akhenaton. Nonostante i tombaroli si fossero dati da fare anche in quel sito, asportando tutto l’oro sul quale era possibile mettere le mani, avevano però risparmiato diverse suppellettili, tre seggi finemente lavorati e un carro, importantissime testimonianze della vita quotidiana degli antichi egizi. E Davis mi stava offrendo di disegnare quei reperti.
*
Era una vita serena, nonostante le difficoltà materiali. Avevo di nuovo una casa, un lavoro e una donna. Sahira veniva a trovarmi ogni volta che poteva, portandomi sigarette e cibo, soprattutto frutta e dolci, teneri biscotti speziati che confezionava apposta per me. Ogni tanto mi portava dell’hashish, e sempre il caldo conforto del suo corpo. E come su alla tomba, anche qui dovevamo fare l’amore sul pavimento, perché la branda era troppo stretta e traballante; ma davvero non ce ne importava.
Sahira non mi faceva mai domande e io mi comportavo allo stesso modo. Rispettavo la sua riservatezza riguardo a quel marito misterioso, del quale non conoscevo neppure il nome e la nazionalità, un fantasma scuro che a volte, a una mia parola imprudente, sfiorava le nostre ore serene, e per il quale non potevo impedirmi di provare una gelosia divorante. Ma Sahira avrebbe scelto me, se soltanto avesse potuto; ne ero sicuro. Tuttavia non le chiesi mai di lasciare suo marito; la povertà è uno di quei pesi che divisi in due non diventano meno gravosi.
Ma avrei dovuto farlo. Avrei dovuto farlo non appena mi resi conto che lei stava cambiando. Era diventata curiosamente silenziosa; non mi sussurrava più oscenità in cinque lingue mentre si stringeva a me, e sembrava aver dimenticato la fluida cantilena araba con la quale era solita cullarmi un tempo. Ma potevo illudermi che mi appartenesse, quando riposavamo avvinghiati senza scambiarci una parola, soltanto il calore dei nostri corpi, avvolti in una coperta e nell’odore appiccicoso dell’hashish. E mi ripetevo che tornare alla Valle era stata la decisione migliore che potessi prendere. Se fossi rimasto nel Basso Egitto, o avessi optato per Londra, il bilancio della mia esistenza sarebbe rimasto irrimediabilmente in passivo. Il destino, o qualche oscura maledizione che mi portavo addosso, mi aveva tolto il lavoro che amavo; ma qualcosa, infine, sembrava disposto a concedermi: quella donna calda come le notti egiziane, il mio rifugio.
Finché non decise che era giunto il momento di riprendersela.
*
Era venuta alla mia piccola casa quel pomeriggio, mentre ero impegnato a pascolare un’altra mandria di turisti nella Valle. Sapeva benissimo che non mi avrebbe trovato, e proprio per questo era venuta così presto.
Mi aveva lasciato un cesto colmo di frutta, il narghilé carico e un biglietto. Chissà chi l’aveva scritto per lei nella mia lingua. Sahira non sapeva leggere e scrivere neppure nella propria. Uno stentato e patetico messaggio, straziato da impossibili sgrammaticature che lo rendevano pressoché incomprensibile. Una cosa era chiara: mi stava lasciando, per la seconda volta, perché non intendeva diventare per me un “peso”. Un peso! Quanto mi piaceva sentirmelo addosso, caldo e vibrante, quel peso!
La sera, seduto fuori dalla capanna, fumai fino a sentirmi i polmoni prosciugati e il cuore impazzito. Come era accaduto anni prima, Sahira scivolava via dalla mia vita, e come allora io non potevo porci rimedio. Non sapevo dove cercarla, e non desideravo certo farle avere dei guai con il suo fantomatico marito, ma avrei voluto almeno chiederle perché, trovare una spiegazione più valida e soddisfacente delle sue.
Adesso, la sola cosa che potevo comprendere era che da quel giorno in avanti sarei stato di nuovo solo.
*
Il corridoio era scuro e angusto, fiancheggiato da porte chiuse. La fatica di avanzare mi schiantava, e il pavimento sotto ai miei piedi sembrava sabbie mobili. Cercavo disperatamente i remi magici che avrebbero dovuto condurre la mia barca attraverso le insidiose correnti dell’Aldilà, ma non ricordavo come li avessi smarriti, né quando fossi sceso dalla barca. Forse, il timone si era spezzato. E quel corridoio soffocante in cui mi ritrovavo a vagare era il Re-stau, la quinta ora della notte, la tappa più dura del viaggio di un’anima attraverso l’Occidente.
Sentivo il sangue pulsarmi alle tempie, nei polsi e nella gola, e mi chiedevo come fosse possibile; perché il motore di quel flusso, il cuore, non si trovava più nel mio petto; al suo posto, lo sapevo, recavo un piccolo scarabeo di cornalina che riluceva debolmente nell’oscurità, come un fuoco fatuo. Mentre mi trascinavo tra le pareti di pietra che sembravano chiudersi progressivamente su di me, le mie labbra si muovevano silenziosamente, senza posa, ripetendo i Nomi.
“Io non permetterò che tu passi”, dice il chiavistello della porta “a meno che tu non mi palesi il mio Nome celato”.
“Centro di Gravità nella Bilancia di Verità-Giustizia, ecco il tuo nome.”(1)
Lo scarabeo di cornalina mi pesava nel petto come un pugno di piombo; un dolore sordo e freddo.
“Non ti lasceremo passare tra di noi” dicono i due stipiti della porta “a meno che tu non ci riveli i nostri Nomi celati.”
“I Fanciulli della Dea coronata di Serpenti, ecco i vostri Nomi.”
Sentivo le mie dita frugare nel petto, alla ricerca dello scarabeo, e il dolore andava facendosi sempre più acuto; adesso era una lama.
“Io non mi lascerò varcare”, dice la Soglia della Porta…
La porta che si apriva sul Tribunale celeste dove le mie parole e le mie azioni sarebbero state pesate, e Osiride avrebbe decretato la mia salvezza o la mia eterna condanna.
Vedevo me stesso dall’alto, rimpicciolito e deformato come attraverso gli occhi di Nekhbet, la dea-avvoltoio, mentre cadevo in ginocchio di fronte al terribile Guardiano della Soglia. Perché il suo Nome, proprio il suo Nome, io l’avevo dimenticato!
*
I reperti che Davis mi aveva incaricato di disegnare rappresentarono la mia salvezza in quelle settimane seguenti l’addio di Sahira. Se non avessi avuto un compito nel quale impegnarmi mi sarei forse lasciato scivolare in una distruttiva apatia.
E c’erano anche diversivi piacevoli. A volte scendevo il Nilo sulla Olga in compagnia dei Breasted, raccontavo a Charlie storie sui grandi archeologi del passato e avevo l’illusione di fare di nuovo parte del consorzio umano. Ma era doloroso ritrovarsi spettatore di avvenimenti dei quali un tempo sarei stato protagonista: scendere nei cunicoli, scoprire per primo un nome su un cartiglio… Edward Ayrton aveva da poco trovato la tomba del faraone Horemheb.
L’invidia e il risentimento mi stavano consumando più della vita precaria che conducevo, eppure potevo incolpare soltanto me stesso per quello stato di cose. Non mi ero voluto piegare davanti al Console di Francia; adesso tutti aspettavano di vedere quanto tempo sarebbe trascorso prima che mi spezzassi. E Sahira aveva aperto una crepa che loro ignoravano, ma era assai profonda.
Eppure, riuscivo addirittura a sorridere e mostrarmi sereno e cortese, mentre dentro mi sgretolavo lentamente come la Sfinge. Nessun intervento di restauro poteva porci rimedio, neppure l’amabilità con cui i Breasted mi trattavano, neppure la sincera allegria del piccolo Charlie.
Finché una sera, durante una cena a bordo della Olga, Theodore Davis, con aria falsamente noncurante, mi comunicò che nel corso del suo ultimo viaggio al Cairo aveva incontrato Gaston Maspero… e il direttore del Services des Antiquités aveva pregato il suo ami americano di “contattare il signor Carter, se per caso gli capitasse di imbattersi in lui, da qualche parte nella Valle”.
*
Gaston Maspero mi accolse con il più largo dei suoi sorrisi e un atteggiamento di disinvolta familiarità, come se ci fossimo lasciati pochi giorni prima. Invece erano trascorsi quasi quattro anni, e non ricordavo che l’addio si fosse svolto in toni amichevoli.
“Cartaire, vi trovo in gran forma!” Una bugia sconcertante. “Siete stato davvero gentile a venire.”
Entrammo nell’ufficio, avvolto in un’accogliente penombra, e notai immediatamente che quel giorno non ero l’unico visitatore. C’era già qualcuno che attendeva, rilassato nei velluti di una poltrona. La poltrona era nuova, osservai. E gli abiti del suo occupante lo erano altrettanto.
Maspero si rivolse allo sconosciuto. “Lord Carnarvon, permettetemi di presentarvi il signor Howard Carter.”
Lo guardai alzarsi con languida noncuranza, un impeccabile completo di tweed su una figura scarna e un po’ curva. Mi tese la mano. La stretta era decisa, ma quella mano! Sembrava che per tutta la vita non avesse fatto altro che accarezzare petali di rosa. Se ci fosse stato un singolo callo, pensai, poteva essere procurato soltanto da una mazza da golf o dalle briglie di un purosangue. Ma quello, mi corressi, doveva essere il tipo che portava sempre i guanti. E il suo nome non mi suonava del tutto sconosciuto.
“Signor Carter… Il signor Maspero mi ha parlato molto bene di voi.”
“Ah, grazie.”
Sotto il suo sguardo chiaro e curioso mi sentivo esposto come un reperto nella teca di un museo, consapevole più che mai del mio aspetto trasandato. E mi sentii come se avessi trentatré secoli, invece di trentatré anni, e un’etichetta un po’ scolorita appuntata alla giacca: “Raro esemplare di archeologo fallito”.
Maspero s’accorse del mio imbarazzo e intervenne: “Ma accomodatevi, mon ami, non restatevene lì in piedi. Voi e Lord Carnarvon avrete parecchie cose da dirvi”.
Davvero? Non riuscivo proprio a immaginarmele, e continuavo a scrutare l’uomo elegante seduto accanto a me, che a sua volta mi osservava con misurata curiosità; finché Maspero non pensò bene di sciogliere il ghiaccio con il calore di un brandy, e disse: “Lord Carnarvon è un gentiluomo appassionato d’antichità, e siccome per ragioni di salute è costretto a trascorrere l’inverno in Egitto, ha pensato di unire l’utile al dilettevole.”
Un copione che si ripeteva. Repressi il commento acido che mi era salito alle labbra, e mentre Maspero andava avanti a parlare io continuavo a studiare il conte, con la stessa attenzione che avrei riservato a un reperto archeologico. Poteva avere una decina d’anni più di me e se li portava con la classica noia del benestante; e sul suo viso scarno c’era un’ombra di quel genere di sofferenza aristocratica, dignitosa e serena, che invece di imbruttire conferisce fascino. Lo sguardo di Lord Carnarvon passava con leggerezza da me a Maspero e si illuminò di divertita ironia quando Monsieur le Directeur arrivò a menzionare gli insuccessi che avevano contrassegnato la prima campagna archeologica del nobile inglese.
“Ah sì! Ho commesso il classico errore del dilettante, immagino. Mi illudevo che qui in Egitto bastasse grattare un po’ sotto la sabbia per pescare dei reperti.”
“E invece non avete pescato altro che sassi.” Lo dissi con un certo compiacimento che dovette suonargli come una sfida.
“È per questo che ho bisogno di un esperto al mio fianco” riprese Lord Carnarvon, fissandomi tranquillo ma vigile. “Il nostro comune amico qui presente sostiene che lo siete. E io sono disposto a fidarmi dell’uomo che riuscì là dove Lepsius e gli archeologi di Bonaparte fallirono.”
All’improvviso, quella battuta mi rammentò quando avevo sentito nominare per la prima volta il Conte di Carnarvon…. e come allora mi venne una gran tentazione di dirgli dove poteva ficcarsi il suo blasone.
“Monsieur Cartaire” continuò Maspero, e adesso appariva leggermente a disagio “possiede… pour ainsi dire … una specie di sesto senso nell’individuare il sito più favorevole a uno scavo.”
Immaginai che si fosse già pentito della sua idea. Probabilmente aveva creduto che farmi ottenere un lavoro fosse il modo più spiccio per liberarsi dai sensi di colpa nei miei confronti: dopotutto era lui che aveva deciso il mio trasferimento a Saqqara. Ma adesso cominciava a temere che miscelare l’amarezza di un archeologo fallito alla sarcastica sicurezza di un levigato gentleman potesse generare un composto esplosivo.
“Suppongo” dissi, rivolto a Carnarvon “che il signor Maspero vi abbia illustrato le ragioni per le quali mi trovo momentaneamente disoccupato”.
“La diplomazia non è la prima dote necessaria a un archeologo” replicò lui in tono noncurante.
Ebbi l’impressione che, con un gesto molto elegante, mi avesse gettato il guanto di sfida. E io non esitai a raccoglierlo.
“Sarà un piacere lavorare per voi, Milord.”
L’occhiata di Maspero mi confermò che Monsieur le Directeur aveva colto il sarcasmo contenuto nella mia risposta, del resto piuttosto esplicito. Ma gli occhi di Carnarvon restarono sereni, quasi dolci.
“Sono sicuro che il piacere sarà reciproco, signor Carter.”
*
George Edward Stanhope Molineux Herbert, quinto conte di Carnarvon… a volte mi chiedevo quanto avesse impiegato, da bambino, per imparare a scrivere il suo nome per intero… pur escludendo il titolo.
Il suo stemma nobiliare si fregiava di un cimiero e tre leoni rampanti, una pantera che gettava fuoco dalla bocca e gli orecchi, e di un leone ruggente in posizione eretta. Il cimiero recava un motto in francese, Un je servirai: “Uno solo servirò”. E l’amabile conte di Carnarvon avrebbe imparato molto presto che questo era esattamente ciò che l’Egitto pretendeva. Dedizione assoluta.
Nel frattempo mi offriva uno stipendio annuo di quattrocento sterline, più di quanto potessi sperare al momento, ma pretesi assoluta libertà di decisione riguardo l’assunzione del personale: volevo accanto a me soltanto gli uomini migliori, di cui potevo fidarmi, se Carnarvon desiderava che portassi a buon fine quella che lui già definiva con spensierata arroganza “la nostra impresa”. Io per il momento ero disposto a lasciargli tutte le sue illusioni e mi limitavo ad ascoltarlo parlare e ad annuire di tanto in tanto. Il tono della sua voce, dopotutto, era rilassante: garbato, allegro… Mi chiedevo se gli capitasse mai di forzarlo in qualche imprecazione più colorita di un occasionale “dannazione”; ma che motivi d’imprecare poteva mai offrirgli la vita?
Dovevo ammettere di esserne affascinato, in un modo curioso da cui non era esente la voglia di misurarmi con lui. Aspettavo con ansia l’occasione per la prima battaglia, che si presentò quasi subito, quando il conte chiese: “Dove pensate che sarebbe più produttivo iniziare uno scavo?”
“La Valle dei Re” risposi senza esitazione, come già avevo fatto anni prima con Davis. E la replica che ottenni fu un facsimile di quella della volta precedente.
“Se non sbaglio, la maggior parte dei vostri colleghi, e lo stesso Maspero, sostengono che la Valle sia ormai completamente sfruttata.”
“Balle” ribattei seccamente. “C’è senz’altro la possibilità che nella Valle si trovino almeno ancora un paio di sepolture.
“E su cosa basate questa possibilità, signor Carter?”
“Tutti i faraoni della diciottesima dinastia sono stati sepolti laggiù. E perlomeno uno di essi manca all’appello.”
“Sarebbe a dire?”
Nacque dal profondo di un ricordo che aveva il profumo della sabbia e del vento del deserto, un nome simile al suono di un piccolo martello su una lamina d’oro: “Tutankhamon.”
“Oh, certo. Ho già sentito parlare di questo faraone del quale però nessuno sembra conoscere molto di più del nome. Mi pare che anche il signor Davis lo stia cercando.”
L’americano si era ben guardato dal mettermene al corrente, e provai un attimo di panico che tuttavia riuscii a dissimulare.
“Le sue probabilità non sono migliori delle nostre” risposi stringendomi nelle spalle con noncuranza. In realtà il cuore mi batteva all’impazzata.
“E così voi pensate che dovrei richiedere una concessione per la Valle. Ma… Maspero sarà d’accordo? Dopotutto, attualmente è Davis a detenere la concessione per quella zona.”
Ero sul punto di rispondergli che avrebbe potuto tentare di comprarla, ma mi trattenni a tempo e mi limitai a un prudente: “Niente vi vieta di provarci”.
In realtà non scoprii mai se seguì il mio consiglio e fu Maspero a negargli la concessione per la Valle, o se invece non fece neppure un tentativo. Io non gli chiesi com’era andata; e nell’ottobre 1909 il conte mi mandò a scavare a Deir el-Bahari, all’ombra del dorato mausoleo di Hatshepsut. Tramite Gurgar reclutai gli operai, un centinaio tra adulti e ragazzi. Il rais sembrava al colmo della felicità.
“Lo sapevo che tornavate a scavare, sir! Sono tutto sicurissimo che troverete la tomba di un grande re!”
Avrei voluto possedere un decimo della sua fiducia. Ma la nostra prima campagna di scavi doveva cominciare con un clamoroso insuccesso.
*
“Avete voglia di scherzare, Carter?”
“Per niente” risposi tirando un calcio a un sasso.
Lord Carnarvon gettò un’occhiata al terreno sconvolto, a pochi passi da noi. Gli operai sedevano qua e là, in attesa di nuovi ordini.
“Questa è bella! Io vi chiedo una tomba e voi mi trovate una stalla!” Sembrava divertito, più che seccato.
Io ero furioso. <
<Vi avevo avvertito. È da tutt’altra parte che dovremmo cercare.”
“Perché ve la prendete tanto, Carter? Dopotutto sono io a pagare.”
Non riuscivo proprio a condividere la sua serenità nei confronti di quella ennesima sconfitta. Per me era importante dimostrare al mondo dell’archeologia che non ero un fallito. Soprattutto, avevo urgenza di dimostrarlo a me stesso.
Mi asciugai la fronte in una manica della giacca, un gesto che l’impeccabile gentiluomo dovette giudicare assai sconveniente.
“Datemi retta” insistetti. “Se volete davvero tirar fuori qualcosa, il posto è la Valle.”
Lui rise sottovoce. “Non è che questa della Valle è un po’ la vostra ossessione?”
Diagnosi corretta. E restarmene lì a buttare tempo mi logorava i nervi. Non potendo sfogarmi su Carnarvon me la prendevo con i lavoranti; giunsi addirittura a picchiarne un paio che avevano involontariamente danneggiato degli attrezzi di scavo, con l’unico risultato di perdere delle braccia utili. Sentivo che non avrei retto a lungo alla tensione.
E nel pieno di quella stagione deludente, la notizia esplose come una bomba: Davis aveva trovato la tomba di Tutankhamon.
*
Non potevo crederci. Non volevo. Montai su un somaro e mi precipitai alla zona dello scavo. Qui trovai Davis in compagnia dei suoi collaboratori: l’aristocratico Ayrton e il silenzioso Jones, che aveva preso il posto del neoispettore Weigall. Con loro era anche un tipo che non avevo mai visto e che si presentò come “Herbert Winlock del Metropolitan Museum di New York”.
Davis mi condusse alla tomba senza far domande; immagino che la mia espressione fosse abbastanza eloquente.
La tomba si trovava a una profondità di circa venticinque piedi ed era un buco completamente spoglio e disadorno, devastato dalle colate di melma che l’avevano invaso millenni addietro, in occasione dei rari ma imponenti temporali che si riversano sulla Valle. Appena vidi quello squallore mi venne da ridere; una risata che era sollievo isterico alla tensione.
“E questa secondo voi sarebbe la tomba di un re>
Davis mi guardò mestamente, scuotendo la testa, poi disse: “Purtroppo è così. Venite, vi mostro i reperti.”
Miserevoli anch’essi: una statua d’alabastro alta un paio di piedi e alcune lamine d’oro che recavano incisi i nomi di Tutankhamon e della sua “Grande Sposa Regale” Ankhesenamon.
“Quest’altro materiale, invece” spiegò l’americano “l’abbiamo rinvenuto in una specie di fossa nelle vicinanze della tomba di Sethi II°”.
Si trattava di una quarantina di vasi di ceramica avvolti in fasce di lino, tazze d’argilla, ossa d’animali, corone di foglie e fiori, due oggetti simili a spazzole e dei sacchetti di natron usato per l’imbalsamazione. Davis mi fece notare il sigillo su una delle fasce che avvolgevano i vasi: anno sesto del faraone Tutankhamon. Io guardavo quelle misere cose e mi sentivo girare la testa.
“Be’“ concluse Ayrton, con un’inquietante venatura di malignità nella voce “un’altra sepoltura meticolosamente spogliata; è tutto”.
Sembrava quasi contento. Non eravamo mai andati d’accordo, era vero, ma che mi odiasse al punto di gioire di qualcosa che dopotutto andava contro il suo stesso interesse… Mi dissi che probabilmente era tutta una fantasia della mia mente sconvolta. Gli scotomi luminosi erano ritornati a infestare il mio campo visivo, come un nugolo di moscerini, e il dolore mi bussava alle tempie.
“No” sussurrai. “No.”
“Prego?” fece Davis.
“Quella non può essere la tomba di un re.”
“Perché no?” ribatté mestamente Davis. “Dopotutto la storia non ci ha tramandato nulla delle gesta di questo Tutankhamon ed è quindi certo che si tratti di un faraone minore, senza importanza. Ecco perché la sua tomba è tanto misera.”
Scossi la testa, caparbio.
“Andiamo, Carter!” sbuffò Ayrton.
“Va’ al diavolo” borbottai.
“Howard…”

Herbert Winlock

Herbert Winlock

Nel tono in cui Davis pronunziò il mio nome c’erano tristezza e insofferenza, e probabilmente le parole a seguire sarebbero state qualcosa come “lasciate perdere” o “rassegnatevi”; sennonché il tizio che si era presentato come Herbert Winlock intervenne: “Sembrate davvero convinto di ciò che affermate”.
Soltanto allora lo guardai attentamente. Pochi capelli e baffi folti, con un che di impacciato nella figura e i modi misurati e calmi dello studioso; tanto misurati e calmi, in verità da farlo apparire assonnato. Ma, a dispetto di quell’apparenza,lo sguardo era acuto e vivace.
“E allora sentiamo: su cosa si basa la vostra sicurezza, signor Carter?”
“Intuito. Avete mai sentito dire che è la prima dote di un buon archeologo?”
Lui sorrise, neppure minimamente urtato dalla mia intenzionale sgarberia.
“Siete sempre così sulla difensiva per abitudine?” chiese allegramente; poi, senza lasciarmi il tempo di ribattere, aggiunse: “Comunque, mi trovate d’accordo”. E rivolto a Davis: “Mi dispiace, ma credo anch’io che questa non sia l’ultima dimora di un faraone. E voi non fate quella faccia, signor Ayrton. Che diamine, dovreste esserne contento!”
Fu così che divenni amico di Herbert Winlock, quello stravagante ometto dai piedi piatti che caracollava per gli scavi sempre a caccia di buoni pezzi per il Metropolitan Museum. Di tanto in tanto, quando mi capitava di incontrarlo a Luxor, non perdevo l’occasione di trascorrere insieme a lui qualche ora piacevole chiacchierando di archeologia, nella “casa del caffè” o attorno a un tavolo del ristorante del Winter Palace.
Winlock era un individuo estremamente comunicativo, dotato di una sensibilità e un talento diplomatico scevro d’ogni ipocrisia che ne facevano l’amico di tutti. Era in grado di rivelare le verità più sgradevoli con un sorriso sereno e rassicurante. Sembrava impossibile poter arrivare alla lite con un tipo come lui, o pensare di tradirne la fiducia.
Io, con rara perfidia, un giorno ci sarei riuscito.
*
Per la nuova stagione avevo individuato tre piccole porzioni di terreno promettenti. Ascoltando le chiacchiere dei fellahin ero venuto a sapere della probabile esistenza di una tomba, non lontano da una piccola moschea. Quasi sicuramente anche quella sepoltura era stata predata da tempo, ma valeva pur sempre la ricerca. Carnarvon era impaziente e se non si trovava sul posto mi tempestava quasi quotidianamente di telegrammi che spesso si riducevano a una sola parola: “Allora?”.
A circa un mese dall’inizio degli scavi fui in grado di dargli un contentino.

 

Episodio precedente                                         Episodio successivo

Gloria BarbieriL’AUTRICE
Gloria Barberi nasce a Camogli (GE) il 6/9/1955, ma dall’età di 6 mesi abita a Recco, poco più di 3 chilometri dal suolo natìo.
Da sempre appassionata d’arte in tutte le sue forme, dopo un periodo trascorso a scrivere articoli sul rock per le riviste Best e Nuovo Sound, debutta all’inizio degli anni ‘80 sulle pagine delle fanzines SF…ere e Pulp, dedicate alla letteratura fantascientifica e fantasy. Fanno seguito pubblicazioni su numerose riviste e periodici sia amatoriali che professionali, quali: The Dark Side, Gli occhi di Medusa, Diesel, Shining, Yorick, Lore, Urania Millemondi, L’Eternauta, La Gazzetta del Mezzogiorno, Cosmopolitan, Inchiostro, Antarés, e le antologie Fantàsia e Horror Erotico di Stampa Alternativa. Il racconto La notte di san Valentino è apparso in Francia nell’antologia Cosmic erotica successivamente edita in Italia da Fanucci. Presente anche in diverse antologie di autori vari edite da Il Cerchio (Rimini) a seguito di vittorie e piazzamenti al Premio San Marino.
È autrice di due antologie personali: Racconti Notturni edito da Primordia (MI) e Come le bambole di notte (Montedit, MI) e di alcuni romanzi: I Custodi apparso su The Dark Side n° 34; Le viscere del Diavolo (Diesel Extra); Lo specchio scarlatto (Diesel Speciale “Pastiche”).
Nel 1987 collabora alla trasmissione radiofonica Galactica di Radio Time di Scandicci (FI). Da qualche anno si occupa di teatro in veste di attrice/caratterista nella compagnia del Teatro Stabile San Giuseppe di Ruta di Camogli, del quale cura la pagina Facebook, ma anche di autrice. La pièce “Il palazzo della Notte” ha vinto nel 2001 il premio Città di Moncalieri ed ha partecipato in seguito alla rassegna Aquilegia blu (Torino, 2002) nell’interpretazione dell’attrice Franca Berardi.
Tra i premi conseguiti per la narrativa fantastica ci sono il Premio Italia, Lovecraft, Courmayeur e Repubblica di San Marino.
Negli anni ‘90 ha lavorato come traduttrice per la casa editrice Nord e per la rivista esoterica Primordia, oltre che per alcuni privati.
Appassionata anche di poesia, fa parte da diversi anni del gruppo di scrittura “Anna di Vienna” che prevede incontri a cadenza mensile su un argomento a tema e un reading/spettacolo a fine stagione, con lettura di poesie e prosa, siparietti teatrali, proiezioni video e musica dal vivo. Ama “pasticciare” con Photoshop e creare immagini che pubblica sulla pagina facebook Green Mansions.
“Contagiata” da un amico genealogista ha creato anche una pagina sui suoi antenati materni, appartenenti alla comunità valdese di Torre Pellice, che le ha permesso di scavare un po’ più a fondo nelle sue radici. E, ovviamente, non si è fatta mancare una pagina Facebook dedicata a L’occhio sinistro di Horus, romanzo nato con l’intento di raccontare una realtà “alternativa” a quella usualmente sfruttata riguardo il ritrovamento della tomba di Tutankhamon, lavorando molto di fantasia ma entro binari rigorosamente storici, e strizzando l’occhio ai feuilleton di un tempo.
Chi desiderasse approfondire queste notizie può cercare in rete, su Fantascienza.com e altri siti.

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*