L’occhio sinistro di Horus 10° episodio di Gloria Barberi

L'occhio sinistro di Horus 10° episodio di Gloria Barberi“Tutto bene?” La voce di Carnarvon mi giunse soffocata attraverso la breccia.
“Sì. Venite a vedere.” Ma quelle parole le bisbigliai appena, stordito.
Eve e suo padre mi raggiunsero in fretta, ma Callender dovette rinunciare perché il passaggio era troppo stretto per la sua imponente figura. Tuttavia, allargarlo ancora non sarebbe stato prudente. Già non sapevo come avremmo potuto richiuderlo senza che nessuno se ne accorgesse, ma al momento quella era comunque l’ultima delle mie preoccupazioni.
Tra il tabernacolo aureo e il muro c’era spazio sufficiente appena per insinuarsi. Procedendo a sinistra, lungo il lato più ampio, aggirai il tabernacolo. E trovai la porta. La vista del chiavistello d’ebano privo di sigilli mi comunicò una nuova scossa di panico. In quell’altalena di esaltazione e timore, l’unica forza che ancora mi muoveva era la determinazione di sapere.
“È lì dentro, vero?” bisbigliò Evelyn.
Le porsi la mia torcia elettrica e mi inginocchiai per rimuovere il chiavistello; scivolò via con una facilità estrema, come se il tabernacolo fosse stato chiuso appena il giorno avanti. Provai allora a spingere le ante dorate, ma queste opposero resistenza. Per un istante pensai che stavo agendo né più né meno come un violatore di tombe, e che Tutankhamon non mi avrebbe mai perdonato quell’intrusione. Mi sembrò che qualcosa di troppo teso si spezzasse dentro di me con uno schiocco secco, e incominciai a tremare. Le mani di Carnarvon si posarono con decisione sulle mie.
“Coraggio, Carter! Tirate forte!”
Un cigolio simile a un lamento umano. Le ante cedettero di colpo sui cardini. Dopo tremila anni.
Il tabernacolo era pieno di nebbia dorata e stelle; questa fu la mia prima impressione alla luce delle torce elettriche. Poi la nebbia si rivelò un sudario di lino così sottile da sembrare quasi impalpabile, decorato di minuscole rosette d’oro. Allungai una mano per scostare il velo e una delle rosette mi scivolò sul palmo, come un premio. Non sapevo che fare e me la ficcai in tasca, quasi senza pensarci. Dietro il sudario di lino c’era un’altra porta, protetta dall’incantesimo di colonne di geroglifici. Una spessa corda scura era avvolta attorno ai catenacci con perizia e attenzione, fermata dai sigilli della necropoli: intatti.
“Mi hai aspettato, dunque. Sei ancora qui.”
Dopo tremila anni.
Era la conferma ai nostri sogni più sfrenati, ma ancora non ci bastava. Vagammo in quel regno di morte e splendore non so quanto a lungo, inebriati e dimentichi del trascorrere del tempo. Trovammo quella che in seguito battezzammo “tesoreria”, una piccola stanza quadrata priva di porte sigillate, che si apriva nella parete orientale. All’ingresso, assisa su una specie d’altare, la fiera e minacciosa figura di Anubis, lo sciacallo guardiano della Città dei Morti: con il capo eretto e le orecchie tese, il corpo nervoso e sottile, disteso ma non rilassato, vegliava instancabile per l’eternità.
Ci colmavamo gli occhi della luce dell’oro e delle forme squisite di quei capolavori. La tomba era piccola, in confronto ad altre sepolture faraoniche rinvenute interamente saccheggiate, e la negligenza con la quale erano state eseguite le rare pitture murali rivelava che la morte di Tutankhamon doveva essere giunta improvvisa e inaspettata. Era doloroso pensare a quanto poteva essere andato perduto attraverso i millenni a causa della cupidigia degli uomini. Se un piccolo re quasi sconosciuto alla Storia era stato sepolto tra tanta magnificenza, cosa non doveva aver contenuto la tomba di un faraone come Ramses il Grande!
Lasciammo la stanza sepolcrale soltanto quando udimmo Callender chiamarci eccitato dall’anticamera. Sbirciando attraverso un’apertura seminascosta tra la disordinata massa di oggetti, aveva scoperto un’altra piccola stanza aldilà della parete occidentale. In questa stanzetta il caos era ancora peggiore che nel resto del sepolcro, perciò decidemmo di non penetrarvi. E poi eravamo tutti esausti, fisicamente e mentalmente, e lo sfinimento portava un senso di colpa e una nuova paura: se quelli della Sovrintendenza fossero stati soltanto lontanamente sfiorati dal sospetto di una nostra incursione nella tomba avanti l’apertura ufficiale, rischiavamo di vederci revocare la licenza. Ma non ero pentito. Non avrei sopportato che fosse lo sguardo di un individuo come quell’Engelbach a posarsi per primo dopo trentadue secoli sullo splendore dell’ultima dimora di Tutankhamon.
Dissimulai alla bell’e meglio il foro nella parete della stanza funeraria servendomi del coperchio di una grossa cesta di vimini e di un fascio di canne. A nessuno sarebbe mai venuto in mente di cercare qualcosa di cui non si sospettava l’esistenza, e in seguito avrei trovato il tempo di risigillare la breccia.
Nel corridoio che ci portava verso la luce del sole e la realtà del nostro tempo, ci appoggiavamo l’uno all’altro, storditi e vacillanti come ubriachi. Avevamo la consapevolezza di aver vissuto un momento unico. Noi quattro soltanto, gli eletti.
Eravamo a un passo dalla soglia quando si levò il vento. S’insinuò nella galleria, rotolando lungo i sedici scalini di pietra, portando con sé la sabbia e il lamento del deserto. Il turbine passò in pochi secondi. Un falco stava immobile alla sommità della scala.
Era un animale magnifico, con le piume che rilucevano all’ultimo sole come lamine di metallo prezioso. Il becco ricurvo sembrava puntare verso di me, e lucidi occhi di giaietto mi fissavano, attenti. Feci cenno ai miei compagni di non muoversi; non volevo spaventarlo.

Lady Evelyn Herbert, Howard Carter e Lord Carnarvon

Lady Evelyn Herbert, Howard Carter e Lord Carnarvon

Poi Evelyn mormorò: “ È magnifico!” e ruppe l’incanto.
Il rapace allargò le ali e volò via con un grido acuto. Lo seguii con lo sguardo finché fu un punto nero contro il tramonto.
“È un presagio” bisbigliò ancora Evelyn.
“Sì. Gli dèi dell’Egitto sono con noi.”
*
Più tardi, nella mia casa nei pressi della Valle, brindammo con lo champagne che Carnarvon aveva portato con sé in previsione di quel momento. Lo versammo in una coppa sottratta alla tomba insieme ad altri piccoli oggetti. Era un fiore di loto in pallido alabastro bordato di geroglifici sottili. Bevemmo a turno, in un rito di comunione.
“Cosa c’è scritto?” chiese Eve in un sussurro stanco e affascinato.
“Possa tu vivere…” Feci girare il calice tra le mani, traducendo con una facilità mai incontrata prima: “O prediletto di Tebe, possa tu trascorrere milioni di anni con il viso rivolto alla fresca brezza del Nord, e possano i tuoi occhi essere sempre sereni”.
Gli occhi di Evelyn in quel momento! Avrebbero mai più avuto quello sguardo, nel tempo a venire?
*
Erano passati esattamente cento anni da quando Jean-François Champollion aveva trovato la chiave di lettura dei geroglifici: mi sembrava che ci fosse un’impronta di fatalità in tutto questo. Ma adesso che il sogno si era avverato avevo paura. Sognare è facile, ma trattare nella realtà quotidiana con un sogno concretizzato è tutt’altro che semplice. Pensai a Ned, allora. Lui aveva compreso quella verità ben prima di me, anche se la materia di cui erano tessuti i nostri rispettivi sogni era assai differente.
La tomba di Tutankhamon mi poneva problemi pratici che tutta la mia trentennale esperienza come archeologo non era sufficiente a gestire. Soltanto venire a capo del caos dell’anticamera avrebbe richiesto mesi di lavoro; quando io, fino ad allora, mi ero confrontato con ritrovamenti che mi impegnavano al massimo per qualche settimana. Avevo bisogno d’aiuto, e da parte di gente qualificata.
Neppure per un istante pensai di cercarlo in patria, quell’aiuto. Avevo un debito con Herbert Winlock e sapevo che il Metropolitan Museum di New York annoverava tra il suo personale i professionisti più preparati. Lord Carnarvon approvò la mia decisione, ma immaginai che la nazionalità dei nostri futuri collaboratori gli fosse del tutto indifferente: erano altri i problemi sui quali si concentrava la sua attenzione.
“E la stampa, Carter? Ci avete pensato? I giornalisti caleranno sulla Valle come cavallette.”
Quella moderna piaga d’Egitto preoccupava non poco anche me. Per l’apertura ufficiale della tomba, che fissammo al ventinove di novembre, decidemmo di invitare soltanto il rappresentante del Times al Cairo. Quando me lo trovai di fronte lo riconobbi immediatamente, nonostante fossero passati tanti anni, e d’improvviso ricollegai il nome al volto.
“Arthur Merton! Ma sì, come ho potuto non ricordare…”
La sua stretta di mano fu calorosa.
“Signor Carter, sono contento che ce l’abbiate fatta.”
Non avvertimmo nessuno della Sovrintendenza; nel nostro momento di trionfo non avevamo la minima voglia di trovarci tra i piedi persone che ci erano sgradite, e quello fu un grave errore di cui in seguito ci saremmo dovuti pentire. Ma in quei giorni eravamo troppo esaltati e confusi per pensare e agire con prudenza e diplomazia. Credevamo, con arroganza e una certa ingenuità, che il ritrovamento della tomba fosse una nostra faccenda privata, così come lo era stata la lunga ricerca con tutte le sue speranze e delusioni. Nemmeno Carnarvon, che conosceva gli umori di un certo tipo di società, si rese conto che stavamo mettendo in moto un perverso ingranaggio fatto di avidità, invidie, intrighi politici e finanziari, che avrebbe mutato il nostro trionfo in una tragedia. O, forse, lui si sentiva troppo sicuro di sé e della sua posizione sociale per preoccuparsene. Quanto a me, non potevo immaginare che mi sarei perso in un gioco di cui ignoravo le regole e che, cercando disperatamente di giocarlo, avrei sfiorato la pazzia.
*
“Perché non potete venire con noi a Highclere per Natale?”
Evelyn sembrava davvero delusa, seduta nell’atrio del Winter Palace Hotel, in attesa che il facchino venisse a prendere i bagagli per caricarli sull’auto.
Lord Carnarvon, in piedi dietro di lei, con le mani sulle sue spalle, la scosse affettuosamente.
“Tesoro, non fare i capricci. Il signor Carter ha cose più importanti e urgenti di cui occuparsi.”

Lord Carnarvon e Howard Carter

Lord Carnarvon e Howard Carter

“È vero” risposi. E perciò ero quasi felice di vederla partire.
Non avrei potuto essere efficiente come dovevo se mi avesse fornito altri pretesti per pensare a lei.
“Già, ma visto che dovete comunque andare al Cairo per acquisti potevate almeno accompagnarci.”
Il suo bel viso aveva un broncio che non era simulazione civettuola ma autentica delusione.
“Lo avrei fatto volentieri, ma prima devo assicurarmi che la tomba sia ben protetta, e inoltre non ho ancora terminato la mia “lista della spesa”. Sono talmente tante le cose di cui abbiamo bisogno… Soltanto di ovatta e garza ce ne servono parecchie miglia. Li fasceremo come feriti molto gravi, i nostri tesori.”
Un lieve sorriso ammorbidì il broncio di Evelyn.
“Mi piacerebbe tanto potervi aiutare.”
“E ricordatevi pure un’automobile” intervenne Carnarvon. “Per spostarci sarà sempre più comoda di un somaro.”
“D’accordo. Ma quello che mi preme è il cancello. Siete sicuro che è pronto?”
“Così mi hanno assicurato. È costruito con il migliore acciaio. Be’, non mi resta che augurarvi buon lavoro.”
Il conte mi strinse la mano, ma Evelyn non si alzò né fece il minimo movimento.
“E poi?” chiese.
“Poi cosa, Eve?” domandai a mia volta, senza comprendere.
I suoi occhi limpidi mi scrutavano senza indecisione. Ebbi la sensazione che stessero cercando di decifrare le linee del mio viso come fossero geroglifici.
“Cos’altro dovete ancora fare, al Cairo?”
Non capii cosa la domanda sottintendesse, ma mi suonò come un velato rimprovero. Era vero, c’era qualcos’altro che avrei dovuto fare al Cairo: cercare un vecchio dagli occhi simili a quelli di Horus sui soffitti delle tombe. Ma sapevo che era tempo sprecato. Sarebbe venuto lui da me, se e quando lo avesse ancora desiderato. Lui, l’antichissima anima della Terra Nera, saggezza millenaria e mistero celati tra gli ingannevoli stracci di un fellah.
*
In pochi giorni misi insieme la migliore squadra di esperti disponibili sulla piazza. Il Metropolitan Museum mi mandò Arthur Mace, che in materia di conservazione e restauro sapeva fare miracoli; i disegnatori Hauser e Hall, meticolosi in modo maniacale; e il fotografo Harry Burton, uno di quei rari tipi capaci di coniugare arte e precisione tecnica giocando abilmente con luci e ombre: tra le sue mani, macchine fotografiche e pellicole diventavano elementi di qualche sconosciuta alchimia, e nessuno meglio di lui poteva catturare tutto lo splendore del corredo funebre di Tutankhamon.

Arthur Mace

Arthur Mace

Tutti erano eccitati e impazienti di cominciare a lavorare nel sepolcro. Alfred Lucas, chimico criminalista al servizio del governo egiziano, offerse spontaneamente la sua collaborazione. Poiché aveva l’aria di sapere il fatto suo lo accolsi nel gruppo con gratitudine, anche se cominciavo a sentirmi un po’ disorientato; non avevo mai lavorato insieme a tante persone e mi chiedevo se non sarebbero sorti attriti e divergenze. Ma mi accorsi ben presto che i miei timori erano infondati. Volevamo tutti la stessa cosa: restituire Tutankhamon alla gloria del mondo, e in quella missione non c’era spazio per l’orgoglio personale. Ci sentivamo tutti umili, al servizio di quel sovrano che aveva regnato più di tremila anni addietro.
*
“Continuate ad avere sempre l’aspetto del predone, piuttosto che dell’archeologo!”
Eccolo lì, il “piccolo” Charlie Breasted, con un sorriso sfrontato a unico ricordo del bambino che avevo conosciuto. Adesso era parecchio più alto di me, e la sua stretta di mano testimoniava di un carattere franco e vigoroso.
Suo padre, invece, con gli anni aveva acquistato un aspetto quasi serafico; i capelli e i baffi ormai completamente candidi lo facevano apparire più anziano della sua vera età, e gli conferivano un’aria di benevola autorevolezza. Lo sguardo, dietro le lenti cerchiate d’oro, sembrava posarsi sulle cose con levità, come temesse di sciuparle fissandole troppo intensamente. E io stavo per spalancare a quel suo sguardo il cancello della tesoreria di Alì Babà.
Herbert Winlock, che era arrivato insieme a moglie e figlia, si muoveva ancor più goffamente del solito, impacciato dalla tensione che cercava di dominare chiacchierando di futilità assieme a Burton e Callender.
Arthur Mace s’affacciò dall’ingresso della tomba.
“Signori… prego.”
Precedetti il gruppo per i sedici scalini e la galleria che conduceva all’anticamera. Avevo sistemato un grande lenzuolo bianco sul cancello d’acciaio, e la luce delle lampade proiettava attraverso di esso il disegno delle sbarre, come in un gioco di ombre cinesi. Ma la luce aveva una qualità particolare, i miei ospiti dovettero rendersene immediatamente conto. Non era il freddo bagliore dell’elettricità; era invece come un mattino d’estate, un fulgore caldo e dorato. Afferrai un lembo del lenzuolo, in alto a sinistra.
“ È proprio qui, in questo punto” dissi “che gli antichi saccheggiatori si aprirono un varco”
Tirai il lenzuolo. Alle mie spalle ci fu un corale grido di meraviglia che terminò in un sospiro. Lo spettacolo che stavo offrendo ai miei amici americani era la replica sfolgorante di quello stesso che si era presentato ai miei occhi meno di un mese prima; con la differenza che l’oro e il candore degli alabastri, che alla fiamma tremolante della candela mi avevano rammentato il chiarore dell’alba, alla luce delle lampade elettriche splendevano come il sole sul deserto. Quando rimossi i lucchetti che chiudevano il cancello, il freddo tintinnio del ferro risuonò come una prosaica intrusione nella visione di sogno. Spinsi lentamente il pesante cancello. Dietro di me non vi fu il minimo accenno di movimento.
Mi volsi, sorpreso.
“Be’, non volete entrare?”
Sembravano tutti quanti in preda a una paralisi, soggiogati. I loro visi erano estatici, inondati dalla luce che proveniva dall’interno della tomba. Sembravano gnomi intenti a spiare nella pentola d’oro alla fine dell’arcobaleno. Fu la figlia di Winlock, una ragazzina di circa dieci anni, a riscuotersi per prima e a muovere un passo avanti, con la temerarietà tipica dei bambini. A quell’età è più facile entrare in un sogno.
“Howard…” James Breasted mi strinse la mano destra tra le sue, e lo sentii tremare. Anche la sua voce era incerta. “È magnifico, incredibile! Non sarei mai arrivato a immaginare una cosa così… così…” Non aveva parole, e i suoi occhi erano lucidi di lacrime.
Anche Herbert Winlock appariva emozionato, e la commozione di quelle persone che sapevo essermi veramente amiche provocò un’incrinatura nella maschera di quieto distacco che mi ero imposto. Il giovane Charlie e la signora Winlock avevano cominciato a tempestarmi di domande alle quali rispondevo a fatica, per colpa del nodo che mi stringeva la gola. Ma le risposte migliori venivano comunque dalla bellezza di tutte quelle opere d’arte che ci circondavano, oggetti d’uso quotidiano eppure tutti, fino al più piccolo, segnati dall’unicità del capolavoro.
“Oh, è impossibile, non può avere tremila anni!”
La signora Winlock aveva scoperto il mazzo di fiori ancora posato per terra davanti alla parete settentrionale. I colori erano sbiaditi in sfumature diafane, ma petali e foglie si erano mantenuti magicamente intatti.
“Non so davvero come faremo a rimuoverlo” dissi. “Lucas, il nostro chimico, consiglia un bagno di celluloide. Vedremo. Farò di tutto affinché non vada in polvere.”
Per me era prezioso quanto i cocchi regali, i vasi, gli scrigni e le opere di oreficeria; forse si trattava dell’estremo omaggio di una giovane regina che aveva perduto il suo sposo nella stagione più bella della loro unione. Tutti gli indizi presenti nella tomba, da un piccolo guanto trovato in un cofano, al busto emergente dal fiore di loto, facevano pensare che Tutankhamon fosse morto in giovane età, forse appena adolescente.
“Ah, Carter!” Sopraffatto da una nuova ondata di commozione, James Breasted mi abbracciò. “Uno solo di questi reperti vale un’intera stagione di scavi. Come potremo mai ringraziarvi per averci permesso di vivere un giorno simile? Se penso a quello che Alan Gardiner ha avuto il coraggio di dichiarare al Times…”
Breasted alludeva alla battuta sarcastica che il suo eminente collega si era lasciato sfuggire in un’intervista, un paio di settimane prima: “Il miglior disegnatore che l’archeologia universale conosca”, mi aveva definito.
“Be’, dopotutto è vero.”
Gardiner era amico da anni di Lord Carnarvon, ma non poteva sopportare che con la mia scoperta avessi svergognato le teorie che lui, al pari di altri suoi colleghi, sosteneva a spada tratta: la Valle era ormai vuota, derubata d’ogni mistero. La sua acredine, che denunciava l’invidia, mi lusingava.
In quel preciso momento, mentre mi godevo il mio trionfo attorniato da amici, fui di nuovo assalito da una sensazione di irrealtà. Le voci che intrecciavano commenti eccitati parvero farsi lontane, lo scintillio dell’oro s’appannò; era come se osservassi la scena dall’interno di una campana di vetro smerigliato.
Poi, improvvisa, una trafittura nel petto mi tolse il respiro, e il sapore del sangue mi salì in gola. Non gridai, perché ero totalmente svincolato dal mio corpo, proiettato in un ricordo così remoto che, fino ad allora, l’avevo creduto perso per sempre.
Avevo cinque anni; e nella notte, densa e nera come un venefico sciroppo, l’incubo mi teneva inchiodato al letto. Malgrado l’oscurità riuscivo a vedere le mie mani, strette attorno a uno scintillio dorato. E la lama, azzurra e fredda, che si avvicinava inesorabilmente al mio petto. Una lama di ferro. Il metallo di cui erano fatte le ossa di Seth. E le mie mani erano troppo deboli per allontanare il pugnale. O piuttosto non lo stavano attirando? La lama premeva contro la carne, ghiaccio acuminato. Un fruscio setoso, quando la pelle si lacerò, lasciando che il gelo s’insinuasse nel mio cuore.
E allora avevo urlato… urlato…
“Howard?” La voce di Winlock aveva un tono interrogativo e allarmato. “Non ti senti bene?”
Il respiro mi uscì dai polmoni in un colpo di tosse. La lama di ghiaccio scivolò via.
“Come?” chiesi, e tossii di nuovo. Non sentivo più il sapore del sangue.
“Forse sarebbe meglio uscire” disse Winlock. “Qui sotto fa un caldo soffocante.”

Herbert Winlock

Herbert Winlock

Annui e mi passai una mano sulla fronte madida di sudore.
Breasted mi stava fissando.
“Mi permetterete di restare a studiare la tomba, vero?”
“Naturalmente.”
“Voglio riuscire a stabilire quando i saccheggiatori fecero irruzione.” Scoccò uno sguardo avido al muro della camera funeraria. “Se lui è davvero là dietro… forse la sua mummia non è stata toccata!”
Strinsi le labbra, per impedirmi una confidenza avventata. Probabilmente i miei amici americani mi avrebbero capito, ma sicuramente non approvato. Inoltre, avevo giurato di mantenere il segreto, celebrando il patto su un calice d’alabastro. E, pensai con una punta d’amarezza, quella era l’unica cosa che legava Evelyn a me.
*
L’ottava meraviglia del mondo: così la stampa aveva immediatamente battezzato la tomba. Ma questa meraviglia non era soltanto splendore di tesori; era anche aria greve, muffa, insetti morti e marciume, tra i quali bisognava muoversi con estrema cautela. Tutto il contrario dall’affondare le mani in uno scrigno fatato, come l’immaginazione pubblica sembrava credere.
Mi misi subito all’opera con Callender per programmare lo sgombero dell’anticamera, ma sapevo che purtroppo saremmo stati di volta in volta costretti a improvvisare. Agivamo in condizioni mai sperimentate, senza poterci affidare a metodi collaudati in precedenti analoghe esperienze. Avevamo il difficile privilegio di essere i primi ad affrontare un’avventura del genere. Ero incerto se, nel corso degli accadimenti che avevano sconvolto il sepolcro nell’antichità, i danni maggiori fossero stati provocati dalla bramosia dei saccheggiatori o dalla noncuranza di coloro che avevano, molto eufemisticamente, “rimesso in ordine”. Non c’era un oggetto che sembrasse trovarsi ancora nel posto in cui era stato collocato in origine: scrigni aperti rigurgitavano tessuti decomposti tra indecifrabili decorazioni d’oro e maiolica, archi intagliati e frecce, contenitori da toeletta in delicata ceramica e suppellettili d’ogni genere. Molti oggetti erano accatastati contro le pareti in precari e intricatissimi giochi d’incastro che ne rendevano la rimozione una faccenda da prestigiatori. Dopo aver numerato, fotografato e registrato ogni singolo pezzo, prima di rimuoverlo eravamo costretti a escogitare complicate architetture di puntelli e sostegni che impedissero alla catasta di oggetti di franare rovinosamente. E non c’era mai modo di capire in anticipo se ciò su cui stavamo per mettere le mani non si sarebbe polverizzato al primo tocco.
Ci dibattevamo nel più ricco e splendido degli incubi che possano toccare a un archeologo.
Frattanto, Lord Carnarvon mi inviava da Londra messaggi pieni di progetti. In patria era stato accolto come un eroe e la stampa gli dava la caccia per strappargli indiscrezioni sul ritrovamento. Si lamentava di non avere più un attimo di pace, ma la sua vanità era lusingata da tanta attenzione. I direttori dei giornali si recavano personalmente a Highclere per proporgli contratti da migliaia di sterline, e lui era piacevolmente indeciso. Mi parlava del libro nel quale avrei dovuto descrivere le fasi della scoperta, vagliava le proposte degli editori e mi dava consigli in attesa del suo ritorno. Sembrava inquieto al pensiero che potessi prendere decisioni in merito senza consultarlo, e quel sospetto mi irritava. Non avrei mai agito in modo tanto scorretto, e inoltre avevo ben altre cose a cui pensare.
Pierre Lacau, alla testa di tutta la Sovrintendenza, sembrava deciso a non concedermi respiro. Mi imponeva la presenza quotidiana di Engelbach, il quale ogni mezz’ora s’affacciava alla porta dell’anticamera con quella sua inespressiva faccia da trota, apparentemente imperturbato dallo splendore che lo circondava. Il suo lavoro, ribadiva, consisteva nel controllare che tutto procedesse “per il meglio”. Io lo definivo spionaggio.
Lacau non si fidava di noi e non digeriva l’idea che la Sovrintendenza rischiasse di restar fuori da quella che la stampa aveva battezzato “scoperta del secolo”. La sua stizza cresceva in proporzione con le edizioni straordinarie dei quotidiani e con i rapporti della sua fedele spia, tanto che alla fine Monsieur Lacau si risolse a mortificare il proprio orgoglio e venne a farmi visita.
Me lo vidi capitare in casa di buon mattino, mentre stavo terminando la prima colazione. Portava in faccia i segni di qualche notte insonne e non nascondeva il nervosismo.
“Mandatelo fuori” fu la prima cosa che disse vedendo il mio domestico intento a spazzare.
Mi strinsi nelle spalle.
“Non ho nulla da nascondere. E voi?”

Alfred Lucas

Alfred Lucas

Lacau strinse le labbra come a impedirsi una risposta impulsiva. Aveva la fronte coperta di sudore, e non credevo fosse a causa del caldo.
“Sono stato informato che avete cacciato in malo modo parecchie persone venute per visitare la tomba” esordì. “Persone munite di un regolare permesso governativo.”
“È vero” ammisi serenamente. “Quella è la tomba di un sovrano della diciottesima dinastia, non il British Museum.”
“Al Cairo stiamo passando parecchi momenti spiacevoli a causa di questo vostro comportamento, sapete? Se soltanto permetteste l’accesso a qualcuno… Potrebbero unirsi a quei visitatori che voi stesso ammettete quotidianamente nella tomba.”
Mi presi il tempo per un sorso di caffè, prima di rispondere: “Quei “visitatori”, come voi li chiamate, sono archeologi che vengono per studiare i reperti.”
“Vi garantisco che opererei personalmente un’accurata scelta tra le molte richieste che ci sono pervenute. Comprenderete… ci sono nomi molto importanti.” Parlava a bassa voce, come se mi stesse confidando qualche indiscrezione piccante. Riconobbi in quell’atteggiamento la bizzarra cautela che già avevo avvertito nella sua stretta di mano al nostro primo incontro, e non mi piacque; aveva un che di strisciante e ipocrita. “D’altra parte, dobbiamo tenere conto delle esigenze della stampa egiziana.”
“La stampa egiziana” ribattei seccamente “si trova già in una posizione privilegiata. Il Times passa loro le notizie senza pretendere nulla in cambio”.
“Sì, ma con due giorni di ritardo! Non capite che gli egiziani si sentono umiliati?”
“Finché Lord Carnarvon non deciderà diversamente, il Times resterà il nostro organo ufficiale di stampa.”
Lacau cincischiava nervosamente il fazzoletto che si era tolto di tasca per asciugarsi il sudore.
“Cercate di venire incontro al Service des Antiquités. La situazione politica in questo paese non è delle più rosee e stiamo ricevendo parecchie pressioni. Ci accusano di non saper esercitare un minimo ci controllo sulle concessioni rilasciate da noi stessi. E in fondo, che cosa vi chiedo? Soltanto di fissare una data, a vostro piacere, e permettere a tutta la stampa di accedere alla tomba.”
“Impossibile. Comporterebbe un notevole ritardo nei lavori, e i membri della mia équipe sono troppo impegnati per fare da ciceroni ai giornalisti.” Sentivo il canarino, nell’altra stanza, cantare a gola spiegata, e mi sembrava un marcia trionfale. “E poi sarebbe come ammettere un branco d’elefanti in una vetreria. Finché la concessione resta nelle mani di Lord Carnarvon, non vi permetterò di prendere decisioni che mettano a repentaglio il contenuto della tomba.”
Le mie parole strapparono a Lacau la sua maschera di cautela. Gli occhi si fecero taglienti, gli zigomi s’imporporarono.
<Badate a quel che dite, Carter! Potreste pentirvene.”
Mi alzai con calma. Abdal si fece avanti per sparecchiare.
“Signor Lacau” dissi con cortesia artificiosa “vi prego di scusarmi. Mi aspettano alla tomba”
Lui non replicò. Era nuovamente impallidito, e il sudore gli disegnava due curiose mezzelune lucenti sotto gli occhi: sembrava che avesse pianto. Prima di uscire gli rifilai un’ultima stoccata. “E dite a quel vostro tirapiedi, Engelbach, di restarsene il albergo. Finirà per buscarsi un’insolazione se continua a ciondolare attorno alla tomba.
*
Lord Carnarvon ed Evelyn fecero ritorno a Luxor verso la fine di gennaio. Li incontrai nel loro appartamento al Winter Palace. Il salottino era pieno di fiori, mazzi profumati e coloratissimi, omaggio di Luxor alla bellezza di Evelyn: Tutankhamon aveva fatto di lei una diva.
Ma, per il momento, era presente soltanto suo padre. La figura del conte, inquadrata in controluce allo scenario del Nilo che si dispiegava aldilà della portafinestra spalancata, appariva come oppressa da qualche peso. Lord Carnarvon era visibilmente stanco e nervoso, cosa piuttosto comprensibile dopo il lungo viaggio. La sua stretta di mano fu frettolosa e distratta, priva di calore. Ne fui sconcertato. Quello non era certo il Carnarvon che negli ultimi tempi mi aveva tempestato di lettere piene d’entusiasmo. L’osservai mentre si sedeva pesantemente, e con una palese rigidità di movimenti, nel divanetto tappezzato di broccato. Alzò il bastone da passeggio, con un certo sforzo, mi parve, come fosse stato troppo pesante, e indicò il tavolo sul quale si trovavano alcuni giornali mal piegati e un po’ sgualciti, che avevano l’aria di essere stati ripetutamente sfogliati.
“Ne sapete niente, Carter?”
Non capivo cosa intendesse. Erano numeri diversi di uno stesso giornale americano, il Chicago Daily News. La punta del bastone ebbe un lieve guizzo nervoso.
“Sfogliateli! Coraggio.”
Continuavo a non comprendere, ma il tono di Carnarvon era sufficiente a mettermi in allarme. Feci come mi aveva detto, avvertendo l’inquietudine che cominciava a stirarmi i nervi. Non dovetti cercare a lungo. Gli articoli erano bene in evidenza.
“Allora, Carter… come me lo spiegate?”
Scorsi attonito le colonne, dapprima senza quasi discernere le singole parole, come si fosse trattato di un testo demotico; ma le fredde righe di stampa non avevano nulla dell’eleganza di un’antica iscrizione: erano scure, dure e pesanti proprio come il piombo.
“Non è possibile!”
Era come se in quegli ultimi giorni avessi vissuto e lavorato con qualche invisibile e terribilmente indiscreta entità appollaiata sulle spalle. Negli articoli c’era tutto: i miei spostamenti, i nomi delle persone con cui mi ero incontrato, l’elenco degli oggetti rimossi dalla tomba; e addirittura, quasi parola per parola, i miei discorsi confidenziali con gli amici.
“Non penserete che io…”
“O qualcuno che vi è molto vicino.”
“È assurdo! I miei collaboratori sono tutti persone fidate.” Guardai la firma; era la stessa per tutti gli articoli. “Non ho mai conosciuto nessun George Waller Mecham, e non mi risulta che a Luxor ci sia un giornalista che risponde a questo nome.”
“Potrebbe trattarsi di uno pseudonimo” continuò Carnarvon, e la sua voce suonava un po’ afona, non capivo se per la stanchezza o lo sforzo di controllare l’ira.
“È semplicemente assurdo pensare che persone come Burton o Mace passino informazioni sottobanco alla stampa. E per quale ragione, poi?”
Il sogghigno di Carnarvon fu qualcosa di molto brutto a vedersi, e offensivo.
<Oh, la solita ragione. Denaro.”
“No. Mi rifiuto di prendere in considerazione un simile sospetto.”
“Molto nobile, da parte vostra. Ma i fatti sono fatti.” Carnarvon toccò uno dei giornali con la punta del bastone, quasi fosse qualcosa di immondo. “Potrebbe essere soltanto che qualcuno dei vostri moschettieri abbia preso il vizio di parlare un po’ troppo con le persone sbagliate. Comunque sia, anche se involontariamente, voi avete provocato questo pasticcio e sta a voi tirarcene fuori al più presto, prima che il Times pretenda un indennizzo.”
foto di gruppoEra ingiusto, e soltanto il sopraggiungere di Evelyn risparmiò a Carnarvon la mia risposta sgarbata. La ragazza mi sembrò pallida, forse per il contrasto tra la sua carnagione chiara e il lilla dell’abito da viaggio.
“Papà, perché non vieni a farti un pisolino?” disse, e si avvicinò al conte per deporgli un bacio sulla fronte.
Mi sorpresi a immaginare la sofficità di quelle labbra. Poi Evelyn alzò lo sguardo su di me, ed ebbi l’impressione di vedere i suoi occhi farsi più grandi e scuri.
“Buongiorno, signor Carter.”
Un saluto più che formale, eppure mi sembrò che la sua voce tremasse. Forse anche lei era soltanto stanca. E com’era bella! Correva incontro alla sua maturità di donna, mutando giorno dopo giorno la sua grazia in vero e proprio fascino. Certamente, nei salotti di Londra doveva essere una regina. L’improvvisa sferzata di gelosia fu così violenta da spaventarmi.
“Lady Evelyn…” dissi, cercando di dare alle mie parole un’intonazione neutra. “Lieto di rivedervi. Avete fatto buon viaggio?”
Lei annuì, quindi chiese: “Restate a cena con noi?” Speranzosa e intimorita, come se prevedesse il mio rifiuto.
“Mi dispiace, gli impegni mi impediscono di trattenermi. Spero che vorrete scusarmi.” Accennai un breve e rigido inchino, e mi avviai alla porta.
“Aspettate!” esclamò lei, quasi rincorrendomi. “Vi accompagno fino all’atrio.”
Camminammo fianco a fianco nel corridoio. La guida di velluto soffocava il rumore dei nostri passi.
“Sono felice d’essere tornata” disse infine lei, e mi toccò un gomito per farmi fermare. “Ho un regalo per voi.” Trasse della tasca della giacca una scatoletta di cartone nero e oro, lunga e stretta. “Avrei voluto fare un pacchettino, ma poi… be’, mi sembrava stupido.” E vedendomi esitare, aggiunse: “Apritela, avanti”
Incuriosito, e lievemente a disagio, aprii la scatoletta.
“Ma Eve… cosa…”
“Non ve ne ricordate più? D’accordo, è passato molto tempo, però io ci ho pensato spesso. È che… insomma, non osavo.”
Tolsi dalla scatoletta il bocchino d’avorio bordato d’oro, e di colpo ricordai: la sua festa di compleanno, il modo in cui mi prendeva in giro dolcemente. Risi per superare l’imbarazzo.
“Volete proprio fare di me un gentiluomo, almeno nell’aspetto.”
“Sì, sir Howard… Sapete, poco fa quel “Lady Evelyn” non mi è piaciuto per niente.
“Be’, voi mi avete chiamato “signor Carter”.”
“Sapevo che mio padre era molto inquieto con voi e non volevo dargli l’impressione di esservi complice. Papà crede…”
“E voi, Eve?” la interruppi. “Voi cosa credete?”
Lei scosse la testa. I suoi occhi evitavano i miei.
“Io non so neppure chi sia questo Mecham, o come accidenti si chiama” continuai, con forse più acredine del necessario. Ma i suoi sospetti mi ferivano. “Volete che ve lo giuri nel nome di tutti gli dèi dell’Egitto, o vi basta la mia parola?”
“Ma io vi credo, Howard.” Adesso mi guardava direttamente, con la franchezza di sempre.
Alzò una mano in un gesto spontaneo e privo d’esitazione, e mi sfiorò una guancia con la punta delle dita. Fu come un soffio di brezza sotto il sole d’estate. Chiusi gli occhi per un istante.
“Mi sembrate così stanco…”
Il rumore di una porta che veniva aperta, non lontano da noi. Evelyn trasalì e fece qualche rapido passo indietro.
“Arrivederci” disse frettolosamente. “Abbiate cura di voi.” E s’allontanò quasi di corsa.
Rimasi ancora per qualche attimo nel corridoio, rigirandomi tra le mani il suo regalo. Ero frastornato. Attento, mi dissi. Sapevo che ero sul punto di addentrarmi in qualche luogo più oscuro e fantastico della tomba di Tutankhamon, e altrettanto pieno di cose fragili: i nostri sentimenti, le nostre stesse vite.
*
“È una maledizione.”
Dietro di me, Carnarvon ridacchiò.
“Il lato spinoso della fama. Suvvia, Carter, mettetevi seduto e gustatevi un bicchiere di questo Chiaretto. Vi riconcilierà con il mondo.”
Gettai un’ultima occhiata allo schieramento di folla, in attesa a poche iarde dalla mia casa… sembrava un esercito che si preparasse a sferrare l’attacco decisivo… poi voltai le spalle alla finestra. Carnarvon, tranquillamente seduto accanto al tavolo ancora ingombro dei resti del nostro frettoloso pranzo, alzò solennemente il bicchiere.
“A Tutankhamon” brindò. Quindi, in tono completamente mutato, chiese: “E Mecham?”.
Mi strofinai gli occhi con una mano. Mi sentivo i bulbi oculari indolenziti, dopo aver trascorso ore a fissare i minuscoli particolari di un collare di perline che stavo ricostruendo.
“Non lo so” risposi. “Non riesco a individuarlo. E stimo troppo i miei collaboratori per sottoporli a un terzo grado come voi vorreste.”
“Già. E non sarebbe neppure prudente.”
Dall’esterno giunse improvviso un corale urlo di giubilo. Probabilmente Abdal era uscito per sbrigare qualche faccenda e la folla gli era calata addosso come un branco di iene.
“Li sentite?” chiesi, stizzito. “Sono lì dall’alba, e qualcuno ci trascorrerà la notte, ci giurerei. Aspettano soltanto che metta il naso fuori.” Tornai a sedere e mi accesi una sigaretta, nella speranza che il rituale del fumo riuscisse a calmarmi. “Come posso lavorare con tutta questa gente tra i piedi? Per poter ficcare il naso nella tomba si inventano tutte le scuse possibili, si travestono da fattorini del telegrafo, sfoderano lettere di raccomandazione firmate da qualche mio amico… Non mi ero mai accorto di avere tanti amici! E tutta quella cartaccia…”
Carnarvon gettò un’occhiata alla posta che traboccava dal sacco in un angolo, e suggerì, serafico: “Assumeremo un segretario”.
“Leggetene qualcuna, se volete farvi quattro risate. Il mondo è pieno di pazzi. Mi chiedono granelli di sabbia come souvenir, e questi sono ancora tra i più sani; e poi ci sono quelli che ci mandano formule magiche per esorcizzare gli spiriti maligni, e quelli che ci definiscono “predoni”. È un manicomio.
“Non ve la prendete, era inevitabile.” Carnarvon sorrideva, ma sapevo che anche lui era più che stufo di tutte quelle assurdità. “Ditemi piuttosto cosa ne pensate del progetto della Goldwyn.”
“La Pathé o la Goldwyn o chi altri diavolo, mi è del tutto indifferente. Se volete concedere i diritti per un film fatelo, ma non chiedetemi consigli.”
“L’offerta è di ventimila sterline.”
Non risposi. La frenesia scoppiata intorno a Tutankhamon rallentava il mio programma di lavoro e mi rendeva sempre più inquieto. All’inizio avevo creduto che dopo le prime settimane si sarebbe smorzata, che i quotidiani avrebbero trovato altri argomenti per aumentare le proprie tirature; ma l’idea di concedere l’esclusiva al Times si stava rivelando controproducente. Chi non poteva avere notizie di prima mano se le inventava.
“Avete visto cosa scrive la stampa egiziana?” chiesi.
Carnarvon bevve un sorso di vino e annuì.
“Quei maledetti nazionalisti. Non gli importa un accidente di Tutankhamon, ma hanno capito che può essere un’ottima arma di propaganda politica. Dobbiamo fare attenzione a come ci muoviamo, d’ora in avanti.”
Esalai rabbiosamente una boccata di fumo.
“E Lacau ci odia.”
“Vuole soltanto evitare guai con il governo egiziano, ma la sua pretesa di rimettere alla Sovrintendenza ogni decisione riguardo i reperti è inammissibile.” Il conte sogghignò con fare furbesco. “Fortuna che, in previsione di questa evenienza, abbiamo già provveduto.”
Alludeva a una serie di piccoli oggetti, scelti soprattutto fra quelli privi di cartigli, che avevamo clandestinamente introdotto in Inghilterra. Non la consideravamo un’azione disonesta, ma un semplice risarcimento per anni di ricerche infruttuose.
“A ogni modo” dissi “sono stufo di trovarmi sempre tra i piedi quell’Engelbach. Possibile che non esista un modo per liberarsene?”
Carnarvon ammiccò. “Assoldiamo un sicario.”
“Con le vostre conoscenze, non dovrebbe essere poi troppo difficile farlo spedire a Giza o in qualche altro posto lontano dalla Valle.”
“E Lacau ci manderebbe subito qualcun altro. Magari un mastino, al posto della “trota”.”
Mi accorsi che Carnarvon, mentre parlava, non mi guardava in faccia: i suoi occhi seguivano il movimento delle mie mani che giocherellavano con il bocchino d’avorio. Compresi all’istante la ragione di quel suo sguardo, e mi fermai di colpo. Prevenendo ogni domanda dissi: “Me l’ha regalato vostra figlia. Pensavo che ve l’avesse detto”.
“Non me l’ha detto.” Erano anni che non gli vedevo negli occhi quella luce fredda, simile al riflesso del sole invernale su una pozzanghera ghiacciata: mi stava valutando come nel corso del nostro primo incontro; ma le parole che seguirono mi giunsero del tutto inaspettate: “Eve è preoccupata per voi”.
“Perché?”
“Ha fatto un sogno. Un cobra vi aveva morso.”
Era strano che non me ne avesse parlato, ridendone per prima. Cercai di scacciare l’inquietudine con un’alzata di spalle.
“Non ci sono molti cobra nei paraggi, e questa casa è più che sicura.”
Spensi la sigaretta e tornai ad alzarmi. Anche se non la vedevo, quella folla che stazionava là fuori agiva sui miei nervi come un tossico. Sapevo fin troppo bene che razza di pandemonio si sarebbe scatenato non appena fossi uscito per recarmi alla tomba.
Il canarino giallo, nella sua gabbia appesa all’intelaiatura della finestra, cantava come se non avesse sbarre attorno a sé. I fellahin venivano ad ascoltarlo, in una specie di pellegrinaggio; erano davvero convinti che portasse fortuna. La sua voce è una preghiera agli antichi dèi… I particolari dello strano incontro nel bazaar mi ritornavano alla mente come fumosi brandelli di un sogno. Accetta di percorrere il sentiero sul quale il tuo dio ti ha posto… Ma qual era il mio sentiero?
Udii Carnarvon ridacchiare, in un repentino cambiamento di umore. Si era alzato e stava esaminando alcune lettere, prendendole a caso dal sacco.
“E vi offrono pure dei soldi, pur di entrare per qualche minuto nella tomba. Queste sono proposte da non disprezzare, potreste arricchirvi in poco tempo. E questo cos’è? Curioso…” Il cartoncino di un bianco sfolgorante tremava leggermente nella sua mano, come sfiorato da una brezza altrimenti inavvertibile. ““Fa’ ciò che vuoi, questa sarà l’unica”… Howard!”
Le undici punte della stella mi trafiggevano il cervello. Undici gocce di piombo fuso.
Accetta di percorrere il sentiero…
Amore è la Legge!
Il servo che amavo come un fratello ha smarrito la strada…
Non c’è alcun dio che ti rinnegherà per questo!
Tornerà a reclamarti, quando i tempi saranno maturi.
Le voci mi scrosciavano nella testa con la violenza di una cascata. Aldilà del fragore udii la voce di Carnarvon, lontana, che chiamava Abdal; poi avvertii delle mani sulle braccia e le spalle, che mi guidavano, mi spingevano su una sedia, mi slacciavano la cravatta.
“Accetta di percorrere il sentiero…”
“Come, Howard? Cosa dite?” Il volto di Carnarvon emerse con lentezza da una foschia iridata, un arcobaleno sulle cascate, e appariva stranamente piatto, bidimensionale; e molto vecchio, antico come la vera faccia della luna. “Vi sentite meglio, Howard? Ecco, bevete un sorso di vino.”
Non mi chiamava per nome molto spesso. Dovevo averlo spaventato sul serio. Respinsi il bicchiere che mi offriva.
“Adesso sto bene” lo rassicurai, e gettai un’occhiata ad Abdal, impalato come una sentinella alle spalle del conte; gli feci cenno di andarsene e lui sgattaiolò via senza indugio.
“Vi siete stancato troppo, negli ultimi tempi” sentenziò Carnarvon. “Per oggi non tornate alla tomba, gli altri possono cavarsela da soli.”
“Datemi quel biglietto” gli dissi per tutta risposta.
Mi guardò senza capire, e certamente pensava che stessi vaneggiando; poi ricordò. “Ah… questo?” Raccolse il cartoncino che aveva posato sul tavolo per venirmi in aiuto. “Ma non è nulla d’importante, una di quelle sciocchezze…”
“Datemelo” insistei, anche se mi ripugnava toccarlo. Era identico a quello che avevo ricevuto a Saqqara una vita prima; perfettamente identico, dal candore incredibile della carta all’inchiostro con cui erano tracciate la stella e le undici parole del messaggio.
Così, infine, s’avverava la profezia di Spare. Frater Perdurabo era tornato a reclamarmi. Ma non mi avrebbe avuto. Accesi un fiammifero, e fui contento di constatare che la mano non mi tremava poi troppo. Accostai un angolo del cartoncino alla fiamma.
“Howard…”
Lasciai cadere il cartoncino in un piatto, e alzai lo sguardo su Carnarvon. Il suo viso esprimeva perplessità e tensione.
“Non vi preoccupate per me” gli dissi. “È tutto a posto.”
Lui si appoggiò al tavolo, e il suo sguardo aveva ritrovato la durezza inquisitoria di poco prima. Nelle iridi chiare si rifletteva la fiamma che consumava il cartoncino.
“E se mi spiegaste cosa sta succedendo?”
“Non è faccenda che possa riguardarvi.”
“Dannazione, Carter!” Il conte percosse la superficie del tavolo con il palmo della mano, facendo sussultare le stoviglie. Un frammento di carta carbonizzata svolazzò per un istante in mezzo a noi, come un tafano. “Non vi fidate di me? Questo è offensivo.”
Avrei potuto rinfacciargli che neppure lui dimostrava eccessiva fiducia nei miei confronti, e il suo comportamento nella faccenda di Mecham ne era la lampante dimostrazione; ma non mi sentivo in grado di sostenere la discussione che ne sarebbe nata.
“La fiducia non c’entra. Questa è una faccenda nella quale devo sbrigarmela da solo.”
Avevo fatto male a bruciare il biglietto davanti a lui, avrei dovuto aspettare, così non l’avrebbe messo in relazione con il mio malore; ma avevo agito impulsivamente e adesso non c’era modo di sfuggire alle domande.
“Perché non volete confidarvi con me? Credevo che fossimo amici.”
Lo credeva.
“E va bene, Carter, tenetevi pure i vostri segreti.” Lord Carnarvon appariva spazientito, ma soprattutto stanco. Prese il bastone da passeggio e si avviò alla porta.
“George…”
Si voltò, palesemente sorpreso. In tanti anni non mi ero mai rivolto a lui chiamandolo con il suo nome di battesimo.
“Vi chiedo un favore: non parlate di questo a Eve, non voglio che si spaventi per nulla.”
Lui sorrise con amaro sarcasmo.
“Già. Per nulla.”
*
La guerra era stata dichiarata; e se in essa il sangue non scorreva materialmente come in quella che aveva avuto termine soltanto qualche anno prima, era però altrettanto cruenta e rumorosa, e contrassegnata da assai più numerose viltà. Campo di battaglia erano le redazioni dei giornali e gli uffici del Service des Antiquités, e il piombo delle rotative sprigionava un lezzo ancora più ammorbante di quello della putrefazione e della polvere da sparo.
Il New York Times ci aveva scatenato dietro il peggiore dei suoi mastini, un certo Bradstreet, che si divideva tra la prestigiosa testata americana e la redazione egiziana del Morning Post. Era il tipo che quando affondava i denti in una preda succulenta non c’era modo di fargli mollare la presa, e Tutankhamon gli stava offrendo l’opportunità di rifarsi di anni di lavoro oscuro e frustrante. Voleva a ogni costo far parte del gioco, e la sua tattica consisteva nel battere a tappeto gli alberghi di Luxor in caccia del minimo pettegolezzo da stravolgere e ingigantire a dismisura. I suoi articoli grondavano sarcasmo, e tornavano a puntare sempre sullo stesso argomento, il nostro presunto tentativo di arricchirci attorno alla scoperta. Merton faceva del suo meglio per contrastare gli attacchi della stampa avversaria, ma era solo contro tutti, come un eroe romantico. Carnarvon soffriva profondamente di quella situazione, e di giorno in giorno lo vedevo farsi sempre più irritabile e stanco. Dal canto mio, sognavo soltanto di mettere le mani sul fantomatico Mecham; per strapazzarlo un po’, perché no, ma soprattutto per chiedergli “perché”.
*
Era una scena che parlava di intimità e dolcezza: il giovane re, seduto in posizione rilassata su un seggio dalle zampe feline, un gomito appoggiato all’alta spalliera; in piedi accanto a lui, la sua sposa Ankhesenamon ungeva con olio profumato il prezioso collare che gli copriva il petto e le spalle. Il corpo sottile e flessuoso della regina si rivelava sotto il fine drappeggio di un velo d’argento.
“Che meraviglia!” esclamò Arthur Mace al di sopra della mia spalla. “E guardate qui: il disco solare con le mani che reggono l’ankh… Aton! Questo trono è di epoca amarniana.”
“Sì. Lo stile è inconfondibile.”
La sinuosità delle linee dei corpi, la leggerezza delle alte corone piumate e i nastri svolazzanti… La serenità di un lontanissimo tempo felice modellata in metalli preziosi, maioliche, avorio e pietre dure, eternata sulla spalliera del trono più splendente su cui un monarca si fosse mai seduto. Una bellezza inconcepibile nella nostra epoca di produzione in serie. E il nome dell’artigiano che aveva creato quel capolavoro era ormai nell’oblio, ma il talento dal quale tanta meraviglia era scaturita gli garantiva l’eternità più di tutte le formule del Libro dei Morti.
“Avete notato, Mace? Il cartiglio. Tutankhaton. Eppure non è stato cancellato.”
Sembrava che neppure la ritrovata fede in Amon avesse potuto convincere il faraone a sfregiare un simile capolavoro. Walter Hauser, uno dei disegnatori, s’accosciò per esaminare un particolare sulle gambe del trono, modellate in forma di zampa di leone.
“Dovevano esserci dei fregi, lì sotto. Probabilmente li hanno strappati i ladri.”
Ma quello, al momento, era irrilevante. Il vero problema consisteva nel conservare intatta tutta le bellezza del trono. La stessa aria che penetrava attraverso il corridoio era un nemico mortale.
“Ascoltate” disse Mace. “Si sente di nuovo.”
Era una specie di lieve fischio modulato; un suono che mi parve triste come il canto di un uccello morente, perché ne conoscevo il significato.
“Il legno. Si sta adattando alle nuove condizioni climatiche. Se non ci sbrighiamo ci ritroveremo tra le mani un mucchio di polvere e frammenti d’oro.”
L’umidità, che nel corso di trentadue secoli era andata lentamente inzuppando l’aria inscatolata nella tomba, aveva finito col dilatare le parti lignee degli oggetti e un nuovo restringimento provocato dal clima arido della Valle rischiava di far saltar via stucchi e decorazioni.
“Coraggio” dissi “vediamo di venire a capo di quest’altro rompicapo. Burton, a voi la prima mossa”.
Mi allontanai per lasciare spazio al fotografo. In quel momento Callender s’affacciò alla porta dell’anticamera.
“Carter, c’è una persona che desidera parlarvi.”
“Mandatela al diavolo.”
“Non credo che ci convenga” rispose Callender, e con un gesto quasi solenne mi porse un biglietto da visita.
Un banalissimo biglietto da visita… eppure esitai prima di prenderlo. Quando lessi il nome che vi era stampigliato, l’irritazione fu più intensa del sollievo.
“Mi correggo: ditegli di andare a farsi… No, aspettate. È meglio che se lo senta dire da me.”
Stava alla sommità dei sedici scalini; un po’ invecchiato, ma con un’espressione determinata sul viso. Lo squadrai gelidamente, asciugandomi il sudore dalla fronte. Da quel pomeriggio nella sala da tè del Cairo non lo avevo più rivisto, e sapevo soltanto che dopo le sue precipitose e forzate dimissioni dal Service des Antiquités lavorava in Inghilterra.
“Signor Carter” esordì Arthur Weigall, nel più formale dei toni “mi trovo in Egitto in veste di inviato del Daily Mail, e vi sarei grato…”
“Io ti sarò grato se mi farai la cortesia di andartene” lo interruppi.
“Carter, lascia che ti chiarisca una cosa” ribatté Weigall, accantonando in fretta ogni atteggiamento formale. Sembrava molto calmo e determinato. “Hai tutto da guadagnarci da quello che posso scrivere sulla tomba e il tuo lavoro. Sembra che tu e Carnarvon non vi rendiate conto dell’odio che vi state attirando addosso con il vostro atteggiamento intransigente.”
Sentivo gli sguardi della folla appollaiata sul muretto che avevamo fatto erigere a protezione della gradinata, udivo i bisbigli. Certamente parlavamo a voce troppo bassa perché qualcuno potesse afferrare l’argomento della discussione, tuttavia mi seccava espormi a quel modo.
“Io e Carnarvon abbiamo stipulato un contratto con il Times e intendiamo onorarlo. È tutto.”
Mi voltai e rientrai nel corridoio.
Imperturbabile, lui mi seguì.
“Questo vostro modo d’agire rischia di danneggiare gli interessi dell’Inghilterra in Egitto, come fate a non rendervene conto?”
“Non ti facevo così patriottico.”
“Risparmiami il sarcasmo.” Adesso c’era una lieve traccia di tensione nella voce di Weigall, ma la potente luce elettrica che proveniva dall’anticamera gli levigava i lineamenti cancellando ogni indizio d’emozione. “Vuoi sapere cosa penso di te e del lord tuo compare?”
“No.”
“Penso che l’arroganza vi renda incoscienti. Credete che la bandiera inglese sventoli ancora su questo paese alla più favorevole delle brezze, ma non è così, il vento sta girando e quella che si prepara è una tempesta.”
Gli concessi un sogghigno di disprezzo.
“Non ti avrei mai immaginato un simile talento poetico. Capisco perché il Daily Mail ti ha assunto.”

James Breasted

James Breasted

Sembrava che la mia ostilità non lo toccasse.
“Carter, hai tra le mani un tesoro inestimabile. Ti meraviglia che circolino chiacchiere secondo le quali tu e il tuo finanziatore vi sareste già spartiti il grosso del bottino? Gli egiziani…”
“Che si fottano. Se fosse per gli egiziani tutto il loro passato sarebbe ancora a marcire sottoterra e i fellahin bivaccherebbero nel tempio di Karnak.”
“Howard…”
La mano di Weigall si posò sul mio braccio, esattamente come quella volta di anni prima nella sala da tè del Cairo. Un pallido scorpione. La scossi quasi con ribrezzo.
“Howard, che tu e Carnarvon abbiate tutte le ragioni di questo mondo non ha importanza. Gli egiziani saranno pure degli incompetenti in materia archeologica ma si trovano nella posizione di potervi screditare. Se almeno accettaste le condizioni di Lacau, non potrebbero più accusarvi di speculare su un cadavere e prostituire la scienza ai vostri interessi.”
“Da che pulpito…” Avevo colto nel segno. Lo vidi impallidire, e allora rincarai: “Ti sei fatto cacciare dalla Sovrintendenza causa dei tuoi intrallazzi con i contrabbandieri d’arte, quindi non venire a dire a me e al mio finanziatore come dovremmo comportarci”.
La risposta fu decisa e sferzante. “Può darsi che io abbia il mio scheletro nell’armadio, Carter; ma prega tutti gli dèi dell’Egitto che nessuno tiri mai fuori il tuo.”
Non alludeva certamente alla faccenda di Saqqara. Strinsi i pugni, dominando a fatica il desiderio di colpirlo.
“Vattene” gli ingiunsi.
Un sorriso amaro gli piegò le labbra in un’espressione curiosamente sofferente.
“Buttati nel Nilo con una pietra al collo, Carter. Sarà una fine più spiccia e assai meno dolorosa.”
*
A volte mi sembrava di trovarmi su un palcoscenico, o sulla pista di un circo. Ogni mia uscita da casa o dalla tomba veniva accolta da entusiastiche ovazioni, come un salto mortale senza rete, e i più audaci tra il pubblico mi seguivano in processione quando andavo al lavoro o ne tornavo, cercando di attaccare discorso. A volte la folla attorno al sepolcro era così compatta che Burton doveva farsi largo a gomitate per raggiungere la camera oscura allestita in una piccola tomba vuota.
“Cercate di dar loro qualche contentino” mi suggerì Arthur Mace.
Quell’uomo magro, dalle spalle un po’ spioventi e l’aria perennemente infelice, ma dotato di un’intelligenza brillante e fantasiosa, era il miglior collaboratore che potessi desiderare. Inoltre era nipote di Flinders Petrie, un legame che avvertivo intensamente. Anche se i due avevano maniere completamente differenti, mi capitava di sentirmi spesso come se avessi accanto il mio maestro di Amarna. Una sensazione rassicurante.
“Cosa intendete con “contentino”?” chiesi.
Lui sorrise furbescamente. “Spettacolo.”
Elaborammo una sorta di copione teatrale. Ci mettemmo d’accordo per far uscire di tanto in tanto dalla tomba alcuni piccoli oggetti, che Mace stesso s’incaricava di mostrare e illustrare agli spettatori. A volte, dopo uno di questi spettacolini, alcuni dei turisti che bivaccavano attorno alla tomba da ore si consideravano appagati e si toglievano dai piedi. Ma per uno che andava, altri due erano pronti a prenderne il posto. C’era gente che arrivava alla Valle nelle prime ore del mattino, pur di accaparrarsi un buon punto d’osservazione accanto al muretto di protezione. A volte mi sorprendevo a pensare, con maligna soddisfazione, che quella fragile barriera di sassi e malta avrebbe finito prima o poi col cedere sotto la pressione della folla, e qualcuno di quei rompiscatole si sarebbe trovato a pagare con contusioni e ossa rotte la sua insopportabile curiosità.
Tutankhamon si stava rivelando un buon affare per tutti. Per le agenzie di viaggio che vendevano giri turistici comprensivi di visita alla tomba, per i venditori di bibite e di macchine fotografiche che giungevano attraverso il Nilo carichi della loro mercanzia… Dissacratori, novelli mercanti nel tempio. Ma noi non eravamo in vendita, volevo che questo fosse ben chiaro.
E c’erano giorni in cui neppure Mace aveva tempo e voglia per organizzare rappresentazioni a beneficio dei curiosi. La tomba continuava a proporci i suoi rompicapo trimillenari, e già febbraio annunciava la primavera con venti torridi che ci ardevano gli occhi e la gola. La temperatura, nelle profondità del sepolcro e nel laboratorio, aumentava di qualche grado ogni giorno. Ma prima di dichiarare conclusa la stagione dovevamo al mondo un’altra emozione: l’apertura della camera sepolcrale.
*
Sapevo cosa si trovava aldilà di quel muro; eppure, mentre mi accingevo ad abbatterlo, provavo qualcosa di assai simile alla paura. Paura che si fosse trattato soltanto di un’altra delle mie visioni, e che non esistesse alcun forziere d’oro, nessun’altra stanza piena di tesori.
L’anticamera, svuotata di tutto il suo scintillante contenuto, sembrava molto piccola e buia, nonostante la potente illuminazione elettrica. I privilegiati invitati a quello spettacolo erano una quarantina, tra i quali Lord e Lady Allemby, Lacau, il “Trota” e altri tre rappresentanti della Sovrintendenza, i membri della mia squadra e una manciata di pascià. La loro tensione formava davanti a me un muro invisibile, ma più solido di quello che mi accingevo ad abbattere.
Di fuori, nel pomeriggio infuocato, s’ammassava una folla di giornalisti e macchine fotografiche. Tra le tante facce, anche quella di Weigall.
Lord Carnarvon, prima di scendere nel sepolcro, si era rivolto agli astanti ritrovando un guizzo di quell’antica malizia che negli ultimi tempi sembrava averlo abbandonato.
“Stiamo per assistere a un concerto” aveva esclamato. “Il signor Carter ci canterà qualche canzone.”
E davvero provavo di nuovo quella curiosa sensazione, come di stare a teatro. In piedi su una piattaforma costruita per facilitare il lavoro, come su un piccolo palcoscenico, ma non c’erano suggeritori che potessero sostenermi nella parte. Le lampade, simili a luci di scena, divoravano l’aria nell’angusta stanza. Aldilà della barriera di luce distinguevo appena l’abito di Evelyn, qualcosa d’azzurro come un cielo d’estate. Nei pesanti guanti da lavoro, il palmo delle mie mani era bagnato di sudore. Lord Carnarvon mi fece un cenno. La rappresentazione poteva avere inizio.
Localizzai l’architrave che delimitava la parte superiore della porta e cominciai a raschiare via l’intonaco, rimuovendo alcune pietre più piccole. Aperto un varco sufficiente a introdurre una torcia elettrica, dissi la mia battuta. “Vedo un muro d’oro. Oro e porcellana blu.
Il mormorio di meraviglia fu come il fruscio della sabbia portata dal vento.
Servendomi di un piede di porco cominciai a scalzare i blocchi di pietra, aiutato da Mace e Callender. Gli operai riempivano di detriti le ceste che poi si passavano facendo catena. Appena la breccia fu grande abbastanza scivolai nella camera sepolcrale, seguito da Carnarvon, e andai ad aprire la porta del primo sacrario. Il velo di nebbia gemmato di stelle, e aldilà di esso un’altra porta sigillata per l’eternità. Che diritto avevamo noi, adesso, di spezzare quei sigilli? In nome di quale verità più importante della morte stessa? Appoggiai la mano alla porta dorata del secondo tabernacolo, proprio sotto il catenaccio sigillato. Mi sembrò che il legno fremesse lievemente sotto la lamina d’oro, come in risposta. Il servo prediletto, che amavi come un fratello, è ritornato.
Esclamazioni di stupore mi giungevano soffocate, come compresse tra le pareti del sacrario e quelle della camera sepolcrale. A due a due sopraggiungevano i nostri ospiti, e Carnarvon li guidava alla tesoreria sorvegliata da Anubis.
“Carter…” Mace mi chiamò sottovoce, dolcemente, come avesse paura di spaventarmi. “Venite a vedere.”
Mi staccai dal sacrario con riluttanza e lo seguii nella tesoreria. Ciò che aveva da mostrarmi non era una nuova meraviglia dorata, bensì una banale tavoletta d’argilla modellata in maniera quasi rozza. Da un lato recava l’immagine di Nekhbet, la dea-avvoltoio protettrice dell’Alto Egitto; dall’altro lato alcune colonne di geroglifici. Nel raggio della torcia elettrica, il loro significato sembrò emergere con chiarezza e semplicità sconcertanti per un testo egizio.
Fu come se lo splendore dell’oro che mi circondava venisse inghiottito da una improvvisa caligine nera. Le esclamazioni d’entusiasmo si fecero lontane e appannate. Ero perduto, completamente solo in un luogo scuro e soffocante, uno stretto corridoio senza fine, più insidioso delle profondità della tomba di Hatshepsut. Re-stau, di nuovo. Anche la mia voce sembrò provenire da quelle lontane profondità quando chiesi: “Dove l’avete trovata?”
“Dietro l’altare di Anubis.”
“Non l’avevo…” Mi morsi le labbra, impedendomi di confessare il misfatto di cinque mesi addietro. “Non l’avevo notata, la volta scorsa”, ecco quello che stavo per dire. Invece bisbigliai: “Portatela al laboratorio e nascondetela. Non voglio che la vedano.” Perché mi comportavo in maniera tanto irrazionale? Le persone in grado di leggere quei geroglifici erano studiosi, scienziati, persone equilibrate che ne avrebbero riso. “Nascondetela” ripetei.
Poi tornai nell’anticamera dove gli invitati di riguardo chiacchieravano animatamente. Chi attendeva il proprio turno per accedere alla camera sepolcrale accoglieva con raffiche di domande coloro che ne uscivano. Avevano tutti in fondo alle pupille un piccolo fuoco, come un sole lontano: lo splendore dell’oro, e non si sarebbe estinto tanto presto.

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Gloria BarberiL’AUTRICE
Gloria Barberi nasce a Camogli (GE) il 6/9/1955, ma dall’età di 6 mesi abita a Recco, poco più di 3 chilometri dal suolo natìo.
Da sempre appassionata d’arte in tutte le sue forme, dopo un periodo trascorso a scrivere articoli sul rock per le riviste Best e Nuovo Sound, debutta all’inizio degli anni ‘80 sulle pagine delle fanzines SF…ere e Pulp, dedicate alla letteratura fantascientifica e fantasy. Fanno seguito pubblicazioni su numerose riviste e periodici sia amatoriali che professionali, quali: The Dark Side, Gli occhi di Medusa, Diesel, Shining, Yorick, Lore, Urania Millemondi, L’Eternauta, La Gazzetta del Mezzogiorno, Cosmopolitan, Inchiostro, Antarés, e le antologie Fantàsia e Horror Erotico di Stampa Alternativa. Il racconto La notte di san Valentino è apparso in Francia nell’antologia Cosmic erotica successivamente edita in Italia da Fanucci. Presente anche in diverse antologie di autori vari edite da Il Cerchio (Rimini) a seguito di vittorie e piazzamenti al Premio San Marino.
È autrice di due antologie personali: Racconti Notturni edito da Primordia (MI) e Come le bambole di notte (Montedit, MI) e di alcuni romanzi: I Custodi apparso su The Dark Side n° 34; Le viscere del Diavolo (Diesel Extra); Lo specchio scarlatto (Diesel Speciale “Pastiche”).
Nel 1987 collabora alla trasmissione radiofonica Galactica di Radio Time di Scandicci (FI). Da qualche anno si occupa di teatro in veste di attrice/caratterista nella compagnia del Teatro Stabile San Giuseppe di Ruta di Camogli, del quale cura la pagina Facebook, ma anche di autrice. La pièce “Il palazzo della Notte” ha vinto nel 2001 il premio Città di Moncalieri ed ha partecipato in seguito alla rassegna Aquilegia blu (Torino, 2002) nell’interpretazione dell’attrice Franca Berardi.
Tra i premi conseguiti per la narrativa fantastica ci sono il Premio Italia, Lovecraft, Courmayeur e Repubblica di San Marino.
Negli anni ‘90 ha lavorato come traduttrice per la casa editrice Nord e per la rivista esoterica Primordia, oltre che per alcuni privati.
Appassionata anche di poesia, fa parte da diversi anni del gruppo di scrittura “Anna di Vienna” che prevede incontri a cadenza mensile su un argomento a tema e un reading/spettacolo a fine stagione, con lettura di poesie e prosa, siparietti teatrali, proiezioni video e musica dal vivo. Ama “pasticciare” con Photoshop e creare immagini che pubblica sulla pagina facebook Green Mansions.
“Contagiata” da un amico genealogista ha creato anche una pagina sui suoi antenati materni, appartenenti alla comunità valdese di Torre Pellice, che le ha permesso di scavare un po’ più a fondo nelle sue radici. E, ovviamente, non si è fatta mancare una pagina Facebook dedicata a L’occhio sinistro di Horus, romanzo nato con l’intento di raccontare una realtà “alternativa” a quella usualmente sfruttata riguardo il ritrovamento della tomba di Tutankhamon, lavorando molto di fantasia ma entro binari rigorosamente storici, e strizzando l’occhio ai feuilleton di un tempo.
Chi desiderasse approfondire queste notizie può cercare in rete, su Fantascienza.com e altri siti.

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