L’occhio sinistro di Horus 12° episodio di Gloria Barberi

L'occhio sinistro di Horus 12° episodio di Gloria BarberiEra esaltazione e smarrimento, come ai primi due passi fuori da un carcere. Dopo tanti anni, mi ero liberato dalla schiacciante ombra di Carnarvon. Non ero più obbligato a fingere, potevo giocare a carte scoperte. Mi compiacevo dell’audacia con cui mi ero comprato la libertà, e in essa cercavo di soffocare il vago senso di disagio, assai simile alla vergogna, che mi coglieva ogni volta che ripensavo all’espressione ferita di Carnarvon. Mi ripetevo che d’ora in avanti tutto sarebbe andato per il meglio. Se soltanto fossi riuscito a non pensare a Eve.
Ma non era unicamente questione di pensare o non pensare. Lei era presente in me come il fluire del sangue nelle vene. E non potevo ordinare al mio sangue di smettere di scorrere, e pretendere di restare vivo.
*
Era un colpo basso. Non faceva parte del copione, e mi sgomentava.
Per la terza volta rilessi la lettera di Carnarvon.
“Mio caro Carter, quando Evelyn mi ha raccontato tutto sono rimasto profondamente sconcertato e non sapevo più come dovessi comportarmi. Mi rincresce sinceramente di aver reagito in una maniera talmente stupida, e ne incolpo tutte le preoccupazioni di questi ultimi tempi che hanno alterato la mia capacità di vedere le cose ed essere obiettivo…”
Parole piene di remissività e rincrescimento. Mi chiedeva scusa. Lui, il quinto conte di Carnarvon!
“Ma c’è una cosa che vorrei soprattutto dirvi e che mi auguro vorrete sempre tenere presente: qualunque sia l’opinione che avete di me adesso, sappiate che la mia stima per voi non verrà mai meno…”
Davvero astuto da parte sua! Voleva mortificarmi con la sua pretesa umiltà. Ipocrita!
Il senso di libertà era del tutto svanito.
*
“Ho saputo che avete avuto una discussione con Lord Carnarvon.” Lo sguardo abitualmente sognante di James Breasted era adesso vigile, concentrato sul mio viso.
Mentirgli sarebbe stato patetico quanto inutile.
“Una discussione? Definitela tranquillamente una lite>
James Breasted sospirò.
“Non ve ne chiederò le ragioni, ma vi renderete conto che tutto questo non giova affatto al progetto Tutankhamon.”
Così era quello il vero motivo del suo invito, e aveva atteso le sigarette e i liquori del dopocena per affrontare con più rilassatezza l’argomento.
“Le mie divergenze con Lord Carnarvon sono di carattere strettamente personale.”
“Il che, se mi permettete, è ancora peggio.”
Attorno al Winter Palace la sera era quieta e chiara, con un che di sonnolento e immobile, quasi che la natura si stordisse nel suo stesso profumo. Lo sentivo filtrare nella stanza dalla portafinestra socchiusa, speziato e morbido, a stuzzicare struggimento e nostalgia. Sahira… Risvegliavo un antico dolore per non affrontarne uno recente e ancora troppo acuto. Non avevo più rivisto Evelyn dopo quella nostra notte insieme.
“Se volete arrivare sino in fondo a questa faccenda e uscirne vincitori” proseguì l’americano “dovete restare uniti”.
“Credete sia fondamentale? Comunque, adesso Carnarvon è al Cairo, il che non mi dispiace affatto” ammisi con franchezza.
“I vostri collaboratori sono piuttosto preoccupati.”
“Non ne hanno motivo.”
Breasted mi scrutava attentamente. La sicurezza che ostentavo non doveva convincerlo troppo.
“Ho anche l’impressione che Mace non si senta bene.”
“Davvero? Non me ne sono accorto.”
“Sono molte le cose di cui non vi accorgete, Carter.”
Bianco, serafico, quasi “luminoso”, Breasted sembrava guardarmi con una specie di compassionevole benevolenza, ma tra di noi stagnava un lieve diaframma di fumo, sicché non avrei potuto giurare che la mia sensazione fosse esatta. Il fumo stemperava la sua espressione ammorbidendola, come un ritratto ad acquarello.
“Breasted, da quanti anni mi conoscete?”
“Parecchi.”
“Più che sufficienti, quindi, a formarvi una precisa opinione su di me.”
“Abbastanza.”
“Dunque?”
Il suo sguardo divagò per un istante, indugiando sulla punta della sigaretta, come a sperimentare una nuova pratica divinatoria nella brace ardente.
“Sinceramente, Carter?”
“È naturale.”
Intesi un suono breve, simile all’accenno di un sospiro, e mi parve che sotto la giacca elegante il suo petto si sollevasse in modo più accentuato.
“Penso che siate discretamente egoista, e molto spesso insensibile e sgarbato. Ma credo che non dipenda interamente da voi. Sembra quasi che sia… una costrizione, qualcosa di molto forte che vi spinge verso una precisa meta, e nella sua urgenza non vi lascia il tempo di guardarvi attorno.”
“Come una mano sulla spalla” mormorai.
“Se quella mano fosse molto pesante…”
“Lo è.”
Bevvi un sorso dal bicchiere con il quale avevo continuato a giocherellare durante il nostro colloquio. Il bordo era umido e tiepido, leggermente appiccicoso per lo zucchero del liquore. Un bacio.
“Se c’è qualcosa che io possa fare per riavvicinarvi a Carnarvon sarò lieto di farla.”
“Grazie.” E lo dissi sinceramente, senza sarcasmo. La gentilezza di Breasted era autentica, e non volevo dispiacergli. “Ma se è il nostro lavoro che vi preoccupa… state tranquillo, quello va avanti comunque. E se non dovessi essere io a portarlo a termine… be’, qualcun altro lo farà al mio posto.”
“Oh no, non dovete neppure pensarlo!”
Scossi la testa e guardai verso la notte, aldilà del vetro e delle tende.
“Non so. A volte ho la sensazione che né io né gli altri siamo molto di più che strumenti per il suo progetto.”
“Suo?”
“Di Tutankhamon.”
Breasted sorrise senza malizia.
“Strumenti. Non potete pensarlo davvero.”
“Sì. E singolarmente inutili, sostituibili.”
E di nuovo provai quella sensazione di nausea che mi aveva afferrato per un istante nel pieno della lite con Carnarvon.
Sostituibili. Ne avrei avuto la conferma entro breve.
*
Tutankhamon la scopertaNella seconda metà di marzo ricevetti una lettera di Evelyn. In parte era artificiosa, distaccata, come se l’avesse scritta con qualcuno che spiava da dietro le sue spalle. Mi informava che suo padre non era ancora riuscito a incontrare Pierre Lacau per ridiscutere la divisione dei reperti. Ma c’era dell’altro, aggiungeva: suo padre era malato. Evelyn attribuiva quella malattia a una banale puntura d’insetto, probabilmente una zanzara, che si era infettata. Le frasi con cui me ne dava notizia erano lucide e scarne, ma lasciavano ugualmente trasparire le emozioni attraverso la pressione del pennino sulla carta e l’incertezza sul finale di certe parole, come se la mano che le aveva scritte tremasse. Evelyn era davvero preoccupata.
Tuttavia non risposi. Non avevo comunque modo di venirle in aiuto e non volevo crearmi pretesti per correre da lei. Così, finsi con me stesso di ignorare quel messaggio, come già avevo ignorato la lettera di scuse di Carnarvon. Ma di lì a pochi giorni ricevetti altre due lettere: una di Albert Lythgoe, direttore del Metropolitan Museum, che in quel periodo si trovava al Cairo; e l’altra di Richard Bethell, il segretario di Carnarvon. Entrambe scritte con accenti preoccupati. La malattia del conte sembrava aggravarsi giorno per giorno, e i medici non riuscivano a risalire alle cause esatte dell’infezione, né a trovare una cura in grado di arginarla.
La notizia mi lasciò pressoché indifferente, poiché sospettavo una buona dose d’esagerazione da parte di Lythgoe e di Bethell. Era possibile che Carnarvon fosse malato, ma sicuramente i due stavano tentando di sfruttare l’occasione al fine di rappacificare i due litiganti. La manovra mi sembrava maldestra, ed ero ben deciso a non assecondarla.
Poi, feci un sogno.
*
Ormai mi era familiare. Quella mano posata sulla spalla, che potevo vedere pur senza bisogno di muovere il capo… perché non riuscivo mai a voltarmi e scoprire a chi apparteneva?… e mi appariva anche più nitida del solito, tanto che distinguevo in modo chiaro l’anello, identico al mio: l’occhio di Horus, di un profondo blu lapislazzuli, ma l’anello non era in argento; era d’oro, oro purissimo, di uno splendore solare. E la mano, a differenza delle altre volte, non poggiava sulla mia spalla, ma era soltanto accanto a essa, e stringeva qualcosa: una delicata statuetta ushebti in faïence azzurra, modellata con minuzia di particolari.
Nella mia carriera di archeologo ne avevo viste a centinaia; ma questa aveva un non so che di profondamente diverso, di cui non sapevo spiegarmi la natura. Diverso e inquietante. Fissavo la piccola sagoma mummiforme stretta gentilmente nella mano bruna, e la paura mi saliva dallo stomaco in un’onda nauseante. Mi sentivo come se mi trovassi in prima fila a un’esecuzione, proprio ai piedi del patibolo, in attesa che la mannaia s’abbattesse e la testa spiccata dal busto rotolasse giù con gli occhi sbarrati e la bocca che ancora si contraeva nell’ultima bestemmia.
Sapevo che avrei urlato. E urlai, infatti, strappandomi all’incubo con una violenza tale che mi ritrovai seduto sul letto. L’urlo doveva aver svegliato il mio domestico, e fui grato all’indolenza che gli impediva di muoversi finché non fosse stato personalmente minacciato da un pericolo reale. Altrimenti non avrei saputo come giustificare davanti ad Abdal l’espressione terrorizzata che sentivo artigliata ai muscoli contratti del mio viso. Nemmeno con me stesso, del resto, potevo giustificare quel senso d’orrore che nel finale del sogno aveva toccato il culmine a un semplice e quasi innocente gesto della mano bruna.
Con un guizzo, che aveva strappato una fulgida scintilla dall’anello d’oro, le dita si erano contratte attorno all’ushebti, frantumandolo. Ma ciò che mi aveva strappato un urlo era stato riconoscere, nel volto della statuina funeraria, i lineamenti di Lord Carnarvon.
*
Il sogno mi aveva lasciato addosso una sensazione sgradevole. Nonostante il lavoro richiedesse la massima concentrazione non riuscivo a strapparmi dalla mente quell’ultima grottesca immagine: ritornava con regolarità nei miei pensieri, ossessiva. Stavo combattendo contro di essa anche quando ricevetti la visita di Charlie Breasted.
Mi trovavo assieme a Callender e un paio di fellahin nella spoglia tomba di Sethi II° che avevamo eletto a laboratorio, ed eravamo intenti a inventariare alcuni reperti minori per prepararli all’imballaggio. Il giovane Breasted si fermò sulla soglia, come non osasse entrare.
“Carter, devo assolutamente parlarvi.”
Gli risposi con un gesto sbrigativo e una parola brusca: “Dopo”.
“Adesso. Ve ne prego. E da solo.”
Non lo vedevo in faccia perché stava in controluce, ma la sua voce conteneva un’urgenza e un disagio simili a paura controllata a fatica. Forse non ci avrei badato più di tanto se non fossi stato ancora sotto l’impressione del sogno, ma in quel momento lasciai perdere quello che stavo facendo e, dopo essermi accertato che nelle vicinanze non ci fossero curiosi, lo seguii di fuori. Era quasi mezzogiorno e nonostante il laboratorio si trovasse in una zona in cui i raggi del sole non giungevano mai direttamente, l’aria era così arida e rovente che non si poteva respirare senza tossire, e il riverbero delle rocce più in alto ricadeva abbagliante su di noi. Trovammo rifugio sotto una sporgenza che ci precludeva la vista del cielo.
“Cosa vi è successo?” chiesi.
Gli occhi del giovane erano dilatati, e una leggera imperlatura di sudore gli luccicava sulle sopracciglia.
“Vi ricordate del professor La Fleur?”
“Naturalmente.”
Era venuto alla tomba soltanto due giorni prima.
“Be’…” Charlie sembrò appiattirsi contro la parete rocciosa alle proprie spalle e mormorò senza guardarmi: “È morto”.
La Fleur, uno studioso canadese dall’aspetto signorile e colto. Contravvenendo alle mie stesse disposizioni avevo accettato di lasciargli visitare la tomba e il laboratorio perché ero rimasto favorevolmente colpito dai suoi modi cortesi e dalla sua competenza egittologica. Con lui avevo trascorso un paio d’ore veramente piacevoli, e la notizia che Charlie mi aveva appena comunicato mi lasciava sbigottito.
“Ma come è accaduto? Un incidente?”
Il giovane fece un breve e nervoso cenno di diniego, e contemporaneamente si guardò attorno con circospezione, quasi temesse un pericolo.
“Quando La Fleur fece ritorno in albergo, disse a mio padre che non si sentiva bene. Aveva una brutta tosse, così mio padre mandò a chiamare il nostro medico. Non pensavamo a nulla di più serio di un’infreddatura, ma la febbre era molto alta, perciò il medico decise di fermarsi al Winter Palace.”
Charlie Breasted fece una pausa. Tra le sopracciglia aggrottate una goccia di sudore stava scivolandogli lentamente lungo il dorso del naso. Sarebbe potuto sembrare buffo, ma non in quel momento. In tono incerto continuò: “La camera del professore non era distante dalla mia. Quella stessa notte, verso le tre, stavo scrivendo l’articolo per il Chicago Daily News… Sentivo i colpi di tosse che provenivano dalla stanza di La Fleur e mi sembrava che andassero facendosi sempre più deboli e distanziati. A un tratto smisero del tutto. Naturalmente, quel silenzio poteva significare che il professore si era finalmente addormentato, ma… be’, non so. C’era qualcosa di strano, in quel silenzio. Uscii in corridoio, e in quel momento la porta della camera di La Fleur si aprì, e ne uscì il medico. Mi bastò guardarlo in faccia per capire.”
Ero sbalordito. Quel racconto mi sembrava incredibile quanto una storia di fantasmi. L’uomo che avevo incontrato un paio di giorni prima era pieno di vitalità, e niente poteva far supporre che qualunque malattia, per quanto seria, potesse stroncarlo nel giro di poche ore.
“Assurdo” bisbigliai.
“Polmonite, così ha detto il medico. Ma…” Il giovane si mosse a disagio, strusciando i piedi nella polvere. “Il problema, capite, è che abbiamo dovuto… noi…” balbettò, prima di concludere d’un fiato: “Abbiamo dovuto nascondere il cadavere”.
“Cosa avete fatto?”
Lui annuì frettolosamente, pallido, mordendosi il labbro inferiore.
“Non potevamo fare altrimenti, con l’albergo pieno di turisti. Il direttore ha fatto chiamare due inservienti che hanno… hanno ficcato il cadavere in un cesto per la biancheria sporca. Mio padre e io abbiamo dovuto giurare di non rivelare nulla, anzi… ci siamo occupati noi stessi della roba del professore.”
Esclamai qualcosa, probabilmente un’imprecazione che non rammento, e Charlie aggiunse: “Dovevo parlarne con qualcuno.” Poi, per la prima volta da quando aveva iniziato a raccontarmi quella spiacevole storia, mi guardò. “Carter… tutto bene?”
Era logico che la mia espressione lo sconcertasse; me la sentivo in faccia, una smorfia tra orrore e sgomento.
“Parto” dissi. “Vado al Cairo.
*
Appena giunto al Cairo mi recai immediatamente all’albergo Continental Savoy.
Lord Carnarvon giaceva nella stanza da letto della sua suite. Non mi riconobbe neppure. Con lui c’erano Lady Almina, Evelyn e una giovane infermiera. Venni a sapere che Henry era stato chiamato d’urgenza dall’India, dove prestava servizio militare, ed era atteso da un momento all’altro. A una mia precisa domanda sulle condizioni del conte, Lady Almina scosse la testa. “E i medici non sanno neppure spiegarci perché” disse con la voce incrinata dalle lacrime.
Evelyn sedeva accanto al letto, e sentendomi entrare si era limitata ad alzare la testa e guardarmi. Teneva una mano del padre tra le sue, non tanto in un gesto di conforto quanto piuttosto come se dalla forza della sua stretta dipendesse la vita di lui. Lo stava trattenendo, sospeso sul baratro della morte. Finché lei avesse resistito, pensai scioccamente, Lord Carnarvon non sarebbe morto.
Guardai il viso di quell’uomo che soltanto poche settimane prima avevo cacciato da casa mia in malo modo. La pelle tesa sugli zigomi era irregolarmente chiazzata di rossore insano e le guance affondavano, come risucchiate nel pallore; le labbra riarse si spaccavano in piaghe sanguinolente. Non occorreva una laurea in medicina per capire che stava morendo.
Anche Evelyn era molto pallida e i suoi occhi erano lucidi e fissi, ma asciutti e senza traccia di lacrime recenti. Potevo quasi avvertire la determinazione con cui dominava ansia e dolore, come una sorta di corrente elettrica che emanasse dalla sua persona, circondandola di un’aura invisibile. La sua enorme forza, incredibile in una ragazza così giovane, la isolava dal resto del mondo insieme a suo padre. Non c’era posto per niente e nessun altro accanto a lei, finché fosse durata quella lotta.
Sarebbe stata una lunga giornata.
*
Una giornata fatta di penombra e bisbigli e acido odore di malattia. Mi sembrava di trovarmi al fondo di un antico pozzo. La luce del sole giungeva opaca e smorzata a causa delle tende tirate, e i rumori della vita erano spaventosamente lontani. E, come al fondo di un pozzo, l’aria nella stanza era pesante e umida.
Carnarvon alternava momenti di torpore ad altri di violento delirio durante i quali mormorava, e a tratti gridava, brandelli di frasi prive di senso. Si dibatteva cercando di alzare le braccia, come a voler allontanare da sé qualcosa. Era difficile trattenerlo per impedirgli di farsi male, e tanta disperata energia in un uomo morente, stremato da settimane di malattia, mi stupiva. Testimone di quella tormentata agonia non provavo pietà né dolore, o perlomeno ne ero convinto. Mi sentivo freddo, svuotato, come colui che per tutta la vita ha atteso sulla sponda del fiume per veder passare il cadavere del suo nemico, e infine…
Troppe volte, durante gli interminabili anni trascorsi alle sue dipendenze, avevo avuto occasioni e validi motivi per odiarlo. Tutto il mio lavoro e la mia vita erano dipesi dai suoi capricci di ricco annoiato. Se il suo denaro, alla fine, mi aveva permesso di arrivare a Tutankhamon, avevo ampiamente scontato in anticipo la generosità di Sua Signoria.
Henry giunse nel tardo pomeriggio, e Lady Almina poté andare a riposarsi. Ma non Evelyn. Rispose con un cenno di diniego quando le chiesi se non intendesse dormire un poco. Provai la tentazione quasi irresistibile di gridarle che era inutile, che non avrebbe potuto impedire alla morte di portar via suo padre, così come io non ero riuscito a strapparle Sahira.
L’infermiera era un bianco fantasma estraneo al dramma; non avrei neppure ricordato il suo volto quando, anni più tardi, i giornali raccontarono della sua morte per parto, a soli ventotto anni, rimarcando il fatto che era stata l’infermiera di Carnarvon.
In quelle ore mi aggrappavo ancora alla logica, come Eve alla mano di suo padre, per impedirmi di fantasticare sugli inquietanti avvenimenti che avevano segnato le ultime settimane.
Ma le prime stelle… le sorpresi, in una fessura tra le tende, a spiarmi come gli occhi del cobra d’oro nel tabernacolo.
*
Quella notte, passata la una e mezza, al capezzale di Lord Carnarvon eravamo rimasti io, Evelyn e l’infermiera. Il conte sembrava essersi assopito; aveva smesso di delirare, ma il respiro lento e rantolante, e il pallore livido, non lasciavano speranze. Da qualche ora evitavo di soffermare lo sguardo su quel viso devastato dalla febbre. Seguivo il lieve movimento del lenzuolo che sottolineava l’alzarsi e l’abbassarsi del suo petto. A ogni faticosa espirazione pensavo che non sarebbe seguito un altro respiro, e mi stupivo di ogni nuovo rantolo. Forse era davvero Evelyn, la corrente d’energia che scorreva lungo il suo braccio e attraverso le mani unite fino nel corpo di Carnarvon, a operare il miracolo. Ma per quanto ancora?
La guardai. Il suo corpo sottile si stava come ammorbidendo nella poltrona, la tensione s’arrendeva alla stanchezza; la testa bruna si piegava su una spalla. Credo di aver chiuso gli occhi anch’io, per un istante. Sognai; un sogno brevissimo, un lampo d’angoscia. Sedevo in poltrona, eppure ebbi l’impressione di trovarmi disteso in un luogo angusto, nel buio più totale. Il sarcofago di granito! E di nuovo ero completamente paralizzato, costretto in bende da mummia. C’era qualcuno che tendeva le mani per ghermirmi, artigli adunchi e avidi, e io non potevo fare nulla per difendermi, non potevo…
“Nekhbet! Nekhbet!”
Fu un grido stridulo e raggelante, come quello di un rapace colpito a morte, unghie su un vetro, una lama che penetrando nella carne strisci su un osso. Balzai in piedi e mi chinai su Carnarvon. Anche Evelyn si era alzata di scatto e si stringeva al petto la mano del padre. Sul volto di Lord Carnarvon c’era un’espressione che non avrei mai più dimenticato e avrebbe infestato i miei incubi molto a lungo.
“Nekhbet! Mi graffia la faccia!” Con la mano libera il conte artigliò il mio braccio, cercando di sollevarsi sui cuscini. I suoi occhi, opachi come antichi specchi, sembravano ricoperti da una pellicola lattiginosa, eppure seppi con certezza agghiacciante che mi stavano guardando. Le labbra piagate si mossero emettendo soltanto rauchi suoni prima di riuscire a formulare ancora qualche parola intelligibile. “Lo senti? Mi chiama. Vuole che lo segua.”
“Chi?” mormorai istintivamente, in risposta al suo delirio.
“Tu lo sai… Sai perché!”
Il corpo scarnificato dalla febbre ebbe un sussulto e gli occhi si rovesciarono nelle orbite, a mostrare soltanto il bianco. Sentii le sue unghie affondarmi nel braccio in uno spasimo. Poi Lord Carnarvon giacque immobile, il capo riverso sul guanciale. Udii l’ultimo respiro sfuggirgli in un lievissimo rantolo dalle labbra semiaperte.
La porta si spalancò di colpo.
“Papà!” gridò Henry, entrando; e quel grido precipitò il mondo nel buio.
L’oscurità cadde, impenetrabile, dentro e fuori la stanza. Aldilà delle tende, l’intera città del Cairo scomparve, schiacciata sotto l’oscurità.
“Qualcuno cerchi delle candele” mi sentii dire con voce rauca.
Passi: quelli pesanti di Henry e quelli veloci e leggeri dell’infermiera. Poi un bisbiglio di Evelyn.
“È tutto finito.”
Aggirai il letto, quell’isola di morte che ci separava, appena a tempo per prenderla tra le braccia. Ma Evelyn non svenne. Solamente si aggrappò a me, dando sfogo al pianto troppo a lungo trattenuto.
“Perché?” singhiozzò. “Perché ci ha fatto questo?”
Compresi il senso di quella domanda, ma non avevo risposte.
*
Le cause del guasto che all’una e cinquanta di quella notte tra il quattro e cinque aprile 1923 precipitò l’intera città del Cairo nel buio più fitto, non furono mai chiarite. La corrente elettrica ritornò dopo qualche minuto senza bisogno di alcun intervento tecnico. Ma quando la stampa s’impossessò della morte di Carnarvon, anche quell’insignificante episodio assunse il colore cupo del mistero, in quel macabro gioco di società che divenne noto come “la maledizione del faraone”. Poco importava che nessuno fosse a conoscenza della tavoletta d’argilla che avevo distrutto proprio per evitare lo scatenarsi di chiacchiere superstiziose; la storia del canarino era ormai nota, e i giornalisti si impegnarono in una gara di fantasia allo scopo di inventare nuovi ed elaborati anatemi, di cui la tomba sarebbe stata disseminata. Ci si mise pure Arthur Conan Doyle che, tra una fortunata vicenda e l’altra del suo eccentrico investigatore di Baker Street, si dilettava di occultismo.
Il pubblico, affascinato, pendeva dalla penna di questi cialtroni. La malattia che aveva stroncato Carnarvon ebbe le diagnosi più bizzarre, dalla leucemia al veleno, ma sempre in connessione con influssi malefici. Nessuno si fermava a riflettere che le condizioni di salute del conte erano precarie da anni, dal giorno di quel terribile incidente automobilistico che gli era quasi costato la vita, e indubbiamente i problemi e le emozioni degli ultimi tempi non gli avevano giovato. Era bastata una banale infezione a dargli il colpo di grazia.
Questo fu quanto precisai alla stampa, cercando disperatamente di non lasciarmi contagiare a mia volta da inquietudini immotivate. Preferivo addirittura pensare di aver contribuito io stesso, con il mio comportamento, alla morte di Carnarvon. Ma cominciavo ad avvertire in modo acuto la tensione che serpeggiava tra i membri del mio gruppo, e soprattutto fra gli operai. Avevo l’impressione che qualcuno stesse sempre a bisbigliare (forse scongiuri?) alle mie spalle, e mi sentivo seguito da sguardi sospettosi. Probabilmente, parecchi pensavano che la prossima vittima sarei stato io.
*
Non avevo mai desiderato tanto far ritorno a Londra, e sapevo bene di avere davanti a me ancora almeno un paio di mesi di lavoro, con l’implacabile estate egiziana che arrivava sulle ali delle tempeste di sabbia. La Valle era ormai una fornace e dovevamo affrettarci a imballare i reperti da inviare al Cairo. La spedizione di quei fragilissimi splendori era un altro problema su cui perdere il sonno. Dovetti rinunciare all’idea di servirmi dei fellahin per trasportare a mano i tesori fino alla chiatta sul Nilo, perché le casse preparate da Callender erano troppo pesanti e voluminose. E carri e automobili erano fuori discussione, visto che la strada aveva un fondo irregolare e non desideravo correre rischi inutili.
“E allora cosa intendete fare?” mi chiese Pierre Lacau quando gli sottoposi il problema.
“Potete procurarmi una ferrovia?”
Non fu facile ottenere dalla Sovrintendenza una vecchia ferrovia decauville; ma alla fine la spuntai. Era la mattina del quindici maggio, sotto un cielo rovente, quando demmo inizio a quell’ultima fase dei lavori. Le casse che contenevano i reperti, accuratamente protetti da miglia di garza e cotone e sacchi di segatura, furono caricate su nove vagoni. Nonostante ci fossimo messi all’opera verso le cinque del mattino, il caldo era già soffocante. Gurgar, che sorvegliava la costruzione della ferrovia, arrivò di lì a poco con una notizia che sulle prime mi sembrò assurda.
“Sir! I binari non ci sono tutti!”
“Ma che diavolo dici?” ribattei in tono iroso.
“È vero” confermò Callender. “Ne abbiamo appena per un terzo del percorso.”
“Dannazione!” Sferrai un pugno contro la parete del vagoncino, e il dolore alla mano alimentò la mia rabbiosa frustrazione. “Lacau non perde occasione per cercare di fregarci! Sta cercando di farci fare la figura degli idioti davanti al Governo egiziano e alla Stampa!”
Callender si passò una mano tra i radi capelli appiccicati dal sudore.
“È un bel guaio. Cosa possiamo fare?”
Lo fissai con feroce determinazione.
“Ce li facciamo bastare.”
Era un’operazione folle: costruire la ferrovia con quei pochi binari di cui disponevamo, far avanzare manualmente i vagoncini, smontare la rotaia dietro di essi e rimontarla davanti. Così per circa sei miglia, fino al Nilo. Il sole arroventava il metallo in maniera tale che, per non scottarsi, i miei uomini erano costretti a rovesciare in continuazione acqua sulle rotaie. Lavoravano seminudi, avvolti in nuvole di vapore, ma non li colsi mai a lamentarsi. Quando la notte ci sorprese a metà strada, molti si offrirono volontari per far la guardia al prezioso carico.
Arrivammo al Nilo come un bizzarro corteo trionfale di guerrieri vincitori: esausti, sporchi, ma esaltati per la ricchezza del bottino. Dopo più di tremila e duecento anni il prezioso corredo funebre di un faraone aveva ripercorso a ritroso il tragitto dalla città dei morti a quella dei vivi, anche se con un mezzo assai meno leggiadro delle slitte dai pattini d’ebano tirate da candidi buoi inghirlandati di fiori. E ad attendere i tesori non c’era una leggera barca laminata d’oro, con vele e vessilli rossi e bianchi, ma una rumorosa e pesante chiatta da carico.
Il ventinove maggio, quella chiatta attraccava a uno scalo del Cairo, non lontano dal museo. E meno di una settimana dopo, poco prima della mia partenza per l’Inghilterra, potevo vedere i primi oggetti esposti in una serie di vetrine appositamente allestite. Fra di essi erano lo sfolgorante trono d’oro e il calice d’alabastro dal quale avevamo brindato alla scoperta, in quella notte che mi sembrava ormai lontana quanto l’epoca in cui Tutankhamon era vissuto. E fu guardando quegli splendori esposti agli occhi del mondo che mi permisi infine di ripensare a Carnarvon, per la prima volta dalla sua morte; e fui sorpreso di provare un senso di assenza molto simile al rimpianto.

note:
(1) Secondo il mito egizio, Seth sfidò Horus a combattere su una nave di pietra.
(2) Rituale d’imbalsamazione, Papiro Cairo.
(3) Libro dei Morti, Capitolo XXI.
(4) Il mito di Horus e Seth racconta che in un’occasione Seth cercò di usare violenza a Horus, e in un’altra occasione gli strappò entrambi gli occhi.

DECIMA ORA DELLA NOTTE
(Isefet)

Guardate! La azioni della mia vita
trascorsa sulla terra
sono tutte qui: io le sorreggo
sulle mie braccia.

(Libro dei Morti, capitolo CXXX)

Se avessi potuto evitarlo non avrei mai accettato l’invito di Lady Almina a passare qualche giorno a Highclere. Ma dovevo discutere con lei riguardo la concessione di scavo e il contratto con il Times. Sapevo benissimo che non potevamo permetterci altri passi falsi.
Pensare di rivedere Evelyn mi sgomentava. La conoscevo abbastanza per supporre che non si fosse mai confidata con sua madre, ed ero certo che Lord Carnarvon avesse evitato di mettere la moglie al corrente della faccenda. Ma non la trovai a Highclere. Era da qualche parte in Europa: Francia, o forse Italia. A quella notizia provai il sollievo di un’amputazione: ogni ragione di paura e dolore strappata via da me, ma lo strappo era causa di altra sofferenza: lacerante senso di lontananza, nostalgia. Accanto a Evelyn o lontano da lei, per me non c’era pace. Si trattava soltanto di scegliere, tra i due tipi di tormento, il meno pericoloso per entrambi.
*
“Il rispetto delle clausole della concessione: questo è il punto più importante.”
Sir John Maxwell, il legale dei Carnarvon, succhiava il cannello della pipa con determinazione, le sopracciglia aggrottate in un cipiglio battagliero.
“Tutti si aspettano che la morte di Carnarvon vi abbia indebolito, perciò dovete mettere subito in chiaro che non siete disposto a ridiscutere una singola virgola del contratto stipulato dal conte.”
Assentii, ma in quel pomeriggio di settembre i miei pensieri, come il mio sguardo, vagavano lontano sulle distese verdi attorno a Highclere. Poco distante da lì, riposava Carnarvon.
Seduti a un tavolino smaltato di bianco, Maxwell e io sorseggiavamo il tè tra il profumo dell’erba lavata da un temporale la notte precedente, e quella fragranza mi stordiva a tratti con ondate di ricordi: Eve assorta che recitava Shelley a bassa voce davanti al sorriso beffardo di Ramses; la luna che dipingeva filigrana d’argento su una balaustra di marmo, attraverso le trine del ventaglio; una morbida ombra contro il disegno delle costellazioni inquadrate nel rettangolo di una finestra; il pallore della sua fronte.
“L’ultima volta che incontrai Carnarvon” stava dicendo sir John “mi sembrò davvero preoccupato. Per la sua famiglia ma anche per voi, Carter. Credo che presentisse…”
E io non ero stato capace di capire. La sua fretta, i modi bruschi, l’impazienza di arrivare alla mummia. Qualcosa, dentro di lui, gli sussurrava che non ce l’avrebbe fatta.
L’aria era limpida sui prati di Highclere, il cielo al di sopra delle nostre teste ricordava lembi di raso azzurro impigliati tra i rami degli alberi; ma quel fresco colore non aveva nulla a che fare con il rovente turchino egizio che faceva pensare al primo giorno della creazione, alla sacra chioma di lapislazzuli di Ra. Nessun trucco poteva sostenere l’illusione. Il sole mi accarezzava il viso con una gentilezza stanca che non apparteneva al fiammeggiante signore dei due orizzonti.
L’Inghilterra da tempo non conosceva più dèi nei quali ritrovare i propri colori, li aveva seppelliti assieme all’ultimo druido.
“Oh, buongiorno Lady Herbert!”
L’esclamazione di Maxwell mi spinse di nuovo nella realtà come un brusco colpo alle spalle, che mi fece sussultare sulla sedia e voltare di scatto. Perché quel saluto poteva essere indirizzato a una sola persona, che non avrebbe dovuto trovarsi lì, non doveva…
Maxwell si era alzato in piedi, sorridente e compìto, ma io ero incapace di muovermi.
Qualcosa dei paesi più luminosi d’Europa sembrava essere rimasta su di lei. Il sole della Riviera sulle guance, la frivolezza raffinata della grandi città nei capelli, la severa maestosità dei ghiacciai eterni nel portamento.
Maxwell le strinse la mano con calore.
“Quando siete tornata? Vostra madre non ci aveva preavvisati. Che piacevole sorpresa!”
“Sono arrivata questa mattina molto presto. L’ho pregata io di non dire nulla, volevo riposare.” La sua voce sembrava scesa di un tono; era il calmo mormorio del mare lungo la costa italiana.
“Sedete qui con noi, Lady Herbert.”
“No” disse lei. “Scusatemi, sir John, ma vorrei parlare da sola con il signor Carter, se non vi dispiace.” Senza guardarmi, quasi che io non fossi presente.
“Ma vi pare…”
Maxwell si ritirò con un altro sorriso e un inchino. Un vero gentiluomo. La sua educazione non gli avrebbe mai neppure permesso il sospetto.
Evelyn attese fino a che il silenzio fu quasi sul punto di schiacciarmi, poi mi sfiorò una spalla con la sua mano leggera, e bisbigliò il mio nome: “Howard…”
Temevo che dalla casa qualcuno potesse scorgerci, e mi alzai rigidamente.
“Passeggiamo” proposi.
Fianco a fianco, ma senza toccarci e senza parlare, camminammo per un po’ in mezzo ai prati; fino a che trovai il coraggio per bisbigliare: “Avrei dovuto rispondere alla lettera di tuo padre”.

James Breasted

James Breasted

Non ci fu bisogno di precisare a quale lettera mi riferissi.
“Era davvero dispiaciuto. Davvero.”
“Lo so.” Ma il mio orgoglio mi aveva impedito di capirlo. “Cosa gli hai raccontato per convincerlo?”
“La verità. Non so se mi abbia creduto, ma lo voleva. Non sopportava l’idea che potessimo tradire la sua fiducia.”
Di nuovo cadde il silenzio tra di noi. Un silenzio fatto di fruscio di passi, lontani canti d’uccelli e parole impossibili a pronunciarsi. Poi Eve chiese: “Stai per tornare laggiù?”.
“Sì.”
La domanda mi sorprendeva, perché lei sicuramente conosceva in anticipo la risposta, e non potevo pensare che si trattasse soltanto di un espediente per continuare quella difficile conversazione. Ma le parole che seguirono mi svelarono il senso della domanda.
“Lo devi solamente… o lo vuoi?”
“Entrambe le cose.”
“Perché non sei venuto al funerale?” Non era un’accusa, soltanto una domanda.
“Non potevo abbandonare i miei collaboratori a se stessi, con tutto il materiale da imballare e spedire.”
In una breve pausa la udii respirare profondamente, come se stesse raccogliendo tutto il suo coraggio per dirmi qualcosa che temeva non mi sarebbe piaciuto.
“Vorrei che tu restassi qui.”
Poche semplici parole, una richiesta espressa con serenità. Ma fu come una ferita inferta a tradimento, un colpo profondo e sottile che mi inondò del sudore della debolezza e mi riempì gli occhi di lacrime.
“Non posso, Eve. Sai perché.”
“Vorrei non saperlo. Stanno accadendo troppe cose assurde, incredibili.”
“Di cosa parli?”
Lei si fermò e mi posò una mano su un braccio, obbligandomi a fermarmi a mia volta.
“Non sono visionaria né superstiziosa, non ho mai voluto credere che la morte di papà avesse una causa sovrannaturale. Ma quando sono ritornata qui a Highclere per il funerale, la signora McLean, la mia governante, mi ha raccontato una cosa che… Ti ricordi di Susan, la fox-terrier che mio padre amava tanto?”
“Certo. Ho saputo da uno dei domestici che è morta.”
“Sì.” Gli occhi di Evelyn erano limpidi, la sua voce tranquilla. “È successo la stessa notte in cui morì mio padre; alla medesima ora, tenendo conto del fuso orario.”
“Eve…”
“No, aspetta, fammi continuare. C’è dell’altro.” Non sembrava spaventata, esponeva semplicemente dei fatti. “Qualche giorno dopo il funerale di papà, una strana donna si presentò qui a Highclere e chiese di parlare con mio fratello. Disse di essere una medium, e lo avvertì non recarsi mai sulla tomba di nostro padre, altrimenti l’ala di Nekhbet avrebbe colpito anche lui.”
“Eve…” Le posai le mani sulle spalle, attirandola a me; un gesto davvero imprudente, ma il bisogno di sentirla vicina era in quel momento più forte della prudenza. “Da sempre l’egittologia è circondata da misteri nei quali pazzi ed esaltati sguazzano come rospi in un pantano, lo sai bene. E pensi che dopo tutto quello che ho passato in questi anni… trent’anni, Eve! Una vita intera…. pensi che potrei lasciarmi suggestionare dalle farneticazioni di qualche fattucchiera?”
Non le avevo mai raccontato nulla della tavoletta d’argilla, né della morte del professor La Fleur, e non l’avrei certo fatto adesso.
Lei strinse le labbra. Vestita di bianco e rosa, per un attimo mi ricordò la bambina ostinata di tanti anni addietro. Come allora, i suoi occhi mi guardavano da sotto in su, severi e indagatori.
“Lui ti tiene in pugno.”
Come una statuetta funeraria d’argilla che avrebbe potuto sbriciolare a suo piacimento. Una verità tanto evidente, impossibile da negare; ma io lo feci, patetico e goffo, scuotendo la testa; e gli occhi di Evelyn divennero come un cielo di novembre: scuri, freddi e tristi.
“Come posso lottare da sola contro il sovrano delle Due Terre?” Mi fissava con quel suo sguardo diretto e franco, la fermezza che tanto le invidiavo. La sua voce s’addolcì, ma senza tremare, mentre continuava: “Soltanto uniti potremmo vincere”.
Dimenticando ogni cautela la presi tra le braccia. “Sai quanto sei importante per me.”
Era la prima volta che riuscivo a dirglielo; e anche l’ultima, ne ero sicuro.
“Oh, davvero” mormorò lei con voce sottile, infinitamente triste ma anche beffarda. Mi appoggiò le mani sul petto, respingendomi con fermezza. “Tu non hai fatto che mentirmi, sempre. Anche quella notte che venni al tuo “castello”. Ma, dopotutto, fu anche colpa mia. Avrei dovuto dirti subito che cosa mi aveva spinto a cercarti, il vero motivo per cui ero tanto spaventata.”
“Che cosa intendi?”
“Stavo per parlartene quella mattina, quando mi riaccompagnasti alla barca, ma poi mi accorsi della presenza di mio padre, e allora…”
Tacque per un attimo; i suoi occhi adesso guardavano oltre di me, le sopracciglia si corrugarono, come se cercasse di mettere a fuoco i ricordi con la massima nitidezza possibile.
“Successe sulla terrazza dell’albergo. Guardavo il tramonto, e un uomo si avvicinò. Non lo avevo mai visto, non sapevo chi fosse, ma lui sembrava sapere benissimo chi ero io. Immagino avesse visto le mie fotografie sui giornali. Era un tipo davvero bizzarro. Uno dei tanti pazzi che erano accorsi alla notizia della scoperta della tomba, immaginai.”
Non lo aveva davvero creduto, nemmeno per un istante, questo diceva il suo sguardo aldilà delle parole. E non potevo crederlo neppure io. Dita gelide di sospetto mi sfiorarono la nuca.
“Evelyn, come si chiamava quell’uomo?”
Sottili linee d’incertezza le incresparono la fronte.
“Aveva un nome strano. Sulle prime, quando si presentò, pensai che fosse una specie di religioso.”
Le dita gelide mi scivolarono lentamente lungo la schiena mentre pronunciavo un nome, come a scandire ogni lettera: “Frater Perdurabo”.
Lei annuì. Come l’ombra di un’ala, la rapida ala oscura di Nekhbeth, lo sgomento offuscò il suo sguardo.
“Allora è vero. Lo conosci.”
“Conosco tante persone…” Il tono noncurante con il quale avevo inteso pronunciare quelle parole mi si sgretolò tra i denti prima che terminassi la frase.
“Da principio mi sembrò gentile, ma non mi piaceva. Troppo cordiale, forse. Diceva banalità sul paesaggio, sui tramonti d’Egitto, ma mi sentivo come se lui stesse girando attorno a me e mi avvolgesse in una spirale sempre più stretta. E questo senza quasi muoversi, soltanto con le parole.”
Potevo quasi vederlo: con i suoi abiti di raso nero e viola, il sorriso tagliente e freddo come una luna all’ultimo quarto, si muoveva attorno alla preda prescelta, sull’apparentemente neutrale terreno che era quell’ampia terrazza d’albergo affacciata sul Nilo. Pregustava lo sgomento crescente del fragile animaletto preso in trappola, se ne alimentava.
“Poi ha cominciato a parlarmi di te. Sembrava conoscere cose… terribili, o almeno così si divertiva a lasciarmi intuire.”
Il gatto che gioca con il topo.
“Gli chiesi cosa intendesse, ma lui continuava a sorridere in quel modo falsamente amichevole che mi dava i brividi. Allora gli dissi che stava insultando te e me, e sapevo che mi sarei dovuta allontanare, lasciarlo lì sulla terrazza a blaterare al vento. Ma non ci riuscivo. Mi sentivo… soggiogata. Attratta.”
Evelyn alzò una mano e si strofinò gli occhi e la fronte, più volte, come tentando di liberarsi da una ragnatela d’ipnotismo.
““Cos’è lui, per voi?” mi disse: “Un’altra gemma da incastonare nella vostra corona? Una gemma oscura, rara e antichissima. Davvero avreste il coraggio di impadronirvi di quest’altro trofeo? Perché è necessaria una grande audacia. Lui vi trascinerà con sé nel Duat. Siete pronta a seguirlo? O non osate?”. Sembrava che mi sfidasse. Poi si è voltato, ma prima di allontanarsi mi ha guardata ancora in quel modo beffardo… e ha aggiunto qualcosa che mi ha inquietato più di tutto, e non capisco perché. Era soltanto un’altra terribile banalità, come quelle con le quali aveva iniziato il suo discorso. Anzi, sembrava quasi un complimento. “Come sono belli i vostri capelli nella luce del tramonto” ha detto: “Sembrano in fiamme. Dovreste tingerli di rosso, sorella”“.
Mi appoggiai con la schiena al tronco di un albero centenario, cercando sostegno nella concretezza del legno. Nella realtà.
“Quell’uomo aveva ragione” continuò Evelyn, in un soffio. “Allora ti avrei seguito fino nel Duat. Senza paura. Se quella notte me lo avessi chiesto.”
Ma quella notte sembrava ormai così lontana. Lontana tremila anni. Tremila anni di sabbia nella clessidra delle nostre vite. Tra le nostre dita. Sfuggita per sempre.
“Ora posso solamente sperare che il sovrano delle Due Terre sia clemente almeno con te. Vai, torna da lui.”
Si arrendeva; senza nessuna bandiera bianca da sventolare, soltanto il pallore del suo viso, e aveva tutta quella dignità dello sconfitto che dovrebbe far sentire miserabile il vincitore.
Ma il vincitore era intoccabile, inattaccabile dalla corrosione di dubbi e incertezze, al sicuro nel suo tabernacolo d’oro. E io, due volte sconfitto, mi sentivo doppiamente miserabile, senza il conforto di alcuna dignità.
Prima di allontanarsi, con inconsapevole cattiveria Evelyn mi fece ancora dono di un mesto sorriso, affinché in seguito il suo ricordo fosse anche più doloroso, e disse: “Soltanto tu potresti spezzare le catene d’oro che ti legano al tuo re. Ma non vuoi. Non lo hai mai voluto”.
E per un attimo, nella luce del sole che filtrava bassa attraverso i rami degli alberi, mi apparve come incoronata di una luce ardente. Riflessi di fiamme e sangue sui suoi capelli.
*
“Non potete fare una cosa del genere, signor Carter.”
“L’ho già fatta.”
Quattro paia d’occhi mi fissavano inquisitivi. Era una versione molto ridotta del tribunale di Osiride, ma altrettanto spietata. Se non avessi saputo giustificare le mie azioni, un mostro orribile sarebbe sbucato da sotto il grande tavolo ovale, per divorarmi il cuore.
Pierre Lacau fece uno strano suono raschiante con la gola, come avesse ingoiato della sabbia.
“Dovete riconoscere che l’assunzione del signor Merton in qualità di membro effettivo della vostra équipe appare come una provocazione nei confronti della stampa.”
“Provocazione? Ah, e la campagna intrapresa da quel Bradstreet come la definireste? Ridicolizza il mio lavoro, fomenta il risentimento del pubblico con notizie totalmente inventate, e adesso arriva anche a impormi la pubblicazione di un bollettino quotidiano… e voi accettate!”
“La proposta del signor Bradstreet mi è parsa più che ragionevole” esordì Paul Tottenham, ma gli impedii di aggiungere altro con un reciso “Chiudete il becco”, e continuai, rivolgendomi al ministro dei lavori pubblici: “È evidente che il vostro sottosegretario, quest’anima candida, ignora completamente i meccanismi giornalistici. Ma mi stupisce che voi abbiate abboccato. Quanto a voi due, signori…” Sciabolati dal mio sguardo, Pierre Lacau e il suo vice James Quibell si scambiarono un’occhiata interrogativa, e mi sembrò che il francese arrossisse. “Se vi illudete che io sottoscriva una accordo che comprende la violazione del contratto con il Times…”
“Signor Carter” intervenne il ministro “vorrei ricordarvi che secondo le facoltà a me concesse da questo governo, io ho il diritto… diritto legale, capite… di pubblicare qualunque notizia riguardante le attività di competenza del mio ministero. E il Service des Antiquités dipende dal Ministero per i Lavori Pubblici”.
A quell’uscita non potei evitarmi una risata sarcastica, ma Lacau disse seccamente: “Dovreste essere a conoscenza di questo, signor Carter, in quanto se ne fa menzione nella concessione di scavo firmata da Lady Carnarvon poche settimane fa”.
“Un momento!” Lottando contro l’improvviso assalto del panico, cercai di richiamare frettolosamente alla memoria le clausole del documento. “Nei paragrafi aggiunti si specifica soltanto che la Sovrintendenza si riserva il diritto di verificare ogni azione intrapresa dai ricercatori al fine di evitare il ripetersi degli incidenti della scorsa stagione.”
“A che altro pensavate che potessimo riferirci, se non al problema della stampa?” ribatté Lacau. “È evidente che avete frainteso, signor Carter. O credevate che avremmo rinunciato ai nostri diritti?”
Era come se l’ampio soffitto candido di stucchi si fosse abbassato a comprimere l’aria nella stanza. Istintivamente, la mia mano sinistra salì al nodo della cravatta. Mi trattenne lo scintillio dell’anello sul mignolo.
“Signori” ripresi, appoggiando la mano sinistra sul piano del tavolo, a dita aperte “sembra che voi ignoriate le condizioni nelle quali mi trovo a lavorare. Nella tomba non sono ancora state installate le luci supplementari che avevo richiesto alla fine della scorsa stagione, e questo nonostante mi sia offerto di accollarmene la spesa. La paraffina e la celluloide necessarie alla conservazione dei sacrari non mi sono ancora state recapitate, e i miei collaboratori sono impegnati a dirigere il traffico dei turisti tra la tomba e il laboratorio. Questa situazione, della quale voi siete i responsabili, è già abbastanza difficile senza che a essa si vengano ad aggiungere contrasti con il Times. È forse necessario che io vi ricordi che i profitti di questo contratto vengono investiti esclusivamente nella ricerca, e quindi vanno a beneficio della Sovrintendenza e del Governo egiziano?”
Lacau mi fissava, ma non in viso; il suo sguardo sembrava calamitato dallo scintillio dell’anello sulla mia mano. Se avessi impugnato un coltello o una pistola la sua espressione non sarebbe stata differente.
“E, in definitiva, quali sarebbero le vostre richieste, signor Carter?”
“Mettetemi in condizione di procedere allo smantellamento dei sacrari, e appena sarà possibile ammetterò nella tomba un certo numero di visitatori muniti di biglietti numerati e datati.”
Il ministro tossicchiò.
“E questo numero di visitatori… potrebbe includere quotidianamente un rappresentante della stampa?”
La superficie lustra del tavolo rimandò una breve scintilla argentea, sfocata, quando strinsi il pugno. Il sorriso del ministro era assolutamente serafico.
“Non potete negare a nessuno di accedere alla tomba in qualità di turista. O i vostri “permessi speciali” sono esclusivo privilegio del signor Mecham?”
Pierre Lacau, dopo una violenta vampata di rossore, era impallidito. Adesso i suoi occhi, leggermente dilatati, vagavano smarriti da me al ministro. Quelle parole rappresentavano un’inattesa dichiarazione di guerra che neppure lui era preparato a fronteggiare.
“Se è il signor Mecham che vi preoccupa” risposi “rassicuratevi. Non leggerete mai più un suo articolo”.
“E non avremo mai neppure il piacere di conoscerlo?” La voce del ministro, come il suo sorriso, era così forzatamente cortese da risultare caricaturale.
All’improvviso mi sentii nauseato; autentica nausea fisica per quei meschini giochetti di potere. Mi alzai. Lacau fece un gesto con la mano, come per trattenermi.
“Non abbiamo ancora…”
“Per quanto mi riguarda, sì.” E senza aggiungere altro uscii, lasciandomi alle spalle un improvviso scoppio di discorsi concitati che non indugiai ad ascoltare. Ero a metà del corridoio quando udii un passo affrettato che mi seguiva.
“Carter!” Era James Quibell, rosso in viso e sudato. “Dove state andando?”
“Al mio albergo, ad aspettare che voi prendiate una decisione” risposi senza rallentare il passo.
“Ma cercate di capire, per l’amor di Dio!” Mi afferrò per un braccio, quasi strattonandomi, per obbligarmi ad ascoltarlo. “Lacau si trova tra l’incudine e il martello. Se il ministro ha deciso di appoggiare la stampa, sarebbe senz’altro meglio…”
“Che io cedessi? E quale vantaggio me ne verrebbe, ditemi. La scorsa stagione Lord Carnarvon acconsentì ad ammettere il pubblico e i giornalisti alla tomba, e con quale risultato? Altri attacchi, altri insulti. Quest’anno ho permesso che il governo egiziano piazzasse nella Valle un suo rappresentante; una spia, chiamiamolo con il suo nome. Be’, mi pare che sia abbastanza.”
“Devo considerarlo un ultimatum?”
Quell’impennata di fierezza mi strappò un sorriso amaro. Mi fermai e mi volsi verso Quibell. Parlai lentamente, in modo che non gli sfuggisse mezza parola.
“Dite a Lacau che non può continuare a tenere i piedi in due paia di scarpe. E se la Sovrintendenza non si opporrà alle imposizioni assurde del governo, mi vedrò costretto a passare a vie legali.”
“Cosa pensate di ottenere?”
“Se non altro di farvi avere un po’ di grane.”
Mi liberai dalla sua mano e mi avviai all’uscita, inseguito da un debole ma tuttavia chiaro: “Irresponsabile!”
Fuori, nell’azzurro e polveroso pomeriggio cairota, lasciai cadere la mia maschera di insolenza, rabbrividendo. Avevo bluffato come a un tavolo di poker. In realtà non nascondevo nella manica nessun provvidenziale asso da tirare fuori al momento opportuno.
Percorso un breve tratto di strada fui costretto a fermarmi, sopraffatto dalla nausea e lo stordimento. L’emicrania che da qualche tempo non mi assaliva era ritornata; ma non si trattava della breve e acuta trafittura che conoscevo, adesso era come dita d’acciaio che mi stritolassero il cranio. Svengo, pensai. Una bella scena drammatica su una delle vie principali del Cairo.
All’improvviso, contro la mia mano sinistra che pendeva inerte lungo il fianco, avvertii una sensazione di morbidezza e calore, simile allo strusciarsi di un piccolo animale.
“Effendi…” una voce fragile, infantile.
Battendo le palpebre misi a fuoco la vista.
La bambina poteva avere una decina d’anni e li portava con spavalderia regale. I capelli che incorniciavano il visino ovale erano lunghi, folti e lucidi come la criniera di un cavallo selvaggio, e di un nero dai riflessi bluastri. La chioma di lapislazzuli del dio Ra…. L’abitino che la bimba indossava era ormai troppo corto e pieno di rammendi, ma pulito.
“Mi regali il tuo anello, effendi?”
Era un modo d’elemosinare piuttosto insolito; ma più di quello mi stupì la facilità con cui la piccola parlava la mia lingua. O non stava piuttosto parlando in arabo? Ricordai altri incontri, un’altra voce. E gli occhi non erano forse gli stessi, lunghi e vigili? La bambina mi tirò per il mignolo e ripeté: “Me lo regali?”.
Ritrassi la mano di scatto, ma lei non si sgomentò. Seria e serena disse: “Allora dammi una piastra, e io ti racconterò una storia.”
Stava davvero parlando in arabo? Era così strano che riuscissi a comprendere senza sforzo ogni singola parola, ma non sapessi stabilire in che lingua le frasi prendevano forma.
“Che genere di storia?” chiesi.
“La storia del tuo anello.”
Mi chinai su di lei per guardarla negli occhi. Le iridi erano così nere che le pupille risultavano quasi invisibili, e avevano una liquidità da animale esausto, una saggezza impossibile per quei suoi pochi anni.
“Chi ti ha mandata da me?”
Lei non rispose, e mi prese per mano.
“Vieni.”
Lontano dalle strade animate, per vicoli che non avevano mai conosciuto il sole, tra cieche pareti di calce. E l’unica cosa alla quale riuscivo a pensare era che i piedi scalzi della bambina, che sfioravano con leggerezza il suolo bollente, erano innaturalmente puliti.
La nostra meta era una botteguccia stretta tra muri silenziosi. Nonostante fosse angusto, e affondato nell’angolo più scuro del vicolo, quel piccolo locale era tutt’altro che buio: perché vendeva la luce stessa del sole. Oro, una radiosità che sconfiggeva ogni ombra. Per un attimo credetti d’essere stato semplicemente accalappiato come un qualunque turista, ma la bottega era deserta; nessuno che lavorasse davanti al bancone ricoperto di minuti frammenti di metallo prezioso e delicati strumenti da orafo.
“Siediti qui.” La bambina mi indicò una poltrona di giunco intrecciato, con cuscini un po’ scoloriti e ricamati come arazzi. Poi mi offrì del tè al gelsomino in una tazza di porcellana azzurra. “Dammi una piastra” disse.
Le diedi la moneta; e lei, stringendola nel pugno, andò ad accoccolarsi su una stuoia davanti a me, incrociando le gambe.
<Ho visto un anello come il tuo, tanto tempo fa. Ma era d’oro.”
“D’oro?”
Lei annuì gravemente e le palpebre s’abbassarono per un attimo, due minuscoli ventagli di ciglia scure a spazzare via ogni nebbia dai ricordi. Poi, in quella lingua che non era la mia né la sua, ma entrambi comprendevamo e parlavamo, cominciò:
“Al tempo dei grandi sovrani, sedeva sul trono delle Due Terre un principe che aveva il viso radioso come il disco del sole e membra possenti come quelle di Montu. Egli aveva un servo, cresciuto nella Casa d’Oro assieme a lui, al quale portava amore quasi fosse del suo stesso sangue, tanto che a causa di ciò era conosciuto come Merinisut, Colui-che-è-amato-dal-sovrano.”
La lontana voce che bisbigliava in un sogno…
“L’amicizia che li legava era pura come l’acqua del Nilo e forte come il granito di Assuan, e appariva durevole come le stelle imperiture. Ma il giovane re era circondato da nemici che bramavano la duplice corona. Ed essi invocarono Seth l’Assassino, affinché recidesse quel legame tanto saldo.”
Ero perfettamente lucido, adesso, ogni sensazione di nausea e stordimento era scomparsa, lavata via dal sapore del tè. Accettavo, senza pormi domande, questo nuovo arcano della mia vita.
“E Seth venne, sotto le mentite spoglie di una donna di rara bellezza e perfidia, il cui nome era lo stesso di una grande regina.”
“Hatshepsut!”
“Con le arti dell’amore e della magia legò a sé Merinisut, e lo convinse a seguirla al Nord, verso le terre del Delta e il deserto che è dominio di Seth.” La voce della bambina fluiva come la corrente del Nilo. “Quando il faraone seppe che Merinisut stava per abbandonare la Casa d’Oro, precipitò in un’afflizione che nulla poteva lenire: né le grazie della sua giovane sposa, né le virtù del loto. Ma una notte, il Dio-dalla-testa-di-falco venne a lui in sogno. “Non darti pena”, gli disse, “poiché io veglio su di voi. Prendi i miei occhi, come un giorno fece l’Assassino: l’occhio destro è il sole, simbolo della tua regalità; l’occhio sinistro è la luna, che rischiara il cammino del viandante. Divisi eppure uniti nel firmamento, poiché l’una è lo specchio dell’altro.” E così dicendo si strappò entrambi gli occhi e li porse al sovrano in una coppa d’alabastro. Al suo risveglio, egli trovò la coppa accanto al suo letto. Essa conteneva due anelli che recavano inciso l’occhio del dio-falco: l’uno d’oro, che il sovrano mise al proprio dito; e l’altro d’argento, di cui egli fece dono a Merinisut il giorno in cui lasciò la Casa d’Oro.”
La voce sottile era il bisbiglio della sabbia sospesa tra le rovine, quando il vento del deserto gioca in leggeri mulinelli. Mi abbandonai a quel vento, chiudendo gli occhi, e sentii che la bambina mi toglieva dalle mani la tazza ormai vuota.
“Tutto lasciò, Merinisut, senza voltarsi indietro, senza un rimpianto. Anche la giovane ancella della regina che in segreto lo amava di un amore innocente e puro. Le spezzò il cuore. Così lei si fece custode dei misteri di Iside, per sempre anima e corpo consacrata alla dea.”
Lieve come il tocco del pennello di un Servitore nella Casa della Vita, il bisbiglio della voce infantile dipingeva antiche scene in ocra rosso sangue. Il lungo manto scuro dei capelli disteso sul pavimento di pietra, reciso da una lama di bronzo, e le mani delle sacerdotesse, svelte e agili ali di uccelli notturni, che spalmavano sulla pelle dorata sacri unguenti, affinché quel giovane corpo divenisse tabernacolo della dea, per sempre puro e intoccabile. Risuonavano i sistri in un fruscìo metallico, arido.
“A lungo viaggiò Merinisut, seguendo le orme dell’Ingannatrice. Nelle sue vene scorreva la brama del viaggiatore, che ella costantemente rinnovava con la promessa di Misteri da apprendere e grande potenza da conquistare. E giunsero infine alla città di Seth, dove Merinisut sacrificò all’Assassino e divenne suo servo. Grandi furono il dolore e l’ira del faraone quando venne a saperlo. “Chiunque si faccia suddito di Seth tradisce me, che sono Amon in terra!” gridò, e si strappò dal dito l’anello d’oro e lo gettò in un braciere.”
Scivolavo via a ritroso, sabbia in una clessidra rovesciata per milioni e miliardi di volte. Contro il sipario tremolante delle mie palpebre chiuse, il sangue disegnava delicati geroglifici scarlatti.
Fratello, che ne hai fatto della nostra amicizia, pura come l’acqua del Nilo, forte come il granito di Assuan!
Ma l’obelisco rosa si era spezzato: una lunga, dolorosa fenditura. La sentivo aprirmisi nel petto a ogni singhiozzo, che risonava della vibrante nota metallica dei sistri tra i colonnati laminati d’oro, nella vasta penombra.
Chi è che piange inginocchiato ai piedi del trono?
“E in una notte di luna piena, in quello specchio risplendente, Merinisut vide il suo sovrano cadere mortalmente ferito dalla mano dell’usurpatore.”
Dov’eri, quando più avevo bisogno di te?
Era una fiamma fatta lama che mi penetrava nel petto, inchiodandomi alla mia colpa.
Non rammentarmi il mio peccato! Dammi la pace!
“Folle di disperazione, Merinisut prese la strada del ritorno, ma lungo era il cammino, e la brama del viaggiatore confondeva i suoi passi, così che egli giunse alla Casa d’Oro quando ormai i giorni del lutto erano trascorsi e i riti del Nuovo Osiride definitivamente compiuti.”
Mostratemi la via alla sua dimora millenaria, affinché io possa sacrificare al suo ka dinnanzi alla Porta dell’Occidente!
Sotto la doppia corona, il volto dell’usurpatore era antica pietra corrosa; il colore dei suoi occhi era la fredda desolazione del deserto notturno.
Che restino sigillate le bocche dei sacerdoti, come i tabernacoli d’Osiride, e le bocche dei guardiani della necropoli, e le bocche dei servi della Casa della Morte. Sia condannato a non ricongiungersi mai più al suo signore, colui che non seppe difenderne la vita!
La sentenza era una risata beffarda. Una maledizione.
Dannato per sempre sia il tuo nome, cancellato nell’oblio per l’eternità!
“Perché? Perché, se anch’io non sono che una vittima?”
“Perché…” La mano gentile e tiepida come le fusa di un gatto mi sfiorava il viso. “… gli dèi amano giocare a senet con la vita degli uomini.”
Spalancai gli occhi e afferrai la mano della bambina.
“Chi sei?” Non riuscivo a mettere a fuoco il suo viso, circonfuso da un alone iridescente. “Hai detto di aver visto l’anello d’oro. Com’è possibile, se lui lo distrusse?”
“Quello fu l’errore fatale. Come poteva Horus vegliare su di lui se il suo occhio destro era stato accecato?” La bambina si liberò dalla mia stretta e corse alla porta. Prima di uscire si voltò per un attimo, sottile e vibrante come un miraggio. “Nel corso di innumerevoli vite ti è stata offerta la possibilità del riscatto, e nel corso di innumerevoli vite l’hai sciupata.”
“Ma tu… chi sei?”
“Iäh” rispose lei, e svanì nel vicolo.
Cercai di alzarmi per inseguirla, ma ero inchiodato alla sedia da quella fiamma fatta lama che mi trafiggeva il cuore. Ricaddi tra i cuscini ricamati. Lo sfolgorio dell’oro attorno a me si estinse di colpo, come un fuoco soffocato sotto la sabbia.
*
“Ti senti meglio, effendi?”
Era una voce sconosciuta e fumosa, aggrovigliata nella cadenza araba. Il viso che si chinava su di me era seminascosto dietro una gran barba nera ma già punteggiata da ciuffi di peli bianchi, nella quale s’apriva un poco invitante sorriso di denti guasti. Attorno, ancora il ristretto scenario della bottega d’orafo, ma assai meno luminoso, quasi squallido: l’oro era soltanto un metallo giallo dal quale la luce troppo scarsa non riusciva a trarre alcun luccichio.
“Ti senti meglio?” ripeté l’uomo. Lui parlava decisamente in arabo, e mi era del tutto sconosciuto. I suoi abiti avevano una pretesa d’eleganza, ma sembravano poco puliti.
“Dov’è la bambina?” chiesi a fatica. Il dolore mi aveva inaridito la bocca.
“Ah, mia figlia!”
L’uomo fece un cenno, e una piccola figura sgusciò da dietro una tenda sul fondo della bottega. Anche a distanza e nella semioscurità notai che i suoi occhi erano diversi.
“Non lei” mormorai. “L’altra.”
“ È la mia sola figlia, effendi.” Il sospetto che delirassi non cancellò il sorriso dal volto dell’uomo.
“Non è vero.”
Ma la realtà sembrava quella, banale e assolutamente priva di misteri. Mi alzai. La giacca mi pesava sulle spalle, dove la fodera s’appiccicava alla camicia fradicia di sudore. Se respiravo troppo profondamente, un’eco del dolore provato in precedenza mi riverberava ancora nel petto.
Diedi del denaro all’uomo: era quello che si aspettava, e che dovevo fare. Nel vicolo mi guardai attorno, ma non c’erano tracce che potessi seguire.
Iäh… Così la bambina aveva detto di chiamarsi. Iäh. Che in antico egizio significava “luna”. Qamar.
Dove poteva essere ora la mia Qamar? Ormai donna, quale destino aveva conosciuto? Non ho saputo aiutare neppure te, pensai, e i miei occhi si riempirono di lacrime.
*
Era come un perfido gioco di scatole a incastro; fragili scatole di porcellana e oro che la nostra impazienza rischiava di mandare in frantumi. Le incognite erano molte, e spettava a me trovare le risposte.
“Quanti tabernacoli pensate ci siano, prima di arrivare al sarcofago?”
“Tre, forse quattro.”
Ricordavo i disegni degli antichi papiri: la mappa della nostra caccia al tesoro.
“Come faremo a smontarli? Qui non c’è spazio.”
“L’unica cosa che possiamo fare è abbattere del tutto il muro che divide la camera sepolcrale dall’anticamera.”
Sotto la vampa delle potenti luci elettriche, il lavoro procedeva con una lentezza torturante.
“Perché aspettate ancora ad aprire le porte del secondo sacrario? Non volete sapere…”
“Merton, quando ragionate come un giornalista mi date davvero sui nervi.”
“È per quel sudario di lino?”
“È fragile come una ragnatela. Non posso semplicemente prenderlo per un angolo e tirarlo via come se scoprissi un monumento. Dobbiamo prima smontare il primo sacrario e capire com’è fatta quell’intelaiatura alla quale è appeso, altrimenti ci ritroveremo con un pugno di polvere.”
“Vorrei anch’io che potessimo procedere più in fretta.”
Quell’ansia, nel posato e riflessivo Arthur Mace, mi inquietava. Le ombre sotto ai suoi occhi mi riportavano il ricordo del colloquio avuto con Breasted tempo prima.
“Che c’è, Mace? Non mi sembrate troppo in forma.”
“Ah, non badateci. Vecchi malanni, regalo della guerra. Non intendo farmi mettere fuori gioco da qualche linea di febbre.”
Ma il gioco si faceva sempre più difficile. Nonostante la demolizione della parete divisoria, lo spazio restava insufficiente. Lavoravamo l’uno sull’altro tra colorite imprecazioni e rigorosi commenti scientifici, strisciando e contorcendoci come serpi sull’impalcatura eretta attorno al tabernacolo. Era un lavoro che richiedeva forza e delicatezza perché i pannelli di cui la struttura si componeva erano in pesante legno di quercia, ricoperto da un fragile strato di gesso laminato d’oro; e il gesso, a causa del restringimento del supporto ligneo, rischiava di staccarsi e andare in pezzi alla minima vibrazione.
Eppure, quei momenti di intenso sforzo fisico e mentale erano per me i più facili a viversi. Fuori dalla tomba, invece, avvertivo su di me a ogni passo l’ombra della spada di Damocle della Sovrintendenza.
“Lacau sta cercando di eliminarti. Sarebbe disposto a tutto pur di salvarsi la poltrona.”
“Lo so, Winlock. Io rappresento il suo più grosso problema. Tolto di mezzo me, tutte le altre difficoltà si appianerebbero.”
Era come una corda che venisse tesa ogni giorno di più, e le sfilacciature erano ormai evidenti agli occhi di tutti. Ognuno aspettava il momento dello strappo: qualcuno con preoccupazione; troppi con gioia.

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Gloria BarberiL’AUTRICE
Gloria Barberi nasce a Camogli (GE) il 6/9/1955, ma dall’età di 6 mesi abita a Recco, poco più di 3 chilometri dal suolo natìo.
Da sempre appassionata d’arte in tutte le sue forme, dopo un periodo trascorso a scrivere articoli sul rock per le riviste Best e Nuovo Sound, debutta all’inizio degli anni ‘80 sulle pagine delle fanzines SF…ere e Pulp, dedicate alla letteratura fantascientifica e fantasy. Fanno seguito pubblicazioni su numerose riviste e periodici sia amatoriali che professionali, quali: The Dark Side, Gli occhi di Medusa, Diesel, Shining, Yorick, Lore, Urania Millemondi, L’Eternauta, La Gazzetta del Mezzogiorno, Cosmopolitan, Inchiostro, Antarés, e le antologie Fantàsia e Horror Erotico di Stampa Alternativa. Il racconto La notte di san Valentino è apparso in Francia nell’antologia Cosmic erotica successivamente edita in Italia da Fanucci. Presente anche in diverse antologie di autori vari edite da Il Cerchio (Rimini) a seguito di vittorie e piazzamenti al Premio San Marino.
È autrice di due antologie personali: Racconti Notturni edito da Primordia (MI) e Come le bambole di notte (Montedit, MI) e di alcuni romanzi: I Custodi apparso su The Dark Side n° 34; Le viscere del Diavolo (Diesel Extra); Lo specchio scarlatto (Diesel Speciale “Pastiche”).
Nel 1987 collabora alla trasmissione radiofonica Galactica di Radio Time di Scandicci (FI). Da qualche anno si occupa di teatro in veste di attrice/caratterista nella compagnia del Teatro Stabile San Giuseppe di Ruta di Camogli, del quale cura la pagina Facebook, ma anche di autrice. La pièce “Il palazzo della Notte” ha vinto nel 2001 il premio Città di Moncalieri ed ha partecipato in seguito alla rassegna Aquilegia blu (Torino, 2002) nell’interpretazione dell’attrice Franca Berardi.
Tra i premi conseguiti per la narrativa fantastica ci sono il Premio Italia, Lovecraft, Courmayeur e Repubblica di San Marino.
Negli anni ‘90 ha lavorato come traduttrice per la casa editrice Nord e per la rivista esoterica Primordia, oltre che per alcuni privati.
Appassionata anche di poesia, fa parte da diversi anni del gruppo di scrittura “Anna di Vienna” che prevede incontri a cadenza mensile su un argomento a tema e un reading/spettacolo a fine stagione, con lettura di poesie e prosa, siparietti teatrali, proiezioni video e musica dal vivo. Ama “pasticciare” con Photoshop e creare immagini che pubblica sulla pagina facebook Green Mansions.
“Contagiata” da un amico genealogista ha creato anche una pagina sui suoi antenati materni, appartenenti alla comunità valdese di Torre Pellice, che le ha permesso di scavare un po’ più a fondo nelle sue radici. E, ovviamente, non si è fatta mancare una pagina Facebook dedicata a L’occhio sinistro di Horus, romanzo nato con l’intento di raccontare una realtà “alternativa” a quella usualmente sfruttata riguardo il ritrovamento della tomba di Tutankhamon, lavorando molto di fantasia ma entro binari rigorosamente storici, e strizzando l’occhio ai feuilleton di un tempo.
Chi desiderasse approfondire queste notizie può cercare in rete, su Fantascienza.com e altri siti.

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