L’occhio sinistro di Horus 8° episodio di Gloria Barberi

L'occhio sinistro di Horus 8° episodio di Gloria Barbieri“Mi dispiace, signor Carter, ma noi non possiamo farci niente.”
“Ma si tratta di una bambina che rischia di essere venduta come un capo di bestiame!”
C’era un moscone che ronzava follemente contro i vetri, e io mi sentivo proprio come quell’insetto, impotente e idiota. Sapevo da principio che la polizia di Luxor non si sarebbe fatta in quattro per aiutarmi, ma un tentativo era doveroso. L’ufficiale dietro la scrivania mi fissava con malcelata impazienza
“Oltretutto, non sapete dirci nulla di questa bambina, non avete un suo ritratto, non siete neppure in grado di descriverla.
“Ve l’ho detto, non l’ho mai vista.”
L’uomo allargò le braccia.
“Credetemi, comprendo la vostra preoccupazione, ma è sicuramente ingiustificata.”
“Ingiustificata? La bambina ha soltanto otto anni e vogliono avviarla alla prostituzione.”
Forse avevo alzato un po’ troppo la voce. Il ticchettio della macchina da scrivere che proveniva dall’ufficio adiacente s’interruppe per un attimo.
“Di questo non siamo affatto sicuri, signor Carter. Inoltre, un’eventuale indagine non approderebbe a nulla. Non troveremmo nessuno disposto a collaborare. In questo paese un bambino venduto non fa storia. Del resto…” un sorriso perfido sfiorò per un istante la larga faccia dell’uomo “casi simili non sono infrequenti neppure nel vostro paese”.
“Ma almeno il nostro Governo cerca di porvi rimedio!” proruppi alzandomi in piedi.
L’ufficiale smise bruscamente di fingere cordialità.
“E allora rivolgetevi alle autorità inglesi. Ora, se volete scusarmi… ho parecchio lavoro.”
Accadde, e basta. Fu come quella dolorosa vertigine che mi aveva assalito ad Amarna davanti al pavimento infranto, e più tardi a Saqqara con i turisti ubriachi: una rossa esplosione. Poi fui consapevole di mani che mi strattonavano, ricordo i miei pugni macchiati di sangue, la faccia grigiastra dell’ufficiale e le imprecazioni dei poliziotti egiziani mentre mi trascinavano via.
Mi calmai soltanto quando mi buttarono in una cella.
*
Fu Herbert Winlock a tirarmi fuori di prigione, quattro giorni dopo. Non disse che poche cose essenziali finché non fummo saliti sulla vettura a cavalli che aveva noleggiato; allora proruppe: “Vi diverte tanto cacciarvi nei guai? Maspero era furioso. Se fosse saltata fuori quella vecchia storia…”
“Vi credevo in America” dissi per tutta risposta.
“No, per vostra fortuna. Sembra che per ora l’esercito americano non abbia bisogno di un altro archeologo.”

Herbert Winlock

Herbert Winlock

Anche se apertamente seccato, restava il Winlock che conoscevo; spontaneo, sollecito. Ero contento di vederlo. Cercai di sistemarmi meglio che potevo sui sedili; il soggiorno in prigione non aveva giovato alle mie ossa ammaccate che rilevavano ogni irregolarità della strada. Con la fronte aggrottata, Winlock mi scrutava.
“I poliziotti vi hanno malmenato?”
“No, non sono stati loro. È… una lunga storia.”
“E se provaste a raccontarmela? Sapete, arrivare fin qui dal Cairo di questi tempi non è impresa facile. Il minimo che potete fare per ricompensarmi del disturbo è offrirmi un’esauriente giustificazione alle vostre mattane.”
Non aveva torto. Sapevo di potergli raccontare tutto, e lo feci.
Lui mi ascoltò in silenzio, poi mormorò: “Mi dispiace davvero.”
Stavamo passando lungo un viale alberato e il continuo alternarsi di luci e ombre riscriveva senza posa le espressioni sul suo viso, in guizzi e tremolii, come su una pellicola cinematografica.
“Però la polizia non ha torto. Se anche vi riuscisse di trovare la bambina, difficilmente potreste fare qualcosa per lei. Siete uno straniero e un estraneo, non potete accampare diritti. In realtà… non potreste neppure se fosse vostra figlia.”
Soltanto allora mi resi conto che non avevo modo di saperlo. Anche se questo avrebbe in un certo senso giustificato lo strano comportamento di Sahira, nove anni addietro, e il fatto che il marito l’avesse ripudiata. Non avevo prove. Soltanto quel nome, Qamar, per sognare una figlia.
*
I miei connazionali morivano a Gallipoli. Io grattavo la terra in fondo alla tomba di Amenofi III°, completando il lavoro degli archeologi di Bonaparte. Quel genere di piccoli scavi, per i quali mi era sufficiente qualche ragazzino fellah, erano gli unici che lo stato di guerra ancora permetteva.
La sera sedevo nel salotto del piccolo albergo di Luxor e ascoltavo i rari europei profetizzare le sorti del mondo. Nomi quali Foch, Pétain, Alekseev, cadevano attorno a me come fiocchi di neve, irreali ed effimeri. Non mi abbandonava la sensazione che fosse tutto un sogno. Non un incubo, perché paura e sgomento non mi toccavano; ero solamente stordito e irrequieto.
Il mondo intero bruciava e io attraversavo l’incendio come un sonnambulo.
*
La guerra aveva riportato il silenzio tra le antiche pietre, e il sussurro della sabbia smossa dal vento era l’unico rimasto a pronunciare i Grandi Nomi tra gli intercolunni. Più dolce di qualunque felicità, la malinconia si vestiva delle sfumature morbide del granito, serena e rosata a ogni nascita e tramonto di Ra. Una sensazione così delicata che si lasciava assorbire attraverso la pelle, placidamente, come rugiada, e inzuppava le ossa di languore sonnolento.
Avevo ripreso l’abitudine delle mie passeggiate nel tardo pomeriggio, come tanti anni addietro, con la cartella da disegno sottobraccio. Ma dipingere era molto spesso una scusa, e il mio vagabondare fine a se stesso, per il piacere del silenzio e della solitudine. In essi lasciavo liberi i ricordi; senza angoscia, quasi senza dolore. Immaginavo Qamar; le inventavo sguardo e voce, sorrisi e gesti.
Nessuna intrusione nella corrente dei miei pensieri, nessun ingombrante scoglio di altri esseri umani, voci di turisti e di guide. Mi crogiolavo in quella pace fossile, scivolavo lentamente in letargo. Fino al giorno in cui, nel tempio di Luxor, mi imbattei nell’intruso.
Sedeva sul basamento smozzicato di una colonna, come io stesso avevo fatto molte volte, una sagoma delineata da un raggio di sole. Alle sue spalle, simili a rigidi tentacoli, s’allungavano le ombre dei colonnati di Amenofi III°.
L’uomo sembrava del tutto immobile, i piedi affondati nell’erba arida, il corpo leggermente piegato in avanti. Ma, avvicinandomi, notai che il suo braccio sinistro si muoveva. Stava disegnando, con un album posato sulle ginocchia. La sua stilografica aveva rifiniture d’oro che a tratti scintillavano al sole. E quando fui ancora più vicino mi accorsi che gli occhi dello sconosciuto non sembravano seguire i movimenti della mano. La testa era troppo eretta e rigida, così che lo sguardo si perdeva lontano, in direzione dell’eroso pilone di Ramses il Grande.
Una prudenza senza motivo mi spingeva a muovermi con circospezione, quasi temessi di svegliare un sonnambulo o un cobra addormentato al sole, ma nell’atteggiamento di quell’individuo c’era davvero qualcosa di trasognato e distante che ispirava cautela. Da lontano gli girai attorno e mi avvicinai fino a portarmi alle sue spalle. L’erba secca frusciava appena contro l’orlo dei miei pantaloni.
Adesso vedevo bene la nuca dell’uomo, i capelli chiari tagliati maldestramente e il pallore della carne sopra il colletto della giacca. L’abito gli pendeva addosso estraneo, come se l’avesse rubato nella bottega di un rigattiere.
Cercai di sbirciare al di sopra della sua spalla, ma non riuscii a scorgere cosa stesse disegnando. Potevo seguire soltanto il movimento del braccio, concitato eppure fluido. Avevo l’impressione che potesse continuare così all’infinito, senza mai staccare il pennino dal foglio. Quando repentinamente si fermò, mi colse quasi di sorpresa. Vidi la sua schiena raddrizzarsi rigidamente, poi ci fu un istante di immobilità totale. Non lontano, il Nilo sussurrava.
Quindi intesi un sospiro, lento e profondo. L’album da disegno cadde dalle ginocchia dell’uomo, ma lui non si mosse per raccoglierlo. La mano che fino a un attimo prima aveva stretto la penna si levò a strofinare gli occhi e la fronte, lentamente, in un gesto torpido.
Obbedendo alla curiosità mi chinai e raccolsi l’album da disegno. Non mi aspettavo certo le rovine di Luxor, come risultato di quel suo lavorare febbrile, ma neppure ero preparato a ciò che vidi. Un sabba di corpi e volti grotteschi indissolubilmente fusi l’uno nell’altro dal tratto contorto e continuo, quasi che davvero il pennino non si fosse staccato dalla carta per un solo istante. Corpi e volti deformi, animaleschi, lascivi, in smorfie e sogghigni che solo lontanamente appartenevano ancora alla fisionomia umana: tutte le perversioni della follia più cupa. C’era qualcosa di nauseante nelle sinuosità inestricabili delle chiome serpentine, lacere ali di angeli caduti, tendini-radici, rughe e grappoli di seni sfatti. Nauseante come il moto di una lunga bestia viscida.
Distogliendo lo sguardo da quell’inferno incontrai gli occhi del suo creatore: opachi, incolori come specchi che riflettano la nebbia. Eppure ero certo che fino a pochi istanti prima dovevano aver bruciato d’una fiamma terribile, ma adesso si guardavano attorno indifferenti ed esausti come gli occhi di un posseduto dopo l’esorcismo.
Gli porsi i fogli da disegno e lui li prese con gesti lenti e cauti, quasi temesse di sciuparli.
“Siete un pittore” disse, notando la mia borsa “e dovete essere inglese”. Anche la voce suonava esausta e appannata, ma con una avvertibile vibrazione metallica al fondo: una spada che riposa nel fodero, il ferro ancora caldo del sangue del nemico.
“Sì, sono un pittore e sono inglese. Mi chiamo Howard Carter.”
“Austin Osman Spare” si presentò lui, scandendo il proprio nome come una battuta musicale. “Prediletto del dio dalle corna di capro.”

Austin Osman Spare

Austin Osman Spare

E io pensai a Dorian Gray, a Lucifero, a un chierichetto depravato, per l’antica bellezza che ancora affiorava dalla carne pallida e un po’ gonfia, tra le linee attorno agli occhi e alle labbra. Certamente non aveva più di trent’anni, ma il suo viso raccontava già un’intera vita.
Poi lui rise, una risata assolutamente inattesa nella sua banalità, priva di intonazioni folli o diaboliche, calda e un po’ ironica, che mi coinvolse facendomi ridere a mia volta, convinto che quello che mi stava davanti non fosse altri che un artista eccentrico con il gusto per la beffa.
E ancora una volta, senza accorgermene, ma forse a un livello inconscio perfettamente consapevole, cedevo al fascino di un demone.
*
Non gli opposi resistenza. Gli permisi di insinuarsi nella mia vita fino a che la sua presenza mi divenne familiare come la mia ombra. Non lo cercavo deliberatamente, ma lui riusciva ugualmente a essere presente dovunque io andassi, dalle rovine dei templi alla “casa del caffè”, dagli angoli più luminosi a quelli più bui di Luxor. E io non avevo la forza di respingerlo. Herbert Winlock era tornato in America, e le lettere non sono mai sufficienti a colmare la solitudine. Avevo bisogno di un amico. Una debolezza imperdonabile.
Ed era curioso che non mi fossi reso conto della mia solitudine finché non avevo incontrato Austin Spare. Dapprima, passeggiando fianco a fianco, riempivamo il crepuscolo di brevi chiacchiere banali e lunghi silenzi. Lui era molto abile a nascondersi dietro la rassicurante maschera del conoscente casuale, bene attento a non rivelare ciò che quel giorno nel tempio mi aveva concesso di intravvedere di sfuggita.
La maschera cadde un pomeriggio, quando accettai il suo invito e lo seguii al suo alloggio.
*
Spare abitava nella più sordida delle tane di Luxor. Le mie precarie abitazioni, persino la tomba nella quale avevo vissuto anni addietro, erano perlomeno pulite e cercavo di mantenerle ordinate nei limiti del possibile. Ma quella stanza soffocava nel disordine più negligente e nella penombra torbida che il muro della casa di fronte proiettava attraverso la traballante grata della finestra. L’aria era pressoché irrespirabile. Dal vicolo saliva un fetore di escrementi e verdura marcia che si mescolava all’appiccicoso odore dell’hashish, ma Spare sembrava non accorgersene. Si chinò e trasse da sotto il letto una borsa di cuoio consunto.
“Vi piace sognare, Howard?” E sciorinò il contenuto della borsa sulle lenzuola ingrigite, come un venditore ambulante.
Si trattava del campionario di droghe più composito che si potesse immaginare, con i relativi strumenti per assumerle. Spare rise alla mia espressione sbigottita.
“Non ditemi che non avete mai passeggiato nel giardino delle delizie.”
Non avevo più fumato hashish dai lontani giorni insieme a Sahira. Sahira, la mia dolcissima strega.
“È passato tanto tempo” risposi.
“Ah! Allora dobbiamo rimediare.”
Non c’era nulla di male, e nessun pericolo, ad allontanarsi per qualche ora da una realtà che già appariva meno concreta del sogno, e assordare lontani echi di guerra nel canto del sangue che scorre più caldo. E Sahira… Per la prima volta, in settimane, il suo ricordo mi aveva dato una fitta di dolore.
“Siete un trafficante di droga, signor Spare?”
Lui sogghignò, e vidi il suo sguardo esausto accendersi.
“Sono uno sperimentatore.”
*
“Perché sei venuto a Luxor?” Il calore del fumo mi pizzicava la lingua.
“La guerra. Mi ha portato nei paraggi.”
“Disertore?”
“Ho imboccato un altro sentiero.”
Insonnoliti e laconici. La sera scendeva in fretta, scivolando come un intonaco nero e fine lungo i muri scrostati. Stavo da chissà quante ore sdraiato sul letto sudicio, e mi ero liberato di scarpe e cravatta, così come di qualsiasi ricordo fastidioso; o, meglio, i ricordi erano ancora tutti al loro posto sugli scaffali della mente, ma tranquilli e inoffensivi sotto uno spesso strato di polvere.
Seduto sul tappeto sdrucito, la nuca appoggiata alla sponda del letto, Austin Spare sembrava una voce che parlasse dall’aldilà attraverso un cadavere. Si muoveva soltanto per caricare la pipa ad acqua, e io da tempo avevo smesso di chiedermi cosa bruciasse nel fornellino d’ottone. Il rito si ripeteva ormai da diversi giorni, quanti con certezza non avrei saputo. Le albe assomigliavano al crepuscolo quando ci aggiravamo per le strade come spettri derubati della tomba, prima di tornare a rifugiarci in quella stanza fetida, vampiri sorpresi dal sole.
“Anch’io una volta ho seguito un sentiero sbagliato” mormorai.
“Dovresti leggere il libro che ho appena finito di scrivere.”
“Libro? Credevo che tu fossi un pittore.”
“Il Libro del Piacere. E imparare a professare l’amore verso te stesso.”
Una pallida fiammella d’allarme lambì un ricordo polveroso. Qualcun altro mi aveva parlato nello stesso modo, con una voce simile allo sbadiglio di un gatto, soddisfatta e sensuale. E anche allora io avevo ascoltato. Non imparerai mai?
“Austin… conosci un uomo che si chiama Aleister Crowley?”
La risata gorgogliò morbida, come l’acqua nella pipa.
“Frater Perdurabo! Abbiamo percorso lo stesso cammino, per un po’.”
“Perché ti sei allontanato da lui?”
“Non era interessante.”
“Tanti anni fa, lui disse che gli appartenevo. Ma non è mai tornato a cercarmi.”
“Non ti ha dimenticato. Frater Perdurabo non dimentica. È sempre con te, dentro di te, in ogni tuo respiro, anche se non te ne accorgi. E tornerà a reclamarti quando i tempi saranno maturi.”
La fiammella d’allarme s’insinuò nel dolce stordimento provocato dalla droga.
“Non voglio.”
“Uccidilo, allora.”
“Sì, lo farò.”
Sembrava davvero molto facile, la soluzione ideale, e persino pulita. Dopotutto, ero andato così vicino a uccidere già tante volte…
Spare si stirò come un gatto insonnolito.
“Raccontami una storia, Howard. Una storia dell’Egitto.”
Avevo la lingua e le labbra intorpidite come se avessi masticato del ghiaccio, ma le antiche leggende mi venivano naturalmente, come respirare, fatte di parole immortali e indimenticabili.
“Ti racconterò di quando Seth… sì, Seth il Fratricida, rubò dal cielo l’occhio di Horus.”
“Il sole.”
“No… no, la luna. Il sole è l’occhio di Ra, ma la luna… e di come Thoth ritrovò quell’occhio. Adesso è qui sulla mia mano, vedi? E sai cosa significa udjat? Significa “integro”, perché così è Horus da quando Thot gli restituì la vista.”
Tutto attorno a noi erano sparsi i disegni di Spare, come sequenze di un’unica allucinazione senza fine. Al nostro primo incontro non mi aveva permesso che uno sguardo fuggevole all’anticamera del suo inferno personale; ma adesso, con l’orgoglio blasfemo di Lucifero, mi introduceva ai gironi più profondi. Le mostruosità più oscene e deformi insultavano il candore dei fogli in accoppiamenti animaleschi, laidi ermafroditi partorivano incubi e si masturbavano e divoravano a vicenda in una frenesia d’annientamento.
“Non vorrai esporli in pubblico. Finiresti in galera.”
“Lascerò dietro di me soltanto i più innocui. Gli altri li brucerò. E mi getterò tra le fiamme. Sublime sacrificio per la redenzione del genere umano… anche se il genere umano non la merita. Branco di porci che grufolano nei loro stessi escrementi.”
La fiamma di una candela metteva riflessi cuprei sui suoi capelli appiccicati in sottili ciocche umide, simili a piccole e insidiose serpi. Anch’io, lo sentivo, mi stavo sciogliendo al calore del sangue che mi scorreva nelle vene irruento come la piena del Nilo.
“Quelle cose che disegni… sono sogni?”
“Visioni. È stata la signora Paterson che mi ha insegnato a vedere. Avevo soltanto sette anni. Lei… oh, era antica come la Sfinge e altrettanto corrosa, ma per me era bellissima. Un’autentica strega di Salem. La mia madre spirituale. La mia amante.”
Il suo farneticare mi cullava come un tempo aveva fatto la cantilena araba di Sahira.
“Confinando la bellezza entro degli stereotipi l’uomo l’ha degradata. Labbra rosse, carni sode, soffici capelli… La sola salvezza risiede nella capacità di svincolare il desiderio dai lacci delle trappole estetiche. Per arrivare al vero amore. L’unico che conta. L’amore di sé.”
“Amore di sé… siamo già tutti così egoisti…”
“Ma cerchiamo il soddisfacimento di questo egoismo negli altri. No, è solo in noi stessi che dobbiamo cercare. Nella nostra mente, il nostro corpo. È la passione più grande, perfetta. Il piacere degli dèi.”
Le ore colavano via come gocce di pioggia su un vetro.
“Svegliati, Howard! Il tempo è propizio, lo sento nel movimento delle stelle!”
Le mani di Spare mi scuotevano impietose, cercando di spodestarmi dalla tiepida cuccia delle lenzuola.
“Lasciami in pace, ho sonno.”
“Non possiamo restare qui. È di nuovo in me, lo sento! Avanti, alzati. Coraggio!”
Una trafittura improvvisa alla mano sinistra mi fece gridare. E il mio grido, acuto e lontano come quello di un falco, mi strappò al torpore.
“Niente, non è niente. Starai bene, Howard, vedrai. Molto bene.”
Eccolo, il vero volto che quel pomeriggio nel tempio di Luxor ero giunto a vedere appena di sfuggita! Adesso si chinava su di me, animato in ogni muscolo da un fremito percettibile e costante, gli occhi come due pozzi spalancati su abissi infernali.
“Vieni, Howard! Vieni con me!”
Non potevo che obbedirgli, trascinando il mio corpo intorpidito giù dal letto. La mano sinistra mi bruciava, e le vene pulsavano come se stessero per scoppiare. Guardandola scoprii sul dorso una macchia rossastra, con al centro una goccia di sangue fresco.
“Uno scorpione mi ha punto. Dobbiamo trovarlo. Ucciderlo.”
“Non c’è tempo. Non c’è tempo! Vieni!”
Due scarpe. A che piede andava l’una? E l’altra? La cravatta… Dio, annodarla richiedeva l’abilità di un prestigiatore!
“Presto, presto, prima che mi sfugga!”
Fuori nella notte, sottobraccio, barcollando. L’immensa ruota del firmamento rotolava lentamente sul mondo, stritolandolo.
“Dove stiamo andando?” chiesi.
Ma Spare rispondeva soltanto più a se stesso. E mentre mi trascinava, il veleno dello scorpione si diffondeva nel mio corpo, di vena in vena, di capillare in capillare, fino alle più remote cellule, svegliando i miei sensi a nuove percezioni. La sonnolenza mi aveva lasciato e mi sentivo euforico e vigile come un gatto davanti alla tana del topo, quando per vicoli bui e fetidi arrivammo alla meta. Era soltanto un’altra casa dai muri scoloriti che non si distingueva da centinaia di altre. L’uomo che aprì al bussare in codice di Spare ci sorrise con la complicità di un’intima conoscenza.
Pallide luci velate dal fumo. Nella semioscurità si distinguevano appena i contorni della stanza. L’uomo che ci aveva accolti ci invitava a seguirlo con gesti lenti delle mani, in una sorta d’alfabeto muto: sembrava quasi che danzasse, e grossi anelli scintillavano di quando in quando sulle sue dita. L’esaltazione mi rendeva leggero, eppure avevo l’impressione di affondare negli spessi tappeti che ricoprivano il pavimento. Scivolavo senza rumore dietro a Spare e alla nostra guida vestita di stoffe preziose.
Un corridoio simile alle oscure vie dell’Aldilà egizio e, dietro un arazzo scarlatto, un’altra stanza. Qui il fumo era ancora più denso. Le fiamme di diverse candele accese in ciotole di vetro e coccio si aureolavano di aloni rosati, dilatate e indecise, come viste attraverso un vetro smerigliato. Il pavimento era di mattonelle opache, perimetrato lungo le pareti da tappeti e cuscini. Qua e là, tra quei cuscini si scorgevano forme scure e grandi abbastanza da essere corpi umani, ma le pose grottesche, rannicchiate o scomposte, rammentavano anche troppo le fantasie dannate di Spare.
L’uomo dalle dita inanellate ci indicò un angolo. Spare sedette, appoggiando con cura sul pavimento la cartella con il materiale da disegno che aveva portato con sé. Poi, afferrato l’uomo per un lembo della tunica, lo fece abbassare e gli sussurrò qualcosa all’orecchio. L’uomo annuì e sgattaiolò via, lasciandomi intravvedere il suo sogghigno nell’arcobaleno di una fiamma di candela.
I cuscini erano soffici, caldi e serici: sdraiarsi in mezzo a essi era come abbandonarsi tra le braccia di una donna. Ricordai che da molto tempo non cercavo la compagnia delle ragazze di Luxor; la morte di Sahira sembrava aver ucciso in me qualunque desiderio.

Howard Carter

Howard Carter

Un’altra tenda, sul lato opposto a quello dal quale eravamo entrati, s’agitò brevemente, come a un soffio di vento, e un paio di piccole figure agili e svelte giunsero a portarci i narghilé. I ragazzini, poco più che fanciulli, accesero altre candele e le sistemarono al centro della stanza, racchiudendo una porzione di pavimento in un cerchio di fiammelle.
La mano non mi doleva più, ma il sangue continuava a scorrermi nelle vene come lava incandescente, e mi chiedevo se non ci fosse davvero il rischio che la pelle si spaccasse sotto tanta pressione, come la crosta superficiale nella bocca di un vulcano. Annaspai per slacciarmi la cravatta, poi ricordai che l’avevo lasciata nella stanza di Spare. I polsini della camicia pendevano aperti dalle maniche della giacca, bianchi e flosci come meduse morte. Ridacchiai stupidamente: non avevo davvero l’aspetto di un gentiluomo! Ma, comunque, in quel posto nessuno sembrava badare a certe raffinatezze. Sbirciai Spare accoccolato accanto a me: un gargoyle abbarbicato sul cornicione di una cattedrale gotica. Il cerchio di fuoco al centro della stanza si rifletteva sulle sue iridi chiare in due mezzelune ardenti.
Poi udii la musica; sembrava filtrare attraverso le pareti. Era la consueta, lamentosa cacofonia orientale, ma lontana e opaca, quasi che il fumo ne assorbisse tutti i timbri acuti. La tenda aldilà del cerchio di fiammelle s’agitò di nuovo, lievemente… e qualcosa entrò nella stanza.
Dapprima pensai si trattasse di un enorme animale, poi lo sperai, e per qualche attimo lottai contro l’evidenza per convincermi che lo fosse; finché, con un balzo scomposto, la creatura irruppe nel cerchio di luce.
Trasalii incontrollabilmente e cercai di alzarmi, ma la mano sinistra di Spare mi artigliò un braccio.
“No. Devi imparare, ricordi? Il desiderio liberato dalle pastoie estetiche e tutte le avvilenti convenzioni.”
Tornai a sdraiarmi tra i cuscini. Il primo moto di repulsione istintiva era già stato riassorbito in una curiosità esaltante. Trassi una lunga boccata di fumo tiepido, allo scopo di affinare maggiormente i miei sensi. Qualcosa di turpe e meraviglioso stava per accadere, lo sentivo.
La creatura al centro del cerchio di fuoco non era più alta di un bambino di sei anni e le corte gambe tozze si arcuavano sotto il peso di un corpo gonfio e giallastro come una vescica piena di pus. Era una donna, se potevano dirsi seni le escrescenze adipose che ricadevano sul largo ventre teso come una pelle di tamburo. I capezzoli, al centro di areole brune e larghe come piattini da tè, erano lunghi e grossi quasi quanto alluci. La creatura non aveva collo; la grossa testa rotonda poggiava direttamente sulle spalle, ed era probabilmente un bene che non riuscissi a distinguere i tratti del volto. Eppure, non provavo né disgusto né disagio.
La nana deforme cominciò a danzare; o, meglio, a contorcersi ondeggiando in precario equilibrio, perché i suoi piedi, completamente rovesciati all’interno, non arrivavano a poggiare sulla pianta ma soltanto sul bordo esterno, ed erano davvero troppo piccoli per sostenere il peso del corpo sformato.
Le ombre tra i cuscini si muovevano debolmente, ridestate dalla musica. Sentivo Spare, accanto a me, respirare in modo strano: ingoiava l’aria con brevi inspirazioni singhiozzanti e la espirava in una specie di lungo lamento. Lo guardai; i suoi lineamenti sembravano fondersi e contrarsi in spasmi di dolore e fuggevoli estasi; gli occhi erano sbarrati, assolutamente fissi. Stava cadendo in trance, ipnotizzato da quella danza grottesca. Aveva iniziato a disegnare. All’inizio la sua mano si muoveva lentamente, goffa, quasi che le dita riuscissero a malapena a reggere la penna. Poi, mentre il suo respiro si faceva più calmo e profondo, il gesto acquistò scioltezza e rapidità. Era affascinante guardarlo lavorare in quel modo, come se la sua mano e il suo talento fossero strumenti in potere di qualche forza superiore.
Mi resi conto vagamente che qualcuno era scivolato accanto a me. Mani leggere mi sfioravano i capelli, poi scesero sulle spalle cercando di sfilarmi la giacca. Voltandomi, incontrai il sorriso candido di uno dei ragazzini.
“Sì” bisbigliai, lasciando che mi togliesse la giacca. “Fa così caldo, qui…”
I contorcimenti della nana deforme andavano facendosi ridicolmente lascivi, in una grottesca parodia di danza. Le piccole mani, così grasse da sembrare gonfie, palpavano e scuotevano i seni mostruosi stiracchiando i capezzoli come stessero mungendo una vacca, e strisciavano sul ventre da Buddha cercando inutilmente di raggiungere il pube nascosto sotto pieghe adipose. Risi, soffocandomi nel fumo dolciastro. Quello scherzo di natura era così grassa e aveva le braccia tanto corte che non poteva arrivare a masturbarsi.
Ero appena consapevole delle mani del ragazzino su di me, ma sentivo il suo profumo. Unguenti speziati. Sahira… La nostra prima notte insieme, così lontana nel tempo!
disegno di SpareLa musica si era fatta più forte, fragorosa, ritrovando tutti i timbri acuti e striduli. Mi sembrava che ogni singola fiammella di candela si riflettesse miniaturizzata nelle gocce di sudore che rotolavano lungo le carni frementi della nana, moltiplicate in una pioggia di fuoco che, cadendo, ardeva il pavimento. Adesso vedevo bene la grossa testa a palla, il cranio completamente privo di capelli; e la faccia, gli occhi rotondi e liquidi che erano l’unico elemento sporgente in mezzo ai lineamenti appiattiti e sfuggenti. Un sogghigno da predatore affamato tra le labbra pendule. Era la stessa folle estasi che stravolgeva il viso di Spare, la bramosia di un’entità che non poteva essere umana.
Poi, come colpita da una freccia invisibile, la nana gettò un grido stridulo e cadde riversa, scossa da convulsioni oscene, le cosce spalancate verso di noi. E adesso potevo contemplare l’ispirazione di tutti gli incubi ermafroditi che avevo visto ritratti in orge sataniche nei disegni di Spare.
Un rumore accanto a me. Spare si alzato, lasciando cadere i fogli da disegno, e muovendosi rigidamente fece qualche passo verso il corpo che si contorceva nel cerchio di fuoco.
Le mani del ragazzino su di me…
Spare allontanò con un calcio le lampade che gli intralciavano il passo, e la cera sciolta schizzò tutt’attorno, mentre parecchie candele si spegnevano. Lo vidi inginocchiarsi tra le cosce aperte della nana.
Il ragazzino aveva affondato la testa nel mio grembo. Intrecciai le dita tra i suoi riccioli.
La fiamma morente di una candela ebbe un ultimo guizzo, e una scintilla sembrò scoccare dall’anello sulla mia mano, una rapidissima esplosione di luce azzurra, intensa e limpida come la nota di un campanello d’argento.
E di colpo mi ritrovai sveglio e pienamente consapevole di quanto stava accadendo. L’orrore mi si rovesciò addosso come acqua gelida.
Allontanai brutalmente il ragazzino, strattonandolo per i capelli, e fuggii dalla stanza rovesciando lampade e calpestando cuscini e corpi umani, in fuga da quell’incubo perverso.
La mia corsa si arrestò nel vicolo sudicio. Piegato in due sotto i conati di vomito, quasi non riuscivo a reggermi in piedi. Lo splendore gelido delle stelle mi trafiggeva le tempie.
Il servo prediletto che amavo con un fratello ha smarrito la strada…
Se soltanto avessi potuto liberarmi dall’orrore di quella e un’altra notte semplicemente vomitandolo fuori dalla mia anima!
Mi ero smarrito un’altra volta, per un sentiero che portava alla Tenebra. E non sapevo dove mi trovavo, non sapevo dove andare. Assurdo, ma per un istante provai sollievo nell’udire i passi di Spare dietro di me.
“La tua giacca…” Me la posò sulle spalle con cura; con affetto, mi sembrò. “L’avevi dimenticata.” La sua voce aveva di nuovo l’abituale timbro velato ed esausto. Il suo demone si era assopito dentro di lui, appagato.
E il mio?
“È necessario bruciare, a volte. Per rinascere.”
Io non riuscii a rispondergli. Rabbrividivo, fradicio di sudore gelato. Con amorevole sollecitudine Spare mi circondò le spalle con un braccio, e io non ebbi la forza di respingerlo. Le sue labbra mi sfiorarono un orecchio, bisbigliando: “Ero io, in principio, nel giardino dell’Eden.”
Dopo quella notte non lo rividi mai più. Aveva assolto al suo compito, poteva rientrare nelle tenebre.
*
I francesi resistevano eroicamente a Verdun. La Russia stritolava gli austroungarici.
Gaston Maspero era morto.
*
Non finirà mai. Non finirà mai.
*
Stavo sdraiato sul letto della mia stanza d’albergo, a Luxor, una sera poco dopo il tramonto. Con le braccia incrociate sotto la nuca fissavo il soffitto dove il movimento del ventilatore sollevava maree d’ombra nella luce radente. Quel ritmo regolare mi ipnotizzava. Non sapevo da quanto tempo me ne stessi così, con lo sguardo perduto nel vuoto, ma avevo l’impressione che fossero ore. Ero incapace di muovermi. Mi sentivo appesantito dalla calura, illanguidito da un’apatia sull’orlo della sonnolenza.
Attraverso la zanzariera rabberciata mi giungevano dalla strada le consuete, e perciò rassicuranti, testimonianze della quotidianità: richiami di venditori, zoccolare d’asini, misteriose formule di qualche gioco infantile strillate nell’acuta cantilena araba, il liquido tintinnio dei campanelli della bardatura di un cammello.
Non reagii quando intervenne la prima stonatura in quella familiare melodia. Una concitazione di voci e rumori, come di più persone che discutessero animatamente cercando di zittirsi a vicenda, proprio sul marciapiede davanti all’albergo. Ero troppo pigro per trascinarmi alla finestra; e, in fin dei conti, la questione non mi riguardava.
Dopo qualche minuto, l’accavallarsi delle voci subì un mutamento di timbro, s’arricchì di echi che rendevano ancora più incomprensibile il flusso di rimostranze in arabo, come se la discussione si fosse spostata all’interno dell’hotel. Ma la sola cosa che feci a questo punto fu voltarmi su un fianco, annoiato. Adesso il direttore sarebbe stato costretto a chiamare la polizia, e la confusione avrebbe raggiunto la massima magnitudine. Le voci rimbombavano su per le scale e nel corridoio, come se gli scalmanati procedessero verso la mia stanza. A un tratto, al di sopra del clamore, mi pervenne una parola strillata nella mia lingua: “Sir! Sir!”
Inequivocabilmente la voce di Ahmed Gurgar. Questo bastò a tirarmi giù dal letto. Più allarmato che seccato, andai ad aprire la porta.
In fondo al corridoio era in pieno svolgimento una scena da comica. Il direttore dell’albergo, affiancato da un paio di fattorini, cercava strenuamente, ma senza successo, di arginare l’avanzata di un manipolo di fellahin capeggiato da Gurgar, il quale aveva strappato il fez rosso dalla testa di uno dei fattorini e lo agitava concitatamente davanti a sé, sgranando un rosario di insulti islamici. Visi stupefatti si affacciavano dalle porte per ritirarsi in tutta fretta alla vista di quegli esagitati. Dovetti urlare il nome del rais tre o quattro volte prima di riuscire a farmi sentire.
“Sir!” Con un ululato di gioia Gurgar sbatacchiò il fez sulla faccia del legittimo proprietario, che quindi fu spintonato da parte senza cerimonie, mentre la squadra di fellahin si faceva strada fino alla mia stanza. “Ah, sir! Guaio grossissimo! Tutto grossissimo!”
Non mi fu facile calmare l’infuriato direttore d’albergo e zittire i fellahin, che pretendevano di parlare tutti quanti contemporaneamente, così da potermi far raccontare cosa stesse accadendo.
Infine, dalle aggrovigliate spiegazioni di Gurgar emerse l’ennesima squallida storia di predatori di tombe. Sembrava che una delle tante bande di ladri che operavano nella regione avesse scoperto “qualcosa di interessante” in quello stesso canalone dove, non molto tempo prima, avevo rilevato le incisioni rupestri. La notizia si era sparsa in fretta tra i villaggi, e nella fantasia di tutti i predoni il “qualcosa di interessante” si era subito mutato in una tomba farcita di favolosi tesori. Un’altra banda di saccheggiatori si era subito precipitata sul luogo del ritrovamento, e la conseguente lite era degenerata in una vera e propria battaglia.
“E cosa vi aspettate che faccia?” chiesi. Non volevo più immischiarmi in faccende del genere; il fattaccio di Saqqara era una contusione che mi doleva ancora. “Questa è una faccenda per la Sovrintendenza. Che se la sbrighino loro.”
Gurgar scosse la testa. “Oh, no! No, sir! Metteranno tutti in prigione!”
I fellahin concordarono con vivaci esclamazioni. Potevo comprendere la loro paura. Dopotutto erano proprio loro a fare maggiormente le spese dello stato di guerra. La popolazione dei villaggi (donne, vecchi, bambini, e quanti erano riusciti con qualche espediente a sfuggire al servizio militare) era ridotta alla fame.
Così acconsentii ad aiutarli. Mi armai e ammucchiai in uno zaino quanto poteva tornarmi utile in quella spedizione, quindi seguii Gurgar e i suoi.
La notte stava calando rapidamente, dopo l’esplosione scarlatta del tramonto, e ben presto ci ritrovammo, avvolti dal buio, ad arrancare lungo un sentiero accidentato e così incassato tra le rocce che la luce delle stelle non riusciva a penetrarvi. Impiegammo ore a percorrere un tragitto che valutai non essere più lungo di tre miglia.
Mancava poco alla mezzanotte quando pervenimmo alla cima di un grande dirupo che strapiombava per almeno trecentocinquanta piedi nel fondovalle. Avanzavamo con cautela, per timore che i predatori avessero messo qualche sentinella armata, ma in giro non si vedeva nessuno; evidentemente, l’avidità era più forte della prudenza.
Mi sporsi oltre l’orlo del dirupo. Dal basso saliva il rumore dei ladri al lavoro; curiosamente sordo, sembrava provenire dall’interno della roccia. Gurgar mi indicò una corda che pendeva nel vuoto fino a una leggera sporgenza sottostante, a circa centotrenta piedi dalla cima. La tagliai per precludere ai ladri ogni via di fuga; poi, senza riflettere troppo sugli eventuali rischi, mi liberai dello zaino, mi misi in spalla la carabina e ficcai in cintura una pistola e una torcia elettrica, quindi mi calai per mezzo di una robusta fune assicurata a uno spuntone di roccia, piuttosto lontano dal punto in cui i ladri avevano precedentemente calato la loro.
Quando misi piede sulla sporgenza vidi subito davanti a me, sulla parete rocciosa dilavata dalla luce delle stelle, la macchia nera di una fenditura che s’apriva come una ferita dai bordi slabbrati. Era da lì che provenivano i rumori. Impugnai pistola e torcia elettrica e m’inoltrai nella fessura, saggiando cautamente il terreno con il piede prima d’ogni passo. Non riuscivo a vedere nulla, ma i rumori e i bisbigli dei laboriosi saccheggiatori erano sufficienti a guidarmi.
Mi fermai quando mi resi conto che si trovavano a poche decine di passi da me. Allora alzai la pistola e accesi la torcia, puntando entrambe nella direzione da cui provenivano i rumori. “Buon lavoro” dissi.
Seguì un istante di confusione e grida soffocate. Sapevo di stare rischiando parecchio, ma il rischio mi comunicava un’eccitazione che non provavo da tempo.
Sei fellahin mi fissarono straniti, sbattendo le palpebre sotto la luce violenta, con l’espressione di dormienti bruscamente risvegliati dal più bello dei sogni. Ai loro occhi dovevo risultare indistinguibile, celato nel buio, ma la mano che reggeva la pistola era ben visibile nel raggio della torcia. Uno a uno, li vidi alzare le braccia. Poi udii altro tramestio, rumore di ciottoli che franavano; e una fine nuvola di polvere, lattea alla luce della torcia, si levò alle spalle dei sei saccheggiatori, mentre due loro compari emergevano strisciando dal cunicolo che erano andati scavando.
“Bene” dissi “se la squadra è al completo, vi consiglierei di approfittare della mia corda e far ritorno a casa buoni buoni. Naturalmente, se questo posto vi piace tanto, posso anche andarmene e lasciarvici a tempo indeterminato”.
Ovviamente optarono per la prima soluzione. Li guardai risalire uno alla volta, tenendoli sotto il tiro della carabina. Di sopra venivano accolti dalle risate di Gurgar e dei suoi uomini. Naturalmente sarebbe bastato poco, a qualcuno dei ladri, per scaraventarmi giù dalla stretta frangia rocciosa: dopotutto erano in otto contro uno. Ma non ci provarono. Forse erano troppo stanchi, o pensavano che non ne valesse la pena.
“Sir?” chiamò Gurgar quando l’ultimo degli uomini fu arrivato a destinazione. Ma io non risposi. Avevo altro da fare.
Tornai nella fenditura. C’era una breve scala, tagliata nella roccia, che conduceva a un corridoio ingombro di detriti. I saccheggiatori avevano scavato un cunicolo appena sufficiente a lasciar sgusciare dentro un uomo. Quell’eccitazione che da troppo tempo non provavo tornò ad accelerarmi le pulsazioni alle tempie. Sapevo cosa poteva significare un corridoio occluso a quel modo. Sbarazzatomi di tutto quanto poteva ostacolare i movimenti, e armato soltanto di una lampada a carburo, mi inoltrai nel budello. Neppure per un momento avevo pensato di affidare quell’incombenza a Gurgar o a qualsiasi altro dei suoi uomini.
Ero costretto a strisciare come un verme, lentissimamente, un pollice alla volta, puntando i gomiti e spingendo innanzi a me la lampada. La roccia mi premeva attorno strappandomi abiti e pelle sulla schiena e le braccia, ma non me ne curavo; non sarei tornato indietro prima di avere scoperto dove sfociava quel cunicolo. Sapevo bene che sarebbe bastato un piccolo movimento falso perché trovassi lì la mia tomba; e quel pensiero, ben lontano dal suscitare in me il minimo timore, mi comunicava un’esaltazione esilarante, una feroce determinazione. L’unica precauzione che ancora osservavo era gettare di tanto in tanto un’occhiata alla fiamma della lampada: se si fosse spenta significava che l’ossigeno era agli sgoccioli, e la mia vita si sarebbe ritrovata appesa a un filo piuttosto fragile.
Percorsi forse una novantina di piedi, con il sudore che mi bruciava gli occhi e il respiro sempre più affannoso, prima di incappare in una barriera di detriti. I necroladri non erano andati oltre. Provai un senso di gioia trionfante. Avrei gridato, se mi fosse rimasto il fiato per farlo.
Tornai indietro strisciando a ritroso. Fuori, il freddo bagliore delle stelle mi parve accecante. Dovetti appoggiarmi con la schiena alla parete di roccia, sfinito. Le ginocchia non mi reggevano, avevo la camicia a brandelli ed ero coperto di escoriazioni, ma quasi ubriaco d’esultanza. Dietro quella barriera di detriti c’era qualcosa, lo sentivo.
*
Gurgar e gli altri dovettero pensare che ero impazzito quando ordinai la costruzione di un complicato sistema di piattaforme e paranchi che ci permettesse di lavorare con una certa sicurezza sospesi nel vuoto; e di sicuro il risultato somigliava al delirio di un architetto folle, però funzionava.
Fu necessario un lavoro ininterrotto, di giorno e di notte, per settimane, prima di giungere alla camera del sarcofago. E lì mi attendeva l’ennesima delusione. La tomba non conteneva null’altro all’infuori di un sarcofago di arenaria gialla, completamente vuoto, con il suo coperchio ordinatamente appoggiato contro il lato più corto. Decifrando i geroglifici che lo ornavano scoprii il nome del proprietario di quella tomba inaccessibile: “La Principessa Ereditaria, piena di grazia e benevolenza, Sovrana di tutti i Paesi, figlia e sorella di Re, Consorte del Dio, Grande Sposa Reale, Signora delle Due Terre, Hatshepsut”.
Ero stordito. Tredici anni prima avevo scavato come una talpa fin quasi al cuore degli inferi per ritrovare l’ultima dimora saccheggiata della regina-faraone, e adesso…
Esaminando con più calma la camera del sarcofago mi resi conto che la tomba non era stata mai neppure completata. Evidentemente Hatshepsut aveva iniziato a farsi costruire quel sepolcro a nido d’aquila quando era ancora soltanto la moglie di Thutmosi II°; ma una volta impadronitasi del potere aveva abbandonato il progetto pretendendo una sepoltura nella Valle dove riposavano tutti i più grandi sovrani della sua dinastia.
Appoggiato al sarcofago, risi stancamente. Hatshepsut, ammaliatrice e perfida quanto la Donna Scarlatta. Si era fatta beffe di me per la seconda volta.
*
Messaggero del re: la qualifica mi faceva sorridere. Nei panni del corriere diplomatico mi sentivo poco più di un postino, pronto a correre da Luxor al Cairo non appena il dovere mi chiamava. A ogni modo, da diligente cittadino britannico, obbedivo; anche se l’unico re al quale mi sentivo devoto non si chiamava Giorgio e non apparteneva alla mia epoca. Ma quell’impegno (perché nasconderlo?) a volte mi riusciva persino gradito. Rappresentava una sorta di diversivo, un ritorno al mondo dei vivi, che temporaneamente dissipava ogni dubbio riguardo alle mie scelte. Perché il contatto con l’inflessibile e ipocrita ambiente militare, e con l’insensata realtà della guerra, rendeva ancor più dolce il ritorno alle asprezze naturali della Valle e ai segreti del passato.
Era come quando, accaldati, ci si tuffa nell’acqua gelida, soltanto per scoprire quanto sia piacevole la vampa del sole. E non importa se qualche volta capita di scottarsi.
*
Stavo scendendo una scala, nel Savoy Hotel trasformato in quartier generale dal Foreign Office, e la spessa guida di velluto assorbiva il rumore dei miei passi. Ugualmente silenzioso, un piccolo arabo tutto vestito di bianco stava salendo e, incrociandolo, inavvertitamente lo sfiorai. Non mi sarei certo fermato, se la sua reazione non fosse stata tanto sconcertante. Lo vidi infatti trasalire e ritrarsi come al contatto con qualcosa di immondo. Mi voltai, non tanto offeso quanto incuriosito, e incontrai il suo sguardo.
Nonostante fossero trascorsi cinque anni, riconobbi immediatamente la sfumatura inquieta di quegli occhi.
“Ned?” bisbigliai incredulo.
Per un attimo lui mi fissò come se non fossi stato più consistente dell’aria che ci separava, poi il suo sguardo si mise lentamente a fuoco sul mio viso.
“Howard Carter…”
Non era la voce del ragazzo che ricordavo, quella, non aveva più nulla della limpidezza giovanile; adesso era velata dalla sabbia, arrochita dagli aspri venti del deserto.
“Allora si trattava veramente di voi” continuai. “Quando ho letto il vostro nome sui giornali ho pensato a una coincidenza, un’omonimia…”
“Sono io.” E fu come se ammettesse una colpa.
Adesso vedevo bene i suoi occhi, non più innocenti come un cielo estivo all’approssimarsi della tempesta; perché la tempesta, infine, si era scatenata, e infuriava devastante al fondo delle sue pupille. Non fosse stato per quello sguardo, colui che mi stava dinnanzi sarebbe potuto sembrare soltanto un giovane arabo dal fragile corpo riarso dal sole, celato sotto stracci di seta. E sulla seta lacera era ricamato l’oro di un principe spodestato.
“Ned. T.E.” ripetei, come cercando in quelle iniziali un aggancio col passato.
Sembrava avesse attraversato tutte le regioni del Duat, guidando la sua barca lungo ogni minuto, ogni secondo delle interminabili Ore della Notte. E un tribunale che non era divino, ma bassamente umano, pesava e giudicava le sue azioni. Avevo udito su di lui storie che già assumevano accenti di leggenda.
“Dopotutto la mia impressione era giusta” mormorai. “Non potevate diventare soltanto un archeologo.”
Una sottile piega di amarezza alterò il disegno delle sue labbra screpolate dall’arsura.
“E voi, Howard? Ditemi, avete realizzato il vostro sogno?”
“No. Ma non ho dimenticato quello che mi diceste a proposito dei sogni e dei sognatori.”
E avrei voluto chiedergli del suo sogno, ma lui si teneva sempre un po’ discosto da me, ed era infinitamente lontano. Quel nodo che in un torrido pomeriggio di cinque anni addietro avevo sentito stringersi tra di noi, e il profumo balsamico del tè alla menta nelle tazze di latta lustrate a specchio, e la malinconica dolcezza del canto del muezzin… Così lontano. Tutto così lontano, ormai. E adesso comprendevo il disagio di Petrie e le mie stesse sensazioni.
“Ci eravate dentro già allora” dissi, e non potei impedire che suonasse come un rimprovero. “Il Grande Gioco.”
“È come una partita a scacchi. I pezzi non scelgono il proprio ruolo.”
Maktuub, pensai. Era scritto. Davvero. Da molto, molto tempo. Nel suo destino e in fondo ai suoi occhi. Avrei voluto dirgli che non l’approvavo, che era un gioco troppo rischioso, e che un piccolo, fragile folletto non può mutare le formule dei mortali incantesimi orditi dai Grandi Maghi della guerra. L’alfiere non avrebbe dato scacco al re. Nonostante un intero popolo lo avesse già incoronato principe. Ma seppi dirgli soltanto: “Mi ha fatto piacere rivedervi”.
Il volto arso dal sole fu illuminato da un sorriso; un lieve e fugace bagliore simile a quello di una stella intravista per un attimo nello squarcio di una nuvola.
“Grazie” rispose Ned, così piano che, più che udirla, quella parola gliela lessi sulle labbra. E fu l’ultima cosa che mi disse: svanì su per le scale nel suo abito di pallida seta, come uno spettro.
Avevo un nodo in gola. Discesi gli ultimi scalini a fatica, stordito; e, chissà perché, mi ritrovai a contarli: sedici, un numero che mi parve perfetto e fatale.
In fondo alla scala mi aspettava il capitano Newcombe, un individuo rigido e discretamente arrogante. Costui mi rivolse un sorriso beffardo.
“Non credevo che conosceste il maggiore Lawrence.”
“No, io…” Io conoscevo un ragazzo poco più che ventenne, che gli amici chiamavano Ned o T.E.; ma quel ragazzo era morto e al suo posto, come la fenice, dal falò del deserto era nato il Principe della Mecca, el Orens. Lawrence d’Arabia.
Newcombe mi guardava di traverso, incuriosito e sospettoso; e come dargli torto? Potevo soltanto immaginare l’espressione che mi artigliava i muscoli del viso, come una maschera funebre antico-egizia. Mi sentivo davvero come se avessi appena appreso che un mio caro amico era morto.
Newcombe parlò ancora, e nella sua voce percepii una sorta di sprezzante invidia.
“Aqaba! L’ha presa con quella sua banda di straccioni, passando dal deserto. E adesso vuole Damasco. È davvero convinto di farcela. È pazzo.”
“No” corressi “è un sognatore”.
E me ne andai. Avevo fretta di tornare alla mia Valle, alla solidità della roccia e alla sicurezza del passato.
Volevo, soprattutto, dimenticare il monito che avevo scorto nello sguardo di T.E. Lawrence. Attento a cosa sogni, perché potrebbe avverarsi.
*
“ Caro signor Carter, come state? E come va la guerra, lì? Mamma ha trasformato Highclere in una specie di ospedale, così ci sono letti dappertutto e soldati con gambe e braccia amputati. Ma qui possono riprendersi in fretta, mangiare bene e dormire tanto e su materassi morbidi. Spero che anche voi non ve la passiate tanto male, e abbiate vicino qualche ragazza carina come le infermiere di qui. Mamma le vuole tutte giovani e graziose perché dice che anche questo fa bene al morale dei soldati. Ha fatto cucire per loro delle belle divise allegre, bianche e rosse, e anche lei ne indossa una. Vedeste come sta bene… Forse io farò l’infermiera da grande, se non mi vorrete in Egitto al vostro fianco come aiutante. Ma potrei fare benissimo entrambe le cose. Così, se vi ammalaste, potrei curarvi. Formeremmo una bella squadra, non credete? Con affetto, sinceramente vostra, Evelyn.”
*
Come qualche dio volle, la guerra finì, e io potei tornare a incontrarmi con Lord Carnarvon. Andai a riceverlo al Cairo nei primi giorni dell’ottobre 1918, tanto ero ansioso di esporgli il mio piano di ricerca. Lui non sembrava troppo ansioso di conoscerlo. Non fu che dopo cena, nel salotto del suo appartamento in quello stesso Savoy Hotel dove avevo incontrato Lawrence, che il conte si decise ad affrontare l’argomento. Lasciò che la nostra conversazione mondana, forzata e poco convinta, decadesse; quindi, dopo un breve silenzio, pronunciò una sola parola: “Dunque?”
Trassi di tasca la mappa della Valle e la dispiegai sul tavolo, facendole frettolosamente spazio tra i piatti.
“Qui” dissi semplicemente, indicandogli la zona che avevo inscritto in un reticolo di linee rosse. Si trattava di un lembo di terra pressoché triangolare, compreso tra le tombe di Ramses II°, Merenptah e Ramses VI°.
Pacifico come sempre, Carnarvon studiò la mappa per qualche minuto, poi osservò: “Questo sistema di suddivisione per settori è molto accurato”.
“Nessuno l’ha mai tentato. Se lì sotto c’è qualcosa, non potrà sfuggirci.”
“Se.” I suoi occhi sarcastici mi fissarono. “Carter, sapete dirmi perché continuo a seguirvi in questa impresa suicida?”
La risposta mi salì alle labbra con la sicurezza di una verità inconfutabile.
“Perché anche voi volete Tutankhamon più di ogni altra cosa al mondo.”
Carnarvon scoppiò in una sonora risata.
“Ah, siete davvero unico! Cercate di scovare un paio di posti sul prossimo battello per Luxor.”
*

Gaston Maspero

Gaston Maspero

Il viaggio fu un incubo di tre giorni. Il battello era carico di soldati, alcuni dei quali, sofferenti per ferite o svariate malattie, morirono. E il Nilo era disseminato di mine. Nel cuore della seconda notte fummo strappati al nostro sonno inquieto da un boato terrificante. Nel riverbero infernale delle fiamme contemplammo una nave francese colare a picco. Ardeva come una torcia. Vidi anche uomini ardere, e udii le urla, sentii l’odore della carne bruciata. Provai orrore e pietà, ma nessun timore per la mia vita.
Rischiavo la stessa fine a ogni ansa del fiume; tuttavia, mentre il battello risaliva la corrente, mi sentivo quasi immortale. Avevo la bizzarra certezza che nulla potesse accadermi fintanto che non avessi portato a termine il mio compito.

 

SETTIMA ORA DELLA NOTTE
(Neve nel deserto)

Occhio di Horus, libera la mia anima!
Ponila, come un gioiello,
sulla fronte di Ra.

(Libro dei Morti, capitolo XCII)
Nel sottile velo di foschia che la calura crescente del mattino cominciava ad agitare, le due figure sui muli venivano verso di me in controluce, simili a foschi miraggi. Riconobbi subito la sagoma di Carnarvon, e accanto a lui quella di una donna.
Lady Almina.
Imprecai. Non avevo nessuna voglia di trovarmi tra i piedi la moglie del conte. Per lei lo scavo non era altro che un gioco, e girava tra gli operai vestita come per un tè in giardino, ostacolando il lavoro delle squadre e creando tra gli uomini imbarazzo e nervosismo. Lord Carnarvon se ne rendeva conto, ma adorava la moglie e non avrebbe mai detto o fatto nulla che potesse dispiacerle. Io, però, non ero obbligato a mostrarmi altrettanto condiscendente.
Volsi le spalle alla coppia e tornai a interessarmi, con più concentrazione del necessario, di un gruppo di ragazzini che correvano da una parte all’altra del campo piegati sotto il peso delle ceste colme di detriti. Finsi di non udire lo zoccolio dei muli.
“Buongiorno, Carter.”
Il saluto, però, non potevo ignorarlo.
“’giorno” borbottai in risposta, senza voltarmi.
“Dovrei essere molto arrabbiata con voi, signor Carter, sapete?”
La voce si rovesciò su di me limpida come acqua sorgiva e mi costrinse a voltarmi. Soltanto allora mi accorsi che la donna in compagnia del conte non era Lady Almina.
“Perché non mi avete più scritto?” Sorrideva allegra e maliziosa, gli occhi scintillanti nell’ombra della tesa di un cappellino azzurro. Stava eretta in sella a quel mulo come sul più regale dei purosangue, fiera e forse divertita dal mio imbarazzo. Rise, rivolgendosi a suo padre. “Temo che il signor Carter non si ricordi più di me.”
Lord Carnarvon ammiccò.
“Gli archeologi diventano smemorati, col passare degli anni. Dipende dal lavorare a lungo sotto il sole.”
Superato l’istante di sorpresa, mi avvicinai alla ragazza per aiutarla a smontare.
“Lady Evelyn… prego.”
“Lady Evelyn?” ripeté lei in tono indignato e saltò agilmente a terra. “Non più Eve?”
“È che…” farfugliai “non siete più una bambina.”
“Fortuna che almeno voi ve ne siete accorto! Papà insiste a trattarmi come se avessi sempre dieci anni.”
Non aveva perso niente dell’atteggiamento che ricordavo, diretto e aperto fino all’impertinenza, con quell’ironia della quale, una volta inconsapevole, adesso sembrava in grado di potersi servire con abilità.
Carnarvon mi batté una mano su una spalla.
“Allora, come procedono i lavori?”
“Procedono.” Era l’unica risposta che potessi dargli. “Dopo quei tredici vasi di alabastro non abbiamo tirato fuori più nulla d’interessante.”
“Oh, li ho visti!” Evelyn si voltò vivacemente verso di me e sorrise, radiosa. “Sono stupendi.”
“Sì, ma è un po’ poco come bottino di due anni di scavi” intervenne suo padre.
“Uffa, papà, non fare il guastafeste!”
Evelyn si guardava attorno con la stessa espressione di dieci anni prima: entusiasta, incantata, avida. Ma se quell’espressione sul viso di una bambina di otto anni mi era apparsa sconcertante, ritrovarla nei lineamenti di questa giovane donna mi rendeva impacciato e insicuro. Improvvisamente desiderai avere indosso abiti migliori, invece di quei calzoni impolverati e quel vecchio cardigan che spesso indossavo sul lavoro, e mi chiesi se si sentisse che avevo bisogno di un bagno. Istintivamente alzai una mano per ravviarmi i capelli.
“Cosa c’è, laggiù?” Evelyn era andata avanti e indicava una vasta buca a una cinquantina di piedi dall’ingresso della tomba di Ramses VI°.
“Sono fondamenta” spiegai raggiungendola. “Le fondamenta in pietra delle capanne abitate dagli operai della necropoli.”
Lei si avvicinò ulteriormente alla buca per sbirciarvi dentro.
“Sono importanti?”
“A fini puramente archeologici. Tra qualche giorno ci trasferiremo a scavare da un’altra parte. Cominciano ad arrivare i primi turisti e non voglio trovarmeli tra i piedi.”
La ragazza si voltò a guardarmi con una scherzosa aria di sfida.
“E invece dovrete rassegnarvi a sopportare una di loro. Perché finché resterò in Egitto, signor Carter, vi pretendo come mia guida personale.”
Gettai un’occhiata a Carnarvon che si era fermato poco lontano da noi. Il conte sogghignava.
Ed Evelyn aggiunse: “Non illudetevi di potervi sottrarre a questo compito: avete l’ordine di papà”.
*
Evelyn portava un ombrellino sfacciatamente rosso che, aperto, sembrava un sole al tramonto. Nel Ramesseum, assorta davanti ai resti del colosso di Ramses II°, giocherellava con il manico di madreperla, facendo girare lentamente l’ombrellino.
“Rammentate il poema di Shelley, signor Carter?”
“Sì” mentii. “Ma non chiedetemi di recitarlo. Sono un pessimo dicitore.”
“”Venuto da un’antica terra, un viaggiatore incontrai,/ che disse: ‘Prive di tronco, due gigantesche gambe/ nel deserto s’innalzano. E loro accanto/ un volto infranto giace’…”“(1) recitò Evelyn a mezza voce. “È triste, non è vero?”
Era una delle molte cose su cui non avevo mai riflettuto.
“Fu Cambise a farla abbattere” dissi “e Belzoni ne portò la parte superiore al British Museum. L’avete vista?”
“Sì. Ozymandias…” continuò lei in tono sognante. “Ma Shelley non lo vide mai, altrimenti non avrebbe mai scritto… Quel viso è tutt’altro che crudele e sprezzante.”
Ma a me, in quel momento, non importava nulla del sorriso pietrificato di Ramses. Guardavo lei, senza sapere cosa risponderle. Aveva cambiato l’abito celeste del giorno precedente con uno grigio perla, e la morbida lucentezza della seta sembrava riflettersi nei suoi occhi. Sentivo il suo profumo: lavanda ed erba bagnata.
Janet… Il ricordo mi colpì a tradimento con una fitta di desiderio. Janet mia per un attimo, che mi faceva dono del suo corpo e della sua tenerezza. Janet, perduta chissà dove. Non avevo più saputo niente di lei. E questa giovane donna che adesso mi stava davanti non era Janet. Sul suo volto c’era un genere diverso di forza che non riuscivo a definire: nulla di pacato e saggio; piuttosto ironico, sferzante.
“Sapete” disse Evelyn riprendendo a camminare “sono davvero arrabbiata con voi. Perché non mi avete più scritto una parola, neppure per Natale? O non avete ricevuto le mie lettere?”
“Vi ho sempre ricordata nelle lettere a vostro padre.”
“Ma non è la stessa cosa.” Il tono di rimprovero mascherava appena il divertimento. “Allora? Non avete neppure una scusa convincente?”
“Sono successe talmente tante cose… E poi, la guerra.”
Lei annuì gravemente.
“È stata dura per voi, quaggiù?” chiese, e subito aggiunse: “Vi prego, non consideratemi indiscreta! È che ho pensato a voi molto spesso, davvero, e mi chiedevo se stavate bene. Mi seccava fare domande a papà. Mamma dice sempre che sono impertinente”.
“Vostra madre ha ragione” dissi reprimendo un sorriso.
Lei aggrottò le sopracciglia, ma gli occhi le scintillavano.
“Davvero lo pensate anche voi?”
Scossi la testa.
“E come potete vedere, Lady Evelyn, non me la sono passata poi tanto male.”
Lei sbuffò.
<Fatela finita con questo Lady Evelyn! Mi fate sentire vecchia.”
Era strano ma, malgrado la giornata non fosse delle più calde, mi sentivo la faccia in fiamme. E non potevo credere di essere arrossito, non alla mia età.
“Il fatto è che… ve l’ho detto, siete cresciuta.”
Lei annuì, con una luce maliziosa negli occhi.
“E voi mi sembrate più piccolo. Ma devo sempre guardarvi da sotto un su.”
Era vero, non era cresciuta molto in statura, ma non ne aveva bisogno. Le bastava quel suo sguardo sarcastico e insieme tenero, pensai, per far sentire piccolo chiunque. Non riuscivo a capire quanto ne fosse consapevole.
“Quanti anni avete?” chiesi.
“Quasi diciotto” rispose con orgoglio.
“Santo cielo. Avevo la vostra età quando ho messo piede in Egitto per la prima volta.”
“Davvero?”
“Davvero. Ho passato in questo paese la maggior parte della mia vita.” Ed era come se me rendessi conto soltanto allora.
“Non lo sapevo.”
“Ci sono un sacco di cose che non sapete di me.”
“Be’, allora cominciate a raccontare.” Evelyn chiuse l’ombrellino e mi prese sottobraccio, confidenzialmente. “Su, avanti.”
“Vi annoierei e basta.”
“Questo lasciatelo dire a me.” Era allegra, ma anche molto determinata, proprio come quando aveva otto anni. “Mi piace conoscere i segreti della gente.”
Io ne avevo alcuni che non potevo certamente rivelarle.
“Potrei soltanto raccontarvi di scavi, sassi e polvere. Storie assai poco eccitanti.”
Lei gettò uno sguardo attorno, alle superbe rovine. Aveva le guance arrossate e gli occhi scintillanti.
“Voi mi prendete in giro, signor Carter! Qualsiasi storia che si svolga in uno scenario del genere non potrà mai essere noiosa.”
Mi ricordò il mio stesso entusiasmo… Più di venticinque anni addietro! E d’un tratto mi sentii vecchio. Tutto moltissimo vecchio, avrebbe detto Gurgar nel suo linguaggio pittoresco.
“Signor Carter…” Evelyn si era di nuovo fermata e mi guardava da sotto in su, intensamente. “Lo troverete?”
“Vorrei potervi rispondere di sì. Una volta qualcuno mi disse che la tomba di un faraone non può essere cercata, soltanto trovata; per caso, se si è favoriti dagli dèi d’Egitto. Ma io…”
Scossi la testa e distolsi lo sguardo dal suo viso. Non sopportavo quell’espressione entusiasta e serena, tipica di chi nella vita non ha mai conosciuto una delusione. Mi passai una mano sugli occhi. Provavo una sensazione curiosa, come se avessi fissato troppo a lungo una luce abbagliante.
“Cos’avete?” chiese Evelyn, allarmata. “Non vi sentite bene?”
Sorrisi e cercai di darle una risposta rassicurante.
“Soltanto un po’ d’emicrania. Mi succede, a volte.”
L’ombra di preoccupazione che aveva per un attimo offuscato lo sguardo di Evelyn svanì.
“Non sarà colpa mia? Lo so che chiacchiero troppo e una signorina per bene non dovrebbe. Ma so anche ascoltare. Se mi deste l’occasione per dimostrarvelo…”
L’impulso di raccontarle tutto, bruciante come un colpo di frusta. Mi morsi le labbra. “Lady Evelyn…”
“Eve! Vi riesce così difficile?”
“No, certo che no” le risposi, mentendo. E con uno forzo mormorai: “Eve”.
“Così va bene.” Soddisfatta, tornò a prendermi sottobraccio. “E per trattare da pari a pari, io vi chiamerò Howard; sempre che non vi dispiaccia.”
“Non mi dispiace affatto.”
“Bene. Allora, Howard… cos’è che stavate per confessare?”
Scossi la testa. Restava soltanto il dolore della frustata; sordo, profondo, come è sempre il dolore che nasce dai ricordi. Non avevo il diritto di coinvolgerla in certe cose.
“Non so” mentii. “Mi è passato di mente. Il che significa che non era importante.”
Lei rise sottovoce.
“Sta bene, allora parlatemi di Tutankhamon. Raccontatemi tutto quello che sapete su di lui.”
*
Evelyn Herbert. Entrò nella mia vita con tutta la fresca arroganza dei suoi anni; senza bussare, potrei dire, una intrusione gentile a scombinare il caos ormai ben collaudato delle mie giornate. Con lei era come essere in vacanza. Mi mettevo elegante per portarla a visitare rovine di templi e tombe e, come tanti anni addietro, le raccontavo le storie dei grandi re e degli avventurieri che per primi avevano frugato l’Egitto alla ricerca di antichi misteri e tesori. A volte lasciavo che fosse lei a parlare, e godevo delle sue chiacchiere, del timbro sereno della sua voce. Quel suo spirito infantile ancora meravigliosamente intatto era come una manciata di neve nel deserto: un miracolo, un dono di cui essere grati a tutti gli dèi delle Due Terre.
C’erano, però, anche momenti in cui avvertivo la sua presenza nel modo sbagliato, come già mi era accaduto nel Ramesseum, quando i suoi occhi e il suo profumo mi avevano richiamato alla memoria Janet. Succedeva quando mi sfiorava inavvertitamente o mi prendeva per mano. Allora era come se mi ricordassi che non era più una bambina, e io avrei anche potuto essere suo padre. Ma non lo ero.
Mi chiedevo se lei si rendesse conto di ciò che provavo, ma appariva del tutto priva di quel genere di malizia. Per lei ero un amico, una specie di zio che raccontava favole. Soltanto una volta mostrò d’essersi accorta del mio turbamento.
Passeggiavamo sulle rive del laghetto sacro, nel tempio di Karnak, ed Evelyn si voltò di colpo a guardare l’obelisco di Hatshepsut che le stavo indicando. Il suo movimento fu così rapido e improvviso che il cappellino le scivolò sui capelli e fu sul punto di cadere in acqua. Lei lo trattenne appena in tempo.
“Oh, accidenti!” E mi ricordò la bambina di dieci anni prima, che s’inchinava davanti a me cercando inutilmente di apparire compita come le era stato insegnato. “Per favore, Howard, datemi una mano. Questo stramaledetto spillone…”
Risi piano. “Se vi sentisse vostra madre….”
“Perché? Perché ho detto “stramaledetto”?” Due fossette nelle guance sottolineavano il suo sorriso. “Voi a volte dite ben di peggio. Vi ho sentito, sapete?”
“Be’, io non sono esattamente un gentiluomo.” Cercavo di sistemarle il cappellino, goffamente, senza riuscirci perché lei continuava a ridere. “E se non state ferma rischio di pungervi con lo stramaledetto spillone.”
“Oh, aspettate. Si mette così. Ecco.” Le nostre dita si sfiorarono, s’intrecciarono per un attimo. Avvertii una scossa. Eve sussultò e si ritrasse, scoppiando a ridere di nuovo. “Ehi, siete elettrico!”
“È questo clima così asciutto…”
Non riuscii a dire altro. Ero affascinato dalle ombre che la stoffa morbida del suo abito creava, seguendo le linee del corpo; ombre leggere che si disgregavano e si riformavano a ogni respiro.
Evelyn aveva smesso di ridere: i suoi occhi mi scrutavano attenti, con gravità. Provai l’impulso di voltarle le spalle, per timore che la mia espressione le rivelasse qualcosa che poteva spaventarla, ma non avrei saputo come giustificare una simile scortesia. La sentii dire con uno strano tono trasognato: “Se il mio cappellino fosse finito in acqua… vi sareste tuffato a riprenderlo?”
“Naturalmente, come ogni intrepido cavaliere.” E l’attimo terribile era già passato. Trassi un respiro di sollievo e mi scostai da lei di qualche passo. “Il dio Amon si sarebbe risentito. Un cappellino di seta nel suo lago sacro! Sapete, era riservato alle abluzioni rituali dei sacerdoti.”
“Che ci saranno entrati dentro con i piedi sudici.”
“Evelyn…”
“Lo so, non si deve parlare dei piedi. Come del fondoschiena e di altre parti più o meno nascoste del corpo umano. Ma allora perché abbiamo dato loro un nome, se pronunziarlo è considerato così sconveniente?”
“Evelyn, siete proprio…”
“Una ragazzaccia maleducata. Lo so, non abbiate timore di dirmelo!”
Ma, in realtà, io ero stato sul punto di dire “adorabile”.
Lei mi guardò. Le fossette a cornice del suo sorriso si erano accentuate.
“Posso farvi una domanda, Howard?”
“Mi pare che non stiate facendo altro, da un paio di giorni.”
“Una domanda personale, intendo.” Il sorriso svanì in un’ombra di ansietà. “Potete anche non rispondermi, ma… non vi succede mai di sentirvi solo?”
Mi guardai attorno, come se tra le rovine si celasse una risposta convincente. Ed era così, in un certo senso.
“Ho sempre talmente tante cose da fare..”
Lei annuì, ma la determinazione che leggevo sul suo viso non mi permise d’illudermi che l’argomento fosse già esaurito.
“Perché non vi siete mai sposato?”
“Be’, è che…” Raccontarle delle mie disastrose relazioni era un compito troppo impegnativo. “Vedete come vivo. Non sarebbe giusto imporre certi sacrifici a una donna.”
“Questo spetterebbe a lei deciderlo, non credete? Un sacco di vostri colleghi sono sposati. Quando una donna ama un uomo, non le importa di doverlo seguire fino ai confini del mondo.”
“Credo che abbiate un’idea un po’ troppo romantica del matrimonio.” Dovevo aver messo nella mia frase più sarcasmo di quanto intendessi, perché vidi Evelyn corrugare la fronte, e mi affrettai goffamente a rimediare. “Mi dispiace, non volevo offendervi. Ma anche da questo potete capire quanto sarebbe difficile per qualsiasi donna vivermi al fianco.”
“No, siete sincero, dite sempre ciò che pensate. E questo è comunque meglio dell’ipocrisia.” Poi, ritrovando repentinamente il suo sorriso, Eve aggiunse: “Dovrò dire a papà di procurarvi una moglie, visto che voi siete troppo pigro per occuparvene!”
*
Il cablogramma mi aspettava sul tavolo da pranzo, nella mia piccola casa della Valle. Era il ripetersi di una scena già vista. Poche parole, terribili nella loro essenzialità.
Evelyn, tre passi dietro di me, restò in silenzio a lungo, mentre leggevo e rileggevo quelle poche parole. Poi bisbigliò soltanto: “Howard…?”
“Mio fratello Verney” dissi. “Sta molto male. E mia sorella Amy mi chiede di tornare a casa al più presto.”
“Mi dispiace.” E sembrava davvero addolorata, lei che non aveva mai conosciuto mio fratello. Allora neppure fui sfiorato dal pensiero che Evelyn soffrisse per me. La sua mano, gentile, mi sfiorò un braccio: “Se desiderate restare solo…”
Annuii. “È meglio. Devo sistemare un sacco di cose, prima di partire.”
E non volevo che potesse accorgersi dei miei veri sentimenti. Niente dolore, soltanto un’ira sorda per quest’altra intrusione nella mia vita da parte di una realtà di cui da tempo non facevo più parte.
*
Ero arrivato tardi. Meglio così, forse. Meglio una bara già chiusa, e ogni cosa predisposta per il funerale. Anche il colore del cielo: malinconicamente velato, con strisce plumbee di nembi. E pioveva; quel tanto per accordarsi a lacrime più o meno sincere, ma non troppo per impedire lo scambio di strette di mano e ricordi tra i viali del cimitero.
Io mi tenevo cautamente al margine di tutto ciò. Eppure si trattava di Verney. Verney, il mio fratello preferito; Verney, che qualche volta aveva lavorato insieme a me, disegnando i reperti per conto del British Museum… La complicità che ci aveva legato quella sera di tanti anni prima, quando nostra madre aveva scoperto i ritratti senza veli di Sahira, non sembrava adesso più concreta degli anelli di fumo che avevamo invano tentato di disegnare nell’aria.
Con la mia faccia bruciata dal sole mi sentivo alieno accanto al pallore di quegli sconosciuti che erano i miei familiari, con la loro coorte di coniugi e bambini. Mio fratello Will e sua moglie Julia; Samuel e Mary; Edgar che aveva scelto di impegnare il suo genio artistico nella costruzione di delicati quadranti d’orologio miniati; e Amy con il marito John… avevano portato con loro anche la figlia… come si chiamava?… Ah, sì, Phillys. E Audrey, naturalmente, la moglie di Verney. Mancava soltanto nostra madre; la sua salute ormai compromessa la costringeva in una casa di cura dove, così mi aveva scritto Amy, trascorreva la maggior parte del tempo in totale immobilità, con lo sguardo fisso nel vuoto e la mente persa in qualche luogo più distante dell’Egitto e più oscuro di qualunque ipogeo.
Ma c’erano tutti gli altri: cugini e amici che, ne ero sicuro, bisbigliavano e si davano di gomito. “Guarda il piccolo Howard!”. Proprio come in decine di altre riunioni di famiglia alle quali ero stato costretto a partecipare da bambino… matrimoni, battesimi, funerali… il funerale di mio padre… “Guarda il piccolo Howard!”, che non aveva saputo far di meglio che scapparsene in Egitto a vivere come un fallito. Il “piccolo Howard” che in certe occasioni era stato solito estraniarsi cantando tra sé le strofe idiote di qualche filastrocca infantile. E anche adesso, una sequenza di parole continuava a vorticarmi nella mente: “Non ode il loro lamento colui che ha il cuore stanco, i loro pianti non salvano nessuno dalla tomba”(2). Parole scritte più di quattromila anni addietro. Il mondo non cambia. Noi non cambiamo. La fine è sempre la stessa, e migliaia di anni fa è soltanto ieri.
“Non vieni a casa con noi, Howard?” Mia sorella Amy si era piantata in mezzo al marciapiede, davanti al cancello del cimitero, come se intendesse sbarrarmi la strada.
“No, devo tornare a casa mia. Rifare la valigia.”
In realtà non l’avevo mai neppure disfatta.
“Non sei nemmeno passato a salutare mamma.”
“A che scopo? Non mi riconoscerebbe.”
“Hai fretta di scappartene di nuovo in Egitto.”
L’aveva detto in tono di disapprovazione, ma a me non andava di discutere.
“Il mio lavoro è laggiù.”
“Lontano da tutto. Lontano dal mondo.”
“Il tuo mondo, Amy. Il mio è l’Egitto.”
Lei mi guardò con un’espressione di mestizia cha era quasi compatimento.
“Lo so. A volte penso che tu non appartenga alla nostra famiglia.”
Changeling. Verney lo aveva compreso molto tempo addietro.
*
La Valle continuava a essere avara. Durante quella stagione non ci aveva dato che pochi insignificanti cocci, e i turisti che salivano a vedere la tomba di Ramses VI° cominciavano a girare un po’ troppo attorno allo scavo, così decisi di abbandonare temporaneamente quella zona e spostarmi in una valletta laterale, ai piedi della parete rocciosa che ospitava la tomba di Thutmosi III°. Non mi aspettavo di trovare molto, ma qualcosa comunque trovai: un altro sepolcro mai terminato.
*
“Sir!” la voce di Gurgar mi arrivò soffocata dall’imboccatura del corridoio. “Il lordy è qui!”
Non si era neppure preso il disturbo di avvisarmi, e non lo aspettavo così presto. Mi coglieva alla sprovvista, senza lasciarmi il tempo di rendere un po’ più interessante la mia unica scoperta di mesi e mesi di lavoro.
Uscii dalla tomba, sudicio e accaldato, strizzando gli occhi nella luce del sole; e mi trovai davanti Evelyn.
“Buongiorno, Howard.”
Fresca nel suo completo di seta grigio perla, linda e profumata come un neonato il giorno del battesimo. E io con i capelli impastati di polvere e sudore, vestito soltanto di un paio di calzoni frusti e una vecchia maglia di lana, e con le mani ficcate in un paio di grossi guanti da lavoro. Vedendomi, Lord Carnarvon scoppiò in una risata.
“Carter! Sembrate uscito dritto dritto dall’inferno!”
Mi asciugai la fronte sul dorso della mano e il cuoio arido del guanto mi irritò la pelle.
“Thutmosi III°” dissi, scansando i convenevoli. “È la sua tomba.”
Carnarvon mi gettò un’occhiata di blando sospetto e curiosità; forse pensava che mi fossi buscato un colpo di sole.
“Thutmosi? Ma…”
“Lo so.” Indicai la parete rocciosa alle mie spalle. “Lassù è dove stato effettivamente sepolto, la tomba scoperta da Loret vent’anni fa. Questa, invece, è un altro dei tanti ripensamenti dei faraoni, un sepolcro mai terminato.”
Gli spiegai come quel progetto originario fosse stato accantonato a favore di un sito più sicuro, o forse a causa di un acquazzone che aveva allagato la tomba in costruzione. E facevo fatica a esporre concetti pur così semplici, mi confondevo e mi sentivo dannatamente idiota. Potevo incolparne la stanchezza, certamente, perché mi trovavo sullo scavo dalle prime ore del mattino, e ormai era quasi mezzogiorno; ma tutta la mia confusione, ne ero consapevole, dipendeva dallo sguardo di Evelyn fisso su di me, i suoi occhi limpidi e ironici che sicuramente mi stavano valutando. Non che, pure al mio meglio, riuscissi ad avere l’aria del gentiluomo, ma lei non mi aveva ancora visto così malridotto. Arretrai quando si avvicinò ancora di qualche passo, perché non volevo che notasse quanto ero sudicio.
Mi scusai e mi appartai all’ombra di una frangia di roccia, dove c’erano dei barili colmi d’acqua, che tenevamo per lavarci sommariamente. Mi tolsi i guanti e la maglia chiazzata di sudore e immersi le braccia fino ai gomiti, in cerca di un po’ di frescura; l’acqua era tiepida e giallognola, ma sempre meglio che niente. Mentre mi sciacquavo alla meno peggio, cercando di togliermi di dosso la polvere, udii l’esclamazione di Evelyn.
“Oh! Cos’avete sulla spalla?”
Sul momento, a disagio per esser stato sorpreso mezzo svestito, non afferrai di che cosa stesse parlando; poi capii e risposi: “Una scottatura. Ma è vecchia di parecchi anni.”
“È stato quando i ladri di Qurna hanno tentato di uccidervi, vero?”
“Eve!” la richiamò suo padre, sopraggiungendo a passo lesto. “Non importunare il signor Carter.”
Ma lei si avvicinò, fissando la cicatrice sulla mia spalla.
“Curioso! Sembra quasi… una mano.”
Trasalii, facendo un passo indietro, e Carnarvon ripeté: “Eve!” a bassa voce, ma in tono di deciso rimprovero.
“Ma sì! Sembra proprio l’impronta di una mano. Vedi, papà?”
La ragazza, muovendosi leggera, si era portata dietro di me, e posò la sua mano sinistra sulla mia spalla; le sue dita sottili coprivano esattamente i segni rossobruni.
Un attimo eterno. Il suo tocco mi aveva pietrificato. Non ci eravamo mai toccati, tranne quando ci stringevamo la mano per salutarci o casualmente lei mi prendeva sottobraccio. E ora… La sofficità della sua carne contro la mia, senza neppure il fragile diaframma di un guanto di pizzo. Potevo sentire il sangue scorrere attraverso i capillari dei suoi polpastrelli, in accordo con le pulsazioni del mio cuore.
L’espressione sul mio volto doveva essere davvero qualcosa di particolare perché, per la prima volta, vidi Eve arrossire; ritirò la mano e abbassò lo sguardo. Carnarvon, che aveva seguito quella scena con una certa tesa impassibilità, intervenne: “Eve, forse dovresti scusarti con il signor Carter.”
Lei tornò ad alzare su di me quel suo sguardo assolutamente franco e disse: “Spero di non avervi offeso.”
“Offeso? Ma che idea…”
“Vi fa male?”
“Ma no, non più. È una cicatrice talmente vecchia…”
Evelyn sorrise, sollevata proprio come una bambina che abbia temuto di essere punita per la sua impertinenza.
“Scommetto che vi chiedete cosa ci ha portati in Egitto così presto!”
“Be’…”
“Oh, non potete immaginarlo! “La ragazza si voltò verso suo padre ed esclamò: “Diglielo tu, papà!”
Carnarvon si avvicinò e le cinse la vita con braccio, scoccandole uno sguardo complice. “Bisogna che mi rassegni. La mia bambina è ormai in età da debutto, e ha insistito per festeggiare il suo diciottesimo compleanno a Luxor.”
Il sorriso malizioso era tornato a disegnare sulle guance di Evelyn quelle due deliziose fossette che ben ricordavo.
“E se vi rifiutate di farmi da cavaliere, Howard, non ve lo perdonerò mai.”
Come potevo deluderla?
“Basta che non mi chiediate di ballare.”
*
Un raggio di luna, attraverso il pizzo del ventaglio, disegnava una filigrana d’argento sul marmo candido della balaustra. Evelyn si sporgeva a guardare, il viso illuminato dalla luce dei lampioncini che disegnavano ghirlande colorate tra gli alberi, sotto di noi. I suoni della festa ci arrivavano chiari, musica da ballo e brandelli di conversazione. Era tutto per lei; la celebrazione della sua giovinezza, ed Evelyn sembrava goderne quietamente, con il compiacimento di una principessa che riceve l’omaggio dei sudditi.
Io cominciavo a pentirmi di aver accettato il suo invito. Avrei dovuto rifiutare, trovare una scusa qualsiasi. Sapevo a che rischio mi esponevo frequentandola. Quando se ne fosse andata, avrei sentito per la prima volta tutto il peso della mia solitudine. Ma se ne sarebbe andata, sarebbe tornata in Inghilterra; e io avevo bisogno di qualche bel ricordo, una piccola oasi nell’arido scenario della Valle. Non dovevo temere di innamorarmi di lei. Questo non poteva accadere. Eve era soltanto una ragazzina e apparteneva a un mondo che non era il mio. Potevo desiderarla, certo, per un istinto del tutto naturale; perché era bella, giovane e fresca, ma quel desiderio non aveva nulla a che fare con l’amore. E poi, da tempo avevo scoperto di non sapere amare. Ne ero talmente convinto che mi azzardavo a restare solo con lei su una terrazza illuminata dalla luna, con un sottofondo di musica da ballo, e un profumo di fiori così intenso da ubriacare.

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Gloria BarberiL’AUTRICE
Gloria Barberi nasce a Camogli (GE) il 6/9/1955, ma dall’età di 6 mesi abita a Recco, poco più di 3 chilometri dal suolo natìo.
Da sempre appassionata d’arte in tutte le sue forme, dopo un periodo trascorso a scrivere articoli sul rock per le riviste Best e Nuovo Sound, debutta all’inizio degli anni ‘80 sulle pagine delle fanzines SF…ere e Pulp, dedicate alla letteratura fantascientifica e fantasy. Fanno seguito pubblicazioni su numerose riviste e periodici sia amatoriali che professionali, quali: The Dark Side, Gli occhi di Medusa, Diesel, Shining, Yorick, Lore, Urania Millemondi, L’Eternauta, La Gazzetta del Mezzogiorno, Cosmopolitan, Inchiostro, Antarés, e le antologie Fantàsia e Horror Erotico di Stampa Alternativa. Il racconto La notte di san Valentino è apparso in Francia nell’antologia Cosmic erotica successivamente edita in Italia da Fanucci. Presente anche in diverse antologie di autori vari edite da Il Cerchio (Rimini) a seguito di vittorie e piazzamenti al Premio San Marino.
È autrice di due antologie personali: Racconti Notturni edito da Primordia (MI) e Come le bambole di notte (Montedit, MI) e di alcuni romanzi: I Custodi apparso su The Dark Side n° 34; Le viscere del Diavolo (Diesel Extra); Lo specchio scarlatto (Diesel Speciale “Pastiche”).
Nel 1987 collabora alla trasmissione radiofonica Galactica di Radio Time di Scandicci (FI). Da qualche anno si occupa di teatro in veste di attrice/caratterista nella compagnia del Teatro Stabile San Giuseppe di Ruta di Camogli, del quale cura la pagina Facebook, ma anche di autrice. La pièce “Il palazzo della Notte” ha vinto nel 2001 il premio Città di Moncalieri ed ha partecipato in seguito alla rassegna Aquilegia blu (Torino, 2002) nell’interpretazione dell’attrice Franca Berardi.
Tra i premi conseguiti per la narrativa fantastica ci sono il Premio Italia, Lovecraft, Courmayeur e Repubblica di San Marino.
Negli anni ‘90 ha lavorato come traduttrice per la casa editrice Nord e per la rivista esoterica Primordia, oltre che per alcuni privati.
Appassionata anche di poesia, fa parte da diversi anni del gruppo di scrittura “Anna di Vienna” che prevede incontri a cadenza mensile su un argomento a tema e un reading/spettacolo a fine stagione, con lettura di poesie e prosa, siparietti teatrali, proiezioni video e musica dal vivo. Ama “pasticciare” con Photoshop e creare immagini che pubblica sulla pagina facebook Green Mansions.
“Contagiata” da un amico genealogista ha creato anche una pagina sui suoi antenati materni, appartenenti alla comunità valdese di Torre Pellice, che le ha permesso di scavare un po’ più a fondo nelle sue radici. E, ovviamente, non si è fatta mancare una pagina Facebook dedicata a L’occhio sinistro di Horus, romanzo nato con l’intento di raccontare una realtà “alternativa” a quella usualmente sfruttata riguardo il ritrovamento della tomba di Tutankhamon, lavorando molto di fantasia ma entro binari rigorosamente storici, e strizzando l’occhio ai feuilleton di un tempo.
Chi desiderasse approfondire queste notizie può cercare in rete, su Fantascienza.com e altri siti.

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