L’occhio sinistro di Horus 7° episodio di Gloria Barberi

L'occhio sinistro di Horus 7° Episodio di Gloria Barberi“Questo giovanotto è mio figlio Henry. Un ragazzone per i suoi undici anni, eh?”
“Piacere, signor Carter” mi salutò il ragazzo, serio e compito come un adulto in miniatura.
“E questa deliziosa signorina è mia figlia Evelyn.”
La bambina (sugli otto anni, vestita di cotone rosa ricamato a fiorellini azzurri) fece un piccolo inchino, e in quel movimento il cappellino di paglia le scivolò; lei l’acchiappò a tempo prima che cadesse a terra, e rise.
Con quella risata, Evelyn Herbert entrò nella mia vita.
“Papà ha detto che ci farete visitare una tomba.”
“Sì. Hai paura?”
“Perché?” Mi guardava da sotto in su. Grandi occhi luminosi in un faccino dai tratti insolitamente decisi per una bambina di quell’età. Aveva qualcosa di familiare, e non tanto perché somigliasse al padre. Poi ricordai. Janet. Gli stessi occhi, ma con un bordo scuro attorno alle iridi che rendeva ancor più penetrante lo sguardo.
Le sorrisi, sentendomi idiota per il disagio che mi provocava il suo sguardo.
“E va bene, Evelyn. Se davvero non hai paura, vedrai delle cose bellissime. Prego, da questa parte.”
Erano due bambini particolari, i figli del conte di Carnarvon. Henry robusto e lento, forse più pigro che tranquillo, sembrava non aver preso molto da suo padre. Era Evelyn che, se pur con capelli scuri e diversi lineamenti, somigliava al conte: ne aveva gli stessi modi autoritari e lo stesso senso dell’umorismo; era lei che poneva domande e pretendeva risposte che poi demoliva con qualche battuta sconcertante.

Lady Evelyne Herbert

Lady Evelyne Herbert

“Questo rilievo, vedi, rappresenta una regina, la madre di un grande faraone. Si chiamava Ahmes-Nofretari ed era venerata come una dea.”
Gli occhi intensi frugavano indagatori tra le ombre dell’ipogeo.
“Questa era la sua tomba?”
“No, apparteneva a un principe di nome Teta-Ky. Ma Ahmes-Nofretari vegliava su di lui.”
“Dov’è la mummia del principe?”
“E chi lo sa? Non siamo riusciti a trovarla, è scomparsa tanto tempo fa.”
“L’hanno rubata?”
“È probabile.”
L’espressione della bambina si fece assorta.
“Allora le mummie sono preziose. Devo vederne una. Al più presto.”
Lord Carnarvon rideva divertito ai commenti della figlia. Avevo l’impressione che gli fosse assai più cara del maschio, forse per l’affinità di carattere che c’era tra loro. E poi, dovevo ammetterlo anch’io che pure con i bambini non avevo troppa dimestichezza, Evelyn era davvero adorabile; graziosa senza leziosità, ironica senza impertinenza e animata da una curiosità vorace per quanto riguardava l’antico Egitto. Quando le mostrai i reperti accumulati nella baracca che abitavo non lontano dallo scavo, la piccola intensificò il fuoco di domande, tanto che Carnarvon arrivò a rimproverarla affettuosamente: “Eve! Al signor Carter verrà l’emicrania se continui così!”
Lei però, con candido egoismo infantile, non se ne preoccupava; e io mi compiacevo della sua genuina ammirazione.
“Cosa c’è scritto, lì sopra?”
“Ah, questa è una cosa molto importante che ho trovato in un’altra tomba.” Presi delicatamente una delle due tavolette che stavano sul mio tavolo da lavoro, posate su un panno morbido. “C’è scritta la storia di un grande generale di nome Kamose che migliaia e migliaia di anni fa liberò l’Egitto dagli invasori chiamati Hyksos.”
“Erano davvero tanto cattivi, questi Iks?”
“Be’, se qualcuno entrasse in casa tua senza chiedere il permesso, cosa faresti?”
“Lo caccerei a calci.”
Non ricordo se e quanto Henry contribuisse al dialogo; quella bambina così vivace e curiosa aveva catturato tutta la mia attenzione. E non sembravano interessarle soltanto i reperti, ma anche chi li riportava alla luce. Probabilmente, ai suoi occhi infantili apparivo vetusto e malandato come un antico papiro.
“Ma voi vivete qui dentro in mezzo a questa roba?”
“Sì. Non sarà accogliente come la tua cameretta, ma io qui ci sto da re. Ho anche abitato in una tomba abbandonata, sai?”
“Davvero?” Gli occhi le scintillavano. “Papà, possiamo andare ad abitare anche noi in una tomba?” Poi, con innocente impertinenza, Evelyn aggiunse: “Signor Carter, dov’è vostra moglie?”
“Eve, non ti sembra di esagerare?” la redarguì suo padre, affettuosamente.
Lei si zittì e sporse le labbra, come fosse sul punto di piangere.
“Ma no” mi affrettai a rassicurarla. “Però stavolta non posso proprio risponderti. Il fatto è che non sono sposato.”
“Allora la vostra bambina non ha la mamma?”
Quella domanda, formulata in maniera così curiosa, mi lasciò perplesso.
“Quale bambina?” chiesi.
“Quella che gioca con tutte quelle bamboline.”
Risi, comprendendo a cosa si riferiva.
<Non sono bamboline.” Presi una delle statuette ushebti in faïence azzurra. “Questo era uno dei servitori magici del defunto. Glieli mettevano nella tomba così che nell’Aldilà non fosse costretto a lavori faticosi.”
“Oh, che bella idea!” Evelyn si voltò vivacemente verso suo padre. “Li metterai pure nella mia tomba? Non vorrei essere costretta a fare i compiti anche da morta!”
*
Lavorare per Lord Carnarvon mi poneva fatalmente in contatto con quel mondo che avevo sempre cercato di evitare, e non riuscivo a liberarmi dal sospetto che ogni volta che il conte mi invitava a cena al Winter Palace intendesse usarmi come attrazione per divertire i suoi ospiti. E se spesso ricorrevo a qualche scusa per declinare gli inviti, a volte ero costretto ad assecondare i suoi capricci, per non rischiare di irritarlo. La verità nuda e semplice era che dipendevo da lui per vivere. L’idea di ritornare a fare da guida ai turisti e vendere loro i miei paesaggi per pochi spiccioli mi faceva inorridire; così, sempre più spesso finivo per cedere alle insistenze di Carnarvon.
Lady Almina, la moglie del conte, mi trattava con cortese distacco, ma del resto il mio atteggiamento non incoraggiava l’espansività. Nelle sere trascorse attorno a un tavolo impeccabilmente apparecchiato con lini ricamati e argenteria, o nei dopocena sulla terrazza dell’albergo, cercavo di parlare il meno possibile, limitandomi a rispondere alle domande che mi venivano rivolte e desiderando soltanto la quiete raccolta della mia capanna, o di un ipogeo.
Ma una certa serata si svolse piuttosto diversamente: innanzi tutto perché a invitarmi era stata Evelyn, e poi perché quella sarebbe stata l’ultima sera che trascorreva a Luxor prima di ripartire per l’Europa.
“Sapete” mi confidò “io e Henry abbiamo un permesso speciale per restare alzati fino a tardi”.
E per tutta la durata della cena mi sentii addosso il suo sguardo indagatore. Contrariamente al solito, in quell’occasione Eve non si dimostrò affatto ciarliera; anzi, per le sue abitudini era addirittura taciturna, come intimidita dagli altri invitati.
Più tardi, non ricordo per quale ragione, ci accadde di restare da soli in terrazza. Io stavo appoggiato alla balaustra, sorseggiando un whisky talmente invecchiato da potersi quasi definire antico, mentre la bambina continuava a fissarmi senza alcuna timidezza, rannicchiata in una sedia a sdraio, succhiandosi pensosamente l’estremità di una treccia. Poi di punto in bianco, con voce chiara, chiese: “Sapevate che la luna ha una faccia?”
“Come, Eve?”
Qualcuno mi aveva rivolto una domanda molto simile, anni prima, su quella stessa terrazza, in una notte che aveva l’identico profumo. Provai un improvviso senso di nausea e cercai di inghiottirlo insieme all’ultimo sorso di whisky. Mentre posavo il bicchiere vuoto sulla balaustra, Evelyn si alzò e mi venne vicino.
<Lassù” disse indicando la moneta splendente della luna piena. “Ma papà dice che non è vero, che sono soltanto le trincee della guerra dei lunatici.”
Sospirai strofinandomi gli occhi. Il fulgore argenteo, riflesso dall’acqua del Nilo, mi feriva le pupille.
<Tuo padre ha ragione. Non c’è nessuna faccia, sulla luna.”
“Si che c’è! Guardate bene. È così bella…”
Guardai lei, invece; la sconcertante sicurezza nei suoi occhi sereni.
“Eve…” Le posai le mani sulle spalle, attirandola contro di me, e la sentii irrigidirsi per un attimo, come spaventata dal mio gesto. Poi però si rilassò e si aggrappò alle falde della mia giacca. “Eve, dov’è? Riesci a vederlo anche adesso?”
“Sì, certo. È sempre là.”
Spalancai gli occhi: invano. Strinsi le palpebre come sotto al riverbero del sole a mezzogiorno: tutto inutile.
“E com’è questo viso, Eve? Me lo puoi descrivere?”
“Certo. Dev’essere un dio.”
“Evelyn!” Lady Almina aveva fatto ritorno senza che ce ne accorgessimo. “Non infastidire il signor Carter e vieni a letto, s’è fatto tardi.”
“Non posso” si oppose la bambina con assoluta serietà. “Stiamo parlando di cose molto importanti.”
“Adesso l’unica cosa veramente importante per te è filare a letto. Domattina dobbiamo alzarci presto.”
Da come la bambina aggrottò le sopracciglia e strinse le labbra ebbi l’impressione che intendesse opporsi, magari ribattere in modo sgarbato; poi però chinò la testa e mormorò mestamente: “Va bene.” Mosse qualche passo verso sua madre, esitò come se ci avesse ripensato e infine, voltandosi verso di me, esclamò: “Scrivetemi, signor Carter! Dovete ancora raccontarmi un sacco di cose!”
“Sì, certo” promisi.
“E ditemi se lo avete visto!”
Lady Almina sorrise come a scusarsi, mentre trascinava via la bambina. Alzai di nuovo gli occhi alla luna, ma lo specchio d’elettro era vuoto.
“Sembra che abbiate conquistato mia figlia” disse Lord Carnarvon in tono allegro, sopraggiungendo dal ristorante.
“È una bambina intelligente” risposi, non sapendo che altro dire.
“Ah, avete ragione!” esclamò il conte con palese orgoglio, appoggiandosi alla balaustra accanto a me. “Fra una decina d’anni darà parecchio filo da torcere ai suoi pretendenti.”
Dieci anni. Sembravano un tempo così lontano… Cercai di immaginare una Eve diciottenne, senza riuscirci. Forse per allora sarebbe diventata una giovanetta dolce e assennata, non diversa da molte altre della sua età. Le soffocanti convenzioni dell’alta società inglese avrebbero domato quello spirito spontaneo, o l’avrebbero spezzato. Non sapevo cosa augurarle.
“Be’, Carter” disse il conte cambiando completamente tono “dov’è che intendete scavare nella prossima stagione?”
*
“Caro signor Carter, come state? Spero bene. Papà è arrivato ieri sano e salvo e mi ha subito mostrato lo specchio e la collana che avete trovato nella tomba n° 25. Sono bellissimi! Sapete, lo specchio sembra proprio la luna. A proposito, vi ricordate di guardare la luna? Ditemi se riuscite a vederlo. Rispondetemi subito! Rispettosamente, Evelyn.”
*
Di quei primi anni con Lord Carnarvon ricordo soprattutto montagne e montagne di detriti e una costante sensazione di fallimento. Quello che tiravo fuori dalla terra molto spesso si rivelava importante a fini storici e archeologici, ma era ben lungi dal soddisfare il senso estetico di un collezionista. Il mio finanziatore aspettava con impazienza il bel pezzo con cui arricchire la sua collezione, e io non sapevo dargli che cocci, frammenti di sarcofagi e schegge di terraglie.
Il risultato più importante del periodo fu il libro che scrivemmo assieme, “Cinque anni d’esplorazione a Tebe”, che Carnarvon fece pubblicare nel 1912, quasi a voler ufficialmente sancire la conclusione della nostra avventura in Alto Egitto. Ormai riteneva che altrove avremmo incontrato maggiori possibilità di successo; e io, ancora una volta, non riuscii a farmi ascoltare e dovetti chinare la testa.
*
“Cara Evelyn, come papà ti avrà spiegato prima di partire, quest’anno lavoreremo qui nel Delta, tra le rovine di una città chiamata Xois. Ci troviamo quaggiù da appena dieci giorni e il caldo è terribile. È per questo che non potrai venire a trovarci. Inoltre sembra che Uadjit, la dea-serpente protettrice del Basso Egitto, ci abbia messo la coda. Da tutte le parti saltano fuori cobra, a decine, e gli operai sono terrorizzati. Pure io, a dir la verità. Ma tu non devi temere per il tuo papà, perché si è sistemato nel miglior albergo della zona, dove i cobra non sono ammessi.
Sai, l’altra sera guardavo la luna (era quasi piena) e mi è sembrato di vedere qualcosa, ma poi ho capito che si trattava soltanto di una piccola nuvola. Forse sto diventando vecchio e la mia fantasia si è ormai del tutto inaridita.
Ti prego, pensaci tu a tenere d’occhio la luna per me, e assicurati che lui sia sempre lassù. Con affetto, Carter.”
*
Il vento. E la sabbia. E il tempo.
*
Fatto di vecchio cuoio e corde tese, ecco come appariva Flinders Petrie; e più alto, forse perché era dimagrito e portava la barba ancora più lunga e incolta di un tempo. Con le sue lunghe gambe impiegò pochi secondi a coprire la distanza tra l’ingresso del salottino e la poltrona su cui sedevo, così che la sua mano tesa mi sorprese prima che avessi il tempo di alzarmi. Risposi impacciato alla sua stretta vigorosa, che mi era sempre piaciuta per come riusciva a comunicare fiducia ed energia, due elementi dei quali in quel momento avvertivo un estremo bisogno.

Flindeers Petrie

Flindeers Petrie

“Carter! È un bel po’ di tempo, vero?” Ma Petrie non era tipo da convenevoli. Sedette nella poltrona aldilà del tavolino di mogano e cristallo, e mi puntò addosso i suoi occhi indagatori. “Allora?”
Involontariamente gettai un breve sguardo attorno, esitando, e questo gli diede l’occasione per uno dei suoi sogghigni luciferini.
“Stai tranquillo, puoi tranquillamente confessarmi i tuoi peccati più turpi. Nessuno all’infuori di me ti ascolterà.”
In effetti, nel salottino non c’erano che altre tre persone, e tutte piuttosto distanti da noi: un paio di signori anziani molto distinti, diafani ed eleganti come vecchi manichini di cera, che chiacchieravano pacatamente a un tavolino accanto all’ingresso; e un giovanotto seduto su un divano sotto la finestra, assorto nella lettura di un libro.
“Allora?” ripeté Petrie.
“Ho bisogno d’aiuto” dissi tutto d’un fiato.
“Oh…” Il sorriso, benevolmente sarcastico, s’accentuò. “Si vede, sai?”
Prima di continuare mi accesi una sigaretta, cercando vanamente ispirazione nell’aroma del tabacco.
“Davis si ostina a non mollare la concessione per la Valle. Carnarvon gli ha parlato, ha cercato in ogni modo di convincerlo, ma senza risultati. Temo che tenga duro soltanto per ripicca. Non ammetterebbe mai che un lord inglese possa aver successo dove lui ha fallito.”
Le rughe sulla fronte di Petrie erano come solchi sulla corteccia di un albero secolare.
“Tutankhamon, ancora. Be’, figliolo, temo proprio che tu mi abbia preso un po’ troppo sul serio, anni fa. Comunque, come potrei aiutarti?”
“Se chiedeste a Davis di trasmettervi la concessione, probabilmente accetterebbe. Vi stima molto.”
“Vuoi che ti aiuti a fargli lo sgambetto?”
Sotto il suo sguardo severo mi sentivo di nuovo un impacciato diciassettenne. Tossii, prendendo a pretesto il fumo per mascherare la mia incapacità a rispondergli prontamente.
“Non sarebbe esattamente un’azione da gentiluomo, Howard.”
“E cosa dovrei fare, allora?” Schiacciai con rabbia la sigaretta nel posacenere, spargendo cenere e scintille su tutta la superficie del tavolino. “Non ho intenzione di marcire nelle paludi del Delta e non posso abbandonare Carnarvon, capite, altrimenti chi…” Mi trattenni appena a tempo sul precipizio di una vergognosa ammissione di debolezza. Non volevo che Petrie capisse fino a che punto mi sentivo sconfitto e frustrato, ma il viaggio fino al Cairo era stato massacrante e la stanchezza non mi aiutava certo a giocar bene le mie carte. Malgrado in strada facesse davvero caldo, quel salotto foderato di velluto verde mi sembrava umido e freddo come una cripta. Sentivo i brividi salirmi a ondate lungo la spina dorsale, e mi augurai che Petrie non notasse il mio tremito.
“È davvero così importante, Howard?” Ma non gli serviva conferma; la risposta dovevo averla scritta in faccia. “Già, naturalmente, altrimenti non saresti qui. Bene, posso provarci. Ma senza inganni.”
Annuii e chinai la testa mentre lui proseguiva, in tono quasi dolce: “Non dovresti farne la tua unica ragione di vita. Per fortuna, esistono altre cose oltre all’archeologia. Oasi nel deserto. Capisci cosa intendo?”
Volevo rispondergli; una banalità qualunque, tanto per non lasciarmi di nuovo cogliere senza parole, ma avvertivo su di me uno sguardo che mi radiografava con meticolosità. Alzai la testa; però non riuscii a incontrare quello sguardo, anche se non poteva provenire da altri che il giovane seduto sul divano. Ma lui si trovava in controluce alla grande vetrata inondata di sole, e non distinguevo che una sagoma scura contornata di fulgore. I capelli chiari e folti creavano un’aureola d’argento intorno al suo capo.
Petrie si accorse che fissavo il ragazzo e disse in un tono che mi suonò forzatamente noncurante: “Oh, il mio assistente, un giovanotto molto promettente. Ha fatto la stagione con me, ma in genere lavora in Siria con Leonard Wolley. Sta tornando là, adesso.”
Gli fece cenno d’avvicinarsi e lui s’alzò con una specie di languida riluttanza, come se gli seccasse lasciare quel punto d’osservazione per venire a scrutarmi faccia a faccia. Nella controluce, mentre lo guardavo avvicinarsi, mi rammentò un folletto, qualcosa di piccolo e stregato, e quella curiosa impressione s’attenuò di poco quando fu accanto a noi e potei osservarlo bene. Petrie fece una rapida presentazione.

Thomas Lawrence

Thomas Lawrence

“Il signor Thomas Lawrence. Ma puoi chiamarlo Ned. Oppure T.E.”
“T.E.?”
“Il mio secondo nome è Edward.”
Ed era evidente che sapeva benissimo chi ero io. Gli occhi che avevo sentito pesarmi addosso mi sconcertarono. Avevano il colore innocente di un cielo estivo, ma il temporale era in agguato attorno alle pupille, e sapevo che a guardare con attenzione avrei intravisto al fondo di quello sguardo folgori e lampi.
Mi riscossi con rabbia da quelle riflessioni idiote e gli porsi la mano.
La sua stretta aveva la stessa prudenza esitante del tono di voce, forse soltanto timidezza. Siccome non c’erano altre poltrone lì accanto, il giovane si accoccolò poggiando i gomiti sul piano del tavolino.
“Il signor Carter ha lavorato con me tanti anni fa” continuò Petrie senza scomporsi di fronte al bizzarro atteggiamento del suo assistente. “Sembrava un caso senza speranza, esattamente come te, e invece sono riuscito a farne un archeologo passabile.”
Il giovane non rise, quasi avesse preso quella battuta per una sacrosanta verità. Il suo modo di scrutarmi cominciava a infastidirmi. Petrie si alzò, torreggiando su di noi con la sua alta figura dinoccolata.
“Be’, ragazzi, vi chiedo di scusarmi, ma ho del lavoro da sbrigare. Fatevi buona compagnia.”
Non avevo nessuna intenzione di restare a farmi vivisezionare da quello sguardo insolente. Pesto e febbricitante come mi sentivo, desideravo soltanto un letto su cui distendermi. Ma non appena Petrie si fu allontanato, il ragazzo s’impossessò della poltrona con un’espressione maliziosamente soddisfatta.
“Il seggio del maestro” scherzai stancamente. “Ci si sta comodi?”
Nemmeno stavolta lui raccolse la battuta, e invece chiese: “Siete nei guai, signor Carter?”.
Quell’insolenza assolutamente candida meritava una risposta sincera. “Già. Si vede?”
“Parecchio.” Il giovane lo disse con una tale solennità che pensai intendesse divertirsi a mie spese, ed ero sul punto di alzarmi e andarmene quando lui aggiunse: “Conoscete il signor Hogarth?”.
“David Hogarth? Ma certo, è stato il mio maestro a Deir el-Bahari, nel… Santo cielo, quasi vent’anni fa.”
“Io l’ho conosciuto quand’ero ancora al College.” Ne parlava come di un evento remoto, e questo mi fece sorridere. “È una persona eccezionale.”
L’ammirazione esplicita nella sua voce mi toccò profondamente. Fu una sensazione strana, come l’improvviso stringersi di un nodo, un legame inaspettato. Nonostante la stanchezza, la mia mente si ritrovò d’un tratto vigile. Conoscevo quell’eccitazione sottile ed esaltante, mi coglieva all’inizio di ogni stagione di scavo, ma non mi era mai accaduto di provarla nei confronti di un essere umano. Quel giovanotto che mi sedeva di fronte, con gli occhi di un azzurro sconcertante e la pelle bruciata dal sole, era simile a un’antica città nascosta sotto la sabbia. Amarna, pensai. Volevo scoprire le sue fondamenta.
Ma avevo un posto prenotato sul treno per Luxor di quella sera, e dovevo far ritorno al mio albergo. Impulsivamente chiesi al giovane di accompagnarmi, e lui acconsentì.
L’aria rovente del primo pomeriggio aveva odore di biscotti bruciati; lontano, nel deserto, si stava preparando una tempesta di sabbia.
“Vi piace l’Egitto, Ned?” chiesi mentre lasciavamo l’albergo in cui alloggiava con Petrie.
“Sì, ma è troppo facile.”
“Cosa intendete con “facile”?”
“Sembra che qui basti soffiare via la sabbia per riportare alla luce un oggetto o i resti di un edificio. Sulle rive dell’Eufrate, invece, non si sa mai se quello che ci si ritrova sotto al piccone è fango fossilizzato o parte di un antico muro coperto di sculture. Laggiù la terra ha di nuovo preso possesso di ciò che un tempo le apparteneva.”
“Ma vi sbagliate” protestai. “L’Egitto non è affatto semplice. Evidentemente, la campagna a cui avete partecipato è stata particolarmente fortunata.”
Ma potevo pur perdonargli quella sicurezza: era un peccato di gioventù. E lui aveva l’aria di essere davvero giovane, poco più che ventenne. Lo osservavo mentre mi camminava al fianco. Aveva un passo così deciso che la folla colorata del Cairo sembrava quasi spartirsi per fargli strada, come le acque del Mar Rosso davanti a Mosè. Eppure nella sua figura non c’era proprio nulla di imponente o ieratico, semmai proprio il contrario; era più basso di me e sembrava essere stato contagiato dalla disinvolta sciatteria di Petrie: gli abiti gli pendevano addosso stazzonati, come se li avesse tenuti per dormire, e non per una notte sola, e i capelli chiari erano lunghi e spettinati. Io, riflettei, dovevo avere un aspetto anche peggiore, e accanto a lui mi sentivo lento e pesante: un vecchio.
“Intendete sul serio diventare archeologo?” gli chiesi.
“Forse. Il passato mi affascina. Ma anche il futuro.”
Era molto tempo che non avevo occasione di passeggiare così, chiacchierando in tutta semplicità, e gliene fui grato. Capivo che, come me, anche lui godeva dell’atmosfera delle sudice stradine e del flusso chiassoso della gente che ci trascinava e ci sospingeva, ma senza mai ostacolarci, come invece spesso accadeva ai turisti occidentali. Noi conoscevamo il ritmo della città.
Ci fermammo da un venditore di tè e gustammo la bevanda aromatizzata alla menta, in tazze di latta lustrate a specchio. Scoprii in quell’occasione che Ned parlava arabo con disinvoltura e mi divertì ascoltarlo mentre poneva domande al venditore. Quel ragazzo amava studiare la gente, anche se non capii quanto per istinto o quanto per calcolo. Ma il suo tono di voce era casuale e per nulla insinuante quando tornò a rivolgersi a me e disse: “Tutankhamon. Il vostro sogno ha davvero un bel nome”.
“Ma Petrie ha ragione” ribattei, deciso a troncare l’argomento sul nascere. “Non avrei dovuto prenderlo troppo sul serio.”
“No.” Ecco di nuovo affiorare quella granitica sicurezza tipicamente giovanile. “Non si deve rinunciare ai propri sogni. Mai.”
“Non credete che sognare sia una perdita di tempo?” lo stuzzicai, unicamente per vedere se riuscivo a scalfire le sue certezze.
“Dipende” rispose lui con la massima serenità. “Vedete, signor Carter, il fatto è che esistono due categorie ben distinte di sognatori; quelli che si accontentano di sognare di notte, mentre dormono, e che al mattino possono soltanto constatare la vanità dei loro sogni; e poi ci sono coloro che sognano di giorno, ad occhi aperti, e questi sono individui pericolosi in quanto distinguono chiaramente i loro sogni e tentano di realizzarli.”
“E voi a quale categoria pensate di appartenere?”
Il suo sorriso, al di sopra del bordo lucente della tazza, era una sfida. Si sorride così in faccia alla morte, pensai; e, chissà perché, mi venne alla mente l’immagine di un trapezista in procinto di tuffarsi nel vuoto: che il salto mortale riuscisse o meno, che il trapezista afferrasse in tempo i polsi del porteur o si sfracellasse al suolo, il pubblico avrebbe goduto ugualmente di un grande spettacolo.
“Il vostro deve essere un sogno estremamente ambizioso” mormorai.
Lui non mi rispose. La folla che ci rumoreggiava attorno non riusciva neppure a sfiorarci. Già una volta, tanti anni prima, in una strada di Luxor, mi era capitato di sentirmi così: un’isola al centro dell’inarrestabile fiume della vita. Quella gente che ci passava accanto (donne velate, asinai, tagliaborse, bey vestiti di seta) non era che schiuma sulla corrente, miseri detriti. E l’unico punto fermo, l’unica realtà, eravamo io e quest’altro essere umano che mi stava davanti, inamovibili come rostri di un antico ponte. E anche gli occhi del ragazzo, dopotutto, non erano forse come quelli di Horus sui soffitti delle tombe? Vigili, minacciosi, eppure pieni d’infinita comprensione.
Poi quel momento passò. Forse era il calore della bevanda annidata nel mio stomaco che calmava i brividi e mi restituiva vigore. Ci immergemmo di nuovo nel frastuono della vita.

Howard Carter con Lord Carnarvorn

Howard Carter con Lord Carnarvorn

Ned raccontava in tono scanzonato dei suoi studi a Oxford, della passione per il Medioevo, e dei viaggi che lo avevano condotto sulle tracce di un passato epico e glorioso attraverso tutta l’Inghilterra e la Francia. Castelli e cattedrali, ruderi e campi di battaglia, e il fascino di una notte a Mont-Saint-Michel, guardando la marea salire a recidere il tenue cordone ombelicale di sabbia che lega l’isola alla terraferma. Durante il suo primo viaggio in Medio Oriente, affrontato con la smisurata audacia dei vent’anni, aveva ripercorso il cammino dei Crociati. Sembrava divertito quando mi raccontò di come una volta fosse stato assalito dai predoni, derubato dei suoi pochi averi e abbandonato tra la solitudine e la sabbia. “Ho rischiato di morire.” Lo disse con limpida indifferenza, come una nota in margine ai suoi appunti di viaggio.
Non ricordo cosa gli rivelai di me stesso, ma certamente lui riuscì a cavarmi fuori più di quanto avrei voluto. E il tragitto, intanto, si era allungato di parecchio, con molte soste e deviazioni. Giungemmo al mio albergo che già stava calando la sera, e mi sarei dovuto affrettare se non volevo perdere il treno. Da un minareto vicino, un muezzin glorificava Allah con la purezza malinconica della sua preghiera.
“Be’, signor Carter…” Ora Ned sembrava a disagio, e fissava la punta impolverata delle proprie scarpe. “Non mi resta che augurarvi buon viaggio.”
“Grazie.”
Ed ero riluttante a lasciarlo, sebbene si stesse facendo davvero tardi.
M’incamminai verso il cancello che immetteva nel piccolo giardino antistante l’albergo, quando Ned mi richiamò.
“Signor Carter!”
Mi voltai.
“Sapete… ci sarà la guerra.”
“Cosa?” chiesi, tutt’altro che sicuro di aver capito bene. “Di cosa state parlando?”
“La guerra” ripeté lui, come se parlasse del tempo. “Tra un paio d’anni al massimo. Basterà soltanto una scintilla. Vedrete.”
E prima che potessi ribattere, lui si era già allontanato dopo un ultimo fugace cenno di saluto.
Non sarebbe mai diventato un archeologo; lo seppi in quel preciso momento, con immotivata ma assoluta certezza. Non riuscivo a immaginare cosa il suo sogno personale avrebbe fatto di lui… ma di sicuro non un archeologo.
*
La primavera del 1912 aveva portato nei salotti di Luxor un nuovo argomento di conversazione, eccitante e macabro: il naufragio del più grande transatlantico di linea mai costruito, il Titanic. “Neppure Dio potrebbe affondare questa nave!” sembrava avesse esclamato un marinaio alla partenza da Southampton, e l’annoiata borghesia che passeggiava tra le rovine dell’antica Tebe si pasceva di aneddoti su quel viaggio fatale, gonfiandoli di sempre più accurati particolari. Dovunque andassi, persino tra i fellahin, immancabilmente trovavo qualcuno che voleva parlare della tragedia. Lord Carnarvon non faceva eccezione. Con distacco ironico valutava tutta la serie di fatalità che aveva condotto il Titanic al disastro.
“Il viaggio inaugurale della nave inaffondabile. Romanzesco. Oserei dire romantico.”
Osava. Il suo atteggiamento era irritante. Non che dalla voce di Carnarvon trasparissero cinismo o crudeltà, lui era una persona troppo dotata di buon gusto, ma il piacere estetico che sembrava trarre da quella tragedia mi sconcertava. Ne parlava come dell’episodio di un romanzo, senza riservare per le oltre millecinquecento vittime maggior commozione di quella che avrebbe dedicato ai personaggi immaginari di un’opera letteraria.
“Carter, sapete che il Titanic trasportava un sarcofago egizio?”
“Ah.”
“Sembra che contenesse le spoglie di una veggente vissuta ad Amarna.”
“Ah.”
“Voi che avete lavorato in quel luogo non ne sapete nulla?”
“No.”
“Vivete in Egitto da tanti anni…” La mia scontrosità non sembrava preoccuparlo; probabilmente era divertito dal fatto che non sapessi rispondergli a tono. “Non vi siete mai lasciato turbare dalle tante leggende che circolano nel vostro ambiente?”
“Quale ambiente?” ribattei in tono brusco. “Io ho sempre frequentato gente che lavora duro senza perdere tempo a raccontarsi storie.”
“Ah, ecco che a pungervi sul vivo si riesce a ottenere da voi qualcosa di più che monosillabi!”
Passeggiavamo non lontano dai colossi di Memnone e pensai che di lì a poco da quelle pietre erose sarebbe tornato a scaturire il lamento che tanto aveva terrorizzato i viaggiatori del passato. Il minimo che poteva accadere, se le statue fossero state in grado di udire le scempiaggini di Carnarvon.
“Non vi aspetterete che una persona con un minimo di sale in zucca creda che un sarcofago egizio abbia il potere di colare a picco una nave” dissi con acredine. “A patto poi che questa storia del sarcofago sia vera. Il Titanic è affondato a causa dell’idiozia umana; non si naviga a ventidue nodi in una notte di foschia, nella stagione in cui gli icebergs se ne vanno a zonzo per l’oceano.”
“Bisogna riconoscere che questo è un azzardo, sì.”
“E soprattutto non si imbarcano più di duemila persone quando si hanno scialuppe di salvataggio per meno di mille.”
La sua risata morbida mi canzonò dolcemente. “Vedo che avete letto i giornali con estrema cura.”
Finalmente era arrivato il momento di piazzare qualche stoccata nella sua confortevole armatura, proprio al centro dello stemma nobiliare.
“È una settimana che non parlano d’altro. E alcuni hanno fatto delle insinuazioni piuttosto interessanti.” Calcolai una piccola pausa, poi chiesi: “Vi siete domandato come mai la maggior parte dei passeggeri che si sono salvati viaggiasse in prima classe? No? Immagino che vi sarà sembrato logico. Be’, in realtà sembra che quando il capitano si rese conto che le scialuppe erano in numero insufficiente abbia dato l’ordine di sbarrare i cancelli dei ponti inferiori. Non sarebbe stato elegante se, per salvarsi la pelle, qualche ricco gentiluomo fosse stato costretto ad accapigliarsi con un plebeo emigrante.”
Carnarvon si era fermato e mi fissava, il bastone da passeggio puntato sul terreno come una lancia, entrambe le mani poggiate sul pomo d’argento. Il sorriso canzonatorio era svanito dalle sue labbra. Sostenni il suo sguardo a braccia conserte. Gli occhi di Carnarvon, tra le palpebre socchiuse, erano pallidi e freddi come un’alba invernale. Poi, piano piano, dal fondo delle pupille salì a scaldarli la consueta fiamma d’ironia.
“La vostra insolenza mi piace, Carter. Assomiglia molto al coraggio.” Poi, riprendendo a camminare, disinvolto e rilassato, continuò: “Comunque non sono periti soltanto i proletari. Un nome come quello del colonnello Astor basta a soddisfare il vostro senso di giustizia sociale?”
“Un ricco borghese ogni cento emigranti; non male.” Alzai lo sguardo verso i colossi sfigurati che incombevano sullo sfondo. “Non siamo cambiati poi molto, da quattromila anni in qua.”
Carnarvon emise una risatella sbuffante. “Oh, andiamo Carter! Non diventatemi sentimentale, per favore. Non potete pretendere che le matrone ingioiellate che prendono il fresco sulla terrazza del Winter Palace annacquino di lacrime il loro tè pensando alla triste sorte di un povero emigrante irlandese. L’idea non può neppure sfiorare una piuma dei loro cappellini alla moda. Ma raccontate di come il colonnello Astor sorrise a sua moglie mentre lei scendeva nella scialuppa di salvataggio, e magari sottolineate che la poverina aspetta un bambino, e vedrete le sensibili signore spargere lacrime più bollenti dell’acqua del samovar. Solidarietà di branco, mio caro Howard.”
Scossi la testa, irritato e del tutto incapace di trovare un qualsiasi spunto d’ironia in quella faccenda; e il conte proseguì, con melato sarcasmo: “Del resto non mi sono mai accorto che il cuore vi sanguini quando vedete i ragazzini con le mani e le spalle scorticate a forza di portare ceste di detriti.”
Non raccolsi la provocazione. I bambini che assumevo come operai non conducevano una vita più dura di quella del contadino alla quale erano destinati dalla nascita; e perlomeno ricevevano un salario. Carnarvon era naturalmente a conoscenza di quei particolari, ma gli piaceva divertirsi a mie spese, e quand’era di quell’umore non si poteva fare molto di più che sopportarlo. Mi punzecchiava con perfidia infantile, quasi innocente nella sua spontaneità. Non avevo l’impressione che studiasse le sue malignità per meglio ferirmi: gli venivano spontaneamente, per un talento naturale. Poi, quand’era stanco del gioco, la sua amabile cattiveria ridiventava formale cordialità.
“E anche questa stagione è alla fine” disse adesso, cambiando repentinamente argomento. “Fra poco il caldo quaggiù sarà soffocante. Perché non riconsiderate la mia proposta di trascorrere l’estate a Highclere?”
Probabilmente meditava di impiegarmi come attrazione da esporre nel parco della sua tenuta.
“Grazie, no.”
“Non posso davvero credere che preferiate restarvene in questo forno.”
“Ho una casa a Londra.”
“Che non abitate molto spesso.” Di nuovo la sua risata soffice e ironica. “Suvvia, di cosa avete paura? E mia figlia ne sarebbe molto felice. Credo che quel diavoletto si sia innamorata di voi.”
“Evidentemente, anche lei ama le antichità.”
Carnarvon rise apertamente, allegro e sereno. “Carter, vi dimezzerò lo stipendio se continuerete a ostinarvi!”
Era fatto così, il quinto conte di Carnarvon: tutto ciò che stava al di fuori del suo mondo dorato, fosse esso un oggetto, un luogo, una persona o una situazione, lo attraeva enormemente, soprattutto se era discretamente pericoloso e poteva destare moderato scandalo tra i suoi pari. Si mostrava affascinato dagli individui di ceto sociale inferiore che a volte, con calcolata affettazione, definiva “plebei”; amava studiare il loro gergo e le loro abitudini con meticolosità scientifica, e poco poteva sfuggire al suo sguardo acuto come la lente di un microscopio. Ma io non avevo alcuna intenzione di farmi mettere su un vetrino.
*
“Caro signor Carter, non è da gentiluomini rifiutare un invito!”
Il messaggio era scritto con buffi ma decisi accenti di rimprovero, e mi fece ridere e m’intenerì, perché il mittente era Evelyn Herbert. E io, davvero, non potevo essere tanto villano da deludere una bambina!
*
Con le sue oltre cento stanze, il palazzo di Highclere sorgeva tra la campagna ondulata con la fiabesca imponenza tipica di certe dimore inglesi. Naturalmente mi ero aspettato qualcosa del genere ma, abituato a vivere in mezzo alle capanne dei fellahin e alla sinuosa architettura islamica, adesso guardavo sgomento quella specie di reggia che incombeva su di me, sontuosamente esotica quanto mi erano apparse le piramidi vent’anni prima.
Seduto al mio fianco sui sedili posteriori dell’auto, Lord Carnarvon si godeva il mio stupore.
“Ecco la mia casetta” lo udii scherzare. “Modesta ma accogliente.
Cercai di focalizzare lo sguardo sulla nuca dell’autista. I capelli biondi che uscivano da sotto il bordo del berretto erano fini e tagliati così corti che si intravvedeva il cuoio capelluto biancastro: una bella visione prosaica per liberarmi dall’incantesimo.
“Papà! È arrivato papà!” Evelyn ci correva incontro attraverso il prato, inseguita da una bambinaia in grembiule azzurro. Non appena Carnarvon scese dall’auto, la ragazzina gli volò fra le braccia, facendogli cadere il cappello. Lui rise e la sollevò, un gesto che mi parve gli costasse un certo sforzo, nonostante la piccola fosse piuttosto minuta.
“Allora, Eve… Visto che te l’ho portato? Sei contenta?”
Aggrappata al collo del padre lei mi scoccò un’occhiata scintillante di trionfo.
“Lo sapevo che avreste obbedito!”
*
Il periodo che trascorsi a Highclere si rivelò assai simile a una specie di placido dormiveglia sotto il sole estivo: un pigro e dorato pomeriggio in mezzo alla campagna vibrante d’insetti e profumi.
Contrariamente a quanto avevo sospettato, ero l’unico ospite; quasi che Carnarvon, con egoismo infantile, non intendesse dividere il suo giocattolo con nessuno, adesso che poteva averlo sottomano a ogni istante nella sua stanza dei giochi. Tuttavia, l’atmosfera era così piacevole e informale che dopo qualche giorno smisi di considerarmi un oggetto di studio e mi rilassai, cominciando a godermi la vacanza.
Carnarvon era affabile e ciarliero, a volte vagamente malinconico; Lady Almina come sempre sorridente e affabile; Henry si annoiava; ed Evelyn tallonava suo padre e me dappertutto, simile a una piccola ombra determinata e coscienziosa. Ci ascoltava attenta, accoccolata su un tappeto o con i gomiti appoggiati alla spalliera di una poltrona, il viso tra le mani e gli occhi a turno puntati su di me o sul padre. A volte interveniva disinvoltamente, proponendo un argomento di conversazione.
“Papà, racconta di quella volta che i pescatori in Sicilia volevano derubarti e darti in pasto ai pesci!”
E lui rideva, felice del ruolo di avventuriero che aveva giocato all’epoca delle sue stravaganze giovanili. Ma dovevo riconoscere che ne parlava senza millanteria, con tenerezza e un pizzico di rimpianto per quel genere di vita che la sua salute malferma ormai gli precludeva. I viaggi attorno al mondo su uno yacht a vela, il mescolarsi a individui poco raccomandabili e a volte veramente pericolosi, la ricerca meticolosa dell’avventura, non erano unicamente cure empiriche alla noia del ricco ma lasciavano intuire genuina curiosità verso la vita, forse persino insofferenza nei confronti dell’alta società inglese.
In cambio delle sue storie, però, Carnarvon ne pretendeva altrettante da me, e mi pungolava finché non cedevo.
“Uno dei capisquadra mi ha raccontato che anni fa i ladri di Qurna misero una taglia sulla vostra testa. Era consistente, perlomeno?”
Non mi piaceva raccontare di me stesso, ma lui si faceva forte della complicità di Evelyn, sapendo che era impossibile resistere al broncio deluso di quella bambina. Il mio timore era che il conte finisse prima o poi per riesumare il fattaccio di Saqqara. Ma, con mia sorpresa, non sfiorò neppure l’argomento. Per sensibilità, mi chiesi, o soltanto semplice distrazione?
*
“Perché no?” Lo dissi in tono di sfida fissando Gaston Maspero, poi posai lo sguardo su Carnarvon: i suoi occhi sembravano di ghiaccio.
“Carter, comincio davvero a sospettare che siate un caso clinico.”
Non intendevo lasciarmi smontare dal suo sarcasmo e proseguii: “Davis sostiene che quel buco scoperto anni fa era la tomba di Tutankhamon. All’inferno quel vecchio rincoglionito e le sue fottute teorie!”
Carnarvon aggrottò le sopracciglia, ma ebbe la prudenza di non far commenti. Maspero tossicchiò, poi andò alla finestra e restò in silenzio per qualche attimo, con le braccia dietro la schiena, a fissare le cime immobili delle palme che perimetravano il giardino. Non c’era un alito di vento e io mi sentivo soffocare, in quel salotto dell’albergo più lussuoso del Cairo. Mi allentai la cravatta, consapevole dello sguardo di Carnarvon, ironico e compassionevole. Dovevo sembrare un invasato, pensai.
“E come… ehm… come intendereste procedere?” chiese Maspero, continuando a voltarmi le spalle.
“Con metodo. Finora tutti si sono limitati a grattare in superficie spostando montagne di detriti da una parte all’altra della Valle, ma nessuno ha mai seguito un piano preciso, arrivando fino alla roccia.”
“Ma significa una mole di lavoro enorme!” Monsieur le Directeur si voltò con in viso un’espressione di assoluto sbigottimento. “Se anche trovaste qualcosa, mon ami, non riuscireste mai a rientrare nelle spese.”
Carnarvon si strinse nelle spalle. Rilassato in una poltrona, dondolava pigramente la gamba destra accavallata sull’altra.
“Diteglielo anche voi: è una pazzia.”
“D’accordo” ripresi “sono pazzo, ve lo concedo. Ma nella mia pazzia sono in grado di leggere indizi ai quali tutti voi non attribuite alcuna importanza”.
“Cioè?” chiese Maspero.
“Di tutte le mummie rinvenute nel corso di venticinque anni di scavi non ce n’è una che si possa attribuire a Tutankhamon. La sua sepoltura non è menzionata in nessuno degli antichi documenti riguardanti i processi ai predatori. Non si parla di lui neppure in relazione ai vari spostamenti di mummie eseguite dai sacerdoti in epoca posteriore. E poi abbiamo la stele ritrovata da Legrain a Karnak, che dice chiaramente come Tutankhamon, salendo al trono, riportò la Maât in Egitto dopo il caos dell’eresia amarniana. Petrie aveva ragione. Tutankhamon fu il successore di Akhenaton e riportò la capitale a Tebe. Quindi dev’essere per forza sepolto nella Valle dei Re.”
Lord Carnarvon accennò una risata.
“Lo sentite Monsieur Maspero? Il nostro Carter abitualmente è di poche parole ma se si tratta del suo faraone diventa improvvisamente loquace.”
Il francese si schiarì la gola.
“Ehm… Ma quali garanzie avete che il sepolcro si sia conservato intatto?”
“Il fatto stesso che negli anni successivi alla sua morte Tutankhamon sia stato in un certo senso dimenticato. Per qualche ragione, magari una frana, uno smottamento del terreno che ha nascosto l’ingresso della tomba.”
Carnarvon rise di nuovo e disse, rivolto a Maspero: “Cosa pensate che dovrei farne, di questo squilibrato?”
L’altro mi gettò un’occhiata di traverso.
“Be’, mon ami… Non si può dire che vi difetti il coraggio.”
“Chiamatela incoscienza” riprese il conte, alzandosi. “Però bisogna dire che il signor Carter sa proporre argomenti piuttosto convincenti.”
Mi voltai verso di lui. Sul suo viso scarno c’era un’espressione sorniona. Capii che aveva continuato a provocarmi al solo scopo di coinvolgere emotivamente Maspero, ma la decisione era presa da tempo.
“Allora?” chiesi, e sentii che la voce mi tremava. “Se siamo tutti d’accordo non dovrebbero esserci altri ostacoli, ora che Davis ha rinunciato a rinnovare la concessione.” Guardai Maspero. “Ci serve soltanto la vostra firma.”
Monsieur le Directeur scosse la testa; sembrava disgustato.
“Bah! A chaque foux sa marotte!”
*
La calura estiva si stendeva su Luxor come un tappeto di carboni ardenti, ma io mi sentivo forte e ottimista. La concessione era ormai nelle mani di Carnarvon e io approfittavo di quelle giornate torride, che altrimenti sarebbero trascorse nell’inattività, per mettere a punto il piano di scavo della stagione successiva. Stendevo planimetrie e accurate liste di materiale che avrei sottoposto al conte per l’approvazione, e nient’altro poteva rientrare nelle mie preoccupazioni.
Quell’anno 1914 dell’era moderna mi era più lontano del duemila avanti Cristo, e prestavo assai poca attenzione alle voci del presente che parlavano ansiose attraverso i giornali. Non fui sfiorato dalla più piccola emozione quando a Sarajevo l’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria cadde sotto i colpi di rivoltella di un nazionalista serbo. Insignificante tragedia di un lontano paese. Disordine di un mondo remoto al quale non appartenevo.
*
Il servo prediletto che amavo come un fratello…
L’Austria presentava il suo ultimatum alla Serbia.
“Perché non venite a trovarmi?”, scriveva Herbert Winlock da New York.
La Russia emanava l’ordine di mobilitazione generale.
“Gurgar, sarebbe meglio cominciare a reclutare gli uomini per la prossima stagione. Intendo dare inizio ai lavori al più presto.”
La Germania dichiarava guerra a Russia e Francia, invadendo il Belgio e il Lussemburgo.
Mia sorella Amy mi telegrafò da Londra pregandomi di tornare a casa. Non capivo di cosa avesse paura.
“Allora dovete andare a combattere, sir?”
“Stai tranquillo, il mio paese non può permettersi una guerra, l’esercito è insufficiente. Per quale ragione dovremmo gettarci nel fuoco?”
Forse soltanto per amore delle fiamme.

Note:
(1) “Confessione Negativa”, Papiro Nebseni.

 

SESTA ORA DELLA NOTTE
(Fiamme)

In verità, tu sei la Dea del Fuoco
poiché nulla sussiste
dopo il tuo passaggio.

(Libro dei Morti, capitolo CLXIV)

Mi ero fatto costruire una casa su una piccola collina all’imboccatura della Valle. I vecchi e i ragazzi di Qurna l’avevano tirata su in poco tempo per una manciata di piastre, seguendo un mio progetto. Non era certo un capolavoro architettonico, con la sua cupola centrale che s’innalzava precariamente come quella di una moschea dopo un terremoto, ma era abbastanza spaziosa e soprattutto fresca; una delle migliori case che avessi mai abitato, in verità. E presto i fellah, con una sorta di allegra ironia, presero a chiamarla qasr, castello. “Castello Carter”, suonava bene.
A causa della guerra tutte le attività archeologiche erano paralizzate e io non potevo fare molto di più che percorrere la Valle desolata, unico intruso nella sua pace finalmente ritrovata. Camminavo da solo nel silenzio rovente, tra denti di pietra e ombre troppo sottili per offrire qualunque riparo. Auscultavo la roccia, pollice dopo pollice, nella speranza di un’eco che confermasse la presenza di una cavità, un ipogeo. E avevo la sensazione che attorno a me si stringessero gli spiriti dei grandi re strappati alle loro dimore auree dall’avidità di predoni e archeologi. Mi seguivano passo passo, sentinelle all’eterno riposo di colui che, forse, unico fra loro, ancora giaceva indisturbato. Potevano leggere dentro di me e giudicare le mie intenzioni più profonde?
Nelle notti insonni, davanti a un paesaggio pietrificato nella bianca luce lunare, elaboravo il mio piano, perfezionandone i particolari. Nulla doveva essere lasciato al caso. Avrei battuto l’astuzia della Valle con la rigorosità del metodo. Avrei rivoltato ogni sezione di terreno come un guanto, e infine… Ma tutto quello che al momento avevo era soltanto polvere: nel naso, nella bocca, e nei capelli, a imbiancarli ancor prima del trascorrere degli anni; polvere che alla fine della giornata non mi riusciva di lavare via completamente dal mio corpo: mi restava addosso, il marchio della Valle. Ero polvere ancor prima d’essere morto.
A un certo punto feci persino un tentativo per dimenticarmi della Valle e di Tutankhamon, almeno temporaneamente, e mi dedicai a seguire deboli tracce in un canalone rupestre del deserto libico. Sentieri appena abbozzati nella roccia, resti di antiche capanne in pietra e graffiti ieratici. Accanto a quei geroglifici aggrovigliati scolpii le mie iniziali e la data: H.C. 1915, affinché chiunque esplorasse quei luoghi dopo di me sapesse quando era stato fatto l’ultimo tentativo di rilevare quelle iscrizioni. O forse soltanto per ricordare a me stesso che, nonostante tutto, ero ancora vivo.
La mia Patria di nascita, intanto, mi pretendeva come corriere diplomatico, e fui costretto a trasferirmi dalla mia solitaria abitazione a un albergo di Luxor in modo da rendermi reperibile in ogni momento. Mi si chiedeva di abbandonare il passato che tanto amavo per vivere in funzione di un presente nel quale non mi riconoscevo. Nel tentativo di rassegnarmi alla nuova situazione cercai di convincermi che la Valle sarebbe rimasta ad aspettarmi, e per un po’ di tempo il passato poteva anche venire accantonato. Ma quando parlavo di “passato” troppo spesso dimenticavo che non esisteva soltanto quello dell’Egitto, fatto di millenni remoti e profumi perduti che non avevo mai respirato; ma anche un tempo tutto mio, appena più distante di ieri, al quale avrei dovuto dedicare almeno un pensiero di tanto in tanto, un minimo di nostalgia.
E quel passato prossimo, un giorno, venne a reclamare l’attenzione che da troppo tempo gli negavo.
*
Il padiglione era alto e lungo come la navata di una chiesa, e la fioca luce che colava attraverso i lucernari smerigliati di sporcizia annegava ogni cosa in una penombra sbiadita: era come camminare sul fondo di una pozzanghera. Avanzai tra le due file di letti separati da paraventi, un lusso inaspettato, e avevo l’impressione che le suole delle mie scarpe sul pavimento consumato producessero un rumore invadente. Intorno a me non c’erano che suoni soffocati: stanchi colpi di tosse, respiri pesanti, bisbigli, qualche lamento. L’aria greve mi premeva sulla bocca come un bavaglio sporco.
Volevo fuggire; tutto il mio corpo lo voleva: i nervi doloranti, lo stomaco contratto. Con uno sforzo mi imposi di continuare fino all’angolo di sinistra che l’infermiera mi aveva indicato, proprio in fondo al padiglione, oltre l’ultimo paravento.
Lei era là, nella luce lattiginosa che cadeva dall’alto, e stentai a riconoscerla. La fiamma che aveva bruciato sotto la sua pelle si era estinta, lasciando soltanto la cenere. I capelli, raccolti in una treccia disordinata, erano opachi; il neroazzurro delle notti egiziane appannato dalla nebbia.
Accanto al letto c’era uno sgabello dipinto di bianco. Sedetti, e le presi una mano tra le mie.
“Sahira…” bisbigliai.
Le palpebre tremarono a lungo prima di sollevarsi. Non c’erano più stelle in quegli occhi. Le occhiaie erano un tragico sostituto del bistro che un tempo aveva sottolineato l’intensità dello sguardo. Temetti che non mi riconoscesse.
“La tua amica ha dovuto faticare un po’ per trovarmi” dissi “ma adesso sono qui”.
Le sue labbra si mossero sillabando il mio nome, ma non intesi alcun suono. La mano che stringevo era fredda e umida, inerte. Quella stessa mano che tante volte mi aveva accarezzato, giocando con il mio corpo. Adesso il suo contatto quasi mi ripugnava. Non sapevo che dire. Mi vergognavo di me stesso, ma quel pallido involucro prosciugato dalla malattia mi era estraneo, e qualunque parola potessi dire sarebbe suonata falsa e di ben misero conforto.
Desiderando in modo quasi doloroso l’aria pulita e il sole dell’esterno, distolsi lo sguardo da quel povero corpo consunto e fissai la nuda parete aldilà del letto: l’intonaco si squamava sotto l’imbiancatura recente. Cercai di proiettare su quello schermo pieno di falle l’immagine dei miei ricordi: le labbra rosse, le brune rotondità e i serici recessi…
“Awad…” O fu soltanto un lamento? Fui costretto ad abbassare di nuovo lo sguardo su di lei. Negli occhi infossati, una scintilla dell’antico fuoco lottava per dissipare la nebbia. “La mia bambina… Qamar…” Pensai che stesse delirando. Sentii le sue unghie affondarmi nel palmo della mano. “Devi aiutarla!”
Feci per chinarmi su di lei, ma l’odore della malattia mi respinse. Era come se quel corpo, il corpo meraviglioso nel quale un tempo mi ero smarrito, si stesse decomponendo ancor prima che l’ultimo alito di vita l’abbandonasse. Ma la mano adesso stringeva la mia saldamente. Tanta forza in quelle ossa così fragili! Era come essere tenuti per mano dalla morte stessa.
“Cosa vuoi dire?” balbettai in arabo, con voce rotta dalla nausea. “Hai davvero una bambina?”
Il suo capo si mosse sul collo scarno, in un cenno d’assenso.
“Dove si trova, adesso? Con tuo marito?”
“No, niente più marito. Lei…” L’aria le sibilò tra i denti in una faticosa inspirazione. “Nella vecchia casa.”
“La vecchia casa?” C’era soltanto un posto che Sahira potesse definire in quel modo. Ma non potevo credere che fosse tornata a fare la vita di un tempo.
“Tuo marito ti ha ripudiata, è così?”
Un altro cenno d’assenso.
“Bastardo!” sibilai. “Ma perché…”
Sahira alzò una mano, un gesto lentissimo e penoso, come a impormi il silenzio.
“Awad, perdonami. Aiuta Qamar. Loro non devono… venderla.”
“Venderla?”
“Ha otto anni. L’età… giusta.”
Ora le lacrime le scorrevano sugli zigomi ossuti e lungo le tempie, perdendosi nel cuscino. Cercai si asciugarle, rabbrividendo nel sentire sotto le dita la durezza delle ossa là dove un tempo era stata la sofficità della carne.
“Non piangere. Farò tutto quello che posso per tua figlia, te lo prometto. Te lo giuro.”
Sahira chiuse gli occhi; le sue labbra s’incurvarono leggermente agli angoli, tentando un sorriso, ma era fatica troppo grande. La sua mano divenne inerte tra le mie.
*
Mi disse addio per l’ultima, definitiva volta, quella stessa notte.
Seduto accanto al letto, fissando l’incerto disegno del suo corpo sotto al lenzuolo, sedevo immobile, ottusamente incapace di analizzare i miei sentimenti. Per nove anni non avevo più avuto sue notizie, e sarei stato ipocrita se avessi cercato di convincermi che lei era rimasta sempre presente nei miei pensieri. Così tanta sabbia era scivolata nella clessidra… la sabbia di mille deserti. Cercai di rammentare il senso di vuoto delle prime settimane senza di lei, ma a esso si sovrapponevano troppe sensazioni più recenti. Eppure Sahira rappresentava la parte più dolce della mia giovinezza. Come potevo non esserle grato per avermi insegnato a usare il mio corpo per dare e ricevere piacere? C’era stato un tempo in cui avevo persino creduto che questa fosse la cosa più importante della vita. Ma altre passioni avevano finito con il trionfare; altre smanie ben più grandi, che nessuna donna poteva placare.
Lasciai che la verità mi cadesse lentamente addosso, come il primo chiarore dell’alba attraverso il lucernario sudicio: ero incapace di amare.
Ma mi ero lasciato strappare una promessa. Di più. Yamin. Un giuramento. E non sapevo come avrei potuto mantenerlo.
“Mi dispiace” mormorai, augurandomi che lei riposasse in un Aldilà dove non poteva vedermi né udirmi. “Sono così inutile…”
*
Non avevo dimenticato la strada. E mi sembrava che, nella viuzza nascosta, il tempo fosse trascorso più lentamente che altrove, portando mutamenti appena percettibili.
Per quanto in quegli anni avessi girato Luxor in lungo e in largo, avevo sempre evitato quel posto; e quando bussai alla porta di legno intagliato, il cuore mi batteva quasi come la prima volta.
Infine eccolo, un segno del trascorrere del tempo. Il ciccione bardato di raso come un elefante da circo era stato sostituito da un individuo piccolo e scuro, con un che di viscido nell’aspetto e nei modi, che ricordava una lontra umanizzata da qualche incantesimo.
“Veramente è ancora un po’ presto, effendi” disse, sporgendosi dalle ombre dell’ingresso.
“Sto cercando la bambina.”
“Bambina?” I suoi occhi si spalancarono, diventando quasi perfettamente rotondi. “Oh, no, effendi! Non posso accontentarti, è contro la legge.”
“Sahira è morta e mi ha affidato sua figlia.”
“Figlia? Non comprendo di cosa parli, effendi!”
“Smettila” ribattei in tono brusco. “So che si trova qui, e so anche cosa avete intenzione di fare.”
La faccia dell’uomo sembrò allungarsi ulteriormente in un’espressione di costernato stupore.
“Sbagli, effendi! Oh, sì. Io non conosco la donna di cui parli, e qui non c’è nessuna bambina.”
“Già” dissi “che stupido sono”. E tirai fuori il portafogli. “Quanto conteresti di ricavarci, da una bambina di otto anni?”
Lui fece un mezzo inchino, sbirciando da sotto in su con i suoi occhietti a bottone.
“Sarai ben felice di accontentarti se avessi qui una bambina.”
“Ascolta” ripresi appoggiandomi allo stipite della porta e abbassando la voce a un tono confidenziale. “Immagino che tu abbia già preso degli accordi, ma io ho un amico potente, un lord inglese, che potrebbe pagarti meglio di qualunque sultano.”
Effendi, Allah mi è testimone…”
“Lascia in pace Allah e vai a prendere la bambina.”
Compresi subito che il mio scatto era stato un errore, ma la pazienza non è una delle mie virtù, e in quel momento l’inquietudine non mi aiutava di certo. Quindi decisi di tagliar corto e, scostato senza cerimonie il tipo con la faccia da lontra, mi avviai su per la scala che tanto spesso avevo fatto di corsa, dopo quella prima volta in cui avevano dovuto trascinarmici di peso. Salendo, notai che poco era cambiato. La tappezzeria, forse.
“No, effendi!”
L’uomo si precipitò dietro di me, cercando di afferrarmi per la giacca. Lo allontanai con una spinta, mandandolo a sbattere contro il corrimano di legno dorato, e lui cominciò a strillare qualcosa in un dialetto che non conoscevo.
Di sopra, le porte erano tutte quante chiuse, ma io mi sentivo pronto ad abbatterle a calci una per una. E avrei cominciato proprio da quella della stanza che un tempo Sahira aveva occupato.
Mentre mi dirigevo verso il fondo del corridoio, udii un fragoroso trapestìo dietro di me. Non feci neppure a tempo a voltarmi. Mi sorprese alle spalle, ed era anche piuttosto grosso. Senza poter abbozzare un tentativo di difesa, mi sentii sollevare e mezz’aria; poi fui scaraventato giù per le scale. In fondo mi aspettava qualcun altro, ancor più grosso del tizio che mi aveva sorpreso nel corridoio, almeno a giudicare dalla violenza dei colpi che mi grandinarono addosso. Vidi vorticare su di me il soffitto decorato dell’ingresso, poi schegge di cielo azzurro e muri bianchi, mentre rotolavo nel sudiciume della stradina.
Tutto si era svolto così velocemente da non permettermi neppure di vedere in faccia i miei aggressori, e adesso giacqui nella polvere per un tempo che mi sembrò interminabile, mentre la coscienza lottava per risalire a galla dal pantano di dolore in cui era sprofondata. Mi sembrava che carne, muscoli e ossa fossero ridotti a una poltiglia fradicia.
Qamar! Quel nome mi attraversò il cervello come una fitta di dolore. Qamar. Avevo promesso.
Strisciando, abbarbicandomi alle asperità del muro scrostato, riuscii infine a rimettermi in piedi: un’operazione piuttosto lunga e faticosa. Il dolore alle reni mi impediva di stare ritto e il sangue mi rimbombava nella scatola cranica in rapide trafitture. Il mondo mi appariva sfocato, come attraverso un obbiettivo fotografico rigato. Ma ero deciso a non andarmene senza Qamar.
Mi avventai contro la porta chiusa.
“Bastardi!” gridai. “Chiamerò la polizia, e allora sarete costretti ad aprirmi!”
Sopra di me ci fu un rumore improvviso. Arretrai precipitosamente e alzai lo sguardo, aspettandomi qualche pericolo dall’alto. Il movimento brusco mi appannò ulteriormente la vista e mi fece barcollare.
Attraverso un velo di nebbia, scorsi un viso di donna tra gli intagli della grata.
“Scappa, prima che ti uccidano!”
Mentre la vista lentamente si schiariva, riconobbi l’amica di Sahira che era venuta a cercarmi all’albergo. Sembrava che avesse pianto a lungo.
“Dov’è la bambina?”
Lei si ritrasse nell’ombra, e la sua voce mi giunse soffocata.
“Non è più qui. L’hanno mandata via.”
“Dove?”
“Io non lo so, non lo so! Non ho potuto fare niente. “La udii singhiozzare. “Vattene!”
“Aspetta!” gridai, ma inutilmente. Imprecai, supplicai… La donna non tornò ad affacciarsi.
Restai ancora a lungo nella strada, davanti alla porta chiusa, ma senza più bussare né gridare. Immobile. Sconfitto.

Episodio precedente                                      Episodio seguente

Gloria BarberiL’AUTRICE
Gloria Barberi nasce a Camogli (GE) il 6/9/1955, ma dall’età di 6 mesi abita a Recco, poco più di 3 chilometri dal suolo natìo.
Da sempre appassionata d’arte in tutte le sue forme, dopo un periodo trascorso a scrivere articoli sul rock per le riviste Best e Nuovo Sound, debutta all’inizio degli anni ‘80 sulle pagine delle fanzines SF…ere e Pulp, dedicate alla letteratura fantascientifica e fantasy. Fanno seguito pubblicazioni su numerose riviste e periodici sia amatoriali che professionali, quali: The Dark Side, Gli occhi di Medusa, Diesel, Shining, Yorick, Lore, Urania Millemondi, L’Eternauta, La Gazzetta del Mezzogiorno, Cosmopolitan, Inchiostro, Antarés, e le antologie Fantàsia e Horror Erotico di Stampa Alternativa. Il racconto La notte di san Valentino è apparso in Francia nell’antologia Cosmic erotica successivamente edita in Italia da Fanucci. Presente anche in diverse antologie di autori vari edite da Il Cerchio (Rimini) a seguito di vittorie e piazzamenti al Premio San Marino.
È autrice di due antologie personali: Racconti Notturni edito da Primordia (MI) e Come le bambole di notte (Montedit, MI) e di alcuni romanzi: I Custodi apparso su The Dark Side n° 34; Le viscere del Diavolo (Diesel Extra); Lo specchio scarlatto (Diesel Speciale “Pastiche”).
Nel 1987 collabora alla trasmissione radiofonica Galactica di Radio Time di Scandicci (FI). Da qualche anno si occupa di teatro in veste di attrice/caratterista nella compagnia del Teatro Stabile San Giuseppe di Ruta di Camogli, del quale cura la pagina Facebook, ma anche di autrice. La pièce “Il palazzo della Notte” ha vinto nel 2001 il premio Città di Moncalieri ed ha partecipato in seguito alla rassegna Aquilegia blu (Torino, 2002) nell’interpretazione dell’attrice Franca Berardi.
Tra i premi conseguiti per la narrativa fantastica ci sono il Premio Italia, Lovecraft, Courmayeur e Repubblica di San Marino.
Negli anni ‘90 ha lavorato come traduttrice per la casa editrice Nord e per la rivista esoterica Primordia, oltre che per alcuni privati.
Appassionata anche di poesia, fa parte da diversi anni del gruppo di scrittura “Anna di Vienna” che prevede incontri a cadenza mensile su un argomento a tema e un reading/spettacolo a fine stagione, con lettura di poesie e prosa, siparietti teatrali, proiezioni video e musica dal vivo. Ama “pasticciare” con Photoshop e creare immagini che pubblica sulla pagina facebook Green Mansions.
“Contagiata” da un amico genealogista ha creato anche una pagina sui suoi antenati materni, appartenenti alla comunità valdese di Torre Pellice, che le ha permesso di scavare un po’ più a fondo nelle sue radici. E, ovviamente, non si è fatta mancare una pagina Facebook dedicata a L’occhio sinistro di Horus, romanzo nato con l’intento di raccontare una realtà “alternativa” a quella usualmente sfruttata riguardo il ritrovamento della tomba di Tutankhamon, lavorando molto di fantasia ma entro binari rigorosamente storici, e strizzando l’occhio ai feuilleton di un tempo.
Chi desiderasse approfondire queste notizie può cercare in rete, su Fantascienza.com e altri siti.

 

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*