L’occhio sinistro di Horus 13° episodio di Gloria Barberi

L'occhio sinistro di Horus 13° episodio di Gloria Barberi“Il Times non può negarmi il suo sostegno. Perché quei documenti non sono stati pubblicati?”

Arthur Merton si strinse nelle spalle, un gesto di noncuranza in completo contrasto con il tono della sua risposta.

“Stanno cominciando ad avere paura. Dovete capire.”

“Capire? Al diavolo!” Tirai un calcio a un ciottolo che rimbalzò lontano con un rumore secco. “Lacau non vi ha forse scritto ingiungendovi di abbandonare la Valle? Non vi ha minacciato?”

“Mi ha chiesto di andarmene, sì.”

“Ve l’ha ordinato! Ed è giusto che il pubblico venga informato del modo in cui lui e Suleiman Pascià trattano i miei collaboratori.”

Merton annuì, ma sembrava a disagio. Probabilmente non gli sarebbe dispiaciuto seguire il “consiglio” di Lacau.

<Io posso anche essere d’accordo con voi, Carter, dopotutto questa cosa mi tocca da vicino. Ma stavolta il Times non vi appoggerà. Non pubblicherà quella roba.”

“Perché? È la prova più lampante della disonestà del governo egiziano e della Sovrintendenza. Ripetute minacce, richieste assurde che vìolano i termini della concessione di scavo… Siamo praticamente in balìa dei capricci di politicanti e burocrati, ogni giorno se ne inventano una nuova. Adesso ogni visitatore straniero ammesso nella tomba dovrebbe avere il loro benestare, ma pascià e ministri egiziani devono poter andare e venire a loro piacimento.”

“Il fatto è che il Times sta già ricevendo troppi attacchi, e i membri del consiglio d’amministrazione pensano…”

“Che vadano a farsi fottere!”

“ … pensano che stiate esagerando.

“Sarebbe a dire?”

La vampa del tramonto colorava il viso di Merton con un rossore da scolaretto colto in fallo, ma intuivo che sotto la patina di quell’insolito belletto, in realtà, era pallido. Lo vidi abbassare lo sguardo sulle proprie scarpe, le mani ficcate nelle tasche della giacca si mossero come se le stesse aprendo e chiudendo a pugno più volte, nervosamente.

“Sarebbe a dire che secondo loro la tensione alla quale siete sottoposto vi impedisce di… ehm… vedere le cose nella giusta luce.”

Ridacchiai del suo imbarazzo.

“Insomma, pensano che stia cominciando a dare i numeri.”

Merton scosse la testa un po’ troppo affrettatamente.

“Sono sicuro che loro non intendono…”

“Oh sì, invece.”

Ne ero divertito in maniera feroce e dolorosa, e il sogghigno che mi sentivo sulle labbra era più che altro una contrazione dei muscoli: doveva darmi un’aria piuttosto stupida.

“Bradstreet ha registrato con sollecitudine tutti i miei “vaffanculo” alla stampa e ai rappresentanti del governo e ha fatto risultare che fossi stato io ad attaccare per primo. E bene, i venditori di chiacchiere cadono nella rete dei pettegolezzi di un concorrente!”

“No, non è certo per questo” continuò Merton. “C’è anche la faccenda di Mecham. Hanno dei sospetti, pensano che foste d’accordo con lui fin dall’inizio per agire contro di loro e Carnarvon.”

“Mecham non è più un problema.”

Lady Almina

Lady Almina

Udii chiaramente il suo sospiro, lento e pesante. Alzai gli occhi su di lui. Merton fissava l’occidente al di là dei contrafforti rocciosi e del rosso del tramonto. Fissava l’Amenti.

“Volete sapere una cosa, Carter?” disse stancamente. “Vorrei che non lo aveste mai trovato.”

*

La notte, quando finalmente riuscivo ad addormentarmi, era soltanto per risvegliarmi dopo brevi incubi di battenti dorati che si spalancavano l’uno dopo l’altro, l’uno sull’altro, all’infinito. I cancelli dell’Aldilà…

Nel corso di innumerevoli vite ti è stata offerta la possibilità del riscatto, e nel corso di innumerevoli vite l’hai sciupata.

Sarebbe accaduto anche in questa?

Il servo prediletto che amavo come un fratello…

Mi stava ancora aspettando, il mio re, dopo tremila anni?

*

Stavo accoccolato davanti al secondo sacrario, un ginocchio a terra. Callender era dietro di me; sentivo il suo respiro su una spalla, l’odore del suo sudore. Nello sfolgorio dell’oro il chiavistello sigillato era il confine tra le mie paure e l’ignoto. Fu Percy Newberry, l’uomo che per primo mi aveva guidato sulla Terra Nera dei faraoni, a porgermi il bisturi con il quale tagliare le corde avvolte con cura attorno alla sbarra d’ebano.

Rumori lievi, bisbigli. Nessuno osava parlare ad alta voce. Le macchine fotografiche e la cinepresa di Burton si sbizzarrivano nell’imitazione di insetti dalle ali d’acciaio. La fune, una volta recisa, mi scivolò tra le dita come un serpente; la sua testa era il sigillo d’argilla della necropoli. Sfilai la sbarra d’ebano e la passai a Callender.

“Ora!” alitò Burton.

Tirai i battenti dorati. Un fuoco d’artificio, abbagliante, mi esplose sul viso. Il tabernacolo era pieno di fuoco; un silenzioso incendio, come una colata di metallo incandescente. Qualcuno spostò una lampada, e vidi emergere il delicato ricamo dei geroglifici e i profili zoomorfi delle divinità.

“Avanti!”

Era Burton. Le sue macchine registravano ciò che i nostri occhi abbagliati non sarebbero stati in grado di tramandare al ricordo. Tagliai anche le corde attorno ai chiavistelli del terzo sacrario.

Ecco che sono forzate le vie dell’oceano celeste, e i passi dei figli della Divina Luce sono liberi. Le porte del santuario occulto di Shu sono socchiuse.(1)

Era così semplice aprire quelle antichissime porte, come se per millenni avessero atteso soltanto il tocco delle mie mani. Le porte dell’Amenti, pensai, si schiudono altrettanto facilmente quando giunge la nostra ora. Falchi spiegavano le ali sulla porta del quarto sacrario: Horus contro l’orizzonte di un tramonto ormai lontano. Udii Newberry bisbigliare dietro di me, come se pregasse

“Ho visto il passato, conosco il futuro.”

E compresi che stava traducendo i geroglifici che avevo sotto gli occhi. L’ultima porta non era sigillata. Sfilai il chiavistello e tirai i battenti.

Come nel voluttuoso stirarsi del risveglio, un braccio dorato parve protendersi verso di noi attraverso una morbida foschia luminosa. Impiegai qualche secondo prima di rendermi conto che stavo guardando il braccio di una dea scolpita sulla superficie del sarcofago. Il sarcofago! Sotto la luce dei riflettori non sembrava fatto di pietra ma di qualche sostanza leggerissima, quasi evanescente. Pensai allo zucchero caramellato, alla c’era d’api, alla resina… a una quantità di cose fragili e profumate. Dovetti toccare la superficie di quarzite, saggiarne la consistenza seguendo il braccio proteso della dea, per accertarne la concretezza.

Nessuno parlava, nessuno si congratulava. Sentivo soltanto i respiri, affrettati e leggeri, o lenti e profondi. L’emozione non aveva altro suono. Infine fu Burton a spezzare l’incanto con le sue macchine clicchettanti.

“Potreste spostarvi? Vorrei scattare qualche posa di fronte.”

Ecco. Mi risvegliavo da un altro sogno, con la testa vuota e le ginocchia tremanti, e riguadagnavo la luce, lungo i sedici scalini.

La faccia di Rex “Trota” Engelbach era più piatta di un’immagine stampata.

“L’avete già fatto!” La sua indignazione sembrava concentrata tutta nelle orecchie: erano scarlatte, come se qualcuno ci avesse assestato su un paio di scappellotti. Lacau? pensai, e sorrisi ferocemente. “L’appuntamento era per le tre e quarantacinque!”

“Infatti” gli risposi tranquillamente. Mi sentivo sereno, in pace, e al presente non avevo né interrogativi né timori, non cercavo risposte o rassicurazioni.

“Le tre e quarantacinque sono adesso!”

“Infatti” ripetei, e gli passai accanto, badando a non sfiorarlo neppure.

“Dovrete rendere conto anche di questo, Carter!”

Un falco gridò sopra di noi, nel cielo turchino. Alzai lo sguardo, ma non mi riuscì di scorgerlo.

*

In fondo non era molto dissimile da un’operazione chirurgica: calma, concentrazione e precisione erano l’essenziale. E, naturalmente, un pizzico di fortuna. Dovevamo smontare il castello di carte senza farne cadere una sola. Con un ottimismo che non mi era abituale, all’inizio della stagione avevo pensato che ci saremmo sbrigati in tre settimane al massimo. Invece, lo smantellamento dei sacrari richiese tre mesi.

La lentezza con la quale procedevamo aveva tutta la cautela del funambolo sul filo sospeso, l’opposto della fretta con la quale i sacrari erano stati assemblati nell’antichità, e della quale trovavamo testimonianza sulle pareti dorate. C’erano elementi montati al posto sbagliato e fatti combaciare a forza di martellate che avevano lasciato il loro marchio nel morbido oro: trucioli di metallo prezioso e frammenti di legno erano sparsi un po’ dovunque. E nello spazio tra le pareti dei diversi sacrari c’erano anche degli oggetti: vasi d’alabastro pieni di unguenti, scettri e ventagli adorni di piume di struzzo che andarono in polvere appena sfiorate.

“Forse stiamo commettendo un sacrilegio” mi bisbigliò un giorno Mace.

“No” gli risposi. “Ne abbiamo il dovere.”

Ma non potevo spiegargli perché.

*

“Intollerabile! Un insulto!”

Le pareti di pietra del laboratorio assorbirono tutta la forza della mia esclamazione, così che essa non smosse né Mace né Callender. I due uomini non alzarono neppure la testa dal loro lavoro.

“Mi informa che ha deciso di sospendere i lavori a fine mese “per alcuni giorni”, e non si prende neppure il disturbo di specificare quanti!” continuai stropicciando la lettera nel pugno. “Questo significa dare via libera ai visitatori a tempo indeterminato! E non è finita.” Posai il foglio sul bancone, accanto al gomito di Callender. “Guardate qui. La Sovrintendenza si arroga il diritto di approvare i membri della mia équipe e allontanare quanti risultassero “persona non gradita”.”

Le solide spalle di Callender si alzarono impercettibilmente.

“Non arriverà a cacciarci tutti quanti.”

“Da Lacau possiamo aspettarci questo e altro.”

“Era più divertente quella della settimana scorsa” intervenne Mace, sarcastico. “Quando la tomba è stata definita “patrimonio pubblico”.”

Mi ficcai la lettera in tasca, come fosse un vecchio fazzoletto cincischiato.

“Dannazione, quando si decideranno a lasciarci lavorare in pace?”

“Non prendetevela, Carter. Lacau sta soltanto cercando di farvi saltare i nervi. Non cadete nella trappola.”

Mace, con la sua placidità, era una quercia centenaria in mezzo alla bufera. Mi strofinai gli occhi e le tempie, cercando di calmarmi.

“Da che la stagione è iniziata ho sprecato più di un terzo del tempo in viaggi al Cairo, discussioni, lettere e telefonate a non finire. E dobbiamo arrivare alla mummia prima che faccia troppo caldo.”

“Ci arriveremo, non angustiatevi inutilmente. Venite a vedere qui, piuttosto. Ho terminato di tradurre i geroglifici.”

L’oggetto che si trovava sul bancone, sotto lo sguardo e le mani di Mace, era una comunissima canna legata in oro come il più prezioso dei legni sacri. Un piccolo e curioso mistero.

“Cosa dicono?”

Mace sollevò delicatamente la canna e la fece girare su se stessa per mostrarmi i geroglifici.

“Sembrerebbe il souvenir di una gita fatta dal re quando era bambino. Fu lui a tagliarla con le sue mani.”

Un bambino che si sporge ridendo dalla barca. L’acqua gli si riflette negli occhi in minuscole stelle d’argento. La treccia di capelli scurissimi gli accarezza una guancia.

Sfiorai i geroglifici con la punta di un dito.

Verney in riva a un ruscello, con le scarpe affondate nel fango. Verney che ride.

“Carter?”

Mace mi guardava da sotto in su, le sopracciglia aggrottate, e mi resi conto di avere gli occhi pieni di lacrime. Tossii per sciogliere il nodo che mi chiudeva alla gola.

“Stavo pensando a mio fratello” mormorai.

E Mace, con la sua sensibilità, mi risparmiò qualsiasi domanda.

Andai all’ingresso del laboratorio, a respirare l’aria pura della sera attraverso le sbarre d’acciaio. Imprigionato per un crimine commesso più di tremila anni addietro.

Mio fratello. Quale? Chi?

Forse non avevano tutti i torti quelli che pensavano che stessi impazzendo.

*

La grazia delle dee scolpite attorno al sarcofago esaltava la qualità della pietra, che continuava a sembrarmi lieve, quasi inconsistente. Soltanto quando lo smantellamento dei sacrari fu terminato, il sarcofago ci apparve in tutta la sua imponenza, presentandoci un nuovo bizzarro mistero.

Il coperchio non era fatto della stessa luminosa quarzite, ma di granito rosa: una pesante lastra che recava al centro una frattura accuratamente riparata. Come una vecchia cicatrice.

*

“Non è strano, però?” Mi chiese James Breasted una sera, mentre passeggiavamo nei giardini del Winter Palace Hotel. “L’unico faraone del quale si sia trovata la sepoltura pressoché intatta, eppure non sappiamo nulla di lui e della sua vita.”

Era vero. La tomba continuava a darci centinaia e centinaia di oggetti preziosi che le mani di Tutankhamon avevano toccato, e sembrava che su ogni singolo pezzo ci fossero le sue impronte, ma non un solo papiro che ci raccontasse le sue azioni e i suoi progetti. Neppure le frettolose pitture eseguite sulle pareti della camera sepolcrale potevano illuminarci; facevano parte della consueta liturgia funeraria, vive e brillanti come fossero state dipinte il giorno avanti ma inutili dal punto di vista storico.

“Soprattutto la sua morte…” continuò Breasted con quel suo sguardo gentile e sognante perso nel vuoto. “È un mistero. Se davvero morì giovane, forse a stroncarlo fu una malattia, oppure…”

Il giovane re era circondato da nemici che bramavano la duplice corona…”

“Prego?” Breasted mi guardava, socchiudendo gli occhi dietro le lenti cerchiate d’oro.

Mi strinsi nelle spalle, e quel gesto scoccò un brivido lungo la mia spina dorsale.

“Nulla. Una leggenda.”

Lui mi posò gentilmente una mano su un braccio.

“Ormai vivete attraverso di lui, è cosi?”

Preferii non rispondergli. Provavo di nuovo l’irragionevole desiderio di raccontare tutto, confessarmi, ma anche lui mi avrebbe creduto pazzo. “Sono stato richiamato da una distanza di tremila anni a ricongiungermi con il mio signore”. Ma ero certo di aver espiato interamente l’antica colpa?

“È molto importante, per me” bisbigliai cautamente.

“Oh, lo so.” La mano di Breasted era sempre sul mio braccio, affettuosa, come a guidarmi. “La prima volta che vi incontrai… eravate assieme a Davis, certo… be’, quello che allora notai subito furono i vostri occhi.”

“Davvero?”

Changeling. Verney l’aveva capito tanto tempo addietro.

“Sì, i vostri occhi. Sembravano guardare oltre di me.”

Sfilai il mozzicone di sigaretta dal bocchino e lo gettai a terra, schiacciandolo sotto il tacco della scarpa; un gesto consueto e banale, per restare in contatto con la realtà.

“Io vi sono affezionato” continuò Breasted nello stesso tono pacato “e perciò vi raccomando di stare molto attento. Non oso immaginare quello che succederebbe se…” Gli mancò il coraggio di concludere la frase.

“Se Lacau riuscisse nel suo intento di togliermi la tomba.”

Lui rise, cercando di sdrammatizzare.

“Tutankhamon non glielo permetterebbe mai.”

Ma la mano che mi stringeva il braccio tremava.

*

Ogni volta che entravo in quell’edificio mi sentivo mancare l’aria. Era come se l’ostilità fosse una sorta di gas venefico che filtrava anche dai muri e la mobilia. Avevo l’impressione di trovarmi nel fetido antro di un drago mostruoso, pericolosamente stupido, capace di schiacciarmi sotto la sua mole squamosa soltanto rigirandosi nel letargo. Così era l’apparato burocratico egiziano, e gli uffici della Sovrintendenza alle Antichità erano la sua tana. Tana nella quale, stavolta, mi ero andato a cacciare volontariamente.

Per di più non possedevo alcuna armatura scintillante né una spada magica; forse soltanto la temerarietà incosciente dell’aspirante eroe. Ma quest’unica arma in mio possesso, lo sentivo, cominciava ad arrugginirsi nella lunga attesa fuori da una porta chiusa. E, per giunta, la sedia su cui stavo era dannatamente scomoda.

“Signor Carter…” Paul Tottenham si sporse dall’uscio del suo ufficio con fare vagamente furtivo e una specie di sorrisetto rassicurante. Sembrava un dentista che cerchi di guadagnarsi la fiducia di un paziente pavido. “Potreste accomodarvi da me? Vorrei parlarvi.”

Non era con un tirapiedi come lui che avevo intenzione di discutere, comunque accolsi il suo invito a pretesto per lasciare quella sedia niente affatto confortevole.

“Cosa volete?” chiesi senza gentilezza, entrando nell’ufficio.

“Solo… ehm… precisare alcuni particolari.” Era forzatamente cordiale. Non poteva aver dimenticato che durante il nostro ultimo incontro gli avevo dato dell’idiota. Fece un breve gesto impacciato, invitandomi a sedere. Rifiutai, intenzionato a non concedergli il minimo vantaggio.

Lui si sistemò nella sua poltrona dietro la scrivania, appoggiando il palmo delle mani sul ripiano, come a voler trarre forza da quel meschino simbolo di potere.

“Voi non vi siete ancora incontrato con il nuovo ministro, vero signor Carter?”

“Infatti. È per questo che gli ho chiesto un appuntamento, e lui ha acconsentito a che l’incontro avesse luogo qui.”

“Ecco, appunto. Però… ehm… probabilmente ignorate che Morcos Bey Hanna è un tipo… ehm… alquanto diverso dal suo predecessore.”

“Sono a conoscenza del suo passato politico, se è a questo che alludete. So che si è fatto quattro anni di galera e detesta gli inglesi.”

“Bene, allora converrete sulla necessità di essere… ehm… prudente.”

Il suo modo di fare, tutto tentennamenti ed esitazioni, era irritante, e lui lo sottolineava giocherellando nervosamente con una penna e tenendo lo sguardo fisso sulle scartoffie che ingombravano la scrivania.

“Signor Carter, io ritengo opportuno che durante il vostro colloquio con il ministro vi atteniate strettamente alla questione dell’apertura del sarcofago, tralasciando… ehm… altri argomenti. Per quanto riguarda le precedenti trattative, sarebbe consigliabile… ehm… dimenticarsene. Credo che sarete d’accordo che la distruzione dei documenti…”

“Cosa?” lo interruppi facendo un passo avanti, e lo vidi rimpicciolirsi nella poltrona, come se si aspettasse un’aggressione fisica. “Voi siete pazzo se pensate che acconsenta a buttare nel fuoco tutte le prove a mio favore. Tra quella cartaccia che avete accumulato nei vostri archivi non c’è il più piccolo pezzetto che parli contro di me, lo sapete bene. Al contrario, se certi documenti arrivassero alla stampa, il Ministero dei lavori pubblici e la Sovrintendenza ci farebbero una ben misera figura. È logico che questo non vi piaccia, ma almeno ammettetelo onestamente.”

Tottenham era rimasto ad ascoltarmi in silenzio, a occhi bassi. Quand’ebbi finito aprì una cartellina che aveva davanti e ne trasse un foglio un po’ ingiallito.

“Credo che questo definisca molto bene la posizione del Governo riguardo la suddivisione dei reperti provenienti dalla tomba” disse in tono gelido, porgendomi il documento. “Approvato e sottoscritto da voi, signor Carter.”

Si trattava di una normale autorizzazione di scavo, ma con una clausola aggiunta e sottolineata. La lessi ad alta voce, incredulo: “”Con la definizione ‘tomba intatta’ si vuole intendere non soltanto un sepolcro assolutamente inviolato, ma altresì qualsiasi tomba entro la quale siano stati rinvenuti oggetti in buono stato di conservazione, indipendentemente dal fatto che vengano riscontrate palesi tracce della penetrazione di saccheggiatori…”“

“E come ben sapete, signor Carter, qualora la tomba rinvenuta sia intatta, gli scopritori perdono qualunque priorità sulla scelta dei reperti.”

“Ma si tratta di un’autorizzazione temporanea, concessa più di cinque anni fa! E non ha nulla a che vedere con Tutankhamon.”

“È un documento perfettamente legale che dimostra come l’attuale atteggiamento del Governo sia un diritto legittimo e non un capriccio improvviso, come voi state cercando di dare a intendere ai vostri colleghi e all’opinione pubblica. Siete voi, signor Carter, voi e gli eredi del conte di Carnarvon a non poter accampare pretese sul contenuto della tomba!” Tottenham si alzò e mi tolse il foglio dalle mani, concludendo con aria trionfante: “E ora, se volete seguirmi… Credo che il ministro possa ricevervi.”

Lo seguii come un sonnambulo. Quello stupido documento che avevo firmato a proposito di un piccolo scavo rivelatosi poi del tutto infruttuoso… Dalla polvere di quale scaffale dimenticato era saltato fuori, come uno scheletro da sotto il pavimento della cantina? Entrando nell’ufficio che Lacau aveva messo a disposizione del ministro per il nostro incontro, avevo le mani così gelide da sentirmele quasi intorpidite. Prima di stringere la mano a Morcos Bey Hanna strusciai istintivamente il palmo della destra sulla giacca, per asciugare il sudore gelido.

Il mio nuovo nemico sembrava possedere tutta l’infingardaggine felina tipica della sua gente: artigli affilati sotto al velluto. Esordì con una serie di convenevoli che sembrava calcolata precisamente per darmi il tempo di sedere, poi buttò sul tavolo il suo primo asso.

“Mi spiace dovervi dire che ritengo scorretto l’avermi inviato il signor Gardiner, la settimana scorsa, allo scopo di perorare la vostra causa.”

“Gardiner?” chiesi meravigliato. “Intendete Alan Gardiner?

“Naturalmente. E i modi con i quali si è rivolto a me, è giusto che lo sappiate, sono stati tutt’altro che consoni a un gentiluomo.”

“Non so assolutamente niente di questa faccenda. Il signor Gardiner non è un membro della mia équipe. Certo, ha visitato parecchie volte la tomba, insieme ad altri colleghi archeologi, ma in quanto ad agire per mio conto…”

Era l’ultima persona alla quale avrei chiesto un favore del genere. Non avevo dimenticato i suoi commenti acidi sulla scoperta.

“Vorrei credervi, ma il signor Gardiner risulta tra i firmatari della lettera di protesta che inviaste al mio predecessore e al signor Lacau.”

“Una mossa che si era resa necessaria date le continue ingerenze da parte della Sovrintendenza. E se come immagino l’avete letta, converrete che si tratta di una protesta decisa ma corretta” replicai, cercando di mantenere un tono formale e distaccato. “Delle iniziative personali del signor Gardiner, credetemi, non sono al corrente.”

E dentro di me mi sentivo furioso. Chi gli aveva chiesto d’impicciarsi dei miei affari? Avevo quasi il sospetto che avesse agito apposta per screditarmi agli occhi del ministro.

Morcos Bey Hanna annuì, ma compresi che lo faceva unicamente per chiudere l’argomento.

“Io auspico una rapida e felice soluzione di questa ormai annosa disputa con la Sovrintendenza. Ora, vedo che uno degli ostacoli principali è il vostro contratto in esclusiva con il Times.”

Sospirai con forza, forse un po’ troppo rumorosamente, tradendo l’esasperazione. Ero stufo marcio di quella questione.

“Sono ansioso quanto voi di sistemare questa faccenda una volta per tutte, perciò intendo terminare il contratto alla fine della stagione.”

Non sapevo se Lady Almina sarebbe stata d’accordo, ma ci stavo pensando da tempo, e in qualche modo sarei riuscito a convincerla. E poi volevo lasciare quell’ufficio senza troppi lividi. Il documento riesumato da Tottemham era abbastanza per una sola giornata.

“Sono felice di sentirvelo dire, signor Carter.” Ma sembrava un gatto che si leccasse i baffi, appostato davanti alla tana del topo. “Però vorrei sapere come intendete procedere circa quel giro di conferenze che state programmando per la prossima primavera, se le mie informazioni sono esatte.”

Le spie che il Governo aveva piazzato nella Valle svolgevano egregiamente il loro lavoro, bisognava convenirne.

“Ho ricevuto delle offerte in tal senso” ammisi cautamente.

Morcos Bey Hanna strinse le labbra, scuotendo lentamente la testa, come se disapprovasse la marachella di un bambino.

<Questo non è possibile, signor Carter. L’impegno che vi siete assunto comporta obblighi precisi. Non potete abbandonare il lavoro a vostro piacimento.”

“Non ho affatto detto questo!”

“Inoltre, voi potete essere considerato a tutti gli effetti un funzionario pubblico, un dipendente dello Stato…”

“Io non dipendo da nessuno, men che meno dal Governo egiziano.”

“ … e pertanto siete tenuto a portare a termine il compito che vi è stato affidato, senza interferenze e distrazioni.”

“Questa è proprio bella.” Non potevo evitare il sarcasmo. Dopo tutto il tempo che mi avevano fatto perdere… “Agirò nel modo che ritengo più utile ai fini della ricerca scientifica. Sono un cittadino inglese, e voi non potete venirmi a dire cosa devo o non devo fare nel mio tempo libero. Perché è proprio questo il tempo che verrà sfruttato per il giro di conferenze: le mie ferie; e di conseguenza il Governo egiziano non può interferire.”

Ma mi fu sufficiente incrociare lo sguardo del ministro perché la frase appena pronunziata mi apparisse pretenziosa e inutile.

In quel mentre, come una comparsa che si fosse tenuta nascosta tra le quinte in attesa di una precisa battuta, entrò in scena Pierre Lacau, senza neanche bussare e con gli occhi che appena spuntavano al di sopra di una torre di Babele di documenti.

Riconobbi quella cartaccia e non potei trattenermi dall’esclamare: “Ma bene! Tottenham mi propone di fare un bel falò di questa immondizia, e voi arrivate tenendola amorevolmente tra le braccia. Non potreste vedere di mettervi perlomeno d’accordo tra di voi, signori?”

Lacau scaricò i documenti sulla scrivania, davanti al ministro, e mi scoccò un’occhiata feroce.

“Avete ammesso nella tomba altri visitatori non autorizzati.” Ma la sua fu soltanto una punzecchiatura supplementare. Quello che adesso gli premeva veramente era imporre la propria regia all’apertura del sarcofago. “Naturalmente” disse, rivolto a Morcos Bey Hanna “conto sulla vostra presenza e su quella del Primo Ministro.

“Certo, sarei lusingato di poter vedere il corpo di un re scomparso da duemila anni.”

“Tremila, eccellenza” precisai. “E… be’, non credo che la mummia potrà essere immediatamente visibile.”

“Perché?”

“È probabile che all’interno del sarcofago di pietra si trovino diverse bare, quindi…”

“Volete dire che il faraone fu sepolto insieme ad altre persone?”

L’occhiata piena di esasperazione di Lacau non mi sfuggì, e per un attimo me lo sentii quasi complice. Hanna era di un’ignoranza spaventosa ed era evidente che di Tutankhamon non poteva importargli di meno.

“Quello che intendo dire è che ci aspettiamo che la mummia, secondo la tradizione, si trovi rinchiusa in una successione di bare, probabilmente tre” spiegai facendo appello a tutta la mia pazienza “e non sappiamo quali problemi dovremo affrontare. Comunque è certo che non sarà possibile procedere immediatamente all’apertura delle bare, perché un lavoro affrettato potrebbe causare danni irreparabili”.

“Davvero? Be’, allora non ritengo che valga la pena assistere alla cerimonia. Vero, signor Lacau?”

Preso alla sprovvista, Lacau ebbe un attimo di smarrimento e mi gettò uno sguardo che sembrava quasi una richiesta di aiuto. Provai un fugace e inutile senso di trionfo, come quando si riesce a piazzare un calcio negli stinchi di un avversario armato fino ai denti.

“Immagino che il signor Lacau intenda comunque essere presente” dissi. “E se reputerà che quanto avremo scoperto possa essere d’interesse per voi, non mancherà di informarvi. Potremo organizzarvi una visita privata alla tomba, in seguito, con tutto comodo.”

“Bene, bene.” Il ministro si alzò, colto da una fretta improvvisa. “Vorrete scusarmi se vi lascio, ma gli impegni… Immagino che i particolari della cerimonia vorrete discuterli con  calma tra voi esperti.”

“Cerimonia!” sbuffò Lacau quando il ministro fu uscito.

“Mi sembrava che le parate da circo vi piacessero” malignai, ma senza l’acredine che avrei desiderato. Ancora una volta, e senza sapere bene perché, mi sembrava di uscire sconfitto da quell’ennesimo duello burocratico. “Tottenham mi ha mostrato quel pezzo di cartaccia. Dove volete arrivare?”

“Sto soltanto cercando di difendermi, e lo faccio con armi legali.”

“Certo. Con le unghie e coi denti.”

“Se necessario. Perché dovete trattarmi sempre come se fossi il vostro peggior nemico?”

“E non lo siete?”

“Soltanto se voi mi obbligate.”

Il suo sguardo diretto era disarmante. Lacau era talmente convinto dalla propria buonafede da pensare di avere Dio al proprio fianco. Combatteva una sorta di guerra santa. E anch’io. Il problema era stabilire chi fosse l'”infedele”.

Risi senza allegria. “Lasciate perdere, signor Sovrintendente, e ditemi piuttosto quale giorno vi torna più comodo per incontrare Tutankhamon.”

*

Harry Burton aveva un terzo occhio, vitreo e sbarrato: l’obbiettivo della sua cinepresa. E me lo teneva puntato addosso, implacabile. Mi trovavo ancora una volta sotto le luci ardenti dei riflettori, e non dovevo sbagliare una battuta. Le funi erano state fissate attorno al coperchio del sarcofago. Manovrare i paranchi che l’avrebbero sollevato spettava a me e Callender; un’operazione rischiosa a causa di quella subdola frattura al centro. E tutti quegli sguardi su di noi…

Si udì uno strano suono quando la lastra di granito cominciò a sollevarsi, uno scricchiolio gemente simile al grido di qualche animale notturno. Oscillando lievemente, pollice a pollice… Resurrezione… Il giorno del Giudizio… Non riuscivo a pensare, la mente sembrava troppo angusta per contenere tutte le emozioni, e il tempo, soprattutto il tempo… ogni minuto, ogni secondo di quei tremila e duecento anni.

O tu, inerte e immobile come Osiride le cui membra sono rigide, sorgi dalla tua immobilità!(2)

Appena lo spazio fu sufficiente accesi una torcia elettrica e la puntai all’interno del sarcofago. Grigia bruma polverosa e schegge di granito. Un lenzuolo funebre, fragile come carta incenerita, era quanto si riusciva a scorgere. Ma sotto di esso… era quel tenue, sfocato lucore di alba nebbiosa, il primo pallidissimo raggio di sole. Quando il coperchio si trovò a un paio di piedi sopra il sarcofago, aiutato da Mace mi accinsi a rimuovere il sudario, che si componeva di diversi strati di lino.

Mace si ritrasse.

“No” disse. “Fatelo voi soltanto. È giusto.”

Mano a mano che lo arrotolavo, il fragilissimo lenzuolo di lino si disgregava al lieve tremito delle mie dita. Era come se stessi togliendo le ultime ombre della notte dal cielo. Il sole sorgeva dal fondo del sarcofago di pietra: una calda luce dorata, sempre più intensa.

Le porte sono spalancate, i battenti scardinati; ed ecco, Ra appare all’orizzonte!(3)

Dio incarnato nel signore delle Due Terre, in tutto il suo abbagliante splendore. Ritratta nell’oro la serena accettazione della morte, la potenza di Osiride. Le braccia incrociate sul petto, i simboli della regalità stretti tra le mani. E gli occhi erano lucente ossidiana e aragonite, spalancati in contemplazione dell’eternità.

Fratello mio!

Avrei voluto accarezzare quell’effige d’oro come fosse il viso di un bambino addormentato, sfiorare con le mie labbra quel lievissimo sorriso. Ma non potevo muovermi. E mentre stavo così, chinato su tanto splendore, una goccia di sudore mi rotolò lungo una guancia e cadde, un piccolo diamante nella luce bianca delle lampade, sul volto d’oro. La vidi fermarsi per un istante all’angolo esterno dell’occhio sinistro, prima di scivolare sulla tempia in una scia lucente e perdersi nel disegno del nemes. Come una lacrima.

Attorno al cobra e all’avvoltoio, i simboli dell’Alto e Basso Egitto che sormontavano l’acconciatura regale, c’era una piccola e fragile corona di fiori dai colori delicati.

Tum ha preparato, per cingere la tua fronte, una corona di vittoria affinché, fedele agli dèi, tu possa vivere eternamente.(4)

Nella camera sepolcrale tutti bisbigliavano: i miei collaboratori, i rappresentanti del governo e della Sovrintendenza, le macchine di Burton. Fu lui, con la sua freddezza da chirurgo, a strapparmi ancora una volta a quel fascino paralizzante. Con le sue alchimie del ventesimo secolo, a base di sali d’argento e celluloide, consacrava Tutankhamon a una nuova eternità.

Lo Ieri mi ha generato. Ecco che oggi io creo il Domani.5

Retrocessi senza staccare lo sguardo dalla bara dorata, barcollando leggermente. Una mano mi strinse la spalla destra.

“Mio Dio! È stupendo!” mi sussurrò all’orecchio la voce di James Breasted.

“Eve, dovresti essere qui! Riconosceresti il pallido dio della luna?”

Voltandomi notai Pierre Lacau: il suo viso era terreo e gli occhi rilucevano in una curiosa fissità. Forse, adesso cominciava a comprendere.

Lentamente, uno a uno, i presenti si avvicinarono al sarcofago, a colmarsi di splendore le pupille.

“Meriteremmo di diventare ciechi, tutti quanti. Non si può fissare il sole troppo a lungo!”

Ancora una volta risalivo i sedici scalini verso una realtà che mi appariva più sfocata di un sogno. Quel ponte gettato attraverso trentadue secoli, che con Evelyn e Lord Carnarvon avevo attraversato di corsa, quel ponte rovinava dolcemente senza rumore, in un pulviscolo d’oro. Il tempo annullato. Niente più Ieri. Uscivo nella luce di uno Spirito Giustificato.

*

O madre Nut, allarga le tue ali su di me, come le eterne stelle.

Avevo quelle parole sulle labbra, svegliandomi in un’altra alba perlata: l’ultima preghiera di Tutankhamon incisa sul sarcofago.

Mi sentivo insolitamente calmo e sereno mentre mi preparavo alla nuova giornata. Era come se qualcosa in me si fosse placata. Ricongiunto al mio signore. Gli antichi dèi mi avevano perdonato.

Avrei dovuto fare un po’ meno affidamento sugli antichi dèi; poco potevano contro la malvagità degli uomini moderni.

Il messaggero mi raggiunse a dorso d’asino, sventolando una lettera, proprio mentre stavo uscendo di casa.

“Molto importante, effendi! Urgente!”

Era del ministro ai lavori pubblici. Portava la data di quella stessa mattina, 13 febbraio 1924. Poche frasi laconiche e insensate.

*

“È un insulto che non possiamo tollerare.”

“Un’assurdità! I permessi erano stati accordati da tempo.”

“E adesso cosa contate di fare?”

La lettera passava di mano in mano tra i miei colleghi, tra bisbigli ed esclamazioni. Soltanto il riflessivo Mace non si scompose.

“È una provocazione” disse serenamente. “Non abboccate.”

Altre esclamazioni indignate accolsero le sue parole, ma lui continuò, tranquillo: “Il ministro non gradisce che le nostre mogli visitino le tombe? Bene, per il momento accontentatelo. Le signore ci resteranno male, ma pazienza.”

“No, non possiamo passare sopra quest’altro atto di disprezzo!”

Ero esasperato, quella era la goccia che faceva traboccare il vaso.

“E come vorreste regolarvi, allora?”

Avevo avuto tutto il tempo di pensarci durante il tragitto da casa alla tomba. Mi tolsi di tasca un mazzo di chiavi e lo lasciai cadere sul tavolo del laboratorio. Un rumore metallico, come se un fantasma si fosse sbarazzato delle catene.

*

“No, Carter, no! Non contateci! Il Times non vi appoggerà in quest’altra follia!”

“Follia? È un mio diritto!”

“L’opinione pubblica non la penserà così.”

“Sta a voi convincerli.”

“Oh, dannazione! Perché non volete darmi ascolto?” Arthur Merton aveva il fiato corto, come se non riuscisse a tener dietro al mio passo, o forse era soltanto spaventato. Inciampò in un sasso e vacillò per un istante. “Perlomeno inventatevi che lo fate per ragioni scientifiche o di sicurezza. Ma un motivo così puerile! Per favore, rifletteteci!”

“Anche gli altri sono d’accordo, non li avete sentiti?”

Persino Mace, alla fine, si era lasciato convincere, pur rivelando in un sorriso mesto tutta la sua riluttanza. Ma i miei colleghi erano tutti con me, e questo mi faceva sentire forte.

“Vedrete, Merton, il ministro dovrà capitolare. Non possono permettersi questo proprio adesso!”

“Non possono? Sant’Iddio, questa è una guerra di pazzi! Ma non capite? State facendo esattamente ciò che Hanna e Lacau vogliono!”

“Adesso basta” lo interruppi seccamente, fermandomi. “Ho preso la mia decisione. Voi manderete quel telegramma al Times e vi assicurerete che venga pubblicata anche la lettera di protesta che a suo tempo spedimmo a Lacau.”

Fermo a pochi passi da me, ansimante e sudato, il giornalista restò a fissarmi per un attimo, torvo, quasi con odio; poi sbottò: “E va bene, allora! Andate pure! Andate a suicidarvi a Luxor, se ci tenete tanto. Ma non contate su di me. Mai più.”

*

Faceva davvero un grande effetto, affisso lì nella bacheca del Winter Palace Hotel. Alle mie spalle, i bisbigli della gente che si spintonava per leggere il comunicato salivano di tono.

“Ma non è possibile!”

“Signor Carter, intendete davvero chiudere la tomba?”

“Cos’è, uno scherzo?”

La delusione di quella becera marmaglia di turisti non mi toccava minimamente. Era in gran parte per colpa loro, per tutti i problemi che la loro smaniosa curiosità aveva sollevato, che ero dovuto arrivare a tanto.

“Avete esposto la vostra condanna a morte.”

Mi voltai di scatto a quel commento beffardo e individuai subito, tra la piccola folla che mi si era radunata attorno, l’uomo che aveva parlato. Il suo sguardo era esattamente come la voce, malevolo e compiaciuto.

“Bradstreet” dissi, sarcastico.

“Già.”

A braccia conserte, si dondolava leggermente sui calcagni in uno sfrontato atteggiamento di sfida, come se si preparasse a fare a pugni. Non mi sarebbe dispiaciuto, da tempo ne avevo una gran voglia.

“Non è ora che impariate a farvi gli affari vostri, signor Bradstreet?”

Lui sogghignò accennando con il mento verso la bacheca.

“Vi ritenete indispensabile, vero? Pensate con questo di metterli in ginocchio. Be’, lasciatevelo dire: siete un illuso. Non avete ancora capito come vanno le cose in questo paese.”

“Voi sì, invece. E sapete da che parte vi conviene stare, vero?”

“Potete giurarci. Avete appena commesso il vostro errore fatale. Tenete d’occhio i giornali di domani.”

“”Non danneggiare il prossimo con il calamo e il papiro, questo è l’abominio di Dio”“ ribattei acido. “Lo consigliava già un certo Amenemope nel 1200 avanti Cristo.”

E, nel passargli accanto, badai a non sfiorarlo neppure, ma non potei evitare le sue ultime parole, una minaccia sussurrata con maligna soddisfazione: “Vi faranno a pezzi, Carter, ed esporranno la vostra testa al museo del Cairo”.

*

Sir! Ah, sir!” La faccia di Gurgar era incupita dall’espressione più desolata che gli avessi mai visto. “Guai, sir! Grossissimi guai!”

Stavano schierati davanti alla tomba come se difendessero una trincea, armati di tutto punto: un bel manipolo di guardie governative.

“Cosa significa questa pagliacciata?” chiesi in tono brusco.

“Posso spiegarvelo io.” “Trota” Engelbach spuntò su dalla scala di pietra e mi tese un foglio.

“Un’altra delle ingiunzioni deliranti di Hanna?” chiesi con un sogghigno di disprezzo.

“Questo viene direttamente dal Primo Ministro. Leggete, leggete!”

Lessi. Fu come se qualcuno mi avesse sparato alle spalle. Sentii chiaramente il sangue fluire via da quella immaginaria ferita e allungai d’istinto la mano come a cercare un appiglio, per non cadere. Gurgar mi strinse il braccio con forza. “È illegale” balbettai. “Assolutamente.”

“Mi dispiace” disse Engebach in tono neutro.

Trassi un profondo respiro per vincere lo stordimento ed esclamai: “Non potete impedirmi di entrare nella tomba!”

Engelbach si strinse leggermente nelle spalle. “Se può consolarvi, l’accesso è interdetto anche ai rappresentanti della Sovrintendenza.” I suoi occhi s’assottigliarono, due fessure che lasciavano filtrare un astio profondo. “Ci avete cacciati tutti quanti in uno schifoso pasticcio!”

L’ira mi colpì alla testa con la forza di un maglio. Appallottolai il foglio e glielo scagliai sulla larga faccia piatta. “Idiota! Là dentro c’è una tonnellata e mezza di granito sospesa su una bara di legno!” Gettai un’occhiata furiosa alle guardie schierate. “Adesso vedremo se non mi lascerete passare!”

Partii deciso verso gli uomini armati, e questi fecero tutti assieme un passo avanti, imbracciando i fucili.

“Toglietevi dai piedi, bastardi!

“Carter, non fate altre pazzie!” Engelbach quasi mi volò addosso, cercando di trattenermi.

“Laciatemi, imbecille!” gridai, e di certo lo avrei colpito se Gurgar non fosse intervenuto.

“No, sir! Vi ammazzano, vi ammazzano!”

Ci fu una breve zuffa confusa, con il rais che mi tirava da una parte ed Engelbach che mi tirava dall’altra; una scena indubbiamente comica, e notai che una delle guardie rideva.

“Vi prego, sir… vi prego! Cosa facciamo con voi tutto morto?”

Curiosamente, la sgrammaticata supplica di Gurgar ebbe il potere di calmarmi. Smisi di lottare e “Trota” mi lasciò libero, allontanandosi a distanza di sicurezza, ansante e con la faccia in fiamme.

“È vergognoso!” lo sentii borbottare mentre si rassettava gli abiti spazzolando via con la mano un invisibile velo di polvere.

Guargar andò a raccogliere il mio cappello che era rotolato lontano durante la colluttazione e me lo porse premurosamente. Prendendolo mi accorsi del tremito delle mie mani. Ancora una volta la violenza dei miei sentimenti mi lasciava svuotato, privo di forze. Sentivo il sudore scorrermi gelido lungo la spina dorsale, e l’aria era ferro arrugginito nei miei polmoni.

“Vieni” bisbgliai rocamente a Gurgar. “Andiamo.”

“Sir! Allah ci aiuti! Cosa succede al re adesso?”

“Non lo so. Non lo so.” Poi, con insensato ottimismo aggiunsi: “Ma lui sa badare a se stesso, l’ha fatto per tremila anni”.

*

Non confidare nel mio perdono. Nemmeno l’infinita generosità degli dèi conosce tanta clemenza.

Può l’odio rendere un viso più bello di quanto faccia la dolcezza? E io ricordavo la dolcezza su quelle labbra e in quegli occhi, come un cosmetico: antimonio e cinabro sul soffice bruno-miele della pelle.

Mia signora e padrona, loto delle Due Terre! Te ne supplico, indicami la via al suo dominio perpetuo!

Ma le mie lacrime non riscaldavano quella sfinge di granito.

Hai tradito la sua fiducia, l’hai abbandonato agli sciacalli. Il trono delle Due Terre è vuoto, e così il mio ventre. Io non ho figli. Quale capo cingerà la Duplice Corona? A causa tua, Maat è sconvolta.

La condanna che veniva dalle sue labbra era il giudizio di Osiride.

C’è una cosa soltanto che io posso fare per te.

Le sue mani si tendevano verso di me, porgendo sui palmi nivei una tagliente e luccicante offerta. Baciai la lama del pugnale con gratitudine.

*

Sabbia lungo la curva di una clessidra. Le voci cadevano rotolando l’una sull’altra, come minuscoli granelli di rena, frusciando. Non riuscivo a separare una singola parola da quel fruscio. Tutte le miglia e miglia di deserto che avevo scavato in trent’anni… Sentii che il mio corpo si muoveva, le mani accarezzavano il filo della lama. Ferro, il metallo di cui erano fatte le ossa di Seth, portato dalla lontana terra di Hatti. Non mi faceva paura. Quel pugnale significava una fine, e un altro inizio.

Ma dovevo scoprire chi stava parlando intorno a me, bisbigliando come al capezzale di un moribondo. O era soltanto il vento?

Aprii gli occhi a fatica; le mie palpebre erano appiccicate e gonfie. Il cuscino sotto la mia guancia era bagnato, non sapevo se di sudore o lacrime.

La stanza era in penombra. Lo specchio del cassettone inquadrava una porzione di finestra con le tende tirate e le imposte chiuse. Doveva essere già mattina. La catena del mio orologio penzolava dal bordo del tavolino da notte. Mattina inoltrata, quasi le undici. Il sonno non mi aveva dato alcun ristoro, in quel letto d’albergo che pure era infinitamente più comodo della solita branda del mio alloggio nella Valle. Avevo dormito mezzo vestito. Mi ricordai del pomeriggio precedente, quando avevo accettato senza troppa convinzione l’invito di Breasted a stendermi e riposare un attimo prima di cena: un attimo che era durato quindici ore, sebbene non mi sentissi adesso meno stanco.

Le voci provenivano dal salotto, aldilà della porta chiusa. E non bisbigliavano, il tono era semplicemente quello di una normale conversazione. Una era la voce di James Breasted, l’altra…. Herbert Winlock, non potevo sbagliarmi. Il sollievo di saperlo a Luxor fu tale che per poco non uscii dalla camera da letto così come mi trovavo, senza scarpe e con la camicia fuori dai calzoni.

Ritrovai giacca e cravatta su una poltrona, le scarpe sotto il letto, e in qualche modo riuscii a rendermi presentabile. Stavo per aprire la porta, quando una frase di Breasted mi fermò.

“È evidente che non è più in grado di prendere decisioni, ma quel che è peggio è che non vuole neppure ascoltare consigli.”

Così, anche lui condivideva l’opinione comune. Attesi per sentire la risposta di Winlock.

“Non possiamo fargliene una colpa, dopotutto. Se pensate cosa è stata la sua vita negli ultimi anni, e a quello che sta passando adesso…”

Isefet…” disse Breasted sottovoce.

“Già. L’antitesi di Maat. Il caos. A volte ho davvero l’impressione che la vita di Carter sia dominata da forze del tutto estranee alla sua volontà.”

“È così di tutti, mio caro Winlock. Ma sto cominciando a pensare che su questa scoperta pesi sul serio una qualche specie di maledizione.”

“La più antica del mondo: avidità, orgoglio. Neppure il nostro amico può esserne esente.”

“Non ho mai visto nessuno lavorare come lui. Non è soltanto la passione per l’archeologia a spingerlo, ma piuttosto un… è quasi…” Breasted balbettò, impacciato, e Winlock gli venne in aiuto:

“Un’ossessione.”

“Sì. Ho provato ad affrontare l’argomento con lui, una volta, e la sua risposta è stata perlomeno… curiosa: “Come avere una mano sulla spalla”.”

“E ritenete questo un sintomo di squilibrio?”

Scelsi proprio quel momento per aprire la porta, col preciso intento di metterli in imbarazzo. I visi che si volsero verso di me erano un po’ pallidi, i sorrisi tirati. Chiaramente, i miei amici americani si stavano chiedendo se avessi inteso i loro discorsi. Feci un breve cenno a Breasted.

“Grazie per il letto.”

“Howard!” Winlock si alzò a stringermi la mano, ma la sua espressione cordiale era falsata da una certa rigidità.

“Sei venuto dall’America per tirarmi un’altra volta fuori dai pasticci?”

“Be’, posso provarci.”

Sedemmo a chiacchierare nel piccolo e accogliente salotto. Nonostante l’opinione che i due americani potevano avere di me, sapermeli accanto mi dava un certo sollievo. Winlock, con le sue maniere dirette, tirò subito fuori l’argomento più spinoso.

“Ho sentito che il Primo Ministro Zaghlul ha tolto la concessione a Lady Almina.”

“Già. E non intendo fargliela passare liscia.”

“E pensi davvero che appellandoti al tribunale del Cairo potrai risolvere qualcosa? Santo cielo, ma come ti è saltato in mente di chiudere la tomba?”

“Era l’unica cosa che potessi fare.”

“Oh, probabilmente c’erano delle alternative, se soltanto ti fossi fermato a riflettere.”

Winlock mi scrutava attentamente con gli occhi socchiusi. La luce del sole, che entrava nel salottino tra le tende semiaperte, mi costringeva ad ammiccare di continuo. Non riuscivo a fissare qualcosa troppo a lungo; tantomeno il viso di Winlock.

“Il Governo del mio paese non intende appoggiarmi” mormorai. “Non sono riuscito neppure a farmi ricevere da Lord Allenby.”

“Non dovresti meravigliartene. La sola cosa che l’Egitto desidera è scrollarsi di dosso il dominio inglese.”

“Credi che non lo sappia?”

“Quello che ti ostini a far finta di non sapere, o non vuoi capire, è che nell’immaginazione degli egiziani adesso sei tu a rappresentare l’intera Inghilterra. Sei diventato il simbolo dell’arroganza imperialista, il nemico numero uno, la miccia che può far saltare le polveri.”

“E che saltino, allora!” esclamai picchiando il pugno sul bracciolo del divano. “Sai cosa sta accadendo nella Valle in questo momento?”

“Lo so” rispose Winlock in tono pacato. “Breasted me l’ha detto.”

“Ieri ho pregato Charlie di andare laggiù stamani al posto mio, perché io…” La voce mi tradì.

Winlock allungò una mano e mi strinse leggermente un braccio. “Sì” disse soltanto. Un monosillabo che valeva molti discorsi.

*

Charlie Breasted ci raggiunse qualche ora dopo, stanco e accaldato. Avevamo appena terminato un rapido pranzo, consumato in silenzio nel salottino dell’appartamento dei Breasted. Il giovane restò sulla porta a fissarci uno a uno, senza parlare. Io non avevo il coraggio di fare domande. Fu suo padre a chiedere: “Il sarcofago?”

“Tutto bene, tutto bene. Le corde hanno retto. Adesso abbiamo riabbassato il coperchio.” L’espressione di sollievo, che gli aveva per un attimo rischiarato il viso, svanì. “Il Governo egiziano ha preso possesso della tomba.”

“Immagino che sarà stato Lacau a dirigere la commedia” commentai con amarezza.

Charlie si avvicinò al tavolo e si versò un bicchiere d’acqua, bevve avidamente e poi proseguì: “Hanno forzato i lucchetti, sia della tomba che del laboratorio. Avreste dovuto vedere quel vostro caposquadra!”

“Gurgar?”

“S’è messo davanti al cancello della tomba e hanno dovuto tirarlo via a forza.”

Risi senza allegria, immaginando la scena.

“Non riusciranno a spostarlo dalla Valle.”

“Infatti. Siccome non gli hanno permesso neppure di restare nei pressi del laboratorio fotografico, adesso sta facendo la guardia alla tomba numero quattro, il deposito.”

“Per quando hanno fissato la riapertura ufficiale?” chiese Winlock.

Charlie Breasted mi gettò un’occhiata, poi distolse lo sguardo, deglutendo saliva. “Per il sei di marzo” rispose avvampando. “Dio, signor Carter! Sono così dispiaciuto per voi…”

Solo io potevo comprendere a pieno i motivi del suo senso di colpa. Ma in quella tragicommedia John Waller Mecham aveva un ruolo del tutto secondario.

“Immagino che non perderanno occasione per allestire un altro bello spettacolo da circo” mormorai.

“Parlano di almeno centocinquanta invitati.”

“E come diavolo intendono procedere con i lavori? Non possono contare che su un paio di membri della Sovrintendenza, che oltretutto sono degli spaventosi incompetenti.”

“Non so.” Il giovane guardò suo padre, come a chiedere aiuto. “Ma hanno detto che… insomma… pare che intendano aprire la tomba al pubblico a tempo indeterminato.”

La familiare frustata di dolore mi tolse il fiato per un attimo. Fu un bene che fossi seduto, ma agli altri non sfuggì comunque la mia espressione.

“Howard…”  Winlock mi posò una mano su una spalla. “Tutto bene?”

“Sì, certo.” Respinsi la sua mano e mi alzai, incerto sulle gambe. “Scusatemi.”

Feci appena a tempo a raggiungere il bagno, prima di essere sopraffatto dalla nausea. Vomitai tutto il pranzo. Poi restai con la fronte appoggiata alla parete, mentre il gelo del marmo venato di rosa intorpidiva la mano d’acciaio che mi attanagliava le tempie. La sentii allentare piano piano la stretta.

Non lasciare che lo facciano! Era un grido lontano più di tremila anni. Non permetterglielo!

*

“Perdonatemi, sir. Non ho potuto fermarli.”

“Non importa, Gurgar. Davvero, non fa niente.”

Non si erano preoccupati di mimetizzare le tracce della perquisizione. I mie appunti erano sparsi dappertutto, avevano frugato anche tra i vestiti e gli altri effetti personali. Il materasso era stato rovesciato, e le coperte si trovavano ammucchiate per terra.

“E Abdal?” chiesi.

“Via. Molto spaventatissimo!” Gurgar raccolse il materasso e lo rimise al suo posto sulla branda. “Ecco, sir. Sedetevi.”

Sedetti. Buste e fogli biancheggiavano sul pavimento come colombe morte. Raccolsi una lettera. Era di Evelyn, e risaliva a qualche mese prima della morte di suo padre. George Herbert, mi sorpresi a pensare, mi manchi. Tu forse sapresti come cavartela in questa situazione.

“Cosa posso fare per voi, sir?” chiese Gurgar premurosamente. “Volete un tè?”

Feci segno di no con la testa. Da giorni una tremenda stanchezza mi pesava sul petto come un giustacuore di piombo.

“Vai a casa, non ha senso che tu resti qui.”

Lui sporse il mento in un’espressone fiera e ostinata.

“Io faccio la guardia, sir!”

Ero troppo esausto per discutere. Lo guardai uscire nel crepuscolo e accoccolarsi davanti alla porta come un cane fedele. L’eventualità di un attentato da parte di qualche nazionalista fanatico non era poi una possibilità tanto remota. Sapevo che Lord Allenby, invitato alla riapertura ufficiale della tomba, aveva passato qualche brutto quarto d’ora. Ma io preferivo trovarmi lì nella mia casa della Valle piuttosto che nel serraglio di lusso del Winter Palace.

Per la prima volta mi sembrava di avvertire lo spessore e la compattezza del silenzio che mi circondava. Erano trent’anni che vivevo in quel silenzio, ed era così vasto che avrebbe potuto contenere miliardi di voci, ma a me sarebbe bastato poterne udire soltanto qualcuna. Voci soffici: Sahira, Janet, Evelyn… Voci franche: mio padre, e Verney, sì, l’unico che avesse intuito; e Petrie, e colui che forse più di tutti avrebbe potuto essermi amico, quel ragazzo dagli occhi color del cielo estivo prima della tempesta… Che ne era stato di lui, con quel suo coraggio tagliente come il filo di una spada?

Mi sfilai l’anello d’argento e lo tenni sul palmo della mano: la minuscola pupilla azzurra mi fissava, indifferente. Avevo voglia di aprire la finestra e scagliarlo lontano. Aiutami a capire. Almeno questo. Altrimenti impazzisco davvero.

Rabbrividivo. Raccolsi le coperte e me le tirai addosso, raggomitolandomi sulla branda. Mi addormentai stringendo l’anello nel pugno.

Durante la notte mi svegliai più volte, tremando così violentemente che i denti mi battevano. Una volta credetti che la stanza fosse rischiarata da una delle lampade trovate nel sepolcro. L’alabastro risplendeva, latteo, e sulla superficie dolcemente ricurva guizzavano le immagini del sovrano e della sua leggiadra sposa, inghirlandate di fiori. Respiravano al ritmo della fiamma. Poi mi resi conto che era soltanto la luce della luna su un mucchio sconvolto di documenti.

“Sto delirando. Carnarvon è morto. Anche La Fleur. Adesso tocca a me.”

Qualcuno si muoveva nella stanza con lievi scricchiolii. Non avevo paura, e comunque non potevo muovermi. La febbre mi inchiodava alla branda.

“Uccidimi pure” bisbigliai.

Percepii il peso di altre coperte che venivano rincalzate con cura.

“Niente paura, sir. Ci sono io con voi.”

*

“F.M. Maxwell”, stava scritto sulla porta dell’ufficio, in lettere d’ottone un po’ appannate. Anche lui aveva un aspetto appannato, e uno sguardo furtivo, come s’aspettasse di venire aggredito alle spalle. Ma nel suo campo era uno dei migliori.

“Signor Carter, siete a conoscenza del fatto che fui io, in qualità di Pubblico Ministero del Protettorato Britannico, a far condannare Morcos Bey Hanna come terrorista?”

“Naturalmente. E so che avevate chiesto la pena capitale.”

*

“Howard, datemi retta.” James Breasted era inquieto. “Ritirate la denuncia, siete ancora in tempo.”

“No.”

“Il Governo è sempre disposto a trattare, dopotutto, e le condizioni che ci sono state proposte…”

“Sono inaccettabili. No, il processo deve farsi, e al più presto.”

“Quando vi mostrate così dannatamente sicuro di voi mi fate quasi paura. Non so se sia incoscienza, arroganza o…”

“Disperazione.” A lui potevo confessarlo. “Soltanto disperazione.”

E quell’urgenza che conoscevo bene, la mano sulla spalla. Dovevo ritornare a lavorare nella tomba quanto prima, ma alle mie condizioni. A Lady Almina doveva essere riconosciuto il diritto sulla metà dei reperti, o perlomeno un risarcimento in denaro. Pensavo che le mie richieste dovessero apparire oneste e logiche a chiunque. Non volevo credere che, in quella battaglia, stessi di nuovo impiegando le armi sbagliate.

*

Rosetti, il difensore del Ministero dei Lavori Pubblici, era il tipo che avrebbe potuto consegnare una sentenza di morte con aria assolutamente amichevole. Sembrava in grande familiarità con Pierre Crabites, il giudice, e salutò Maxwell con un sorriso: sorrideva anche quando, a udienza appena iniziata, si alzò ed esordì: “Signori, vorrei cortesemente portare alla vostra attenzione l’esistenza di due errori di procedura: il primo consiste nella non sussistenza di una querela riguardo il diritto di proprietà, in quanto il signor Carter è da considerarsi puramente un agente dello scomparso Lord Carnarvon; il secondo, è che questa non è la sede più adatta alla discussione di una faccenda amministrativa quale è appunto l’annullamento di una concessione archeologica.”

Feci per alzarmi a ribattere, ma la mano di Maxwell mi calò su una spalla in una stretta d’acciaio, obbligandomi a restare seduto.

“Inoltre” continuò il serafico Rosetti “la pretesa avanzata dal signor Carter circa il suo diritto a proseguire i lavori nella tomba è da considerarsi perlomeno assurda, dipendendo tale diritto dalla concessione di scavo recentemente revocata. Misura questa che si è resa necessaria in seguito al comportamento irresponsabile dello stesso signor Carter il quale, con la chiusura della tomba, ha deliberatamente esposto i reperti al rischio di seri danni”.

Adesso Maxwell mi teneva per il braccio con entrambe le mani. Credo che mi avrebbe anche tappato la bocca, se il gesto non fosse stato troppo scoperto, ma di questo non c’era alcun bisogno: ero completamente ammutolito.

“Riguardo la richiesta di una quota dei reperti…” Rosetti sventolò un foglio ingiallito, e sapevo di che si trattava “questa concessione risalente all’anno 1918, firmata dal signor Carter con il pieno consenso del suo finanziatore, il quinto conte di Carnarvon, definisce in modo molto preciso cosa debba intendersi con il termine “tomba intatta”.” L’avvocato passò il foglio al giudice, con un gesto leggermente teatrale. “Secondo quanto qui indicato, la tomba di Tutankhamon deve considerarsi sotto ogni aspetto “intatta”. Quindi, in base alla clausola da lui stesso approvata e sottoscritta, il signor Carter non si trova nella posizione di poter accampare diritti sul contenuto delle stanze sepolcrali.”

A questo punto Rosetti guardò verso di me per la prima volta, un’occhiata obliqua e indifferente come quella di un ramarro, e concluse: “E sorvoliamo sul semplice fatto che, dopo la scomparsa di Lord Carnarvon, la concessione è da considerarsi praticamente estinta”.

Forse era stata quella sua occhiata che sembrava negare persino la mia presenza nell’aula, ma lo sbalordimento fu spazzato via da un’ondata d’indignazione che travolse la sensazione di paralisi, e proruppi: “Volete prendermi in giro? Signor Giudice…”

Crabites mi guardò sbattendo le palpebre, come se anche lui si accorgesse di me per la prima volta.

“In quella concessione del 1918 c’è scritto chiaramente “temporanea”, ma voi ne considerate valide le clausole. Mentre la concessione rilasciata a Carnarvon sarebbe carta straccia. Non vi sembra di contraddirvi?”

Maxwell mi strattonò così forte che per poco non caddi dalla sedia. “Tacete, per l’amor di Dio! Volete farvi incriminare per oltraggio alla corte?” E rivolgendosi al giudice: “Chiedo che l’udienza sia aggiornata a domani”.

Vidi chiaramente Crabites reprimere uno sbadiglio.

 

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Gloria BarberiL’AUTRICE

Gloria Barberi nasce a Camogli (GE) il 6/9/1955, ma dall’età di 6 mesi abita a Recco, poco più di 3 chilometri dal suolo natìo.

Da sempre appassionata d’arte in tutte le sue forme, dopo un periodo trascorso a scrivere articoli sul rock per le riviste Best e Nuovo Sound, debutta all’inizio degli anni ‘80 sulle pagine delle fanzines SF…ere e Pulp, dedicate alla letteratura fantascientifica e fantasy. Fanno seguito pubblicazioni su numerose riviste e periodici sia amatoriali che professionali, quali: The Dark Side, Gli occhi di Medusa, Diesel, Shining, Yorick, Lore, Urania Millemondi, L’Eternauta, La Gazzetta del Mezzogiorno, Cosmopolitan, Inchiostro, Antarés, e le antologie Fantàsia e Horror Erotico di Stampa Alternativa. Il racconto La notte di san Valentino è apparso in Francia nell’antologia Cosmic erotica successivamente edita in Italia da Fanucci. Presente anche in diverse antologie di autori vari edite da Il Cerchio (Rimini) a seguito di vittorie e piazzamenti al Premio San Marino.

È autrice di due antologie personali: Racconti Notturni edito da Primordia (MI) e Come le bambole di notte (Montedit, MI) e di alcuni romanzi: I Custodi apparso su The Dark Side n° 34; Le viscere del Diavolo (Diesel Extra); Lo specchio scarlatto (Diesel Speciale “Pastiche”).

Nel 1987 collabora alla trasmissione radiofonica Galactica di Radio Time di Scandicci (FI). Da qualche anno si occupa di teatro in veste di attrice/caratterista nella compagnia del Teatro Stabile San Giuseppe di Ruta di Camogli, del quale cura la pagina Facebook, ma anche di autrice. La pièce “Il palazzo della Notte” ha vinto nel 2001 il premio Città di Moncalieri ed ha partecipato in seguito alla rassegna Aquilegia blu (Torino, 2002) nell’interpretazione dell’attrice Franca Berardi.

Tra i premi conseguiti per la narrativa fantastica ci sono il Premio Italia, Lovecraft, Courmayeur e Repubblica di San Marino.

Negli anni ‘90 ha lavorato come traduttrice per la casa editrice Nord e per la rivista esoterica Primordia, oltre che per alcuni privati.

Appassionata anche di poesia, fa parte da diversi anni del gruppo di scrittura “Anna di Vienna” che prevede incontri a cadenza mensile su un argomento a tema e un reading/spettacolo a fine stagione, con lettura di poesie e prosa, siparietti teatrali, proiezioni video e musica dal vivo. Ama “pasticciare” con Photoshop e creare immagini che pubblica sulla pagina facebook Green Mansions.

“Contagiata” da un amico genealogista ha creato anche una pagina sui suoi antenati materni, appartenenti alla comunità valdese di Torre Pellice, che le ha permesso di scavare un po’ più a fondo nelle sue radici. E, ovviamente, non si è fatta mancare una pagina Facebook dedicata a L’occhio sinistro di Horus, romanzo nato con l’intento di raccontare una realtà “alternativa” a quella usualmente sfruttata riguardo il ritrovamento della tomba di Tutankhamon, lavorando molto di fantasia ma entro binari rigorosamente storici, e strizzando l’occhio ai feuilleton di un tempo.

Chi desiderasse approfondire queste notizie può cercare in rete, su Fantascienza.com e altri siti.

 

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