L’occhio sinistro di Horus 9° episodio di Gloria Barberi

L'occhio sinistro di Horus 9° episodio di Gloria BarbieriIncoscientemente, gustavo le sensazioni che la sua vicinanza mi procurava. Osservavo il gioco dei riflessi sui suoi capelli e le guance: il freddo splendore della luna e la fiamma calda dei lampioncini; argento e oro. Oro brillava anche nella morbida depressione alla base della gola, lo sfolgorio del fermaglio della sua collana che si era girata senza che lei se ne accorgesse; avrei dovuto farglielo notare, ma mi piaceva troppo quel punto di luce annidato nella sua carne. Scintillò come un diamante quando lei rovesciò la testa all’indietro e sospirò.

Lady Evelyne Herbert

Lady Evelyne Herbert

“Howard…” Pronunciò il mio nome con uno strano tono sognante, svagato. Quella sera sembrava muoversi in una sua dimensione irreale, distaccata da tutto; forse perché era felice. “L’avete più visto?”
“Chi?” chiesi, senza comprendere.
“Il dio della luna.”
Provai un leggero brivido.
“No” risposi. “E voi?”
“Neppure io. Forse è perché sono cresciuta?”
“Anni fa eravate sul punto di descrivermelo, ricordate?”
“E la mamma venne per portarmi a letto. Sì, ricordo.”
“Potreste…” Sentii che la voce mi tremava. “Potreste farlo adesso? Ricordate com’era?”
Lei alzò lo sguardo alla luna, e tornò a rovesciare la testa all’indietro, allontanandosi a ritroso dalla balaustra, così che la luce calda dei lampioncini scivolò via dal suo viso. Fu come vederla impallidire.
“Era bello” sussurrò “ma non lo ricordo esattamente. Oro e luce. Questa è la sola cosa…” S’interruppe e mi guardò, sorridendo come a scusarsi. “Sono proprio strane le fantasie che si hanno da bambini.”
“Sì.”
Il suo sorriso, quella sera, era un piccolo arco: ogni volta che si tendeva scagliava una freccia candida e rovente. E masochisticamente indugiavo ad assaporare quel martirio che mi ero imposto, certo che in seguito avrei trovato qualche generosa ed esperta ragazza di Luxor in grado di curare le mie ferite.
“Sapete, Howard, per tutti questi mesi mi avete fatta stare in ansia.”
“Perché?” chiesi, sinceramente stupito.
“Credevo che in una qualche misura foste arrabbiato me. Quando siete tornato dall’Inghilterra avete cominciato a evitarmi.
“Mi sentivo sottosopra.” Il che, da un certo punto di vista, era vero, sebbene la morte di mio fratello c’entrasse soltanto in parte. “E poi, qualche giorno dopo voi siete ripartita.”
“E di nuovo vi siete scordato di scrivermi!” mi rimproverò gentilmente, ma con fermezza.
“È che il lavoro mi prende davvero ogni momento. Sapeste da quanto non leggo un libro o non metto piede in un cinematografo!”
“Ah, questo è davvero grave. Vi consiglio Chaplin. Gioverebbe al vostro morale. Sapete che non vi ho mai sentito ridere? Ridere davvero, intendo dire; di cuore.”
“Non c’è molto da ridere, in questo paese. È aspro, difficile.” Tuttavia lo dissi dolcemente, per non interferire con il sogno che lei stava vivendo quella sera.
“Ma per quanto aspro e difficile sia, voi non avete mai pensato di andarvene.”
“Non è vero” risposi in fretta. Voltai le spalle al giardino, appoggiandomi alla balaustra, e mi accesi una sigaretta. “Ci penso ogni giorno. Ma non è semplice come a dirsi.”
“Ecco perché vi ci vorrebbe una moglie!” esclamò Evelyn con voce completamente mutata. Aveva ritrovato il tono malizioso e ironico da bambina impertinente. “Perlomeno, lei si prenderebbe cura di voi.”
Mi sconcertava. Era come se ci fossero due Evelyn Herbert, l’una pronta a prendere il sopravvento sull’altra senza preavviso e quando meno me l’aspettavo, da non poter mai essere sicuro a quale delle due stessi parlando.
“Cosa?” chiesi stupidamente.
“Questo, per esempio.” Evelyn allungò una mano mi sfilò la sigaretta dalle dita. “Fumate troppo.”
Sorrisi, più che mai a disagio. Mi faceva davvero uno strano effetto vedere qualcuno che si preoccupava per me.
“Immagino che abbiate ragione. Ma adesso potrei riavere la mia sigaretta?”
“Soltanto se mi promettete che per stasera è l’ultima.”
“Non obbligatemi a promesse che so di non poter mantenere.”
“Ah, davvero?” Lei mi fissò per qualche secondo, con aria di sfida. Poi, spavaldamente, si ficcò la sigaretta tra le labbra e trasse una lunga boccata di fumo.
“Eve…” l’ammonii. “Lo dirò a vostra madre”.
“Lei lo sa che fumo.” Ridacchiò la ragazza; quindi, con un gesto ampio, scagliò la sigaretta verso il giardino.
“Manderete a fuoco l’intero Winter Palace.”
Lei si strinse nelle spalle.
“Non me ne importa un bel niente. Dovreste almeno usare un bocchino, come papà. Lui veramente avrebbe dovuto smettere di fumare, dopo l’incidente. Curioso, non ci avevo mai pensato, ma se papà non avesse avuto quel terribile incidente non vi avrei mai conosciuto. Fu proprio per rimettersi che venne in Egitto per la prima volta. Oh, aveva davvero rischiato di morire, il suo cuore si era fermato per qualche minuto…” Evelyn aveva di nuovo repentinamente mutato espressione, il viso era indurito dalla tensione e le mani tormentavano il ventaglio. “Io ero troppo piccola per serbarne il ricordo, ma deve essermi rimasto dentro come… come un’ombra. A volte ho paura e non so perché.”
Non mi aveva mai mostrato il lato fragile del suo carattere, e la voglia di prenderla tra le braccia fu così intensa che per un attimo rischiai di esserne sopraffatto. Avevo già mosso un passo verso di lei, e mi trattenne soltanto la voce di Carnarvon, dalla scala che portava al giardino.
“Ah, vi ho trovati. Eve, adesso comincio a diventare geloso.
Trasalii, ma il tono del conte era scherzoso.
“Si può sapere quali segreti avete da raccontarvi tu e il signor Carter?
Evelyn gli andò incontro e lo baciò, nuovamente serena e allegra.
“Nessun segreto. In realtà stavamo parlando di te.”
“Di’ piuttosto che stavate spettegolando!” E Carnarvon mi guardò, ammiccando.
“Evelyn mi stava dicendo quanto vi vuole bene.”
“Ah, questo lo so!” Il conte abbracciò sua figlia e per un attimo avvertii chiaramente la profondità e l’esclusività del loro legame, un legame fatto di complicità e stima, affetto e comprensione. E nel vederli così abbracciati, sorridenti e sicuri dell’amore che li legava, provai una fitta di gelosia, un senso di rancore per qualcosa che non sarebbe mai stato mio.
*
Ero ritornato a interrogarlo. Il silenzioso e indifferente oracolo di pietra. Sempre con l’assurda speranza che il tempo trascorso dalla mia precedente visita al museo avesse potuto maturare le risposte. Mi trovavo al Cairo per acquistare del materiale necessario al mio lavoro, e avevo agito d’impulso. Ma la statua che raffigurava Tutankhamon restava lo stesso anonimo blocco di pietra che era sempre stata.
E la sala sembrava una necropoli: dovunque erano incisi nomi morti, e date così lontane nel tempo che era difficile immaginare come allora il vento potesse avere lo stesso odore d’argilla bruciata, e le lacrime lo stesso sapore. Eppure non sapevo decidermi a uscire. Ero affascinato dalla qualità dell’aria in quella sala; un che di denso e umido, che sapeva di disfacimento. Dalle ombre degli alti soffitti, a tratti proveniva un rapido frullare d’ali, deboli stridii. I pipistrelli nidificavano in ogni anfratto del vecchio edificio, a loro agio come nel più segreto degli ipogei.
Mossi qualche passo nella sala. In tasca serbavo un altro nome morto: quello di mia madre. Mia sorella mi aveva comunicato la notizia per lettera, a funerali avvenuti, sapendo che un cablogramma non mi avrebbe comunque strappato dall’Egitto. Il fatto che Amy se ne fosse resa conto mi recava un bizzarro senso di conforto, e le ero grato per non avermi imposto la finzione di un dolore che non potevo provare.
Una porta sbatté. Le voci provenienti dal fondo del corridoio mi sorpresero, curiosamente limpide in quell’atmosfera che avrei creduto capace di soffocare anche il tintinnio del cristallo più puro.
“Indubbiamente è una faccenda incresciosa, ma come avete potuto pensare, anche per un solo istante, che io vi fossi coinvolto?”
“Io mi limito a constatare i fatti.”
“I fatti? Monsieur Lacau, chiamateli con il loro nome: calunnie. Calunnie di un losco individuo con il quale ho avuto la sfortuna di trattare una volta… e per conto della Sovrintendenza, badate bene!”
Conoscevo la voce vibrante d’indignazione che risuonava dal fondo del corridoio, avvicinandosi. Il rumore di passi era leggero e affrettato. Mi voltai proprio nel momento in cui i due uomini impegnati nella discussione entravano nella sala.
“Non esiterò a passare a vie legali pur di sbugiardare quella canaglia, credetemi. Non ha lo straccio di una prova, contro di me, non un…” L’uomo che stava parlando in tono indignato s’interruppe, riconoscendomi. “Howard Carter!” Un sorriso stentato ammorbidì l’espressione tesa. “Che piacere rivederti!”

Arthur Weigall

Arthur Weigall

“Arthur Weigall…”
Era stato mio compagno di scavi all’epoca della folle impresa nel sepolcro di Hatshepsut, e non eravamo mai diventati amici, neppure buoni colleghi, ma adesso lui sembrava oltremodo contento di rivedermi; mi strinse la mano con calore ed ebbi l’impressione che fosse in cerca di un alleato, o comunque di una scappatoia da una discussione che, a quanto avevo capito, era piuttosto penosa.
L’individuo che era con lui, un uomo di una certa età dal volto severo ornato da un’imponente barba bianca, mi colpì per l’intensità dello sguardo che mal si accordava alla cautela con la quale ricambiò la mia stretta di mano quando Weigall fece le presentazioni. Pierre Lacau, il nuovo Directeur. In futuro non mi avrebbe permesso di dimenticare il suo nome.
Appariva chiaro che la mia inaspettata presenza aveva risparmiato al mio ex collega qualche momento spiacevole. Quando si congedò da Lacau per “andare a scambiare quattro chiacchiere con il suo vecchio amico Howard Carter”, Weigall non si preoccupò neppure di dissimulare il suo sollievo. Non riuscivo a immaginare cosa potessimo avere da raccontarci, tuttavia lo seguii perché sapevo che altrimenti non sarei stato capace di lasciare quella sala prima dell’ora di chiusura.
Approdammo a una sala da tè, un locale dispendioso per europei, vergognosamente arredato con esotismi fasulli: il classico posto per cui i turisti impazzivano, il fascino dell’oriente addomesticato al gusto occidentale, luccicante e artificioso come la ricostruzione di un teatro di posa. Io mi ci sentivo a mio agio quanto una trota in pieno oceano.
Sedemmo a un tavolino dietro un separé di perle di vetro. Non rammento le battute iniziali della nostra conversazione, probabilmente si limitarono a formali banalità. Ricordo invece il lieve tremito della mano di Weigall, mentre lasciava cadere una zolletta di zucchero nel tè; l’evidente allentarsi di una tensione di cui non m’importava conoscere la causa.
C’era una sottile striscia di luce iridata che divideva a metà la superficie del tavolino, un raggio di sole filtrato attraverso le perle di vetro: era come un confine che dividesse due nazioni contigue ma dagli usi e costumi molto diversi. Non avevamo nulla in comune, io e il mio ex collega, nessun punto di contatto. Finché, del tutto casualmente, alla ricerca di un argomento che mi salvasse dall’imbarazzo del silenzio, non nominai Edward Ayrton. Weigall, che si era portato la tazza alle labbra, trasalì come se si fosse scottato. Vidi chiaramente le sue pupille dilatarsi.
“Come… non hai saputo?” chiese.
“Cosa? L’ultima volta che ho avuto sue notizie era rientrato a Oxford.”
Weigall appoggiò il cucchiaino accanto alla tazza, con cura esagerata, e disse senza guardarmi in faccia: “ È morto”.
L’aristocratico Ayrton, sicuro di sé, avviato a una brillante carriera… Ero sconcertato.
“La guerra?”
“No, è accaduto prima. Un incidente, una gran brutta faccenda.”
Weigall bevve un sorso di tè. Era evidente che non aveva voglia di parlarmene. Notai una leggera contrazione ritmica agli angoli dei suoi occhi, come se stesse resistendo all’impulso di serrarli con forza. Sapevo quanto lui e Ayrton fossero legati, ma nel suo turbamento c’era di più del dolore per la perdita di un amico.
“Ma com’è successo?” insistetti. “Dove?”
Lui strinse le labbra. Pensai che non mi avrebbe risposto, ma poi disse: “A Ceylon. Si trovava là su incarico dell’Archeological Survey. C’è stato un incidente durante una battuta di caccia.” Scosse la testa. La sua voce era incerta come se gli avessero appena comunicato la tragedia. “Mi aveva scritto soltanto un mese prima; diceva di avere nostalgia dell’Egitto e che non appena se ne fosse presentata l’occasione sarebbe tornato.”
Era vera e propria angoscia, non mi potevo sbagliare, quella che traspariva dall’atteggiamento di Weigall. Le mani gli tremavano di nuovo, me ne accorsi da come le nascose in grembo, congiungendole e intrecciando le dita con forza.
“Pensavo che ne avessi sentito parlare. Ci sono state delle… chiacchiere, al proposito.” Aveva abbassato la voce, come se qualcuno degli svagati turisti attorno a noi potesse trovare interesse nei nostri discorsi.
“Cosa intendi?” chiesi. “Hai appena detto che si è trattato di un incidente di caccia.”
“Sì, ma molti particolari non furono mai chiariti.” Weigall fece una pausa e trasse un lungo respiro prima di continuare: “Trovarono il suo cadavere, insieme a quello di un amico, sulla sabbia di una laguna. Dapprima la polizia disse che erano stati attaccati da un gruppo di banditi, ma i fucili che si trovavano lì accanto non avevano sparato un colpo e sui corpi non c’era traccia di violenze. Alla fine, la versione ufficiale fu “morte per annegamento”, dovuta al rovesciamento della barca su cui i due erano usciti a caccia. In seguito, però, venni a sapere che dall’autopsia non risultava acqua nei polmoni. E qualcuno disse che sulle facce dei cadaveri c’era un’espressione… come se fossero morti di terrore.”
Dovevo apparire assolutamente incredulo, perché Weigall mi rivolse un brutto sogghigno nel quale il sarcasmo dissimulava appena la tensione.
“Lo so cosa stai per dirmi: chi scava in terra d’Egitto non muore nel proprio letto. È una vecchia leggenda. Ma non si tratta di questo. Ayrton…” Weigall si passò una mano sulla bocca, e io non compresi se quel gesto fosse un tentativo estremo per impedirsi di raccontarmi cose di cui avrei riso, o finalizzato soltanto ad asciugare il sottile velo di sudore sul labbro superiore. “In una lettera mi parlò di alcune… persone che si erano messe in contatto con lui a Oxford. Dapprima per mezzo di strani messaggi, in seguito tramite un individuo al quale lui si riferiva come Frater Perdurabo.”
L’improvvisa sferzata di dolore mi accecò. Il rumore della porcellana che andava in frantumi si ripercosse nel mio cervello come l’eco di uno sparo. Quando recuperai la vista, una piccola pozza di tè andava allargandosi verso il sottile confine iridato tracciato al centro del tavolino. Il piattino, sotto la tazza rovesciata, era spaccato in due metà quasi perfette. Alzai lo sguardo. Weigall mi stava fissando sconcertato, ma non disse nulla. Con mani rese incerte dal tremore cercai di raddrizzare la tazza. Il manico si era staccato di netto. Pensai che era davvero un bene che ci trovassimo seminascosti alla vista degli altri dietro il paravento di perline di vetro.
“Credo di aver combinato un guaio” balbettai scioccamente.
Sentii la mano di Weigall artigliarmi il braccio.
“Carter, in nome del Cielo… cosa ne sai di questa faccenda?”
“Io… cosa?”
Guardai la sua mano: contro la stoffa scura della manica sembrava un enorme, pallido scorpione.
“Se sei al corrente di qualcosa o soltanto hai dei sospetti…”
Feci un debole cenno di diniego, muovendo appena il capo. Come un idiota, cercavo inutilmente di risistemare sulla tazza il manico spezzato, e pensavo che probabilmente non ci riuscivo perché stavo usando la mano sinistra. Non potevo muovere il braccio destro, imprigionato nella stretta di Weigall, ma la mia mano sinistra era incredibilmente pesante, come se l’anello che portavo al mignolo fosse stato di ferro, e la superficie del tavolo una grande calamita che l’attirasse verso di sé.
“Cosa dovrei sapere?” bisbigliai. “ È soltanto che non… non mi sento troppo bene.”
“Questo è evidente.” Gli occhi di Weigall mi scrutavano, vigili come quelli di un cobra. “Cosa ho detto per sconvolgerti tanto?”
Provai a liberarmi dalla sua mano, anche se temevo di non averne la forza, e con mia sorpresa ci riuscii al primo strattone. “Io non posso sapere cosa è accaduto a Ayrton” dissi, con voce più ferma.
“Carter, per l’amor di Dio!” proruppe Weigall protendendosi verso di me. “Io sono certo che Edward si fosse impelagato con gente poco raccomandabile, membri di una setta esoterica, o qualcosa del genere. Se tu sai di che si tratta, hai il dovere di dirmelo!”
Respirai profondamente un paio di volte e sentii che la mente si schiariva, e il sangue ritornava a circolarmi nelle vene a un ritmo quasi normale.
“Io non ho proprio alcun dovere” risposi. “Ayrton è morto, non possiamo più essergli di aiuto. Avrebbe dovuto fermarsi in tempo, o forse… forse andare fino in fondo.”
Un’espressione di disgusto dilagò sul viso sudato di Weigall.
“Si direbbe che parli per esperienza.”
Mi alzai scostando lentamente la sedia.
“Le mie esperienze sono un fatto personale che non intendo discutere con nessuno, men che meno con te, signor Weigall. E, come ti ho detto, non c’è più niente che possiamo fare per Ayrton. Neppure se conoscessimo il nome del suo assassino.”
Non gli lasciai il tempo di replicare. Avevo bisogno di aria. Lui non mi seguì, doveva ripagare il danno che io avevo fatto; in ogni senso.
Sotto il sole dell’autunno egiziano rabbrividii. Erano passati più di quindici anni, ma non potevo dimenticare. E lui? Frater Perdurabo non dimentica, è sempre con te, dentro di te, in ogni tuo respiro… La sentenza di Spare, attraverso una calda nebbia oppiata. Una sentenza di morte. Tornerà a reclamarti quando i tempi saranno maturi.
Avevo paura di quello che poteva significare.
*
Rocce, sassi, lo scorticante calore di una bolgia infernale: era quello il mio regno. Nella Valle avevo sempre sentito di essere al posto giusto, ma adesso un vago senso di repulsione cominciava a insinuarsi in quella familiare sensazione. La Valle era diventata una malattia, quel genere di insana passione che si prova per un’amante che ci sta consumando ma non si riesce a lasciare. La Valle era un vampiro, una lamia, un incubo. Non potevo vivere senza di lei, pur sapendo che avrebbe finito per uccidermi.
Si prendeva gioco di me. Per quattro estenuanti stagioni non avevo fatto che spostare tonnellate di detriti, ma la roccia sottostante si rivelava nuda; innocente, avrei detto, e del tutto priva di segreti.

Pierre Lacau e Howard Carter

Pierre Lacau e Howard Carter

A volte ero così scoraggiato che sedevo inerte e assente per ore nel mio “castello”, senza trovare la forza per recarmi agli scavi. Stavo cominciando a diventare trascurato anche nel mio lavoro, oltre che nell’aspetto. Sempre più spesso trasgredivo al mio metodo d’indagine, del quale ero andato tanto fiero anni addietro, e mandavo gli operai a scavare qua e là, a casaccio, affidandomi alla fortuna. Ero come un cacciatore o un investigatore che cominci a temere di aver seguito una pista falsa, e allora il dubbio e l’incertezza mi spingevano ad agire in modo irrazionale e disordinato.
Mi capitava a volte di sorprendermi a pensare all’Inghilterra, alla vita che avrei potuto avere se non fossi mai venuto in Egitto. Una monotona carriera di disegnatore, una moglie e dei figli, un’esistenza preordinata e tranquilla; magari avrei già avuto persino dei nipoti. Invece, le sole cose che la carriera di archeologo mi aveva regalato erano l’incertezza e un mucchio di detriti. Bilancio un po’ magro, per i miei quarantasei anni.
Ma sognare l’Inghilterra mi appariva come una specie di tradimento. Io avevo sposato l’Egitto, tanti anni addietro, gli avevo giurato fedeltà, e il sigillo del patto lo portavo al dito. Ma avevo avuto alternative? No. Era stato l’Egitto a scegliere me, e non viceversa. Un matrimonio combinato in cielo dagli dèi dispettosi. E io avevo accettato tutto quanto, supinamente, senza mai ribellarmi, senza neppure tentare di diventare l’artefice del mio destino. Ma, se davvero lo volevo, potevo essere ancora in tempo. Magari, senza proprio abbandonare del tutto quel paese, perché no, ma lasciando perdere gli scavi… Potevo dedicarmi al commercio dei reperti archeologici, l’avevo già fatto, e di tanto in tanto mi capitava di agire da intermediario per conto di qualche ricco turista in cerca di antikas; un lavoro piacevole e ben remunerato. Se soltanto avessi avuto un po’ di buonsenso, come erano soliti dirmi Petrie e Gaston Maspero. Ma Petrie era lontano, e il mio ami era morto da tempo. E il buonsenso era una dote che non avrei mai sviluppato; non faceva parte del mio bagaglio genetico.
Quando mi perdevo in questa pozzanghera di elucubrazioni, invischiandomi tra le alghe fradice dei “se” e dei “forse”, l’emicrania mi assaliva con tanta violenza da darmi la nausea.
Ero in preda a una di queste crisi il giorno in cui Herbert Winlock, che non vedevo da qualche anno, venne a bussare alla mia porta.
*
“Avevo pensato di scrivervi, ma poi ho deciso che era meglio venire di persona. Dovevo assolutamente discuterne con voi. È una scoperta straordinaria.”
Guardavo i fogli con i risultati dei suoi studi, che aveva sparso sul tavolo davanti a me, e quelle linee di parole chiaramente dattiloscritte in inglese sembravano contorcersi sotto al mio sguardo come grafia ieratica. Chiusi gli occhi e premetti con forza i polpastrelli sulle palpebre, cercando di scacciare il dolore che mi stordiva.
“Cos’è? Non ci capisco un accidente.”
“Ricordate il materiale ritrovato da Davis in quella buca non lontano dalla tomba di Sethi II°? L’avevo comprato per il museo e poi me ne sono dimenticato per tutti questi anni. È soltanto per caso che sono tornato a esaminarlo. Howard…” Winlock mi posò una mano su un braccio. “È la prova! La tomba di Tutankhamon è davvero là.”
“Come?”
Mi sembrava che le sue parole fossero puro suono, prive di significato.
“È così. Ci sono cartigli con il suo nome dappertutto, sui vasi e le fasce, insieme ai sigilli della necropoli. Non c’è dubbio, si tratta di materiale impiegato per i riti funerari.” Winlock tamburellò con l’indice sui fogli. “Qui, vedete? Questi sacchetti pieni di natron, e quegli strani resti: ossa d’animali, corone di fiori… Avanzi dei sacrifici e del banchetto funerario.”
Fissavo i fogli massaggiandomi le tempie. Aspettavo che il senso di quanto Winlock andava dicendo raggiungesse il mio cervello esausto.
“Ora nessuno potrà più dire che voi e Carnarvon vi siete buttati in un’impresa senza scopo!” Winlock era raggiante, ma la mia totale apatia spense l’entusiasmo nei suoi occhi. “Che vi succede Howard?” mi chiese a bassa voce.
Mi passai stancamente le mani sul viso.
“L’ho frugata da cima a fondo, questa maledetta valle, ho scavato più buchi io di una talpa. E il risultato è zero.”
“Howard!” Winlock mi afferrò una mano e la strinse forte, in un gesto appassionato. “Non mollare! Non puoi farlo proprio adesso!”
Era la prima volta che mi trattava con tanta aperta familiarità, e gli ero grato per l’entusiasmo e la fiducia che dimostrava riguardo alla mia impresa, ma non riuscivo a lasciarmi coinvolgere. Per lui era facile sognare ancora, su di lui non pesavano le disillusioni di tante stagioni infruttuose.
“Hai ragione” mormorai “ non posso mollare. Ma non ha nulla a che fare con la mia volontà.”
Winlock mi rivolse un sorriso comprensivo.
“Vieni a trovarmi in albergo a Luxor. Ho l’impressione che tu abbia bisogno di un pasto decente.”
“Oh, non è per quello… Carnarvon mi manda regolarmente forniture dall’Inghilterra, e il mio servo Abdal è un ottimo cuoco. È che non riesco a dormire.”
“Non mi meraviglia, questa baracca è un forno.”
Quel suo atteggiamento protettivo e premuroso mi riusciva quasi insopportabile, ma sapevo che non aveva torto. Herbert Winlock era uno dei pochi amici che avessi, ma neppure l’amicizia poteva essermi di sostegno in quella lotta che avevo intrapreso contro la Valle e che, me ne rendevo conto, si era trasformata in una lotta contro me stesso.
*
Dov’è il mio servo prediletto, colui che amavo come un fratello?
La voce era dolce e piena di malinconia. Non riuscivo a vedere chi stava parlando, perché si trovava alle mie spalle, e davanti a me c’era soltanto luce. Ma non abbagliante; era come il primo sole attraverso la foschia. Desideravo voltarmi e scoprire chi mi sussurrava all’orecchio, ma non riuscivo a muovermi. Tuttavia, questo non mi spaventava. Dentro di me, era come se nervi e muscoli non avessero mai conosciuto nessuna tensione; ero perfettamente rilassato, quasi sereno, tranne che per una lieve e quasi dolce ombra di struggimento. Mi sentivo come se avessi pianto a lungo lavando lacrima a lacrima ogni risentimento e amarezza.
Un contatto delicato sulla mia spalla destra, quasi la carezza di una zampa felina, tepore di carne soffice. Anche se i miei occhi erano pieni della morbida luce dorata, e senza neppure voltare la testa, potevo vedere la mano posata sulla mia spalla: pelle sericamente bruna contro la mia troppo pallida, il polso sottile ma non fragile, le dita affusolate. Non era la mano di Evelyn. Una goccia di metallo fulgido splendeva all’anulare, l’occhio di Horus spalancato vigile sull’eternità.
La mano si mosse lievemente sulla mia spalla. Una saetta azzurra scoccò dalla pupilla di lapislazzuli, colpì la foschia dorata. Un’esplosione accecante.
Mi risvegliai di soprassalto e per poco non caddi dalla sedia. Mi ero addormentato con la testa sul tavolo. Sotto le braccia incrociate, che mi avevano fatto da cuscino, frusciavano i fogli con i dati di Winlock.
Il vento percuoteva la precaria struttura della cupola come cercasse di spazzarla via, e sembrava che di fuori infuriasse un grande incendio azzurro. Stava per scatenarsi uno di quei rarissimi e devastanti temporali che con cadenza decennale si abbattevano sulla Valle dei Re.
Mi alzai con movimenti torpidi. Avevo la spalla e il braccio destro indolenziti, e la camicia mi si appiccicava alla schiena. Uscii nella notte abbagliante. Era uno spettacolo terribile e affascinante. Il temporale galoppava verso di me sul suo immane carro da guerra fatto di nembi, tirato da pariglie di fulmini imbizzarriti. Il vento aveva odore di metallo rovente.
La prima raffica di pioggia s’abbatté come un colpo di mannaia; pesante, tagliente, gelida. Non mi mossi, accogliendola con gioia. Lentamente spalancai le braccia e rovesciai la testa all’indietro, lasciando che l’acqua mi scorresse lungo il viso e il corpo, a inzupparmi i capelli e gli abiti. Il ventre di Nut, dea del cielo, si era squarciato e il Nilo celeste si riversava sulla terra.
*
L’estate inglese era nel suo pieno, sugli smaglianti prati di Highclere in mezzo ai quali lo splendido edificio si ergeva sereno e irreale come un castello fatato. O, perlomeno, così mi era sempre apparsa la dimora del conte di Carnarvon nei miei brevi soggiorni, una sontuosa oasi di frescura e quiete. Ma adesso non era che l’ombra scura di una minaccia che mi ingoiava lentamente, mentre mi avvicinavo.
Il messaggio di Carnarvon mi aveva raggiunto a Londra, nella mia casa di Albert Court, dove mi ero rifugiato per i mesi estivi nella speranza che il clima più fresco mi liberasse da insonnia e mal di testa, in attesa della seguente stagione di scavi. Era un messaggio laconico, la semplice richiesta di un colloquio, e avevo paura di quello che poteva significare.
Carnarvon mi ricevette nel suo studio, tra pile di libri e i preziosi esemplari della sua collezione di antichità che io non avevo contribuito eccessivamente ad arricchire; e dopo qualche distratto convenevole, cominciò: “Quello che ho da dirvi è piuttosto penoso, mio caro Carter, e ho riflettuto a lungo prima di prendere questa decisione. Ma sapete anche voi quali sono le difficoltà di questo dopoguerra. La stessa Highclere rischia di trasformarsi in un peso eccessivo per le mie finanze”.
Sedevo in una poltrona dall’alto schienale foderato di cuoio, e mi sentivo come un condannato a morte sulla carretta che lo conduce al patibolo. Quelle parole le avevo sentite decine di volte nei miei incubi peggiori.
“Ho calcolato che la nostra avventura archeologica è venuta a costare qualcosa come venticinquemila sterline; un bel prezzo, ne converrete, per qualche decina di vasi d’alabastro e un numero imprecisato di cocci assortiti.”
Nonostante la finestra che dava sul parco fosse spalancata, io mi sentivo soffocare in quell’atmosfera che sapeva di legno pregiato, di cuoio e dell’oro zecchino sui dorsi dei vecchi volumi. Neppure negli ipogei più profondi e angusti avevo provato una tale sensazione di soffocamento.
“Ma abbiamo i risultati degli studi di Winlock” mi sentii dire, e la mia voce suonava piatta e priva di convincimento, come se tutti i velluti e i legni pregiati assorbissero ogni intonazione di fiducia, ogni slancio.
“Non sono una prova sicura, checché ne dica il signor Winlock. Carter, io capisco benissimo quello che provate…”
E come poteva? Lui non si era mai sporcato le mani con la terra, non aveva mai strisciato come un verme nei cunicoli e respirato la polvere degli escrementi dei pipistrelli. Non era con lui che la Valle aveva un conto aperto.
“Quanti anni sono che lavorate per me, Carter?” Era logico che non se ne ricordasse, aveva altre date e ricorrenze più piacevoli da celebrare a champagne. Ma io avrei potuto dirgli non soltanto l’anno ma il giorno esatto e l’ora del nostro primo incontro nell’ufficio di Maspero. “E in questo periodo credo di avervi dato ampie prove della mia fiducia. Io vi stimo molto, ma non ha più senso perseverare in questa impresa. Siate saggio, rassegnatevi come ho fatto io.”
“Lasciatemi fare ancora un tentativo.” Avrei forse dovuto chiederglielo in tono implorante, ma la mia voce suonava completamente atona.
Carnarvon scosse la testa. Mi sembrava pallido e stanco, ma anche determinato.
“Non rendetemi tutto più difficile, per favore. Cercate di capirmi. Ultimamente ho anche avuto dei problemi di salute e… No, non intendo buttare neppure un altro scellino in questa impresa fallimentare.”
Mi sfuggì un sospiro che era più che altro un lamento; e solo allora lui mi guardò direttamente, con un’espressione di stupore misto a compassione.
“E poi” aggiunse “dove vorreste ancora scavare?”
Trassi dalla tasca della giacca la mappa consunta e spiegazzata, tutta sfregiata da crocette e appunti, e mi alzai per stenderla sulla scrivania. Indicai un cerchio rosso.
“Ricordate le fondamenta delle capanne davanti alla tomba di Ramses VI°?”
I suoi occhi chiari mi guardarono da sotto in su.
“Ebbene? Non è la zona che avete esaminato nel corso della prima stagione?”
“Sì, ma fui costretto a interrompere i lavori per non trovarmi i turisti tra i piedi, e in seguito ho cercato altrove. Certamente ho commesso un errore. Adesso, la sola cosa che mi resta da fare è rimuovere quelle fondamenta e vedere cosa c’è sotto.”
Carnarvon restò a fissare la mappa per qualche attimo, in silenzio, i gomiti puntati sul bordo di essa e le mani congiunte; poi sospirò rumorosamente.
“No. Ho chiuso con l’archeologia. Basta. Non chiederò il rinnovo della concessione.”
“Non…” “Non potete farmi questo”, stavo per dire, ma mi rimangiai in tempo quella dichiarazione di debolezza. Mi appoggiai alla scrivania, con le mani premute sulla mappa, le dita aperte; tra indice e medio della destra c’era la zona incorniciata nel cerchio rosso, la punta estrema del triangolo. “Ascoltatemi. Tutto ciò che vi chiedo è di lasciarmi utilizzare la concessione e il materiale per una stagione ancora. Una soltanto. Finanzierò personalmente lo scavo. Ho qualcosa da parte, e se vendo la mia piccola collezione di antichità posso farcela.”
Lord Carnarvon mi fissava con un’espressione che non riuscivo a definire. Incuriosito, forse, come se scoprisse in me qualcosa di fino ad allora insospettato. Quindi chiese: “Perché?”
“Perché è tutta la mia vita.”
Lui restò a guardarmi ancora per un attimo, senza dire nulla, poi si alzò e andò alla finestra. Notai che camminava a fatica, con le spalle curve.
“Ho girato il mondo in lungo e in largo” lo sentii mormorare “e ho conosciuto i più bizzarri esemplari del genere umano: avventurieri, fanatici, santi e canaglie, ma giuro che mai… Da quale dèmone siete posseduto, Carter?”
Scossi la testa, anche se lui non poteva vedermi.
“Lo sapete che adesso, con Lacau alla direzione della Sovrintendenza, se anche trovassimo qualcosa dovremmo faticare non poco per far valere i nostri diritti? E voi non avete più alleati, tra quella gente.”
Non risposi. Al momento era un particolare di nessuna importanza.
Carnarvon si voltò. “D’accordo” riprese, e la sua voce suonava più forte e chiara. “Dio solo sa perché, forse la vostra pazzia è contagiosa… ma avrete un’altra stagione, Carter. L’ultima.”
Chiusi gli occhi per un istante. Il sollievo era tale da darmi le vertigini. Non riuscii neppure a mormorare un ringraziamento. Raccolsi la mappa cincischiata e la ripiegai con cura. Ero già sulla porta, quando Lord Carnarvon aggiunse: “Arrivederci nella Valle, Howard. E a mie spese”.
Uscii in corridoio, e mi sentivo come ubriaco. Stringevo ancora la mappa tra le mani. Adagio, con movimenti goffi, me la infilai in tasca.
“Howard…” Una porta in fondo al corridoio si era aperta, e la figuretta di Eve era inquadrata nel rettangolo di luce. “Com’è andata? Cosa vi ha detto mio padre?” Doveva essere stata tutto quel tempo a origliare in attesa che io uscissi.
“Buongiorno, Evelyn” la salutai.
Era bellissima. Indossava una gonna azzurra e una camicetta candida aperta sulla gola a rivelare un sottile filo di perle contro la pelle leggermente abbronzata. Senza riflettere, fui accanto a lei e le presi le mani; erano morbide e fresche e desideravo tanto premermele sulla fronte e le guance… Dovevo apparire completamente stravolto perché la voce di Evelyn tremò nel chiedere: “Ha deciso?”
“Ancora una stagione.”
“Che tutti gli dèi dell’Egitto siano ringraziati!” Il sollievo le illuminò il viso, rendendola radiosa. “Oh, sono così felice!”
Mi gettò le braccia al collo, ridendo, come una bambina. I suoi capelli mi sfiorarono il viso con il loro lieve, stordente profumo. Non riuscii assolutamente a reagire e allontanarla da me come sarebbe stato giusto. Ero annientato dalla tensione del colloquio con il conte, e adesso lei tra le mie braccia…
“Howard, ma voi tremate!” Mi guardava, commossa e preoccupata, tenendomi le mani sulle spalle. “Ma andrà tutto bene, lo so. Ce la farete.” Mi prese per mano. “Su, venite, vi farò servire una buona tazza di tè.”
Non mi mossi. “Eve, non posso. Devo andare.”
“Non vi tratterrò più a lungo di una mezz’ora, lo giuro.”
“No, devo andare. Davvero.”
Lei aggrottò le sopracciglia in un’espressione contrariata.
“Voi lo negate, ma sembra proprio che cerchiate in tutti i modi di evitarmi.”
“Ma non è così, ve l’assicuro.” Come spiegarle il mio turbamento senza spaventarla e allontanarla definitivamente da me? Non potevo rinunciare alla sua freschezza, per me era come un balsamo.
“Lo so, lo so, sono una rompiscatole. Ma un po’ è anche colpa vostra. Dovreste dirmi sinceramente quando v’importuno. Io voglio soltanto esservi amica.”
“Questo lo so, Eve.”
Lei ritrovò il sorriso.
“E allora… lo accettate o no, un tè da un’amica?”

note:
(1) Ozymandias, Percy Bhysse Shelley.
(2) Lamentazione dell’arpista cieco (2100 a.C.)

 

OTTAVA ORA DELLA NOTTE
(Il volo del falco)

Simile a un grande falco d’oro
che esce dal suo uovo,
io spicco il volo verso il cielo.
Come un grande falco d’oro
io mi libro nel cielo.
Il mio dorso misura quattro cubiti
e le mie ali risplendono
come smeraldi del Sud.

(Libro dei Morti, capitolo LXXVII)
Giunsi al Cairo nella dolcezza dell’ottobre inoltrato. Al Qahira, “La Vittoriosa”, sembrava adattarsi con il suo inconfondibile carattere alle mie sensazioni di quei giorni: esaltazione quieta e un senso di fatalità e accettazione, come nelle linee pure di moschee e minareti; determinazione rispecchiata nel saldo baluardo del Moqattan e la cittadella, da dove lo sguardo può distendersi sino alla maestosità delle piramidi; e l’irrequietezza quasi gioiosa delle strade, dove la vita espone se stessa in tutte le sue manifestazioni, dalle più geniali alle più sordide, senza pudore.
La mia ultima stagione. La consapevolezza di ciò non mi spaventava. Non mi chiedevo cosa ne sarebbe stato di me da lì a sei mesi. Avevo già ottenuto la mia vittoria: continuare. Mi sembrava di non avere neppure fretta di raggiungere Luxor. Forse non era dovuto a tranquillità, il mio atteggiamento, ma a un residuo di timore che non volevo ammettere. Forse, seguivo semplicemente il gioco del destino.
La città era un unico grido sfaccettato di mille intonazioni: richiami di venditori, incitamenti di asinai, strilli di bambini, preghiere, versi di animali. L’antico respiro del Nilo soffocava tra gli odori del cibo cotto sulla strada, dello sterco, e di indefinibili marciumi, che si mescolavano ad antichi profumi di spezie.
Mi lasciavo portare dalla corrente. Il bazaar era il grande fiume nel quale si riversavano affluenti di folla, un fiume pieno di rapide e gorghi e altre insidie rappresentate da tutti quei venditori invadenti che ci si ritrovava tra i piedi a ogni passo, mendicanti, tagliaborse e imbroglioni a caccia di turisti sempliciotti. Non so davvero come fu che, in quel grande frastuono, riuscii a percepire una singola nota, purissima. Il canto di un uccello.
C’era un venditore di volatili, non lontano da me, attorniato da ragazzini mezzi nudi che facevano ressa attorno alle gabbie dove starnazzavano galline e tubavano colombe bianche come fiocchi di neve. Il venditore, un uomo che portava un turbante rosso, stava di spalle davanti a una voliera che sembrava colma di irrequieti frammenti d’arcobaleno, un caleidoscopio vivente.
Mi avvicinai, affascinato. Il canto di tutte quelle bestiole risonava come pioggia fine su un cristallo, e la nota più pura scaturiva dalla gola di un piccolo canarino giallo.
“Ehi” feci rivolto al venditore “senti…”
Lui si volse lentamente, un movimento che aveva tutta la solennità dell’indolenza orientale.
“Dimmi, effendi.”
Il cuore mi si strinse nel petto come un pugno. Quei capelli assolutamente candidi e la barba fluente, il nobile volto da profeta e gli occhi… gli occhi che erano come quelli di Horus sui soffitti delle tombe.
“Sì, effendi?” La voce vibrante come la corda di uno strumento costruito nel legno più elastico…
“Io ti conosco” mormorai, pur sapendo quant’era assurdo. Non poteva trattarsi che di una banale somiglianza, per quanto sconcertante, perché il vecchio che mi aveva dato l’anello a Luxor, quasi trent’anni prima, a rigor di logica doveva essere morto da un pezzo.
“È probabile, effendi. Sono qui da una vita. Eh sì, è proprio tanto tempo.” Gli occhi scuri mi fissavano, acuti come quelli di un falco. “Desideri comprare un uccellino?”
“Sì, certo. Quel canarino.”
Il sorriso sorse lento a illuminare il viso scolpito dalle rughe. Come l’alba sullo scenario devastato della Valle, pensai.
“Ah, è una buona scelta! Davvero una buona scelta. Ha una voce che è una preghiera agli antichi dèi.”
Il suo modo di parlare era sconcertante, per un musulmano.
“Che ne sai tu degli antichi dèi?” gli chiesi.
“Io so riconoscere negli occhi di ogni uomo qual è il dio che lo guida” rispose il vecchio, aprendo lo sportello della voliera. Mise dentro la mano, e il canarino andò docilmente a posarsi sul suo dito indice.
“Dimmi il nome del mio dio, allora.”
“Tu già lo conosci.”
Una conversazione assolutamente irreale. Ero caduto nella trappola di un altro sogno. Il mondo attorno a me si muoveva frenetico e in assoluto silenzio come le immagini su una pellicola cinematografica.
“Io posso vederlo anche adesso, il tuo dio” continuò il vecchio. “Lui tiene la sua mano sulla tua spalla.”
Attesi la familiare stilettata di dolore attraverso le tempie, l’attimo di cecità che accompagnava i miei vaneggiamenti, ma questa volta non accadde. Guardai il vecchio mettere il canarino in una gabbia dorata.
“Soprattutto, effendi, ricorda questo: non cercare altre vie. Accetta, come stai facendo adesso, di percorrere il sentiero sul quale il tuo dio ti ha posto. Ecco, prendi.”
Mi porse la gabbia. Io mi frugai in tasca alla ricerca del denaro, ma lui mi fermò con un gesto.
“No. Tu hai già pagato. E ancora dovrai pagare. Molto.”
Mossi le labbra per dire qualcosa; una formula magica che spezzasse l’incantesimo.
“Non fare domande, effendi. Non sono io a possedere le risposte.”
Non mi sarei meravigliato più di tanto se a quel punto fosse scomparso in una nuvola di fumo; e invece continuava a starsene lì, sotto ai miei occhi, concreto nella sua galabia di cotone ammorbidito dall’uso.
Sopraggiunsero due donne ed ebbe inizio un prosaico e rumoroso mercanteggiamento attorno a una gallina. E, adesso, davanti a me c’era soltanto un vecchio venditore ambulante con la sua merce. Lasciai il bazaar con il canarino giallo nella gabbia dorata. Mi sembrava davvero di avere una mano appoggiata sulla spalla destra, a guidarmi.
*
Il giorno ventotto ero a Luxor. Ahmed Gurgar, al quale avevo inviato un messaggio prima di lasciare l’Inghilterra, mi aspettava insieme ad altri quattro capisquadra che avevano lavorato con me nelle passate stagioni. Appena vide la gabbia con il canarino, Gurgar rise tutto soddisfatto ed esclamò: “Un uccello d’oro! Infinita fortuna, sir! Sì, fortuna infinitissima!”
Per una volta tanto mi sentivo disposto a fidarmi delle sue superstizioni.
*
Per il primo di novembre ero riuscito a rimettere insieme un numero sufficiente di operai, e potevo dare inizio ai lavori. Il primo colpo di piccone si abbatté sulle antiche fondamenta in pietra, in perfetta sincronia con una pulsazione del mio cuore.
*
Il silenzio pesava sulla Valle come un drappo funebre, la mattina di quel quattro novembre del 1922. Il cielo era già platino e rosa, ma la prima luce del sole rischiarava appena la Cima, e in basso le ombre erano ancora dense e violette. I fellah, insaccati nelle loro ampie galabie informi, sembravano fantasmi sorpresi dall’alba. Stavano tutti attorno alla zona dello scavo, adulti e bambini, e non si sentiva una voce o il rumore di un piccone. Provai una stretta allo stomaco che mi diede quasi la nausea. Senza dubbio si era verificato qualche incidente. Smontai dall’asino e mi avvicinai a piedi, riluttante.
“Sir!” Gurgar mi corse incontro. “Venite a vedere, sir!” Nella sua voce c’era un’urgenza che non avevo mai udito.
Con il cuore in tumulto mi feci largo tra quella folla spettrale, e seguii con lo sguardo il dito bruno di Gurgar che indicava…
“Là, sir? Vedete?”
Uno scalino. Era proprio uno scalino, tra i mucchi di terra smossa. Uno scalino di pietra.
Mi guardai attorno, nel cerchio di visi impassibili.
“Un badile!” gridai. “Datemi un badile!”
Non sarei certo potuto restarmene con le mani in mano a guardarli, avevo bisogno di muovermi, partecipare fisicamente. Mi tolsi giacca e gilet e mi aggrappai a quel badile come fosse la mia ancora di salvezza.
“Avanti, dateci sotto.”
“Sì, sir!”
Gurgar era raggiante. Da quanti anni lo conoscevo? Era stato testimone di tante speranze e delusioni, in un paio di occasioni mi aveva persino salvato la vita; e forse adesso, trovando quello scalino, me l’aveva salvata per la terza volta.
*
Per il pomeriggio del giorno seguente i detriti accumulati attorno alla zona erano stati completamente rimossi, e il disegno dei primi scalini si rivelava netto e preciso. Dovevo fare sforzi disperati per dominare l’impulso di gridare incitamenti ai miei uomini, ben sapendo quanto impazienza e fretta siano controproducenti in uno scavo archeologico. Ma mi sembrava di dirigere una squadra di sonnambuli, lenti e del tutto indifferenti all’ansia che mi bruciava più del sole a picco sotto il quale lavoravamo.
La scalinata si rivelava, pollice a pollice, inoltrandosi in una galleria alta all’incirca dieci piedi e larga sei. Lo stile era inconfondibile, diciottesima dinastia, e in quel momento la speranza era un nemico contro il quale dovevo lottare con tutta la fermezza di cui ero capace. Non volevo concedermi illusioni. Ricordavo fin troppo bene il timbro della risata di Hatshepsut quando, nel suo sepolcro, avevo rischiato di raggiungerla all’Occidente; e la replica della beffa anni dopo, nella tomba rupestre.
E se in fondo a quella gradinata non si fosse affatto trovata la tomba di un re, ma soltanto un altro corridoio ingombro di detriti, un altro ipogeo mai terminato oppure interamente spogliato?
Sei scalini, otto, dieci… Era ormai quasi il tramonto quando, a livello del dodicesimo scalino, cominciò ad apparire la parte superiore di un portale formato da grossi blocchi di pietra. E c’erano dei sigilli apposti sulla malta.
“Sir!” La voce di Gurgar fu un bisbiglio teso d’eccitazione e timore. “Avevo ragione! L’uccello d’oro vi ha portato fortuna.”
Aladino di fronte al genio della lampada. Mi sentivo esattamente così, in preda al fascino e allo sgomento. Discesi lentamente la gradinata di pietra e mi arrampicai sul mucchio di detriti che ancora ostruiva la parte inferiore del portale. Esaminai i sigilli. Avevo la bocca arida, e l’aria attorno a me si era fatta sottile come nelle profondità del sepolcro di Hatshepsut. I sigilli, all’incirca una dozzina, erano stati impressi disordinatamente, e non mi riusciva di scorgere alcun nome, soltanto il simbolo della necropoli reale: il dio-sciacallo Anubis e i nove prigionieri rappresentanti i paesi nemici delle Due Terre.
Cosa poteva significare, quell’assenza di nomi? Che non si trattava neppure di un sepolcro ma soltanto di un magazzino, un ripostiglio simile a quello trovato da Davis tanti anni prima? In fin dei conti, l’ingresso appariva troppo piccolo per una sepoltura faraonica. In quel momento provavo la disperata tentazione di seguire il deprecabile esempio di Belzoni e abbattere quel portale a colpi d’ariete. Dovevo sapere, subito!
Se soltanto avessi fatto proseguire lo scavo di un palmo, molti dei mie dubbi sarebbero stati fugati. Ma stava calando la notte e non disponevamo di illuminazione elettrica all’infuori di quella fornita dalle torce, insufficiente per portare avanti il lavoro. Il problema principale, adesso, era come proteggere il ritrovamento, così ordinai agli operai di tornare a colmare lo scavo. Inoltre, prima di far abbattere il portale avevo il dovere di avvertire Lord Carnarvon. Stabiliti i turni di guardia, a dorso di somaro feci ritorno alla mia casa all’imboccatura della Valle.
Quante volte avevo percorso la stessa strada, piegato sotto il peso dei miei fallimenti, nella notte inghirlandata di stelle. Ma quella notte erano davvero le anime dei faraoni che splendevano lassù, fulgide, in tutta la loro gloria. Lontano, Luxor era un pallido fantasma di luci incolori, fragile ed effimera sotto l’eterno splendore di quei roghi celesti.
Il vento aveva il sapore che mi era ormai familiare, di fornace in cui il fuoco sia stato spento da poco, con una lontana traccia di terra bagnata, e fumo di legna leggero e aromatico come il tabacco più fine. L’unica traccia di vita umana erano i fuochi accesi davanti alle capanne, per tenere a bada le presenze dell’oscurità.
Il mondo intero sembrava abbandonarsi fiducioso nella certezza di un domani uguale all’oggi, in quella semplicità di vita che accettava gioie e tragedie con il tranquillo fatalismo dei fellahin. E il suono degli zoccoli del mio cavallo rammentava il ritmo di un orologio cosmico che scandisse ore e minuti di un anno sospeso nel buio stellato, tra passato e presente, un anno che poteva indifferentemente rivelarsi il 1922 dell’epoca moderna, quanto il 1300 a.C.
Stavo veramente per incontrarmi faccia a faccia con il mio re?
Istintivamente alzai lo sguardo al cielo; ma era luna nuova, e nessun dio poteva rispondermi. Ero solo con me stesso nella notte più lunga della mia vita.
*
Con quel mazzo di fiori in mano mi sentivo ridicolo, ma anche felice. Accanto a me il governatore di Qena, la larga faccia atteggiata a sonnacchioso compiacimento, mi rivolgeva di tanto in tanto brevi sorrisi impacciati: la catena dell’orologio, che gli pendeva sul panciotto, luccicava a ogni sospiro più profondo. Il treno era in ritardo.
Quel giorno la stazione di Luxor mi sembrava rumorosa quanto una piazza nel giorno di mercato, e io me ne stavo lì, esposto come una bizzarra attrazione, a disagio nel mio abito elegante e con quei fiori… Ma sapevo quanto le avrebbero fatto piacere.
E non mi sbagliavo. Quando il treno arrivò, Evelyn era affacciata al finestrino, impaziente ed eccitata.
“Howard!” Mi corse incontro con quella sua meravigliosa spontaneità da bambina, dimentica delle convenienze.
Suo padre la seguiva con passo pesante, appoggiandosi al bastone. Mi sembrò ancora più stanco e più vecchio di quando lo avevo incontrato, soltanto qualche mese prima; ma anche lui sorrideva.
“Quando abbiamo ricevuto il cablogramma non riuscivamo a crederci. Oh, Howard, sono così felice!” Evelyn abbassò lo sguardo sul mazzo di fiori che ancora stringevo in mano. “Sono per me?”
“Be’, per vostro padre no di certo” riuscii a scherzare. Quasi dimenticavo di offrirglieli.
“Grazie, sono bellissimi.”
Anche lei era bellissima. Pochi mesi in più, a vent’anni, significano molto: un passo più sicuro, una nuova dolcezza nella linea delle labbra.
“Ah, mio caro Carter!” La stretta di mano di Lord Carnarvon era vigorosa come sempre, in contrasto con il suo aspetto esausto. “Stanno schiattando di rabbia tutti quanti, quelli che per anni ci hanno dato dei pazzi. La Londra archeologica è sottosopra.”
Era nel suo stile gridare le buone notizie a mezzo mondo; ma lì, sotto il sole, io stavo sudando freddo. Avrei dovuto mitigare quell’entusiasmo con i dubbi che da venti giorni mi impedivano di riposare, affinché un’eventuale delusione non si rivelasse troppo cocente. Ma non avevo mai visto Evelyn tanto radiosa; sembrava davvero illuminata da un fulgore interno che traspariva nello scintillio dello sguardo e del sorriso, e attraverso la pelle delicata delle guance. In quel giorno di novembre portava un abito chiaro e una stola di qualche morbida pelliccia che le ricadeva su una spalla; e, a ornarle il capo, un cappellino con le piume, proprio da vera signora; ma la sua aria da bambina impertinente si faceva beffe dell’abbigliamento elegante. Sentivo che avrebbe potuto mettersi a pestare i piedi per l’impazienza, se ci fossimo dilungati troppo in convenevoli.
“Papà ha avvertito il professor Gardiner e lui ha promesso che sarà qui a gennaio per lavorare sulle iscrizioni.”
E io non sapevo neppure se ne avremmo trovate! Tutto si stava svolgendo troppo in fretta, e mi sentivo smarrito, pericolosamente prossimo al panico. La mia scoperta, nella fantasia di tutti, si era già trasformata in qualcosa di troppo grande. Ed Evelyn, avida, continuava: “Quanti sigilli ci sono? Chi avete messo di guardia?”
Mi accorsi di avere ancor meno risposte di quante credessi. Soprattutto non avevo una risposta alla domanda più importante che Lord Carnarvon mi rivolse mentre lasciavamo la stazione: “Ma… ehm… è Tutankhamon?”
*
Gli operai lavoravano di buona lena sotto la sorveglianza di Arthur Callender. Conoscevo quell’uomo da anni e sapevo quanto fosse preziosa la sua presenza durante uno scavo, perciò lo avevo fatto venire da Erment dove lavorava per conto dell’Egyptian Archeological Fund. Callender era un tipo pacifico, dotato di un carattere che era un misto di serenità e stoicismo, capace di affrontare senza turbamento i miei malumori e le mie collere. Inoltre possedeva un grande talento per l’improvvisazione, là dove io dovevo trascorrere giorni a progettare e pianificare. Ci compensavamo a vicenda senza intralciarci, la condizione ideale in un lavoro di squadra. Adesso la sua imponente figura stava curva, una mano appoggiata a un ginocchio flesso, sporgendosi a guardare nella buca. Gli operai stavano ripulendo gli ultimi scalini.
“Ci sono degli altri sigilli, là sotto” disse Carnarvon alle mie spalle. “Sembrano piuttosto ben conservati.”
Era vero. Le impronte risaltavano nette, e non sembravano sigilli della necropoli reale. C’era qualcosa di familiare, e anche inquietante, nelle sottili ombre con cui la luce radente contornava il leggero rilievo. Un’impronta conosciuta come il tocco di un’amante perduta e ritrovata dopo tanto tempo. Mi accoccolai a esaminare i sigilli. La mano mi tremava mentre con la punta delle dita, come un cieco, seguivo il rilievo di un cartiglio. Quel piccolo segno simile alla metà inferiore di un cerchio, o una ciotola; tre glifi verticali; lo scarabeo; e il simbolo del sole.
“Allora, Carter?” bisbigliò Carnarvon alle mie spalle.
Il servo prediletto, colui che amavo come un fratello… Il tempo scandiva i secondi nel mio petto, un grande orologio su un’antica torre.
“Carter?” La mano di Carnarvon mi artigliava la spalla destra. “Carter!”
“Signore del divenire è Ra…” Udii la mia voce, lontana, compitare: “Sovrano dell’Alto e Basso Egitto, Perfetta Vita di Amon!”. Più di quanto fosse compreso nel breve spazio del cartiglio. Stavo leggendo nei fragili papiri della memoria.
Degli attimi che seguirono non ho quasi ricordo. Furono come una rumorosa vertigine fatta di esclamazioni, risate, lacrime e abbracci. Gurgar che guidava un selvaggio coro di fellahin, Eve che si aggrappava a suo padre e a me come temesse di annegare nella felicità… Poi la voce di Callender; una nota falsa proveniente dalla realtà: “Carter, guardate lassù”.
Frastornato guardai nella direzione che Callender mi indicava. Sull’intonaco del portale, proprio sotto l’architrave, sulla destra, c’era una macchia più chiara, come una specie di scoloritura, che recava impresso un grappolo disordinato di sigilli della necropoli.
“Che succede?” chiese il conte, poi notò anch’egli la macchia sull’intonaco. “Cos’è? Non significherà mica…”
Non riuscii a rispondergli. I timori e l’ansia che per venti giorni avevo tenuto a bada si riversavano dentro di me, devastanti come la piena del Nilo dopo un secolo di siccità. Avevo atteso questo momento per tutta la vita…
Fu Evelyn a pronunciare le parole che io non osavo. “L’hanno predata… chissà quanto tempo fa!”
“Posso congratularmi per la scoperta?”
Una frase che suonò come una beffa. Mi voltai di scatto e fissai l’uomo che si trovava in cima alle scale; e il mio sguardo era tale che il sorriso di circostanza scivolò via dalla faccia dello sconosciuto insieme a tutti i suoi colori.
“Signor Carter… ehm… sono Rex Engelbach del Service des Antiquités.”
Salii la scala di pietra senza smettere di fissarlo.
“È già stata ripulita” dissi, e mi stupii che la mia voce potesse risultare tanto ferma, addirittura indifferente. “Fatelo presente a Monsieur Pierre Lacau.”
Gli passai accanto senza fermarmi; ma lui, dopo il primo attimo di smarrimento, aveva ritrovato la sua sicurezza, e s’affrettò a tallonarmi.
“Il signor Lacau ritiene che dobbiate discutere con me le modalità dell’apertura della tomba.” Era sbrigativo e apertamente ostile.
Gli gettai una breve occhiata, senza fermarmi.
“Non è compreso in nessuna clausola della concessione, se ben ricordo. Mentre voi e il signor Lacau, a quanto pare, avete dimenticato quello che è scritto a chiare lettere: spetta allo scopritore entrare per primo nella sepoltura.”
“Disposizioni troppo permissive che il signor Lacau intende rivedere al più presto, imponendo la presenza di un ispettore sul luogo dello scavo.”
“E allora ritornate quando sarà nero su bianco, ma fino a quel momento… vogliate scusarmi. Ho da fare.”
Engelbach rinunciò a venirmi dietro, ma il suo sguardo continuò a seguirmi, perfido e avido come un piccolo animale da preda. Evelyn mi raggiunse poco dopo, di corsa.
“Howard, dove state andando?”
“Non lo so. Ho bisogno di pensare.”
“Se volete che vi lasci solo…”
Compresi di aver parlato in tono troppo brusco. Mi fermai e mi voltai a guardarla: sembrava smarrita, e aveva gli occhi lucidi.
“Perdonatemi, Eve.”
“Perdonarvi? Per cosa?”
Forse per non aver saputo onorare la mia promessa di regalare a lei e a suo padre un sogno.
Sedetti su un cumulo di sassi e mi passai le mani sul viso. Mi sentivo stanco morto, come se avessi camminato per miglia. Guardai la polvere sulle mie scarpe: non aveva certo un colore diverso a causa di quanto stava accadendo.
“Se anche là dentro non ci fosse nulla” mormorò Evelyn, quasi mi avesse letto nel pensiero “non ha la minima importanza. Voi l’avete trovato”.
“Be’, domani al più tardi sapremo la verità.”
Senza darsi pensiero per il suo abito elegante, lei sedette accanto a me. “Chi era quel tipo?” chiese.
“Uno dei mastini di Lacau.”
“Mastino?” Eve rise sottovoce, forzatamente. “Ha una faccia… sembra una trota, piuttosto.”
Sogghignai stancamente. “Avete ragione. La stessa espressività di una trota pescata l’altro ieri. “Trota” Engelbach… Suona bene.”
“Gli permetterete di entrare nella tomba?”
“Se ritorna con un’ingiunzione di Lacau sarò costretto a farlo.”
Perché quella ragazza doveva sempre essere testimone dei miei momenti di debolezza? Le emozioni che, bene o male, di fronte agli altri riuscivo a controllare, si rivelavano liberamente in sua presenza.
“Eve, se credessi in Dio potrei almeno pregare.”
“Posso sempre farlo io per voi.”
Mi guardava con la stessa determinazione che una terribile sera di tanti anni prima avevo letto negli occhi di Janet, la stessa appassionata offerta di conforto e comprensione, e una dolcezza che feriva. E io ero anche più debole di allora, logorato da troppe delusioni. Se adesso Evelyn, come Janet allora, mi avesse accarezzato i capelli o soltanto stretto una mano tra le sue, la cosa migliore che avrei potuto fare era scoppiare in lacrime. La peggiore… non volevo pensarci.
Mi alzai in piedi. “Meglio tornare dagli altri.”
Non erano troppo lontani, soltanto invisibili, insieme alla zona dello scavo, aldilà di una piramide di detriti; ma avevo la sensazione che ci trovassimo perduti, io ed Eve, in qualche mondo desolato, noi due soli, pericolosamente vicini. Lei non si era mossa; mi fissava e le tremavano le labbra; una piccola lacrima le brillava all’angolo di un occhio.
“Tutankhamon non può tradirci così, vero Howard? Non può!”
“Forse. Andiamo, Eve.”
Lei restò seduta sul mucchio di sassi, come se non mi avesse sentito.
“Howard, voglio che sappiate che potrete sempre contare su di me.”
Di nuovo, mi sentii pericolosamente fragile.
<Lo so che mi siete amica” risposi, con un certo sforzo.
Quell’unica lacrima le scendeva adagio lungo la guancia, in una sottile scia lucente. Una perla sul volto d’oro di un dio…
“Io vi considero assai di più di un amico.”
Il mio cuore fallì un battito.
“ È come se avessi un secondo padre.”
Parole inconsapevolmente acuminate; le sentii penetrare nell’ipocrita corazza di banali scuse sotto la quale mi ero fino ad allora difeso dai miei stessi sentimenti. La verità dilagò in me con la violenza del sangue da un’arteria recisa. Io amavo Evelyn Herbert. Non la desideravo soltanto perché era giovane, fresca e graziosa, e mi ricordava Janet; ma perché era lei, lei e nessun’altra, con la forza delle sue idee e la dolcezza dei suoi atti. Lei. E io l’amavo. Ma sapevo di non averne il diritto.
Ogni sensazione sembrava disegnarsi netta, come appena scolpita nella pietra. Non c’erano sfumature, né sbavature. Soltanto le linee precise di un destino tracciato dagli antichi dèi. La partita a senet, che giocavamo da ormai tremila anni, stava per concludersi.
“Venite” le dissi. “Ci sono ancora tante cose da fare…”
*
Aldilà della porta sigillata, la galleria presentava una volta alta non più di otto piedi, ed era completamente ingombra di detriti, piccole schegge taglienti di selce. In esse si vedeva chiaramente la traccia del cunicolo scavato dai saccheggiatori e di nuovo colmato con pietrisco più scuro.
I rais e gli operai, tranquilli e silenziosi, aspettavano l’ordine che non mi decidevo a dare. Carnarvon, accanto a me, signorilmente calmo e sereno, s’appoggiava al bastone da passeggio. Evelyn, aggrappata al suo braccio, appariva invece tesa e vibrante.
Mi guardai attorno. “Engelbach?” chiesi.
Il conte sogghignò. “Be’, voi non avete specificato quando intendevate entrare nella tomba, così io non ho potuto avvertire “Faccia di trota”.”
Riuscì a farmi sorridere. In quel momento lo ammiravo.
“Sir… cominciamo?” Appena un bisbiglio. Gurgar mi era scivolato accanto e mi fissava a occhi socchiusi, come se la luce perlata del primo mattino lo abbagliasse.
“Sì, certo. Cominciamo.”
*
Lo sgombero del corridoio procedeva con lentezza snervante. Dai detriti saltavano fuori cocci, frammenti di legno e brandelli di cuoio inaridito che dovevano essere rimossi con la massima cautela. La decifrazione dei cartigli che decoravano i fragili reperti era motivo di nuovo sgomento: Akhenaton, Smenkhkara… ma anche Thutmosi III° e Amenofi III°, e sembravano confermare l’atroce sospetto che ci trovassimo di fronte a un altro magazzino.
Stavo in piedi sotto il sole, incapace di staccarmi sia pure per un breve istante da quei sedici scalini e la breve galleria dalla quale salivano i rumori dello scavo e gli ordini dei capisquadra. Carnarvon si trovava poco lontano, seduto sotto a una tenda. Anche lui, nonostante il caldo, non aveva il coraggio di allontanarsi. Evelyn gli teneva compagnia, e ogni tanto me la ritrovavo accanto senza averla neppure udita avvicinarsi. Mi portava bicchieri di limonata fresca o qualche parola di incoraggiamento; si preoccupava per me.
“Davvero non volete mangiare nulla? Venite almeno a riposarvi all’ombra.”
Ma mi sembrava che non sarei più riuscito a mangiare né a trovar pace finché non avessi saputo.
“Sir!” Gurgar emerse dal buio, sudato e coperto di polvere. “Un’altra porta!”
Si trovava a poco meno di trenta piedi dalla prima ed era pressoché identica all’altra. Anch’essa recava i sigilli della necropoli insieme a quelli di Tutankhamon… e il terribile marchio del passaggio dei ladri.
“Il foro non è molto grande” osservò Carnarvon che, avvertito da un operaio, si era affrettato a raggiungermi. “Non possono avere sottratto che piccoli oggetti, non credete? E se la tomba non avesse contenuto più nulla, i sacerdoti non si sarebbero presi la briga di richiudere tutto con tanta cura.”
Una dolorosa sferzata di speranza. Era così logico e semplice che non ci avevo pensato neppure per un istante.
L’aria, nel breve corridoio, era pesante e umida, e ci gravava sulle spalle come un lenzuolo bagnato. Il momento della verità. Non potevo più tornare indietro. Fra pochi attimi avrei infine conosciuto la sorte definitiva del mio sogno. Istintivamente mi afferrai la mano sinistra con la destra, cercando il rassicurante contatto dell’anello.
“Manda via tutti gli operai” sussurrai con voce roca a Gurgar “e aspettami fuori”
Restammo soli nel corridoio: io, Lord Carnarvon, Evelyn e Callender. Quattro come i figli di Horus, i punti cardinali, gli elementi vitali. Intrusi dopo trentadue secoli.
Sfiorai la superficie scabra della porta murata, forse aspettandomi che si spalancasse al solo tocco. Avrei dovuto esclamare “Apriti Sesamo”? Fu Callender a venirmi in aiuto con la sua calma.
“Ecco, provate con questa.”
Impugnai la sbarra di ferro che lui mi porgeva e mi sembrò che pesasse tonnellate. Con cautela, cominciai a praticare un piccolo foro nell’angolo di sinistra, in alto. Avevo l’impressione che l’intonaco fosse più solido del granito, ma in realtà si sgretolava facilmente. Quando riuscii a inserire la sbarra nel foro constatai che dietro c’era il vuoto. Niente detriti. Ma prima di sbirciare attraverso quel foro dovevo, per la nostra incolumità, assicurarmi della completa assenza di gas dannosi. Le mani mi tremavano talmente che fallii due volte il tentativo di accendere una candela. Gli sguardi di tutti erano su di me, ma io ero consapevole soltanto di Evelyn, del suo lieve profumo di vita in quel luogo di morte.
Accostai la candela al foro. Un sottile soffio d’aria, sfuggendo alla sua prigione millenaria, fece tremolare la fiamma. Nessuna traccia di gas. Allora allargai il foro quel tanto sufficiente a introdurre la candela e guardare dentro.
Ciò che vidi, e provai allora, dovevo raccontarlo in seguito più volte, per l’emozione del pubblico che assisteva alle mie conferenze: lo splendore dell’oro, un morbido lucore simile al primo sole del mattino attraverso un vetro polveroso; l’oro che scintillava sui corpi degli animali chimerici e sui cofani, e si rifletteva ammorbidito nella purezza dell’alabastro di vasi e lampade. Stavo contemplando il caotico ripostiglio degli elfi di una fiaba, il magazzino di Ali Babà. E Lord Carnarvon alle mie spalle, che mi domandava se riuscissi a vedere qualcosa, e la mia voce che si spezzò nel rispondergli: “Sì. Cose meravigliose”.
Di tutto questo ho parlato. Ma non ho mai raccontato quel che veramente avvenne in seguito, dopo che tutti, a turno, ebbero sbirciato nella magica stanza.
Molto spesso, durante gli anni di delusione, avevo cercato di immaginarmi quel momento, e ciò che avremmo fatto: le nostre grida di gioia, le lacrime, le risate… Ma adesso osavamo appena respirare e parlare a bisbigli. Era come trovarsi ai piedi di un ponte gettato sul fiume del tempo. Non so quanto possiamo ritenerci colpevoli per aver attraversato quel ponte di corsa.
*
Non credo che da principio pensassi davvero di farlo; non coscientemente, almeno. Fu quasi come un gioco di bambini che spiano dal buco della serratura di una stanza proibita: e se… dopotutto… dopo tanta attesa… Avevamo tutte le ragioni e tutti i diritti, o così ci sembrava.
Rimossi cautamente alcuni dei blocchi di pietra che componevano la porta, creando una fessura abbastanza larga attraverso la quale potessimo sgusciare dentro quell’antro delle meraviglie.
“Precedenza alle signore” disse Lord Carnarvon inchinandosi teatralmente davanti a sua figlia.
E così fu Evelyn il primo essere umano a mettere piede dell’anticamera della tomba dopo più di tremila anni: una piccola ragazza dai movimenti aggraziati come quelli di una danzatrice egizia, ma con in mano, al posto di un sistro, una torcia elettrica.
Uno a uno la seguimmo attraverso la stretta fessura.
La stanza era bassa e stretta, ma colma della luce purissima di tutto quell’oro che rivestiva forme sconosciute e inquietanti. Era la prima volta che l’uomo moderno poteva ammirare, quasi intatto, il corredo funebre di un faraone.
“Non dobbiamo toccare niente” ricordo che mormorai, ma senza troppa convinzione. “E attenti a dove mettete i piedi.”
Nel disordine caotico, che dimostrava la fretta dei predatori, ogni passo rischiava di mandare in polvere qualche preziosa reliquia del passato. Ma dominarsi era impossibile, come se le nostre mani obbedissero a un istinto tanto profondo che la coscienza razionale non era in grado di riconoscere e quindi neppure di controllare. Avevamo un bisogno fisico di entrare in contatto con il passato toccandolo, odorandolo. E il passato si rivelava nella fredda scabrosità del metallo cesellato, la fragilità di un mazzo di fiori mummificati; sapeva di legno di cedro e unguenti, mirra e petali di loto calpestati.
“Guardate! Non è stupenda?”
Evelyn indicava una testa scolpita; un ritratto finemente modellato, quasi a grandezza naturale, che sembrava emergere dai petali dischiusi di un sacro loto azzurro. I lineamenti erano sereni e dolci, la linea delle labbra morbida e sensuale; e gli occhi, immensi come quelli di qualche furtivo abitatore delle savane, sembravano guardare verso di me. Conoscevo quel volto sereno. E anche Eve.
“ È lui, Howard. È lui!”
Cercai d’inghiottire l’emozione, ma avevo la bocca arida.
“Sì, è lui.”
“Com’è bello! Howard, se potessi tenerlo per me…” Era come una bambina a Natale.
Senza neppure rifletterci, promisi: “È vostro”
“Ma la Sovrintendenza…”
“Al diavolo Lacau e i suoi scagnozzi. È vostro.”
La luce nello sguardo di Eve era più preziosa di tutto quell’oro che ci circondava.
“Carter!” Carnarvon era arrivato accanto alla parete settentrionale, fiancheggiata da due impressionanti sentinelle, due statue lignee a grandezza naturale, dal corpo di un nero lucente, vestite d’oro. “Ci sono dei sigilli anche qui. Dev’esserci un’altra stanza, proprio qua dietro!”
E c’era anche la ormai familiare traccia del passaggio dei ladri, nella parte inferiore: un foro di pochi piedi di diametro, rintonacato con cura.
“Pensate che possa trattarsi della camera del sarcofago?” chiese il conte.
Non c’era che un modo per accertarsene; e ormai, mosso il primo passo, non avevo più esitazioni né scrupoli. Ero come un assetato davanti dall’acqua. Sotto lo sguardo dei miei compagni, e delle sentinelle nere e oro, cominciai a scalzare i blocchi di pietra che si intravvedevano fra le crepe dell’intonaco. Fu un lavoro veloce e facile; gli operai incaricati di risigillare la tomba dopo la razzia lo avevano fatto in fretta, con noncuranza.
Disteso bocconi, diressi il raggio della torcia elettrica attraverso il foro. Quello che vidi mi sconcertò: sembrava non vi fosse altro che uno stretto corridoio, completamente vuoto. Feci un cenno a Callender.
“Datemi una mano. Devo assolutamente passare di là.”
“Fate attenzione” mi raccomandò Evelyn; ma neppure lei avrebbe potuto trovare argomenti capaci di fermarmi.
Il pavimento di quello che sembrava un corridoio si trovava qualche piede sotto il livello dell’anticamera. Saltai giù e atterrai a quattro zampe, schiacciandomi le dita della mano destra tra il pavimento e l’impugnatura della torcia. Imprecai a voce più alta del necessario; un suono rauco e blasfemo, in quel luogo sacro. Mi rimisi in piedi, puntando la torcia alla mia sinistra. Il sole mi esplose davanti agli occhi.
Chiusi le palpebre per qualche secondo, abbagliato. Quando tornai cautamente ad aprirle, schermando il raggio della torcia con la mano, mi trovai davanti una parete incrostata d’oro e smalto turchino.
“Oh, Dio…” mi udii sussurrare, nel tono di una preghiera.
Mossi la torcia, facendo scivolare il fascio di luce lungo quella meraviglia dorata, verso l’alto. In un alone di fulgore, angoli e contorni precisi si rivelarono ai miei occhi. Non si trattava di un muro, bensì di un gigantesco forziere, un tabernacolo che riempiva quasi interamente la stanza. Dovetti appoggiarmi alla parete che avevo alle spalle. L’avevo trovato. Era in quello scrigno d’oro che il faraone dormiva il suo sonno eterno.

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Gloria BarberiL’AUTRICE
Gloria Barberi nasce a Camogli (GE) il 6/9/1955, ma dall’età di 6 mesi abita a Recco, poco più di 3 chilometri dal suolo natìo.
Da sempre appassionata d’arte in tutte le sue forme, dopo un periodo trascorso a scrivere articoli sul rock per le riviste Best e Nuovo Sound, debutta all’inizio degli anni ‘80 sulle pagine delle fanzines SF…ere e Pulp, dedicate alla letteratura fantascientifica e fantasy. Fanno seguito pubblicazioni su numerose riviste e periodici sia amatoriali che professionali, quali: The Dark Side, Gli occhi di Medusa, Diesel, Shining, Yorick, Lore, Urania Millemondi, L’Eternauta, La Gazzetta del Mezzogiorno, Cosmopolitan, Inchiostro, Antarés, e le antologie Fantàsia e Horror Erotico di Stampa Alternativa. Il racconto La notte di san Valentino è apparso in Francia nell’antologia Cosmic erotica successivamente edita in Italia da Fanucci. Presente anche in diverse antologie di autori vari edite da Il Cerchio (Rimini) a seguito di vittorie e piazzamenti al Premio San Marino.
È autrice di due antologie personali: Racconti Notturni edito da Primordia (MI) e Come le bambole di notte (Montedit, MI) e di alcuni romanzi: I Custodi apparso su The Dark Side n° 34; Le viscere del Diavolo (Diesel Extra); Lo specchio scarlatto (Diesel Speciale “Pastiche”).
Nel 1987 collabora alla trasmissione radiofonica Galactica di Radio Time di Scandicci (FI). Da qualche anno si occupa di teatro in veste di attrice/caratterista nella compagnia del Teatro Stabile San Giuseppe di Ruta di Camogli, del quale cura la pagina Facebook, ma anche di autrice. La pièce “Il palazzo della Notte” ha vinto nel 2001 il premio Città di Moncalieri ed ha partecipato in seguito alla rassegna Aquilegia blu (Torino, 2002) nell’interpretazione dell’attrice Franca Berardi.
Tra i premi conseguiti per la narrativa fantastica ci sono il Premio Italia, Lovecraft, Courmayeur e Repubblica di San Marino.
Negli anni ‘90 ha lavorato come traduttrice per la casa editrice Nord e per la rivista esoterica Primordia, oltre che per alcuni privati.
Appassionata anche di poesia, fa parte da diversi anni del gruppo di scrittura “Anna di Vienna” che prevede incontri a cadenza mensile su un argomento a tema e un reading/spettacolo a fine stagione, con lettura di poesie e prosa, siparietti teatrali, proiezioni video e musica dal vivo. Ama “pasticciare” con Photoshop e creare immagini che pubblica sulla pagina facebook Green Mansions.
“Contagiata” da un amico genealogista ha creato anche una pagina sui suoi antenati materni, appartenenti alla comunità valdese di Torre Pellice, che le ha permesso di scavare un po’ più a fondo nelle sue radici. E, ovviamente, non si è fatta mancare una pagina Facebook dedicata a L’occhio sinistro di Horus, romanzo nato con l’intento di raccontare una realtà “alternativa” a quella usualmente sfruttata riguardo il ritrovamento della tomba di Tutankhamon, lavorando molto di fantasia ma entro binari rigorosamente storici, e strizzando l’occhio ai feuilleton di un tempo.
Chi desiderasse approfondire queste notizie può cercare in rete, su Fantascienza.com e altri siti.

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