L’occhio sinistro di Horus 11° episodio di Gloria Barberi

L'occhio sinistro di Horus 11° episodio di Gloria Barberi“Sono proprio affamato” disse Callender, con una prosaicità che mi ferì, ma era necessaria per rientrare nella realtà.

Smontammo dagli asini e ci avviammo verso la mia casa. Gurgar ci seguì, insolitamente silenzioso.

“Ho dato disposizione ad Abdal perché ci lasciasse la tavola apparecchiata” dissi, e provavo disagio a parlare di quelle banalità dopo il magico pomeriggio appena trascorso.

Stavo per aprire la porta di casa quando udii un suono curioso: acuto, simile al gemito di un bambino.

“Abdal?” chiamai, spalancando la porta.

Il crepuscolo riempiva di ombre la stanza, e sulle prime non vidi nulla. Poi colsi un lieve movimento con la coda dell’occhio. Voltandomi, scorsi la gabbia del canarino. Qualcosa si muoveva tra le sbarre dorate, un’ombra sinuosa aureolata da un leggero lucore quasi metallico, e si ergeva e si dilatava come avesse voluto occupare l’intero spazio della gabbia. Un cobra.

“No, sir! No!” ansimò Gurgar, mentre mi avvicinavo alla gabbia, rispondendo al fascino di quello sguardo che avvertivo su di me.

“Carter, state attento.”

Lasciai cadere nel vuoto anche l’avvertimento di Callender.

La gabbia era appesa proprio all’altezza del mio viso. Attraverso lo sportellino aperto fissai il cobra negli occhi; due fessure opache d’ingordigia soddisfatta. Mi sfidava. Merit-seger, signora della Cima e del Silenzio, Guardiana della Valle. Spinto da un impulso che andava aldilà di ogni ragionamento alzai la mano sinistra e l’accostai alle sbarre, in un gesto che era quasi un saluto. Mi accorsi appena che l’anello si era voltato e l’udjat si trovava rivolto verso la gabbia.

“Carter…” bisbigliò Callender “cosa volete fare?”.

Qualcosa di simile a una scossa elettrica mi colpì alla spalla, respingendo il mio braccio. Un ultimo raggio di luce, forse riflesso da un lembo di nuvola, colpì il castone dell’anello che lo restituì assottigliato in un ago azzurro. E quell’ago ebbi l’impressione di vederlo penetrare esattamente tra gli occhi del cobra. L’animale si ritrasse con un movimento convulso, e la gabbia si staccò dal gancio e cadde, ammaccandosi al suolo con un rumore che mi parve assordante; nello stesso istante Callender mi afferrò per un braccio e mi tirò indietro; poi, con pochi colpi di bastone bene assestati, rese giustizia al povero canarino.

“Carter, state bene?”

Fissai il cobra morto ai miei piedi, poi il bastone ancora tra le mani di Callender.

“Avete rovinato il mio bastone da passeggio” bisbigliai.

“Eh?” fece Callender, sbigottito, mentre Abdal arrivava di corsa dalla cucina.

“Ah, effendi! Grande sventura!” strillò il mio domestico. “Quello era il cobra del re! Grande sventura!”

“Sì, sir” gli fece eco Gurgar. “Il cobra del re ha ucciso il canarino perché vi ha guidato alla tomba. Dovete stare attento, adesso, tutto attento, altrimenti qualcuno morirà.”

“Piantala di blaterare assurdità!” lo rimproverò Callender. “Piantatela tutti e due, e toglietevi dai piedi, via!”

Era la prima volta che vedevo il pacifico Callender perdere la pazienza. Senza intervenire lo guardai mettere alla porta Gurgar e Abdal. Avevo sempre riso delle superstizioni, ma la morte del canarino era un’inquietante realtà. Perché il cobra non poteva essere penetrato da solo in casa, e tantomeno nella gabbia del canarino. Qualcuno doveva avercelo messo. Chi?

Alzai gli occhi alla finestra: incorniciava una porzione di cielo nel quale splendeva una stella, così vivida che potevo distinguerne i lunghi raggi tremolanti nell’atmosfera purissima. Mi sembrò di contarne undici.

*

“Perché vi preoccupa tanto?” chiese Arthur Mace chinandosi a guardare, al di sopra della mia spalla, la tavoletta d’argilla posata sul bancone del laboratorio.

“Non lo so” ammisi, sfregandomi gli occhi. Era stata una giornata logorante, troppo piena di emozioni. L’abbattimento della porta murata, la morte del canarino… “Se questa faccenda arriva ai giornali, ci ricameranno sopra all’infinito.”

“Magari potrebbe tornarci utile per toglierci di torno un po’ di rompiscatole.”

“Già, ma se vengono a saperlo i fellahin, superstiziosi come sono, ben presto ci ritroveremo senza operai.”

“Be’, questa sì che sarebbe una maledizione.” Mace sfiorò con la punta di un dito la superficie della tavoletta, seguendo i geroglifici. “”La morte discenderà ad ali spiegate su colui che osa disturbare il sonno di Osiride“.” Fece una risatella chioccia. “Be’, con i ladri non deve avere funzionato molto.”

Sospirai e mi lasciai andare contro lo schienale della sedia, tornando a passarmi una mano sugli occhi. Ero sfinito, e non riuscivo a ridere di quelle parole. Non che mi rendessero inquieto, perché la superstizione non rientrava tra le mie debolezze, ma troppi fatti inspiegabili e oscuri segnavano ormai la mia vita. E questo… era un messaggio. Sì, doveva essere un messaggio, non una minaccia; ma ancora una volta non ero in grado di comprenderne il senso.

“Cosa pensate che dovremmo farne?” chiesi.

“Oh…” Mace corrugò la fronte e incassò la testa tra le spalle, un atteggiamento che assumeva quando rifletteva o era preoccupato. “Potremmo nasconderla molto bene, oppure…”

“Oppure…” Alzai gli occhi su di lui. “Pensate che sarebbe un crimine?”

“Be’, dopotutto, nessuno verrà mai a saperlo.”

Annui e dissi con uno stanco sorriso sarcastico: “Avreste il fegato di essermi complice in questo crimine contro la Storia e la Scienza?”

*

Howard Carter e Arthur Mace

Howard Carter e Arthur Mace

Più tardi portammo la tavoletta nel deserto e la riducemmo in minutissimi frammenti, disperdendo la sua oscura minaccia nella sabbia.

 

 

 

 

 

NONA ORA DELLA NOTTE

(L’ala di Nekhbet)

 

 

Ecco lo spirito del Fuoco; egli dice:

“Io accumulo la sabbia

attorno alla tua tomba celata,

io respingo gli assalti dei dèmoni;

e grazie al mio fuoco

le montagne popolate di tombe

si risveglieranno alla Luce.”

 

(Libro dei Morti, capitolo CLI)

“Volevo che lo sapeste.” Charlie Breasted era un po’ pallido ma aveva un’espressione tranquilla. “E non provo nessun rimorso per quello che ho fatto.”

Seduto al tavolo del mio laboratorio, per un attimo fissai il giovane senza parlare. In sottofondo sentivo la sabbia scrosciare in turbini contro la cupola: era la prima tempesta della stagione.

<Avevate così tanto bisogno di denaro?” chiesi infine.

In piedi a pochi passi da me, Breasted jr. scosse la testa.

“Se ho accettato di collaborare con il Chicago Daily News è stato soltanto per spezzare il monopolio che Carnarvon aveva concesso al Times. Mi sembrava ingiusto e anche pericoloso. Volevo soltanto risparmiarvi dei guai, signor Carter.”

“Lodevole intenzione, peccato che abbia avuto esattamente l’effetto contrario.”

“È proprio per questo che mi sono deciso a parlarvi. Non volevo che sospettaste dei vostri collaboratori.”

“E così finalmente ho il piacere di conoscere il fantomatico signor Mecham.” Malgrado questo non riuscivo ad avercela con lui. “Vostro padre è al corrente della faccenda?”

Lui fece un cenno di diniego.

“Però credo che sospetti qualcosa. Signor Carter, vorrei pregarvi…”

Compresi e annuii. “D’accordo, non gli dirò nulla. Ma adesso ditemi, signor Mecham: quali intenzioni avete?”

Il giovane mi guardò. Uno sguardo limpido e diretto, determinato.

“Dipende da voi.”

Risi sottovoce.

“Ah, dunque scaricate questa responsabilità su di me. Be’, potrei anche tenervi lontano dalla tomba, ma l’aiuto di vostro padre mi è prezioso e non posso impedirvi di fare quattro chiacchiere in famiglia.” Mi strinsi nelle spalle. “Se quelli del Times riusciranno a individuare il signor Mecham può darsi che decidano di intraprendere un’azione legale contro di lui, ma fino a quel momento…”

Un sorriso gli salì lentamente dalle labbra fino a illuminargli gli occhi.

“Grazie, signor Carter.”

Mi accorsi che accennava un gesto, subito trattenuto, e arrossiva. Allora mi alzai, e compii quel gesto per lui: gli strinsi la mano.

“Non temete, Charlie, non ce l’ho con voi. Ma un’altra volta avvertitemi per tempo, sarà più divertente per tutti e due.”

*

Persino le autentiche regine della nostra epoca venivano a rendere omaggio al mio re. Elisabetta del Belgio arrivò in un pomeriggio rovente, bianca e leggera come un miraggio. La Valle dei Re e la strada che a essa conduce dalla riva del Nilo erano per l’occasione animate come una sala da ballo, ma l’atmosfera eccitata e festosa nascondeva a malapena la tensione, e il colorato dispiegamento di guardie in alta uniforme non era unicamente coreografia. Si temevano attentati o dimostrazioni da parte dei nazionalisti e i sorrisi di circostanza si accompagnavano a sguardi vigili.

L’attenzione di Sua Altezza mi lusingava, ma significava un altro giorno rubato al lavoro, un’altra odiosa farsa che culminò nell’apertura di uno dei piccoli tabernacoli neri che avevamo trovato nella tesoreria. Ce n’era un’intera serie, tutti dipinti in quel colore che presso gli antichi egizi era simbolo di rinascita.

Il sigillo della necropoli, recante l’immagine di Anubis che domina i nove prigionieri, era incrostato del fango penetrato nella tomba attraverso i millenni. Lo tolsi con trepidazione e schiusi le piccole ante del tabernacolo. Due gocce di luce mi fissarono dal fondo dell’oscurità.

“Ma è magnifico!” bisbigliò la regina.

Completamente laminato d’oro, la testa regalmente eretta in un atteggiamento di dominio e minaccia: era un cobra, il dio racchiuso nel tabernacolo. I geroglifici sul piedistallo della piccola statua rivelavano che si trattava della divinità tutelare di una delle sessantaquattro province delle Due Terre. Ma per me, in quel momento, rappresentò qualcosa di più. Un altro messaggio che mi perveniva da tremila anni di distanza. Se soltanto fossi stato in grado di decifrarlo!

*

La stampa egiziana non allentava la stretta. Le accuse contro di noi si facevano di giorno in giorno più violente e deliranti. Al-Haram scrisse che avevamo preso accordi segreti per trasportare la mummia in Inghilterra, una volta aperti i sacrari, quasi si fosse trattato di un trofeo di caccia da appendere sopra al camino. E per quanto cercassimo di fronteggiare certi attacchi con smentite o sdegnoso silenzio, e tra di noi riuscissimo anche a ridere della loro assurdità, la situazione ci stava inesorabilmente logorando. Persino Lord Carnarvon era diventato incapace di battute ironiche e guizzi di spirito, e il suo atteggiamento si faceva sempre più incoerente. Infatti, se da una parte il conte ci ossessionava con continui rimproveri riguardo la lentezza con la quale, secondo lui, i lavori procedevano, dall’altra sembrava disposto ad assecondare le pretese della Sovrintendenza e permettere il libero accesso del pubblico alla tomba. Inutilmente cercai di fargli capire che una simile concessione ci avrebbe arrecato soltanto dei danni. Fui costretto a cedere e farmi da parte per quattro interminabili giorni, alla fine dei quali, dopo il passaggio di una specie di orda barbarica, trovai uno sfregio sulla parete dorata del sacrario funebre. Questo mi diede il pretesto per coinvolgere Carnarvon in una discussione piuttosto violenta, in presenza dei nostri sgomenti collaboratori che non ebbero il coraggio di intervenire. Nessuno di noi due ne uscì vincitore, ma entrambi amareggiati.

“Non potete andare avanti così” mi disse Mace in seguito. “È evidente che Carnarvon non si sente bene. Dobbiamo trovare il modo di allontanarlo dalla tomba, o ancora meglio dall’Egitto.”

Sapevo che aveva ragione. Ci restava poco tempo, prima che il caldo rendesse impossibile la permanenza nella Valle. Già adesso, durante il giorno la temperatura nei laboratori raggiungeva punte insopportabili, con grande disagio per chi ci lavorava e rischio di danneggiamenti per i reperti. Se volevamo chiudere la stagione al più presto, Carnarvon doveva smetterla di metterci i bastoni tra le ruote.

Non potevo certo immaginare che di lì a poche settimane sarei stato accontentato in modo definitivo.

*

aleister crowley

aleister crowley

Non c’era mai tempo per tirare il fiato, riposarsi veramente. Molto spesso mi capitava di restare alzato fino a tarda notte nel laboratorio della mia abitazione, a riordinare interminabili elenchi di reperti e risolvere noiosi problemi amministrativi. Parole, sigle e numeri mi si aggrovigliavano davanti agli occhi che cercavo disperatamente di tenere aperti, tanto che a volte non ero più sicuro se una certa cifra si riferisse alla classificazione di un reperto o a un conto che dovevo saldare. L’unico aiuto mi veniva dal caffè che Abdal mi preparava, una specie di filtro stregato, denso e diabolicamente amaro, con due dita di fondi nei quali avrei potuto divinare il mio destino.

Una strana immobilità sembrava imbalsamare queste mie notti solitarie, dopo il caos delle giornate. Ogni piccolo rumore risonava ingigantito nel silenzio: il ticchettio dell’orologio nel taschino del mio gilet, il fruscio del pennino sulla carta, il grido distante di un uccello notturno. A volte potevo addirittura udire la cenere staccarsi dalla punta della sigaretta e cadere sulla superficie del tavolo.

Ma una certa notte, a un tratto mi resi conto che quello che percepivo da circa un minuto era qualcosa di diverso e, per l’ora, anomalo: scricchiolio di sassi sotto suole di cuoio.

Mi volsi verso la porta. Il laboratorio annesso alla mia abitazione aveva un ingresso indipendente che dava all’esterno, e la porta in quel momento era chiusa ma non sprangata.

“Abdal?” chiamai, ma non ottenni risposta.

Il rumore si ripeté, più vicino. Qualcuno si muoveva davanti all’uscio del laboratorio, come passeggiando placidamente avanti e indietro. Mi alzai adagio, cercando di fare il minimo rumore possibile, e presi la pistola che tenevo sempre a portata di mano in un cassetto, poi andai a sbirciare dalla finestra. Non si vedeva nulla, nonostante la luna quasi piena illuminasse il paesaggio disegnando ombre ben definite.

Di nuovo il rumore, ancora più vicino.

Aprii la porta e sgusciai fuori cautamente. Tutto sembrava perfettamente immobile e tranquillo. Mossi qualche passo nella notte. Una mano mi calò sulla spalla destra.

Reagendo come un serpente calpestato, mi voltai di scatto e piantai la canna della pistola nelle costole del mio aggressore.

Un sorriso radioso come la luna.

“Serena notte, Frater Lubhyami.”

Respinto dal freddo splendore di quel sorriso, indietreggiai barcollando.

“Crowley!”

Tornerà a reclamarti quando i tempi saranno maturi…

Sotto la luce argentea che gli levigava i lineamenti non appariva troppo cambiato. Un po’ appesantito, forse, ma sempre agile ed elegante come un gatto invecchiato tra cuscini di velluto e altissimi cornicioni.

“Congratulazioni per la mirabile scoperta, Fratello.”

Quella voce serica e insidiosa come la tela di un ragno! Alzai la pistola e gliela puntai contro.

“Cosa sei venuto a fare?” Il disgusto mi toglieva il respiro e rendeva difficile parlare. “Vattene, o…”

Crowley allargò le braccia. Indossava qualcosa di viola e nero come paramenti funebri, ma si trattava soltanto di un eccentrico completo da sera.

“Avresti il coraggio di sparare al tuo fratello di sangue?”

Indietreggiai ulteriormente, verso il rassicurante chiarore del laboratorio.

“Dov’è il mio domestico? Cosa gli hai fatto?”

“Non darti pensiero per lui, Fratello. È in perfetta salute e sono sicuro che stia facendo piacevoli sogni. Forse si sveglierà un po’ frastornato, domattina.”

Si mosse ancora verso di me con quella sua grazia innaturale, e io arretrai fino a trovarmi con le spalle contro al muro esterno del laboratorio.

“Non avvicinarti!” intimai.

“Che ti succede, Fratello? Hai forse paura di me?” La sua risata sarcastica mi schiaffeggiò come l’ala di un pipistrello, vellutata.

“Hai ucciso Ayrton” dissi gelidamente.

“Prego?”

“Edward Ayrton. Non fingere di non conoscere questo nome.”

“Ah, certo, rammento. Un giovane dalla mente aperta e ricettiva. Ma se tu credi che io abbia materialmente provocato la sua morte…” Mi volse le spalle con un movimento leggero ed elegante. “Avanti, allora, fa giustizia.”

Sembrava così sicuro di sé… Il sole che andava in frantumi nel cielo sopra Saqqara… Attorno al calcio della pistola, il palmo della mia mano era umido di sudore.

“Cos’è successo a Ayrton? Voglio sapere la verità.”

Quelle spalle così innocentemente esposte, vulnerabili, si alzarono leggermente, con noncuranza, sotto il raso della giacca.

“Esistono forze, attorno e dentro di noi, che non sempre è facile controllare. In questo risiede il sublime piacere del rischio, un rischio che il tuo collega accettò forse troppo leggermente. Godi di tutte le cose dei sensi e dell’estasi…”

“Basta!” avrei desiderato urlarlo, ma riuscivo appena a parlare. “Risparmiami le tue farneticazioni. Non intendo aver più nulla a che fare con la tua setta e i tuoi riti satanici.”

“Satana…. Saithan… Seth…” Tornò a voltarsi con i suoi movimenti pigri da vecchio gatto di razza.  “Può regalarti infinita potenza se accetti di essere il suo strumento.”

Non cercare altre vie…

“Vattene, lasciami in pace.”

“Pace, Frater Lubhyami? Non può esservi pace per colui che brama, anche quando l’oggetto del suo desiderio sembra così a portata di mano.” Il sorriso a falce di luna colpiva a ogni parola, profondamente. “Tu hai stretto un patto benedetto nel sangue, ricordi? Hai contratto un impegno con chi ti ha fatto dono della Luce. Adesso, io pretendo la mia parte di ciò che gli dèi hanno serbato per tremila anni in attesa del Nuovo Eone.”

Credetti di capire perché era venuto. Abbassai la pistola e chiesi: “Cosa vuoi, oro?”

“Conoscenza.”

“Nella tomba non abbiamo trovato papiri o iscrizioni, dovresti saperlo.”

“Ciò che voglio non è scritto.” Il suo sorriso lunare aveva qualcosa di invernale, come cirri e brina in una notte di gennaio, mortalmente pericoloso nella sua apparente purezza. “Lascia che Seth abbia la sua definitiva vittoria: il fallo di Osiride!”

La nausea mi colmò la bocca con il suo sapore acido. “Schifoso depravato…” Tornai a puntargli contro la pistola, reggendola con entrambe le mani. “Sparisci, vattene!”

“Il mito narra che quando Iside ricompose il corpo smembrato del suo fratello e sposo non riuscì a ritrovarne il fallo, che era stato inghiottito da un pesce. Tuttavia, con le sue arti riuscì ugualmente a concepire il figlio divino. Se così dev’essere, noi possiamo però fare in modo che quel figlio divino persegua scopi differenti dalla vendetta. Perciò ci è necessaria questa tanto delicata e importante parte del corpo di Osiride.” Crowley tese la mano destra verso di me. Il palmo era liscio e candido, quasi privo di linee, come se quell’uomo non avesse un destino. “Non dovrai più temere la vendetta di Horus, fratello. Insieme possiamo spezzare le ali al falco. Dammi quell’arma.”

Era un bene che avessi il muro alle mie spalle, così potevo appoggiarmici e forse Crowley non si sarebbe accorto che stavo tremando. “Vattene” ripetei.

Il suo sguardo era fisso sulle mie mani.

“Ancora amuleti. Ah, Fratello! Che peccato che tu non abbia il coraggio di guardare al fondo di te stesso.”

Avevo orrore del suo gioco felino, ma sapevo quanto l’orrore fosse facile a mutarsi in fascino. Mi dolevano le braccia per lo sforzo di tenergli puntata addosso la pistola controllando il tremore, e mi resi conto di quanto quel gesto fosse inutile. Lentamente mi rilassai, abbassando le braccia.

“Se io accetto la sfida” mi sentii dire, con un tono di voce che mi suonò del tutto estraneo “mi lascerai in pace… Fratello?”.

*

Il vento tra i denti di pietra della Valle era come il respiro di un malato che si lamenta nel sonno. Le stelle, lievemente offuscate, quella notte avevano contorni incerti, quasi le osservassi riflesse in una pozza d’acqua torbida. Eppure, la loro luce era la sola che potesse farmi strada. Pallida luce stellare e l’ombra nero-opaca di Crowley che mi precedeva. La sicurezza con cui si muoveva in quel paesaggio accidentato mi sconcertava; era come se avesse la sua tana tra le rocce, misterioso e temibile animale notturno dalle zanne a falce di luna e gli occhi d’oscurità. Rabbrividivo al pensiero di averlo avuto accanto per anni, invisibile, a spiarmi.

Tornerà… quando i tempi saranno maturi.

Una civetta mi sbeffeggiava, celata da qualche parte dove l’oscurità era più fitta.

Lo scontro decisivo. Se avessi perso mi sarei ritrovato per sempre in potere di Seth… Hemseth, servo del signore del male… e Tutankhamon… No, non potevo permettere che l’Assassino trionfasse su Osiride un’altra volta. Ma come potevo, io, diventare Horus, il figlio vendicatore? Non avevo nessuna madre divina a sostenermi, potevo contare soltanto sul mio talismano.

Una preghiera mi salì alle labbra; un’antichissima invocazione dal diciottesimo Capitolo del Libro dei Morti, e la bisbigliai tra di me in un soffio non più forte di un respiro.

O Thot, tu che fai trionfare Osiride sui suoi avversari, difendimi dai miei nemici, in questa notte tenebrosa, notte di combattimenti, in cui saranno atterrati i nemici del Signore dei Mondi.” 

Distinguevo a malapena la sagoma di Crowley nell’oscurità che si addensava attorno a noi mano a mano che ci addentravamo in una stretta gola, poco più di una spaccatura tra le rocce, ma non temevo di perdere il contatto con la mia diabolica guida. Ero tirato da un invisibile guinzaglio. Tuttavia non provavo paura, ero determinato. Se avessi voluto avrei potuto farla finita anche subito. Potevo ucciderlo. Bastava così poco… Mi dava le spalle, e lì attorno c’erano così tanti sassi, acute schegge di selci. Facile, rapido e semplice. Nessuno avrebbe mai scoperto il corpo. E io sarei stato libero.

Ma ancora consideravo la mia libertà qualcosa di troppo santo e prezioso per conquistarmela con un’azione talmente vigliacca.

Quando Crowley s’arrestò all’improvviso, per poco non gli finii addosso. Si voltò in un fruscio di seta, e per un attimo il fioco raggio di una stella, da chissà dove, ridestò il suo incredibile sorriso tagliente.

“Sei pronto a varcare la soglia, Frater Lubhyami?”

Annuii, e in un guizzo del mantello nero lo vidi scomparire nella parete rocciosa che ci stava davanti. Per un attimo credetti davvero che si fosse dissolto, penetrando nella roccia come per magia. Poi intravidi la sbavatura di oscurità appena più densa che indicava la presenza di una fenditura. Era poco più alta di sei piedi e bisognava strisciarvi attraverso mettendosi di lato, tanto era stretta. Lo feci cautamente, le mani a saggiare la ruvidezza della pietra, i piedi alla ricerca di eventuali scalini. Dita d’acciaio, eppure pericolosamente gentili, si strinsero attorno al mio polso destro. Trasalii involontariamente a quel tocco, e udii la morbida risata canzonatoria di Crowley.

La fenditura s’addentrava in profondità nella parete rocciosa e il pavimento aveva una leggera pendenza. Dopo qualche decina di passi il cunicolo si ampliava quel tanto da permettere di avanzare normalmente. L’aria aveva il pesante odore che mi era familiare. Crowley mi stava guidando in una tomba, indubbiamente. Una tomba mai esplorata. Era sconcertante. Avevo sempre creduto di conoscere la Valle fin nei suoi più remoti angoli; ma anch’io, come Davis e tanti altri, avevo peccato di presunzione. E malgrado questa volta fossi giunto fin lì senza bende sugli occhi, Crowley era stato tanto abile da farmi perdere l’orientamento in decine di svolte e saliscendi. Dalla posizione delle stelle ero soltanto riuscito a capire che ci eravamo addentrati ancor di più in direzione nord-ovest.

Finalmente, a una svolta del cunicolo apparve una luce fioca. Era quasi tutto come la volta precedente: una stanza scavata nella roccia, fuoco nei bracieri. Ma adesso il simbolo sovrastante il sarcofago di granito rosso che fungeva da altare non era una semplice croce a bracci uguali. Foggiato in un metallo che aveva l’opaca lucentezza dell’argento antico, era formato da triangoli che s’intrecciavano l’uno nell’altro, un disegno che mi colpì con spiacevole estraneità. C’era qualcosa di autenticamente malefico, in quel pentacolo.

Mi guardai attorno cercando di capire in che tipo di tomba mi trovassi. Le pareti erano nude, mal levigate. Forse si trattava di un altro ipogeo mai utilizzato. Sul fondo si apriva una stretta galleria che sprofondava nel buio. Era da lì, mi chiesi, che sarebbe giunta stavolta la Donna Scarlatta?

Crowley mi fissava con la sua attenta immobilità da felino. Aspettava un gesto da me. Io non mi mossi. Infine, lui tese la mano aperta, a palmo in su.

“Il tuo amuleto, Fratello.”

Istintivamente mi afferrai la mano sinistra con la destra, cercando il contatto con il castone d’argento.

“No.”

Vidi le sopracciglia, su quella sarcastica faccia di luna, guizzare per un attimo, e sulla fronte candida apparve una leggera ruga verticale.

“No, Frater Lubhyami?”

“No” ripetei tranquillamente. “Il tuo potere contro il mio. O forse Seth trema all’idea dello scontro con Horus?”

Riconobbi l’ira nell’accentuarsi della ruga tra le sopracciglia, ma non fu che il cedimento di un istante; poi la fronte bianca tornò a distendersi e il sorriso radioso riapparve.

“D’accordo, Fratello. Che Nut torni a tremare per l’eterna sfida tra i due combattenti.”

Sul pavimento era disegnato un pentacolo identico a quello che campeggiava al di sopra del sarcofago, e al centro di esso stava una veste piegata: rossa, questa volta. Ormai ero stato battezzato nel sangue, pensai, anche se erano trascorsi quasi vent’anni da quella assurda notte. Indossai la veste dopo essermi liberato dei miei abiti, mentre Crowley, nella sua tunica color ali di pipistrello, cominciava a salmodiare le sue litanie ipnotizzanti. Il ritmo faceva pensare a innocenti filastrocche infantili, eppure aveva una lontana eco malevola.

La coppa d’alabastro era la stessa di vent’anni prima? Possa tu trascorrere milioni di anni con il viso rivolto alla fresca brezza del Nord… Ma non c’erano geroglifici augurali per quest’altro brindisi. Mi specchiai per un secondo sulla superficie del liquido verde: una piccola immagine deformata, come su un coccio di bottiglia. Vent’anni, ma non avevo dimenticato il sapore lievemente amaro di sciroppo distillato da misteriose radici, la gradevole quanto insidiosa sensazione di calore.

Reggevo la coppa con entrambe le mani, e sotto le dita della destra l’alabastro era liscio e fresco; la sinistra invece lo percepiva con una ruvidità tiepida di antica lava raccolta lungo le pendici di un vulcano. Compresi che non era soltanto contro Frater Perdurabo che avrei dovuto combattere, ma anche e soprattutto contro me stesso. Le mie due anime indissolubilmente legate: l’una che tendeva verso la Luce, l’altra affascinata dalle Tenebre.

“Guidaci, O Aiwaz, al cospetto di Hoor-paar-Kraat e di tutti gli dèi…”

Era la voce del flauto magico, richiamo di sirena. Un inganno. Non era l’Horus Arpocrate che Crowley invocava con quelle parole, ma Seth, il Nemico.

Le fiamme nei bracieri avevano dato inizio alla loro danza, colorandosi di aloni iridati; il fumo si sprigionava in lunghi e pigri nastri e toccando il soffitto della tomba s’arricciava per un istante, prima di distendersi in veli ondulati. Fissai il pentacolo al di sopra dell’altare: era una lotta di serpi che s’intrecciavano in spasimi violenti eppure armoniosi, un ininterrotto aggrovigliarsi viscido e quasi osceno. Affascinante. Abbassai lo sguardo. Il disegno argenteo sotto ai miei piedi rispecchiava il folle groviglio al di sopra dell’altare, torcendosi in sintonia con esso.

Crowley alzò le braccia in quel gesto ampio e solenne che somigliava così tanto al dispiegarsi delle ali di un uccello. Se avesse spiccato il volo, sarei stato in grado di seguirlo? Si volse, tutto morbido frusciare di seta e sorriso a falce di luna, e mi tese le mani.

“Vieni, Fratello.”

Senza rumore, e senza che nessuno lo toccasse, il pesante coperchio di granito stava scivolando di lato. Accettai quest’altro mistero senza sgomento.

Il sarcofago non era vuoto come avevo pensato: racchiudeva l’oscurità di tutte le notti senza luna, da quando era stato scolpito fino a quella precisa notte. Guardai giù, nella buia e infinita profondità. Non c’era la più piccola stella, non il più pallido lume. Avrei dovuto percorrere quell’oscurità senza guida alcuna, in totale solitudine.

E durante il banchetto, Seth fece portare nella sala un magnifico sarcofago di legno decorato, e disse che ne avrebbe fatto dono a quello tra i suoi ospiti alle cui misure si sarebbe adattato. Uno a uno gli ospiti si fecero avanti e provarono la meravigliosa cassa; ma sempre essa si rivelava troppo grande o troppo piccola. Infine venne il turno di Osiride, il quale ignorava che suo fratello Seth aveva fatto costruire appositamente il sarcofago secondo le sue misure. E non appena vi si fu sdraiato, Seth e i suoi seguaci ve lo rinchiusero sigillando il coperchio con piombo fuso.”

Giacevo sul fondo del sarcofago le cui pareti sembravano inclinarsi leggermente attorno a me, a delimitare un rettangolo di cielo lattiginoso dal quale s’affacciava la luna. No, era il viso di Frater Perdurabo, radioso come un plenilunio di maggio. E le parole, fluendo dalle sue labbra, colavano su di me esattamente come raggi lunari: limpide, risonanti d’argento e cristallo.

“Attenderai, nella posizione della morte, che Aiwaz si manifesti a te in tutta la sua potenza. Allora comprenderai. Perché Amore è la Legge.”

Iside, Iside! Puoi udire il mio grido? Seth il Fratricida ha imprigionato il tuo sposo e fratello in un sarcofago e l’ha fatto gettare nel Nilo, affinché la corrente trascini al mare e disperda con il corpo anche il nome di Osiride!

La luna era tramontata. Il viso di Crowley scomparso. Ma la luce ancora indugiava attorno a me. Significava forse che il coperchio non era ancora stato richiuso, che mi restava una possibilità? Ma questo sarcofago è di pietra, come la nave di Seth, e non galleggerà nelle acque.(1) Non riuscivo a muovermi, eppure le mie membra erano leggere, le mie ossa erano come ossa d’uccello. Un profumo denso e dolce mi avvolgeva: mirra e olio di cedro. Compresi.

O Osiride, ti ricoprono d’oro le unghie, le dita di nobile metallo, e d’elettro le unghie dei piedi. L’effluvio di Ra ti raggiunge, le divine membra di Osiride nella Verità…”

Mi avevano già strappato le viscere?

“Fascialo con la benda di Ra-Harakhti dalla città di Hebet…”

Morbido e purissimo lino…

“E la benda di Hathor signora di Iunt-Netert posta sul suo volto…”(2)

Evelyn… Avrebbe pianto la mia morte, come Iside si sarebbe tagliata una ciocca di capelli per mostrare al mondo il suo dolore?

“E la corrente trascinò la cassa fino alla spiaggia di Biblo, dove si arenò tra i rami di un arbusto, e l’albero crebbe, e crescendo racchiuse la cassa nel suo tronco finché essa divenne del tutto invisibile.”

La luce lattea, su di me, andava ispessendosi, simile a una sostanza liquida che coagulasse qua e là in superficie, in un processo casuale. Ma non si trattava di semplici coaguli informi. Falangi affusolate e trasparenza di unghie, polso e braccio sottili e pallidi come flauti d’avorio. Dal biancore, la mano si protendeva verso di me, le dita che tremavano delicatamente come petali di una ninfea, cercando il mio viso. Ma come potevo avvertirne il contatto e riconoscerlo, attraverso le bende impregnate di unguenti che mi coprivano il volto?

Ridéstati, mio amato fratello, sposo mio!

L’esile ectoplasma in forma di mano sfiorava il sacro lino tessuto dalla dea Neith, là dove un tempo erano i miei occhi, e la bocca. Scendeva a frugare nell’arido recesso che aveva contenuto le viscere, scivolava a cercare il fulcro della vita. Ridéstati! Si stendeva su di me, bianca foschia estiva. Percepivo il suo umido tepore attraverso le bende di Osiride, alito di mirra nelle mie narici e tra le mie labbra.

“Che il potere della tua bocca ti sia restituito, che tu possa pronunziare dinnanzi al Signore dell’Aldilà le Parole di Potenza, affinché nell’ora in cui regnano la notte e la fosca nebbia, tu possa dirigere il tuo cuore!”.3)

La scarlatta piena del sangue rompeva gli argini delle vene prosciugate nella lunga siccità del natron, travolgeva la barriera di lini sacri interposti tra il mio corpo e quello della mia sposa-sorella-dea-Iside-Evelyn-Janet-Sahira… speziate notti egizie e rugiada sui campi di lavanda, limpidi occhi di bambina saggia e la rovente caduta di una stella attraverso una notte di ciglia vellutate, l’indolente strusciarsi di una gatta, delizioso penetrare di unghie acuminate nella carne…

Lei muoveva le sue ali su di me, come grandi ventagli.

Dal tuo corpo traggo il Giustiziere, O Osiride, il Vendicatore figlio del tuo seme.

Sahira… Janet… Evelyn… o forse la nebbia che mi avvolgeva cullandomi, protettiva.

La risata mi ridestò, simile a uno schizzo d’aghi che si conficcassero ciascuno nel punto più sensibile di un nervo. Hatshepsut! Era lei che rideva, malignamente soddisfatta, seppellendomi nella sua tomba. La foschia era svanita.

A perdita d’occhio il paesaggio si stendeva attorno a me, piombo e acciaio, tutte le più pesanti sfumature del grigio. Basalto ondulato sotto ai miei piedi, come un oceano pietrificato, e lontane creste affilate, forse onde di magma cristallizzato. Il cielo era piatto come una lastra d’ardesia appena graffiata da sottili strisce di vapore grigio chiaro. Sotto le piante dei miei piedi scalzi era la scabrosità della pietra.

Abbassai lo sguardo sul mio corpo e non lo riconobbi: nudo, bruno, sottile e forte come un frustino di cuoio con un’anima di metallo. Era il corpo di un guerriero. Ma non avevo armi con me. Sollevai le mani per vederle bene, perché anch’esse, come il resto del corpo, erano qualcosa di assolutamente sorprendente nella loro nudità. L’anello! Quando lo avevo perduto? E come? Ma lo sgomento passò in fretta mentre contemplavo la tensione dei tendini sotto la pelle: mani di una statua bronzea, mani che potevano lottare, e uccidere. Ero curioso di conoscere il mio nuovo viso, ma non c’era nulla in cui mi potessi specchiare. Mi toccai la fronte, le palpebre, le labbra, con i polpastrelli saggiai le linee pure e precise. Rinato per la battaglia.

Dove sei? Dove sei, figlio di Osiride!

Fu il ruggito di un improvviso turbine di vento, un’immane vibrazione che scosse la piana di basalto. Alzai lo sguardo e vidi il piatto cielo plumbeo squarciarsi sull’orizzonte in stimmate di fuoco azzurro.

Inchinati al cospetto del Signore della Tempesta!

La sua voce era schiocco di fulmini, la risata scroscio di grandine, gli occhi fuochi di sant’Elmo, i capelli l’ardente pennacchio di un vulcano. Correva incontro a me su agili gambe di trombe d’aria, le lunghe braccia di nembi protese.

Io ti conosco, dissi, ti ho visto venire incontro a me allo stesso modo, una notte nella Valle.

Era stato quando Winlock mi aveva portato i risultati delle sue ricerche, la prova dell’esistenza della tomba. E se allora, allora che ero umano, avevo accolto il dio della Tempesta senza tremare, come potevo temerlo adesso che anch’io ero un dio? Levai le mie bronzee mani di guerriero in un gesto di comando.

Férmati! Dichiara il tuo nome! Rivélati.

Il mio numero è undici e il mio colore è rosso per il cieco, ma il blu e l’oro sono chiari agli occhi di Colui-che-Vede. Io posseggo una gloria segreta per coloro che mi amano.

Toccò a me ridere, adesso, e sentii la mia risata zampillare come una sorgente che scaturisca improvvisa infrangendo un diaframma di roccia.

Ti nascondi nel grembo di tua madre Nut, e pretendi che io ti tema. Io che sono l’Oggi, lo Ieri e il Domani, io che sono il Principe del Re-stau!

Un fulmine tagliò a metà il cielo, e si conficcò nella pianura di basalto, dove restò, serpeggiante pilastro di fuoco violazzurro.

Prendilo e colpiscimi, Figlio del Dio-dal-cuore-inerte, Figlio del Dio morto. Vedi, io stesso metto nelle tue mani la sola arma con la quale puoi uccidermi.

Una lancia di pura energia, l’arpione del mito. Bastava scagliarla mirando al suo cuore di pietra ed esso si sarebbe spezzato. Ma il mio avversario mi conosceva bene, sapeva che non l’avrei fatto fintanto che lui non mi avesse attaccato.

Battiti, Seth!

No, io non mi batterò contro il figlio di mio fratello, e mio fratello anch’egli. La voce si era addolcita in un mormorio d’ipnotica pioggia. Conosco altri modi per ottenere la vittoria.

Non è leale.

Nemmeno tu, il Giusto, hai saputo essere leale. Hai stipulato un patto e poi hai chiesto di esserne sciolto. No. Se vuoi la libertà devi implorarla. Non ti concederò l’orgoglio di conquistarla!

Parole che mi si conficcarono una a una, profondamente, nel cervello, come lunghi spilloni d’argento tra i capelli di una Madonna andalusa. A quel dolore gridai come avevo sempre desiderato e mai fatto, e il grido tagliò in due il sipario su un’altra scena.

“Lo spettacolo è di tuo gradimento? L’ho allestito appositamente per te, io, il metteur en scène!”

Vedevo soltanto le sue mani, come guanti di seta color avorio animati dai trucchi di un prestigiatore. E il sorriso, naturalmente. Mi sarei mai liberato da quello spettro falciforme?

“Non mi piace, questa commedia. Non è così, il mito di Osiride.”

“Puoi riscriverlo, se vuoi. Io non ti proibisco nulla e non ti ho mai costretto a subire. Ecco!”

Le sue mani, unite a formare una coppa più pallida dell’alabastro, si protendevano in offerta.

“Cibo degli dèi.”

Non risplendeva come ambrosia in un calice d’oro, o come un’arancia fatata. Era soltanto una manciata di scuri e contorti bocconi di radice centenaria. Il denso e venefico odore di fungosità e terra mai sfiorata da un raggio di sole mi impastò la saliva tra i denti.

“Nùtriti della Luce, Fratello, apriti alla prima alba del Nuovo Eone.”

Vortici. Lunghi sfilacci di luce. Le mie ciglia cucivano le palpebre.

Giacevo di nuovo nel sarcofago di granito, ma adesso niente più si interponeva tra il mio corpo e l’abbraccio della nebbia che si abbarbicava a me come un’edera lattiginosa.

Lascia che ti possegga, come Seth possedette Horus.

La sua voce!

No! Dovresti prima strapparmi gli occhi.(4)

Obbedisci alla Legge dei sensi e dell’estasi. L’Amore è il prezzo della libertà, l’unico in grado di riscattarti!

No, quello non era amore. Amore era il confortante calore di Sahira, la dolcezza di Janet, l’innocenza di Evelyn.

Vile! Sei un vile!

Di nuovo perduto nei meandri del Duat avanzavo ciecamente, a tentoni. Presenze invisibili nel buio attorno a me mi sfioravano bisbigliando, viscido contatto e viscide voci, il gelo osceno di carni di serpente avvolte sulla mia carne. Fuggivo correndo, inciampando, strisciando su  mani e ginocchia….

Vile! Vile!

Fuggivo dall’orrore, con il cuore che si lacerava a ogni ansito.

Vile!

Era l’oscurità stessa che urlava per bocca delle invisibili presenze, ma io potevo urlare più forte di essa, per non udirla, e soffocare la sua voce insidiosa nel mio grido.

No!

I miei pugni stringevano la sabbia, la sentivo scivolarmi tra le dita. Il cielo era disteso su di me, simile a un baldacchino ricamato d’argento. Nut, madre amorevole, con il suo abito intessuto di stelle.

Rotolai su un fianco, e la sabbia cedette come un materasso di piume, adattandosi alla forma del mio corpo.

Un’immensa sagoma candida sorse nel mio campo visivo: un iceberg di marmo, una vela d’alabastro.

Hatshepsut!

Il gelo notturno mi scorticava la pelle. Mi misi in ginocchio, barcollando come un vecchio orso alla catena. Davanti a me s’ergeva il cenotafio della regina-faraone, in tutto il suo pallore lunare contro lo sfondo della parete rocciosa. Ricaddi bocconi, schiacciato sotto quella vasta massa nivea. Così, dopotutto, il passaggio di cui favoleggiava Pococke non era leggenda, e io l’avevo percorso. Attraverso il cuore della Valle, attraverso la notte più fitta.

Ma anche questa volta non mi sentivo rinato. Non c’era nulla dell’esaltazione della rinascita nella sabbia che mi feriva le palpebre e mi strideva tra i denti, e solo con il tempo avrei potuto comprendere se ero davvero libero. Dopotutto, Seth non aveva accettato il duello.

Piansi quietamente finché le lacrime lavarono via la sabbia dai miei occhi. Adesso dovevo soltanto tornare a casa.

*

Mi svegliò l’odore aromatico e pungente della resina bruciata. Un fuoco ardeva non lontano da me, ne sentivo il calore su una guancia, il crepitio sommesso della legna lambita dalla fiamma. Giacevo tra la sofficità di qualcosa che odorava come un grosso animale bagnato. Battei le palpebre. Una forma scura si mosse accanto a me.

“Allah sia lodato! Finalmente vi siete svegliato, sir.”

“Gurgar?”

Era proprio lui, e mi stringeva le mani tra le sue, con vigore, come a congratularsi per chissà che, ridendo.

“Mi avete fatto davvero paura” disse in arabo.

Mi sollevai su un gomito, districandomi dalle pelli di capra che mi coprivano.

“Ma dove mi… No, non è possibile!” esclamai riconoscendo il luogo, con le sue pareti ricoperte d’iscrizioni corrose. “È la mia vecchia casa, la tomba!”

Gurgar annuì vivacemente.

“Sì, sir! Allah ha voluto che me ne ricordassi, altrimenti a quest’ora potreste essere morto.” Poi, con una certa ansietà, aggiunse: “Come vi sentite? Volete bere? Mangiare?”.

Cercai di analizzare le mie sensazioni, ma mi sembrava di essere intorpidito, pressoché insensibile. La testa mi girava, tuttavia non volevo tornare a sdraiarmi.

“Che giorno è?” chiesi.

“È notte, sir.”

“D’accordo, ma la data?”

“Siete sparito per quattro giorni, sir.”

“Quattro giorni? Ma cosa è successo?”

La faccia del rais s’incupì.

“Se non lo sapete voi, sir… Alla tomba del re sono tutti spaventati. Molto spaventatissimi!” sottolineò nel suo inglese arbitrario, come se l’arabo non fosse sufficiente a esprimere il concetto. “Il Lordy dice a tutti che vi siete preso una vacanza, ma anche lui è spaventato, e la signorina Evelyn…”

“Ma tu quando mi hai trovato?”

“Due giorni fa.”

“E non hai detto a nessuno che mi trovo qui?”

Gurgar non rispose e andò ad alimentare il fuoco all’imboccatura del corridoio. La fiamma si sprigionò, sibilando. Rammentai i bracieri accanto al sarcofago di granito, e un brivido mi fece accapponare la pelle. Mi appoggiai all’asciutta parete di pietra, raccogliendo attorno a me le pelli puzzolenti ma calde, e soltanto allora mi accorsi di non avere addosso un solo indumento.

“Dove sono i miei vestiti?” chiesi.

“Quando vi ho trovato quassù” rispose Gurgar con un’insolita nota di cautela nella voce “eravate senza vestiti, sir”.

Risi piano, a disagio, e avvertii l’arsura nella gola.

“Dammi da bere.”

Gurgar tornò accanto a me e mi porse una borraccia. Mentre la portavo alle labbra, il riverbero rosso del fuoco strappò un’insolita scintilla dorata dall’occhio di Horus sul castone dell’anello. Quell’acqua aveva il sapore più puro che avessi mai gustato.

“Gurgar” ripresi dopo qualche avido sorso “come ti è venuto in mente di cercarmi qui?”

Io stesso non riuscivo a capire come ci fossi arrivato. Non ricordavo più nulla, dopo il mio risveglio a Deir el-Bahari; a meno che anche quella non fosse stata che una visione.

“Allah mi ha mandato un sogno. Voi eravate morto e vi avevano messo quassù. Allora sono venuto e quando vi ho visto credevo che davvero…”

“Ero così malconcio? Ma allora perché non hai avvertito nessuno?”

“Non volevo che vi vedessero, sir.” Per la prima volta in tanti anni, gli occhi di Gurgar sfuggivano i miei. “Dentro di voi c’era… c’era un jinn.”

“Che cosa?”

“O forse uno dei vostri diavoli cristiani, non so. Dicevate delle cose…”

“Non ripetermele.” Risi forzatamente, cercando di mascherare l’imbarazzo. “Credo che non avrei più il coraggio di guardarti in faccia, altrimenti.”

Gurgar si rannicchiò nascondendo i piedi sotto l’ampia galabia, come se avesse freddo.

“Non potrei davvero, sir, perché parlavate una lingua che non conosco. E la voce… non sembrava neppure la vostra.”

Non sapevo fino a che punto credergli. Già la sua reazione alla morte del canarino mi aveva stupito, ma Gurgar era un uomo intelligente e a suo modo istruito, e l’emozione che adesso mostrava era genuina.

“Be’, ora sono di nuovo me stesso. Tu che ne dici?”

“Dico di sì, sir. Davvero non volete mangiare qualcosa?”

La sua sollecitudine mi commuoveva.

“Mi hai salvato la vita un’altra volta.”

Lui si grattò una guancia, a disagio.

“Mi dispiace, sir” disse a occhi bassi.

“Ti dispiace d’avermi salvato?”

Lui fece una strana risata sbuffante. “Oh, no! No, sir! Ma vi ho detto… dentro di voi c’era un jinn, molto cattivo e molto forte, e lui vi avrebbe fatto del male. Così per cacciarlo ho dovuto darvi un pugno.”

Risi dolcemente.

“Non ti preoccupare, Ahmed, non te lo renderò.”

“Oh, ma voi dovete farlo, sir!”

“Davvero?” Tornai a distendermi, insonnolito e sereno. “Be’, magari quando sarò un po’ più in forma. Adesso non lo sentiresti neppure.”

*

Restai in quel nascondiglio altri tre giorni, che trascorsi perlopiù dormendo. Le droghe che Crowley mi aveva fatto assumere agivano ancora a sprazzi, con vividi sogni a occhi aperti e improvvise crisi d’angoscia che mi lasciavano sfinito e tremante.

Gurgar si prendeva cura di me con sollecitudine e discrezione: mi portava il cibo e mi procurò anche i vestiti e il necessario per radermi.

Feci ritorno alla Valle di sera, dopo il tramonto. Gurgar mi accompagnava, silenzioso; fu appena prima di lasciarmi davanti a casa che disse: “Lei vi aspetta, sir. Mi ha visto l’altro giorno mentre entravo a prendervi i vestiti. Le ho detto che sareste tornato stasera.”

Non c’era bisogno di chiedergli di chi parlasse. La porta era soltanto accostata. La spinsi.

“Howard…”

Forse non fu neppure il mio nome, ma soltanto il suono di un respiro.

C’era una sbavatura più scura sul luminoso sfondo stellato circoscritto nella cornice di una finestra: una sottile sagoma umana. Ne vedevo a malapena i contorni, ma sentivo il suo profumo, come un soffio di brezza dalla lontana primavera inglese.

“Eve” bisbigliai. E ci ritrovammo abbracciati senza sapere chi per primo avesse fatto un gesto, mosso un passo avanti.

“Howard! Grazie a Dio sei tornato! Non sapevo più cosa pensare, ero così spaventata, e quell’orribile Gurgar non voleva dirmi dov’eri.”

Non l’avevo mai sentita tanto fragile, e tra le mie braccia era morbida e tremante come un cucciolo o una bambina in una notte di temporale; ma era anche un corpo di donna contro il mio, mani di donna che mi accarezzavano i capelli.

“Cosa ti è successo? Dove sei stato?”

Sahira… Janet… Evelyn. No, lei no. Non era giusto. L’afferrai per le braccia e la scostai da me di un passo.

“Cosa fai qui?” le chiesi in un bisbiglio.

Lei mi sfiorò il viso con la punta delle dita, dolcemente, e io afferrai la sua mano, la tenni stretta, il palmo fresco e morbido contro la mia guancia. Pure, riuscii ancora a trovare le parole giuste che dovevo pronunziare.

“Non puoi restare.”

“Ti prego, non mandarmi via.”

E per un attimo fu come se non fossi più lì, nella mia casa simile a una moschea dopo un terremoto, ma più a nord lungo il Nilo, nella desolazione di Saqqara, e la notte era orrendamente buia dopo che io stesso avevo mandato in frantumi il sole sulla necropoli. Ma Saqqara era lontana, tanto spazio e tanto tempo tra me e quella notte! Soprattutto tempo. Avevo quasi vent’anni di più.

Mi scostai da lei bruscamente, quasi respingendola. Andai alla finestra e guardai fuori, chiedendo aiuto al disegno delle costellazioni; ma l’oracolo restò muto, o la risposta comunque incomprensibile per i miei occhi disincantati.

“Io voglio soltanto capire, Howard. Non credi che dovresti parlarmene?”

“Parlarti di cosa?”

“Le ragioni della tua ricerca, le ragioni vere che ti hanno guidato per tanti anni… e fino a dove ti hanno spinto.”

“Non capisco” risposi, ma la menzogna era così palese che ne provai vergogna.

“Non si tratta soltanto di ambizione, non si tratta del tuo lavoro e del denaro di mio padre. C’è qualcosa di più, che mi sfugge.” C’era ostinazione nella sua voce, il coraggio quasi incosciente e un po’ patetico di chi è disposto ad accettare ogni sfida per pervenire alla verità.

“No, Eve. Meglio per te non saperlo. Mi crederesti pazzo, comunque.”

“Credo di aver sempre saputo che c’era di più, molto di più. Fin da quando avevo otto anni e tu mi raccontavi di un dio riflesso nello specchio di Hathor. Ricordi?”

Mosse un passo verso di me, e io mi voltai di scatto, tendendo un braccio per tenerla a distanza.

“No! Finiresti per pentirtene. Tu…” Tornai ad alzare lo sguardo sugli indecifrabili geroglifici del firmamento. “Tu mi conosci appena, non sai quasi nulla di me. Conosci l’archeologo delle tue fantasie infantili, l’amico di papà che ti divertiva raccontandoti storie di dèi e faraoni. Ma io non sono soltanto questo…”

“Lascia che lo scopra, allora.”

“ … e sono ben di peggio. Eve, ho vissuto quasi trent’anni più di te” E in realtà intendevo tremila! “e in questo tempo mi sono accadute cose che non ti piacerebbe affatto conoscere”.

“Questo dovrei deciderlo io, non credi?” La voce di Eve era dolce e tranquilla. “E so che qualunque cosa tu abbia fatto, dentro di te resti buono.”

“Buono!” Cercai di ridere, senza riuscirci, e il suono che mi uscì dalla gola era davvero spiacevole, a metà tra un singhiozzo e un colpo di tosse. “Non potresti trovare parola più inadatta per definirmi. Se soltanto ti raccontassi di questi ultimi giorni… mi disprezzeresti.”

“Come potrei? Tu sei stato la mia guida nel passato dell’Egitto, mi hai aperto porte su regni che non potevo nemmeno immaginare.”

Le dodici Porte della Notte.

“Lasciami in pace, Eve” dissi stancamente. “Per favore.”

Ma lei, determinata, insisté: “No, voglio sapere. Me lo devi per tutta la paura che ho provato mentre eri lontano>.

Fui grato al buio, così lei non poté vedere il mio sogghigno.

“Dopo sarà anche peggio.”

“No. Neppure se mi dicessi che sei disceso nel Duat.”

“Ma è esattamente così, Eve.”

*

Albeggiava quando la riaccompagnai alla barca che l’aveva attesa per tutta la notte. Cavalcammo in silenzio. Non c’era altro da dire.

Durante quella notte, mi ero spogliato dei vecchi fantasmi della mia vita, grato al buio che non le permetteva di scorgere le lacrime nei miei occhi. A un passo da lei, non le avevo permesso di stringermi tra le braccia, confortarmi con la sua dolcezza. Intuivo che lo voleva, per lei non sarebbe stato che un altro capitolo dell’avventura che andava vivendo fin da quando era bambina, ma io sapevo bene qual era il prezzo che avrebbe pagato. Varcare un abisso trimillenario. Un lunghissimo salto attraverso spazio e tempo. Un viaggio senza ritorno.

L’avrei contaminata, scaricando su di lei il peso di tutti i miei peccati.

Le raccontai di Sahira e di Janet, e di una bambina che forse era mia figlia, e del vecchio dagli occhi simili a quelli di Horus sui soffitti delle tombe; e di come troppe volte mi ero spinto quasi sull’orlo del delitto, e avevo finito per smarrire il sentiero, lasciandomi ingoiare dalle profondità del Duat.

Ma non osai andare oltre e rivelarle tutti gli orrori di quel mondo sotterraneo, non le dissi di Crowley e della Donna Scarlatta, né dell’eterna battaglia tra Horus e Seth, e quanto mi fossi mostrato indegno di combatterla. Volevo salvare qualcosa di me ai suoi occhi, anche se non sapevo se avrebbe perdonato i miei errori, ma sembrava accettare ciò che ero.

Mentre l’asino zoccolava pacifico, come godendosi la limpidezza della prima luce, lei teneva la testa appoggiata alla mia spalla in un atteggiamento di stanchezza e fiducia.

Il Nilo era chiaro e liscio come un nastro di seta. Presi Eve tra le braccia per aiutarla a smontare, e restammo per un istante così, senza parlare, il viso di lei contro il mio petto. Quella notte aveva stretto tra di noi un legame. Ma adesso era giorno. Tutto doveva finire con la luce dell’ultima stella. Non sapevo come salutarla. Mi sembrava che non sarei mai più stato capace di guardarla in faccia, e perciò adesso non potevo cavarmela con una qualunque banalità. Avrei dovuto inventarmi un ultimo saluto che restasse per sempre unico, come un segreto tra di noi, ma mi venivano alla mente soltanto frasi convenzionali e stupide.

Guardai il suo viso sollevato verso di me, la trasparenza perlacea dell’epidermide, che ricordava le sfumature di quell’alba, la delicata filigrana dei capillari sulle palpebre chiuse, e le labbra… La notte insonne le aveva scolorate come avrebbe fatto una malattia, ma non aveva potuto cancellarne la morbidezza che disegnava naturalmente un accenno di sorriso.

Quelle labbra tremarono lievemente, schiudendosi per parlare.

“C’è ancora una cosa che debbo dirti, Howard.”

“No, basta.”

Mi chinai su di lei e le posai un bacio sulla fronte, e fu come quando avevamo brindato con il calice d’alabastro, lo stesso freddo e purissimo contatto. Ed era lei la brezza del Nord.

Devi sapere. Due giorni fa…”

Evelyn esitò. Un attimo, un attimo soltanto, brevissimo. E, qualsiasi cosa volesse aggiungere, ormai era tardi.

Vidi i suoi occhi dilatarsi, fissando un punto al di sopra della mia spalla. Uno sguardo insolito, per lei, pieno di smarrimento. Mi voltai.

In piedi nella barca, rigido nella pura luce dell’alba come un vecchio albero sotto la brina, stava Lord Carnarvon. Credo che chiunque altra al posto di Evelyn avrebbe cercato di spiegare come stavano realmente le cose. Non lei. Dopo quell’attimo di smarrimento, la sua espressione era ritornata quella di sempre, fiera e sicura. Senza dir nulla, mi passò accanto e scese nella barca. Lord Carnarvon non tese la mano per aiutarla.

Io non riuscivo a muovermi. Gli occhi di Carnarvon, acciaio temprato nel disprezzo, mi inchiodavano dov’ero, senza possibilità di fuga o di sfida. Come il canarino preso in trappola nello sguardo del cobra. Il mio corpo era inerte, impotente, ma la mente aggrovigliava pensieri l’uno sull’altro, perlopiù ridicole ipotesi. Carnarvon che metteva una mano nella tasca della giacca, un gesto molto misurato e signorile, ed estraeva una pistola; o forse, anche più  elegantemente, mi schiaffeggiava con un guanto di seta.

Non accadde nulla. C’era soltanto quello sguardo così impregnato d’odio che alla fine non riuscii a reggerlo oltre e fui costretto a chiudere gli occhi. Quando tornai a riaprirli, la feluca era già lontana e, sotto il triangolo della vela modellato dal vento, Eve e suo padre erano ormai due figure sfocate. Unico nitido particolare, il turbante bianco del fellah al timone.

*

“Mi dovete delle spiegazioni, Carter.”

Era una sagoma leggermente incerta contro lo sfolgorio del sole, simile a una silhouette ritagliata in una carta stropicciata. Poi la porta venne richiusa, e l’illusione svanì. Davanti a me stava George Herbert, quinto di conte di Carnarvon, nel suo completo di tweed dall’aria un po’ logora. Come il suo viso, pensai. La sua pelle appariva arida e grigiastra come quella di una mummia, fragile e minutamente fessurata se l’avessi osservata da vicino.

“Da quanto tempo dura questa storia?”

Sedevo al tavolo del laboratorio annesso alla mia abitazione. Non mi mossi, non posai neppure la lente d’ingrandimento con la quale stavo studiando le incisioni su una minuscola lamina d’oro.

“Non c’è nessuna storia” risposi in tono piatto.

Non mi sentì neppure, e probabilmente era ben deciso a non credere a nessuna delle spiegazioni che avrei potuto dargli. Ero contento che fossimo completamente soli. Carnarvon mosse qualche passo verso di me, appoggiandosi al bastone da passeggio: si muoveva come se gli abiti gli pesassero addosso.

“Da tempo sospettavo qualcosa, ma mi rifiutavo di crederci. Tutti quei piccoli indizi, le lettere che vi scambiavate, e il bocchino che vi regalò… Sapevo che vi ammirava ma non vi credevo capace di approfittare della situazione.”

“Intendereste dire che l’ho sedotta?” La risata mi bruciò la gola, ma fu incontenibile. “Ma guardatemi!” esclamai allargando le braccia. “Ho forse l’aspetto del seduttore?”

Era evidente che non mi vedeva neppure. Sulle retine dei suoi occhi, come su una pellicola fotografica, era impressa la scena del giorno avanti: quel singolo, equivoco fotogramma.

“Eve è una bambina ingenua, non sa nulla della vita. È stato facile per voi.”

“Credete?” Alzai la lente e lo scrutai attraverso di essa, ponendo tra noi due un’illusione di distanza. Ora Carnarvon non era più che un’ombra stemperata in un raggio di luce radente che entrava dalla finestra. “Voi sottovalutate vostra figlia. Eve è una donna, ormai.”

Vidi l’ombra deformata trasalire e muovere qualche rapido passo avanti, spinta da uno slancio che la fece barcollare lievemente.

“Cosa volete dire? Non avrete osato toccarla!”

“Carnarvon!”

Un rumore secco seguì la mia esclamazione: avevo sbattuto la lente sul tavolo con tanta forza da incrinarla.

“No, no.” Il conte scosse la testa e abbassò lo sguardo, in un atteggiamento di disagio. “Voglio credere che siete un gentiluomo.”

“Grazie della fiducia” ribattei sarcastico. Avrei dovuto essere cauto, mostrarmi remissivo, ma quando mai ero stato capace di diplomazia? “Immagino che abbiate sottoposto Eve a un interrogatorio in piena regola. Le sue risposte non vi sono sufficienti?”

“Non ha voluto dirmi una parola. Nemmeno una.” Lo vidi avvampare di collera, mentre la voce gli moriva in gola. “Cosa dovrei pensare?”

“Quello che vi pare, non farà differenza” risposi quietamente, e mi alzai per affrontare questa nuova tempesta che andava addensandosi sotto la cupola del laboratorio.

“Mia figlia ha passato la notte con voi, un uomo che potrebbe essere suo padre!”

Gli occhi di Carnarvon avevano la stessa terribile sfumatura del cielo nel mio incubo, prima che Seth si manifestasse. Dovetti reprimere un sorriso.

“Fidatevi di Evelyn, Carnarvon, se non riuscite a fidarvi di me. Altrimenti finirete soltanto per farvi odiare da vostra figlia. È questo che volete?”

L’espressione di Carnarvon, mentre mi fissava, era sconcertante; sembrava che la tensione lo risucchiasse dall’interno modellando la pelle direttamente sulle ossa, in una fisionomia che mi era del tutto estranea. Provai un’improvvisa sensazione di nausea, e dovetti respirare profondamente per scacciarla. Per un attimo avevo avuto l’impressione di guardare il viso di un morto.

“E allora ditemi la verità.” La sua voce aveva l’arido fruscio della sabbia in una clessidra. “Cosa c’è tra voi e mia figlia?”

Scossi la testa. “Non credo che capireste.”

Il volto imporporato da una ondata di collera, Carnarvon puntò il bastone da passeggio contro di me, come un fioretto. “Come osate parlarmi in questo modo!”

D’un tratto, la sua indignazione mi sembrò patetica, e ne risi con cattiveria.

“Come osate voi! Venite qui a insultare me ed Eve… Sì, anche Eve! Ne parlate come di una sciocca irresponsabile. Che razza di padre siete?”

“Carter, badate a quel che dite!”

“Ci ho badato anche troppo!”

Mi piaceva vederlo arrossire e impallidire sotto la violenza delle mie parole, mi piaceva vedere le sue pupille dilatarsi e restringersi tra ira e sgomento. Nessuno, tra quanti conosceva, aveva mai osato trattarlo in modo simile, ne ero sicuro.

“Per sedici anni ho badato a ogni singola parola che vi dicevo, e troppe volte vi ho dato ragione anche se avevate torto marcio. Adesso basta!”

Ero avanzato verso di lui, e lo vidi fare un gesto con il bastone, quasi intendesse percuotermi, ma non sarebbe comunque riuscito a zittirmi.

“Non potete disporre della mia vita né di quella di Eve, quello che c’è tra di noi e soltanto affar nostro.”

“È mia figlia!”

“Non potrei mai dimenticarmene, credetemi. L’ho conosciuta bambina e l’ho vista crescere, diventare una giovane donna. Bella.”

Sapevo cosa voleva sentirsi dire da me, e glielo dissi, concedendogli quella verità che tanto lo spaventava. Concedendola a me stesso.

“Certo che la trovo attraente, tanti anni sotto il sole dell’Egitto non mi hanno certo prosciugato di tutto il sangue. Ma conosco le regole e le convenzioni di questo mondo, e ho dei principi morali, anche se voi non me ne credete capace. Comunque Eve sembra affascinata da me. Mi vede come l’artefice del suoi sogni, un compagno di avventure. Ho cercato di convincerla che si sta sbagliando. Ma sapete com’è vostra figlia, quando vuole qualcosa.”

Era il colpo più crudele che potessi vibrargli, e l’avevo fatto con tutta la violenza della mia frustrazione. Lo vidi barcollare per un attimo, e provai una gioia amara.

“Andatevene” gli intimai, indicando la porta alle sue spalle. “Toglietevi dai piedi e non fatevi mai più vedere qui attorno. Mai più.”

Carnarvon tremava come scosso da una febbre alta, appoggiato al suo bastone da passeggio, e il pallore gli pietrificava il viso, tanto che le sue labbra si mossero a fatica quando disse: “Me ne vado, sì, ma non siete voi a mettermi alla porta. Me ne vado perché mi disgustate, Carter”.

Ebbi l’impressione che volesse aggiungere ancora qualcosa, ma serrò le mascelle con forza, girò sui tacchi e uscì.

La porta, richiudendosi, cigolò: un suono incongruo, tutt’altro che intonato al dramma che si era appena consumato. Quel suono mi fece ridere stupidamente, ma la risata mi morì in fretta nella gola, strozzata in un nodo improvviso. Ero stato anche più crudele del necessario e non soltanto con Carnarvon, ma anche con Evelyn e con me stesso, distruggendo qualsiasi possibilità d’intesa, qualsiasi speranza. Sedetti, sconfitto dall’emozione. Speranza. Soltanto adesso riconoscevo di averla nutrita in me, contro ogni logica e buonsenso. Un’irragionevole speranza.

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Gloria BarberiL’AUTRICE

Gloria Barberi nasce a Camogli (GE) il 6/9/1955, ma dall’età di 6 mesi abita a Recco, poco più di 3 chilometri dal suolo natìo.

Da sempre appassionata d’arte in tutte le sue forme, dopo un periodo trascorso a scrivere articoli sul rock per le riviste Best e Nuovo Sound, debutta all’inizio degli anni ‘80 sulle pagine delle fanzines SF…ere e Pulp, dedicate alla letteratura fantascientifica e fantasy. Fanno seguito pubblicazioni su numerose riviste e periodici sia amatoriali che professionali, quali: The Dark Side, Gli occhi di Medusa, Diesel, Shining, Yorick, Lore, Urania Millemondi, L’Eternauta, La Gazzetta del Mezzogiorno, Cosmopolitan, Inchiostro,  Antarés, e le antologie Fantàsia e Horror Erotico di Stampa Alternativa. Il racconto La notte di san Valentino è apparso in Francia nell’antologia Cosmic erotica successivamente edita in Italia da Fanucci. Presente anche in diverse antologie di autori vari edite da Il Cerchio (Rimini) a seguito di vittorie e piazzamenti al Premio San Marino.

È autrice di due antologie personali: Racconti Notturni edito da Primordia (MI) e Come le bambole di notte (Montedit, MI) e di alcuni romanzi: I Custodi apparso su The Dark Side n° 34; Le viscere del Diavolo (Diesel Extra); Lo specchio scarlatto (Diesel Speciale “Pastiche”).

Nel 1987 collabora alla trasmissione radiofonica Galactica di Radio Time di Scandicci (FI). Da qualche anno si occupa di teatro in veste di attrice/caratterista nella compagnia del Teatro Stabile San Giuseppe di Ruta di Camogli, del quale cura la pagina Facebook, ma anche di autrice. La pièce “Il palazzo della Notte” ha vinto nel 2001 il premio Città di Moncalieri ed ha partecipato in seguito alla rassegna Aquilegia blu (Torino, 2002) nell’interpretazione dell’attrice Franca Berardi.

Tra i premi conseguiti per la narrativa fantastica ci sono il Premio Italia, Lovecraft, Courmayeur e Repubblica di San Marino.

Negli anni ‘90 ha lavorato come traduttrice per la casa editrice Nord e per la rivista esoterica Primordia, oltre che per alcuni privati.

Appassionata anche di poesia, fa parte da diversi anni del gruppo di scrittura “Anna di Vienna” che prevede incontri a cadenza mensile su un argomento a tema e un reading/spettacolo a fine stagione, con lettura di poesie e prosa, siparietti teatrali, proiezioni video e musica dal vivo. Ama “pasticciare” con Photoshop e creare immagini che pubblica sulla pagina facebook Green Mansions.

“Contagiata” da un amico genealogista ha creato anche una pagina sui suoi antenati materni, appartenenti alla comunità valdese di Torre Pellice, che le ha permesso di scavare un po’ più a fondo nelle sue radici. E, ovviamente, non si è fatta mancare una pagina Facebook dedicata a L’occhio sinistro di Horus, romanzo nato con l’intento di raccontare una realtà “alternativa” a quella usualmente sfruttata riguardo il ritrovamento della tomba di Tutankhamon, lavorando molto di fantasia ma entro binari rigorosamente storici, e strizzando l’occhio ai feuilleton di un tempo.

Chi desiderasse approfondire queste notizie può cercare in rete, su Fantascienza.com e altri siti.

 

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