L’occhio sinistro di Horus 14° episodio di Gloria Barberi

L'occhio sinistro di Horus 14° episodio di Gloria Barberi“Se pensano di liquidarmi alla svelta hanno sbagliato i conti.”
“Voi state cercando di liquidarvi con le vostre stesse mani!” Maxwell si asciugava il sudore dalla fronte con un fazzoletto stazzonato. “Crabites è americano, non può
stare che dalla vostra parte, ma voi dovete mostrarvi
remissivo.”
“Remissivo?”
“Ho parlato con Hanna.” James Breasted aveva
quell’espressione stanca e infelice che gli era
diventata abituale negli ultimi tempi. “È disposto a
rinnovare la concessione a Lady Almina, a patto che voi
rinunciate ufficialmente a ogni pretesa sui reperti.”
“Vi ho già detto mille volte che non farò mai una cosa
del genere. Non è per gli oggetti. Io desidero che siano
messi al sicuro in un museo. Ma non posso arrendermi
incondizionatamente, ed è giusto che Lady Almina sia
risarcita almeno in parte delle spese sostenute dal
conte durante tutti questi anni.”
Maxwell indugiò a riflettere con il fazzoletto premuto
sulle labbra, come temesse di lasciarsi sfuggire qualche
dichiarazione compromettente. Poi, mentre uscivamo nel
sole della primavera cairota, disse: “Perché no?”
“Cosa?”
“Rifletteteci un attimo, prima di scaldarvi. Pensate
all’opinione pubblica, e non soltanto a quella egiziana.
Una rinuncia formale testimonierebbe in favore del
vostro disinteresse, sarebbe la prova di quanto avete
sempre dichiarato alla stampa, e vi guadagnerebbe la
simpatia di quei vostri connazionali che adesso esitano
ad appoggiarvi.”
“Io non posso prendere decisioni che vadano contro gli
interessi degli eredi di Carnarvon.”
“Ma è la sola mossa che possa permettervi di tornare
subito al lavoro” rincarò Breasted. “Howard, questa non
è una partita a scacchi, è poker: vince chi bluffa
meglio. Tra qualche tempo, quando le acque si saranno
calmate, potrete tornare all’attacco.”

Howard Carter

Howard Carter

“Credetemi” proseguì l’avvocato nel suo tono più persuasivo “dopotutto il Governo egiziano non sa che
farsene di quella enorme massa di reperti, e sono certo che neppure Lacau muore dalla voglia di assumersene la responsabilità. Fra qualche tempo diventeranno tutti più concilianti. Inoltre…” Un sorriso scaltro gli illuminò lo sguardo per un attimo. “Se, nonostante la vostra
rinuncia, rifiutassero ancora il rinnovo della concessione… Questo sì che vi darebbe ogni diritto di
inoltrare una richiesta di risarcimento!”
Mi sembrava tutto terribilmente macchinoso e confuso, ma
Breasted e Maxwell s’aggrappavano a quella lambiccata
soluzione come a una ciambella di salvataggio. Cercavano
davvero di aiutarmi, e io non potevo essere così egoista
da tirarli a fondo con me.
“Va bene” mormorai. “Firmerò la rinuncia.”
*
“Lo ha fatto al solo scopo di umiliarmi. Non aveva altra
intenzione fin dal primo momento, e voi lo avete aiutato
a prendersi gioco di me, idiota!”
Gettavo quelle parole in faccia a Breasted con la
violenza di schiaffi, e lui incassava in silenzio.
Pallido, con i capelli candidi e l’abito chiaro,
appariva quasi irreale. Quietamente, mi lasciò sfogare,
infischiandosene degli sguardi e i commenti di
occasionali osservatori richiamati dalle mie urla che
rimbombavano nell’ingresso e su per le scale del
tribunale. Poi disse: “E va bene, ammetto la mia colpa,
ma non potevo immaginare una tale doppiezza”.
“Non potevate? Una partita a poker, avete detto, ma
Hanna nella sua manica non aveva soltanto qualche asso,
bensì un intero mazzo di carte, e noi ci siamo fatti
fregare!”
“Probabilmente è stato Rosetti a consigliargli di
aspettare la decisione della Corte: è sicuro che
Crabites sarà costretto a dare ragione al Governo, dal
momento che gli unici che potrebbero legalmente
rivendicare il possesso della tomba, Lady Almina e gli
esecutori testamentari di Carnarvon, sono lontani.”
“Già. John Maxwell si trova addirittura in California, a
quanto ne so.” Avevo la voce roca. Sentivo che la febbre
ritornava, ammaccandomi le ossa e svuotandomi la testa
in una vertigine lieve ma costante. Ficcai le mani in
tasca e mi strinsi nelle spalle, reprimendo un brivido.
“Dov’è andato a cacciarsi Winlock? Aveva promesso di
essere presente.”
“Verrà, non temete. E ci porterà una sorpresa.”
*
A tutta prima pensai che l’uomo che aveva appena fatto
il suo ingresso assieme a Herbert Winlock fosse un
fantasma frutto del delirio.
“Sir John?” esclamai, e l’apparizione mi rispose con un
breve cenno di saluto. “Come avete fatto?” bisbigliai
rivolgendomi all’avvocato.
“Scambio di favori tra omonimi” ironizzò lui, fatto più
unico che raro data la sua abituale severità.
Sir John Maxwell venne a sedersi dietro di me, assieme a
Herbert Winlock. E Rosetti, finalmente, aveva smesso di
sorridere; le labbra gli si erano assottigliate in una
linea dura e scolorata come una vecchia cicatrice. Il
suo sguardo scintillante riprese a vivisezionarmi
lentamente, mentre lui esordiva: “Vostro Onore, la non
preannunciata presenza in quest’aula dell’esecutore
testamentario dello scomparso Lord Carnarvon non
interviene comunque sulla illegittimità della querela
presentata dal signor Howard Carter”.
“Il signor Carter ha agito nel suo pieno diritto.” F.M.
Maxwell si alzò con calma. “L’avvocato Rosetti basa la
sua tesi sul fatto che il signor Carter sarebbe un
semplice dipendente dello scomparso Lord Carnarvon, ma
il testo di ciascuno dei rinnovi della concessione
originale risalente al 1915 lo indica chiaramente come
“socio”, e quindi a tutti gli effetti titolare di tale
concessione. Ed è proprio sul testo originale che vorrei
richiamare la vostra attenzione…” I documenti
frusciavano tra le sue mani come foglie morte. E non lo
erano, dopotutto? Incredibile che il mio futuro, la mia
vita intera, dipendessero da qualche clausola a piè di
pagina! “Qui si specifica chiaramente che lo scopritore
di una tomba è autorizzato a restarne in possesso fino
al compimento del lavoro di ricerca scientifica.
Pertanto tale documento viene ad assumere a tutti gli
effetti il valore di un autentico contratto legale, che
non può essere invalidato tramite un atto amministrativo
del Governo.”
Bisbigli. Pur senza voltarmi, sentivo che dietro di me
sir John e Breasted si scambiavano sorrisi; ma a me
tutto sembrava lontano, irreale e impalpabile come le
macchie di sole sul pavimento. Fissavo quelle geometrie
luminose cercando calore nel riflesso di Ra. Aton. Le
mani che tenevo in grembo, congiunte, erano gelate.
“Bella è la tua luce sulle frange del cielo, Aton di
vita, primo tra i viventi. Quando a oriente ti levi
riempi ogni paese con la tua bellezza!”(6)
Lasciavo che i miei pensieri scivolassero via in piccoli
scintillanti ruscelli: l’Inno ad Aton da una stele
ritrovata ad Amarna, colonne di geroglifici… o
lasciavo che stagnassero attorno a stupidi e familiari
elementi rassicuranti: l’odore della colonia di Winlock,
il contatto dell’anello attorno al mio dito, lo
scricchiolio di una panca di legno. La mia mente come il
Delta del Nilo.
Rosetti e Maxwell avevano preso a punzecchiarsi con
stiletti di cavilli legali che, nella mia ignoranza, non
potevo comprendere quanto acuminati fossero né quanto a
fondo potessero colpire, e di conseguenza non ero in
grado di stabilire chi fosse sul punto di vincere o
soccombere. Il duello verbale era lento e tutto sommato
noioso, anche se alla fine l’unica vittima sarei stato
io.
Forse era la febbre a mettermi in quello stato d’animo,
ma dopo un po’ pervenni a una bizzarra condizione: era
come se dormissi a occhi aperti. Vedevo ciò che si
svolgeva attorno a me, le facce sempre più tese e sudate
degli avvocati, e gli sbadigli repressi del giudice, ma
le parole che sentivo bisbigliare nella mia mente non
avevano nulla a che fare con il processo, con le leggi e
i codici degli uomini. Erano parole musicali e
antichissime.
“Io non ho falsato i pesi della bilancia, né spostato il
suo ago; io non ho mai tolto il latte dalle labbra del
fanciullo; io non ho mai estinto la fiamma del fuoco
quand’era necessario che ardesse…“7
Era questo che contava veramente, questo processo. Un
giorno… lontano o prossimo?… le dita di Anubis che
mi scavavano nel petto e quando avessero trovato il mio
cuore… Avrebbe testimoniato contro di me, il mio
cuore?
“Poiché io ho visto culminare a Heliopolis l’occhio di
Horus, nessun male può cogliermi in queste regioni, o
dèi, e neppure nella vostra vasta sala di Verità-
Giustizia!”(8)

Herbert Winlock

Herbert Winlock

Una mano mi sfiorò la spalla destra; trasalii, ma nel
voltarmi riconobbi la forma e il colore delle dita di
Winlock. La sua voce mi sussurrò all’orecchio qualcosa
che non intesi, ma il tono era tranquillo e fiducioso.
Il giudice si stava schiarendo la gola. Quel rumore
raschiante, molto prosaico, mi richiamò alla realtà. Le
macchie di sole sul pavimento avevano cambiato
posizione.
“Avvocato Maxwell, vorreste per cortesia precisare a noi
tutti un particolare che non appare molto chiaro? Per
quale ragione, prima di ricorrere a questa corte, il
vostro cliente ha fatto spontanea rinuncia a quel
diritto di possesso sulla tomba che adesso rivendica?
Perché, vedete, un conto è se si tratta di confermare in
questa sede una effettiva condizione di possesso della
tomba da parte del signor Carter… ma la faccenda
cambia aspetto qualora ci si trovi a dover ripristinare
tale condizione dopo un esplicito atto di rinuncia quale
appare essere…”
“Vostro Onore!” L’esclamazione di Maxwell suonò alquanto
stridula. “Con la chiusura della tomba il signor Carter
non intendeva affatto rinunciare a far valere i propri
diritti su di essa. Tutt’altro! Sappiamo che era nelle
sue intenzioni riprendere i lavori al più presto; cosa
che, con enorme danno per la scienza, gli è stata
preclusa proprio dall’ingiunzione del Governo che lo ha
di fatto estromesso dalla tomba con la violenza.
Un’azione, questa, degna di una masnada di banditi!”
Quell’ultima parola passò nell’aula come la prima
violenta raffica di un uragano. Nel mio lucido delirio
mi meravigliai che i vetri non fossero andati in
frantumi.
“Avvocato…” Crabites fu costretto ad alzare la voce
per farsi udire al di sopra del clamore che si levava
dalla giuria. “Temo di non avere ben compreso. Siete
certo che il termine “banditi” sia da considerarsi
appropriato?”
“Non vedo perché no, dato che definisce molto bene il
comportamento del Governo nei confronti del mio
assistito.”
Rosetti si era alzato in piedi, imitato da tutti i
giurati egiziani; Crabites aveva il viso in fiamme; sir
John si copriva gli occhi con una mano. Colsi tutto
questo in una sola occhiata circolare, voltandomi a
cercare lo sguardo di Winlock. Ma Winlock sedeva
pietrificato, con un’espressione assolutamente attonita.
E Breasted, alla sua destra, aveva gli occhi sbarrati e
muoveva in fretta le labbra, senza suono, come se
pregasse.
*
Come nel tribunale oltremondano di Osiride, dove le
parole vengono pesate contro l’esile piuma di Maat. E
l’insulto era caduto sul piatto della bilancia come un
macigno. Maxwell, nella foga del suo discorso, non si
era fermato a ragionare sull’importanza che un termine
come “banditi”, che presso un tribunale britannico
poteva al più costargli un’ammonizione da parte del
giudice, veniva a rivestire nell’acuta e contorta
sensibilità orientale.
La stampa egiziana aveva trovato un altro vessillo da
sventolare alto sul proprio campo di battaglia, e lo
fece con tanta energia da scatenare una vera e propria
sommossa contro tutto ciò che rappresentava il potere
britannico in quel paese. Asserragliati nel Continental
Savoy, ascoltavamo sgomenti le notizie che ci
provenivano dalle vie del Cairo: scontri con la polizia,
feriti…
Schiacciato dal tremendo calore della febbre, giacevo
sul letto e udivo quei remoti suoni filtrare attraverso
la finestra: grida, spari… un’intera città in rivolta
dentro la mia testa. Non ero sicuro se quel che udivo
fosse realtà o soltanto delirio.
*
“Lasciate che vi chiami un medico, Howard.”
“Non ho bisogno di nessun medico.”
“Be’, io sì.” James Breasted sembrava invecchiato di
dieci anni nel giro di pochi giorni. I suoi occhi erano
lustri e bordati di rossore. “Tutto questo ci sta
distruggendo, e la vostra presenza qui non fa che
peggiorare le cose. Datemi retta, tornatevene a Luxor.”
“No, non mi muoverò di qui finché il tribunale non avrà
emesso una sentenza.”
“Siamo arrivati alla paralisi totale, non lo vedete? Il
tribunale non convocherà un’altra udienza. Crabites ha
troppa paura di un attentato.”
“Perché dovrebbero cercare di ammazzarlo?”
“Non lui. Maxwell e voi.”
“Io ci sono abituato. È da più di vent’anni che ogni
tanto qualcuno prova a farmi la pelle.”
Breasted non disse nulla, ma la sua espressione era
molto eloquente. Restammo in silenzio a lungo.
Cominciavamo a sentirci così demoralizzati che anche
parlare diventava una fatica inutile.
Il pomeriggio era sereno e tiepido, dorato come il tè
che ci era stato servito nel salotto dell’appartamento
un tempo occupato da Lord Carnarvon nel corso dei suoi
soggiorni al Cairo, ma né il dolce sole primaverile né
la bevanda riuscivano a riscaldarci.
“Howard, ve lo chiedo come un favore, in nome della
nostra amicizia.”
Le parole potevano sembrare una preghiera ma il tono era
deciso: compresi che si trattava di una sorta di
ultimatum.
“Non tornerò a Luxor” risposi stancamente.
James Breasted sospirò. C’era tristezza, in quel
sospiro, ma in un certo modo anche del sollievo.
“Ho fatto quanto era in mio potere per aiutarvi, ma la
vostra ostinazione non mi lascia scelta.”
Si alzò e notai che tremava leggermente, ma era
determinato.
“Da questo momento me ne lavo le mani di voi. Mi ci
costringete. Ne va della mia salute fisica e mentale.”
Sentii che un lieve sogghigno mi stirava le labbra,
irriverente e beffardo. Desideravo chiedergli se pensava
che la mia pazzia fosse contagiosa, ma lui alzò una mano
a intimarmi il silenzio.
“No, non dite nulla. E, ve ne prego… non chiedete mai
più il mio aiuto.”
“Non ve l’ho mai chiesto.”
*
Ogni volta che mi recavo al Consolato britannico mi
sembrava di andare a mendicare qualcosa che mi spettava
di diritto. Nessuno dei burocrati con i quali mi
incontravo dimostrava un seppur minimo interesse nella
faccenda. Eppure ero sicuro che intervenendo d’autorità
sul Primo Ministro, Hanna e tutta loro cricca, la
situazione si sarebbe sbloccata. Ma mi ritrovavo a
cercare di scalfire muri ben più solidi di quelli che
avevano protetto il sepolcro di Tutankhamon per oltre
tremila anni.
*
“Ripetetemelo ancora una volta. Temo di non aver
capito.”
“È così, signor Carter: noi non abbiamo alcuna
intenzione di muoverci nella direzione da voi indicata.”
Non aveva raccolto il mio sarcasmo. Era un curioso
individuo, il Viceconsole; con un aspetto incolore, dai
capelli all’abito, quasi che il sole egiziano non
l’avesse mai sfiorato. Mi faceva pensare a qualcosa di
molle e un po’ umido, come una fungosità cresciuta
all’ombra di un muro. E quella sua pallida flaccidezza
era adesso animata da una sottile ma percettibile
vibrazione nervosa.
“Mi sembra di avervi già ampiamente illustrato i motivi
per i quali il nostro Governo deve osservare la massima
cautela.”
Parlando non mi guardava in faccia, ma fissava un punto
al di sopra della mia spalla, quasi leggesse il suo bel
discorsetto sul muro dietro di me.

Lady Almina Carnarvorn

Lady Almina Carnarvorn

“Non potete ignorare le tensioni che sono andate
creandosi attorno al problema degli Ebrei in Palestina.”
“Oh, già… gli Ebrei, capisco.” Mi sporsi leggermente
sulla sedia, appoggiandomi con un gomito alla scrivania,
in modo che lui non potesse sfuggire il mio sguardo. “Ma
il rifiuto del Consolato a intervenire nel mio problema,
credete forse che accresca il prestigio del Governo
britannico in questo paese? Ci state facendo la figura
dei calabrache.”
Il suo pallore si colorò di marcate chiazze rossastre.
“Signor Carter, vi consiglierei di badare a come
parlate.”
“Ah, davvero?” Picchiai il palmo della mano sulla
scrivania, e il rumore suonò sordo, attutito dalle
scartoffie che riempivano l’ufficio. “Voi vorreste che
me ne stessi buono e zitto e mi lasciassi mettere i
piedi in testa, magari con un sorriso.” Scostando la
sedia con malgarbo mi alzai. “Ma io non sono come Lacau
e quei rammolliti dei suoi tirapiedi, sono pronto a
lottare per i miei diritti!”
“Voi davvero non capite…”
“Capisco che siete assolutamente incapace di svolgere il
vostro lavoro, vi lasciate intimidire da quattro
fanatici nazionalisti che potreste schiacciare con una
sola parola, se soltanto aveste il fegato di
pronunziarla; ma nessuno di voi intende rischiare la sua
comoda poltrona.”
“Signor Carter!” Il Viceconsole balzò in piedi come
spinto da una molla, vibrante d’indignazione. “Come
osate…”
“Oso perché non sono il tipo che se la fa sotto, a
differenza di voi con tutta la vostra fottuta
diplomazia. Prima avete tirato in ballo la questione
degli ebrei… be’, niente imponeva al Governo inglese
di impicciarsene, e se Lord Allenby teme che appoggiare
me scombini i suoi intrallazzi politici, si accorgerà
che rifiutarmi un aiuto può avere un effetto anche
peggiore.” L’idea mi era venuta all’improvviso, senza
nessuna premeditazione, proprio quando il Viceconsole
aveva parlato dell’insediamento degli Ebrei in
Palestina, e fu con gioia feroce che continuai: “Cosa
fareste, sentiamo, se io rendessi pubblici certi
documenti rinvenuti nella tomba di Tutakhamon, che
confermano la storia dell’Esodo? In questo momento non
gioverebbe molto all’immagine dell’Egitto, non vi pare?”
Il tremito che scuoteva il Viceconsole era adesso
chiaramente palese.
“Questo è un ricatto!”
“Esattamente. Se il Consolato continua a negarmi il suo
appoggio, quella roba finisce su tutti i giornali.”
“Non provateci!”
“No? Aspettate e vedrete.”
“Disgraziato!”
Intuii il suo gesto appena a tempo per scansarmi, e il
calamaio di cristallo, che tre secondi prima si trovava
ancora sulla scrivania, s’infranse in uno spettacolare
zampillo color indaco contro la porta alle mie spalle.
Quella reazione isterica mi mandò il sangue alla testa;
afferrai la prima sedia a portata di mano e l’abbattei
con tutta la mia forza sul piano della scrivania. Il
legno era di ottima qualità e non s’infranse, ma la
dimostrazione risultò rumorosa e spettacolare: il
Viceconsole cacciò un urlo e cercò di guadagnare la
porta, ma io fui più lesto e lo acchiappai per la
collottola.
“Dove vorreste andare? La nostra chiacchierata non è
ancora finita!”
“Lasciatemi!” strillò lui, divincolandosi. Nel suo
terrore era davvero buffo. “Aiuto! Mi vuole ammazzare!”
Come se le sue intenzioni, con quel pesante calamaio
indirizzato verso la mia testa, fossero state
differenti. “Aiuto!”
La porta si spalancò su quell’ultimo strillo, sospinta
da un piccolo drappello di segretari e tirapiedi
assortiti. Non gliela resi facile. Erano tutti burocrati
appesantiti da ore e ore dietro la scrivania, e
riuscirono a togliermi il Viceconsole dalle grinfie
soltanto quando decisi spontaneamente di lasciarlo
andare.
“Siete pazzo, Carter! Pazzo furioso!” balbettava, e si
tastava le braccia come se non credesse di essere ancora
tutto intero. Terreo, sudato e tremante, appariva anche
più disgustoso, come una qualche viscida creatura
marina. Gli risi in faccia, prima di andarmene.
Fuori dal Consolato, scoprii uno schizzo d’inchiostro
sulla manica destra della mia giacca migliore.
*
“Hanna ha dichiarato ufficialmente che non intende più
trattare con te.”
Herbert Winlock mi dava le spalle, le mani dietro la
schiena e una certa rigidità nell’atteggiamento, come un
ammiraglio che scruti l’orizzonte dal ponte in comando,
in attesa di vedere comparire una nave nemica. Ma il suo
sguardo era perso nel disegno della tappezzeria della
parete di fronte.
“Crabites mi ha chiesto di incontrarmi con il Ministro,
ma nella mia posizione non posso. Sono pur sempre un
dipendente del Metropolitan Museum e sembrerebbe che
agisca nel loro interesse. Cercherò di convincere
Breasted.”
“Breasted ormai a malapena mi saluta, lo sai.”
Winlock sospirò pesantemente in assenso, poi venne a
sedersi sul divano accanto a me.

James Breasted

James Breasted

“Howard, sai che sono sempre stato dalla tua parte. Io,
come Breasted e sir John, e persino lo stesso Crabites:
tutti non desideriamo che aiutarti, ma tu con il tuo
comportamento non ce lo permetti. Quella tua ultima
mattana, poi…. Sant’Iddio, potevi beccarti una
denuncia! Ma come ti è venuta in mente quell’assurda
storia dei papiri?”
“Poker” risposi laconicamente.
“Bah!” Winlock scosse la testa con aria disgustata. “Hai
voglia di prendermi in giro.” Tacque per un attimo,
sbirciandomi di traverso; poi riprese: “Per una volta in
vita tua ti costerebbe tanto ascoltare i consigli degli
amici? Dammi retta, lascia il Cairo”.
Mi limitai a fare un cenno di diniego. Non me la sentivo
di ritornare da capo su quella faccenda.
“Dovrai farlo comunque. Tra meno di due mesi comincia il
tuo giro di conferenze in America.”
“Potrei sempre rimandarlo.”
“Hai preso un impegno, e onorarlo non può che tornare a
tuo vantaggio. I miei connazionali ti stimano molto.”
Una delle cose che più apprezzavo in Winlock era la
capacità di sostenere le proprie idee senza mai perdere
la calma. Anche adesso lo sentivo vibrante e veramente
coinvolto in quanto diceva, ma voce e gesti restavano
pacati.
“Ti prometto che ti telegraferò anche ogni giorno, se
sarà necessario. Ti terrò informato di tutti i
progressi.”
“Ammesso che ce ne siano.”
Pensavo che avrebbe cercato di sdrammatizzare il mio
disfattismo, ma in lui prevalse la franchezza.
“Già. Ammesso che ce ne siano.”

note:
(1) Libro dei Morti, Capitolo LXVII.
(2) ibid, Capitolo XLV.
(3) ibid., Capitolo CXXX.
(4) ibid., Capitolo XIX.
(5) ibid., Capitolo CLXXIX.
(6) Inno ad Aton.
(7) “Confessione negativa”, Papiro Nû.
(8) ibid.

UNDICESIMA ORA DELLA NOTTE
(Il mantello di Sinuhe)

Che precipizi e abissi!
Quale opaca oscurità!
I miei passi incerti ed esitanti
esplorano il terreno,
e avanzo brancolando, a tentoni.

(Libro dei Morti, capitolo CLXXV)

Londra s’immalinconiva sotto una pioggerella fine come
foschia, quando arrivai. La stampa mi accolse con
commenti cauti e freddi. Pochissimi cercavano
giustificazioni al mio modo d’agire, e nessuno sembrava
approvarlo. Lontano dall’Egitto sperimentavo ancora una
volta quel senso di estraneità che, attraverso gli anni,
aveva preso ad assalirmi sempre più intenso a ogni mio
ritorno in Inghilterra. Nella mia casa londinese mi
sentivo soltanto di passaggio, come in una camera
d’albergo, e mi dedicavo con distacco ai preparativi per
il mio viaggio in America. Non sapevo neppure se avrei
mai più rivisto la Valle dei Re e la tomba di
Tutankhamon.
Aspettavo invano che un sogno mi portasse un messaggio,
la luce. Dormivo poco, e i miei brevi sonni erano di
piombo, saturi di tenebra come una morte privata di ogni
speranza di resurrezione. Mi svegliavo tra le ombre e il
ticchettare di un orologio, e giacevo a lungo a occhi
spalancati, finché non scorgevo tra le tende un primo
indizio di alba. Soltanto allora mi fidavo ad abbassare
di nuovo le palpebre, mentre le ombre si facevano più
piccole, riassorbite negli angoli bui dai quali
scaturivano a notte. Ma peggiore delle ombre era il
senso di solitudine che a esse dava corpo e sembrava
alimentarle, nutrirle come neri mastini nei loro canili
di tappezzeria tra le sagome del mobilio e il profilo
dei muri. Non mi ero mai sentito così solo, come se
qualcosa fosse scivolata fuori di me, lasciandomi
completamente vuoto: l’essenza stessa della vita, forse.
Una sensazione che avevo sentito sfiorarmi, a volte,
quando mi scioglievo dall’abbraccio di una delle
mercenarie di Luxor. Un brivido di smarrimento. In tanti
anni, neppure il silenzio della Valle era riuscito a
farmi sentire così inesorabilmente solo.
Non avvertivo più la mano sulla spalla.
*
Le notizie che arrivavano dal Cairo erano spesso
confuse, in un altalenare di blande speranze e feroci
delusioni. Al-Haram s’inventava interviste che non mi
ero mai neppure sognato di rilasciare; Bradstreet
rincarava con le sue calunnie dalle pagine del New York
Times; Morcos Bey Hanna pretendeva scuse ufficiali da
parte di F.M. Maxwell; nessuno, né il Metropolitan
Museum né la Sovrintendenza, se la sentiva di assumersi
la responsabilità della tomba, e i lavori restavano
fermi mentre migliaia e migliaia di turisti, a branchi,
a orde, sfilavano tra quei fragilissimi tesori alitando
sulle delicate lamine d’oro, corrompendo l’aria attorno
al legno prezioso con il puzzo del loro sudore.
Quelle notizie scandivano i miei giorni come
un’abitudine. Non erano che varianti degli stessi
problemi che conoscevo anche troppo bene, e mi
lasciavano pressoché indifferente. La stessa ansia per
la sorte della tomba era ormai un insano vizio troppo a
lungo praticato per riuscire ancora a comunicarmi
un’emozione. Finché non ricevetti un incredibile
messaggio.
A tutta prima pensai che si trattasse dello scherzo di
un folle, anche se era firmato da Herbert Winlock. Le
frasi sembravano non avere alcun senso, inframmezzate da
serie di numeri. Poi mi ricordai del codice segreto
elaborato per beffare le spie della stampa. Impiegai una
buona mezz’ora per decifrare l’intero messaggio; e alla
fine, quando l’ebbi sotto gli occhi in tutto il suo
significato, non potei far altro che ridere a lungo,
amaramente.
*
Credevo che non l’avrei più rivista, dopo il nostro
incontro a Highclere; e invece adesso stava sulla
soglia, la figuretta che quasi scompariva in un ampio
soprabito color crema bordato di soffice pelliccia
bianca. La tesa del cappellino le gettava sugli occhi
un’ombra simile a una mascherina. La bocca spiccava
rossa, troppo, in contrasto con le guance pallide.
“Non mi fai entrare?”
Mi scostai per lasciarla passare. Il suo profumo mi
sfiorò, prati di lavanda sotto la pioggia, molto più
intenso di quanto ricordassi. Lei richiuse la porta
sulla chiara giornata primaverile.
“Fa ancora freddo” mormorò. “Non è come laggiù.” Poi
aggiunse, in un tono brusco che non le era consueto. “Ho
bisogno di parlarti, Howard.”
La precedetti nel mio studio. Lei si guardò brevemente
attorno.
“Così è qui che vivi.”
Parole che mi ricordarono acutamente Janet. Ma il
rimpianto che mi invase non era per la ragazza bionda
dagli occhi di bambina saggia che avevo trovato e
perduto a Saqqara; era per la mia vita corrotta dalla
curiosità che mi aveva portato tra le braccia di Crowley
e della Donna Scarlatta… la donna che tremila anni
addietro portava lo stesso nome di una grande regina…
e per le mie azioni mosse da una volontà di cui non ero
mai stato interamente padrone.
“Una volta” dissi “un’altra donna è entrata nella mia
stanza, e io le ho regalato il ritratto di un dio
d’oro”.
Lei si avvicinò per scrutarmi attentamente.
“Sei cambiato.”
“Sono invecchiato. Alla mia età non si può fare altro.”
“Non voglio sentirti dire queste cose. Come stai?”
“Tu cosa credi?”
Evelyn non rispose, forse rendendosi conto
dell’artificiosità della conversazione. Con gesti lenti
si tolse il cappellino e sedette su un piccolo divano
dirimpetto alla finestra. Un raggio di sole le levigò il
viso, colorandole le guance. Ma, grazie a tutti gli dèi
dell’Egitto, i suoi capelli erano quelli di sempre, di
un tranquillo colore bruno. Nessun insidioso riflesso
fiammeggiante li sporcava, nessuna sfumatura sanguigna.
“Perché sei venuta?” chiesi, e mi accorsi che la mia
voce aveva un suono quasi ostile.
Lei abbassò per un attimo lo sguardo sulle proprie mani
che tormentavano senza riguardo la delicata tesa del
cappellino.
“Voglio vendere la collezione di papà. Puoi aiutarmi?”
“La collezione di antichità?” chiesi scioccamente. Era
ovvio che si riferisse a quella, ma mi sembrava
incredibile.
“Sì. Mamma non vuole più vedersi attorno nulla che le
ricordi l’Egitto. E anch’io.”
“Ma è ridicolo!” Risi nervosamente, passandomi una mano
tra i capelli, come a riordinare con quel gesto i miei
pensieri. “Io sto impazzendo per far valere i diritti
della tua famiglia sui reperti.”
“Gli esecutori testamentari di papà ne hanno fatto una
questione di principio, ma mamma e io siamo d’accordo:
non desideriamo nulla del tesoro di Tutankhamon, ci è
già costato troppo dolore.”
Un’altra breve risata mi chiuse la gola per un attimo,
come un colpo di tosse.
“Guarda qui.” Raccolsi dalla scrivania il messaggio di
Winlock.
“Cosa significa?”
“Ricordi il giorno che entrammo per la prima volta nella
tomba?” Appallottolai il foglio e lo gettai nel cestino
della carta straccia. “Certo, è una domanda idiota. Come
potresti averlo dimenticato? E io ti promisi un regalo
speciale.”
“La testa del re sorgente dal fiore di loto.”
Sapere che se ne ricordava mi diede un attimo di
irrazionale gioia, subito cancellata dalla realtà dei
fatti.
“L’avevo nascosta” proseguii. “La sottrassi dalla tomba
il giorno seguente all’apertura ufficiale e la tenevo
nel deposito in una cassa da imballaggio. Be’, per farla
breve… Lacau ed Engelbach sono andati a ficcanasare e
l’hanno trovata.”
Evelyn si portò una mano alle labbra.
“Non dovevi rischiare tanto. Io non ti avevo chiesto…”
“Ma io te lo avevo promesso. Volevo farti felice.”
“Cosa succederà, adesso?”
“Mi inventerò qualche scusa, anche se sono certo che non
la berranno.”
“Ti accuseranno di furto.”
“È probabile.”
Eve tacque, giocherellando con il nastro del cappellino.
Poi la sentii bisbigliare: “Povero Howard…”
Fu come una goccia d’acido su una piaga aperta.
“Ti faccio pena, vero?”
“Ma che dici…”
Però non c’era convinzione nella sua voce, e lo sguardo
evitava il mio.
“Finire nei guai per un regalo a una ragazza. Succede ai
vecchi stupidi.”
“Tu non sei né l’uno né l’altro.”
“Sono decrepito. Ho tremila anni, Eve.”
Nel silenzio che seguì, la voce della Londra primaverile
stentava a penetrare tra le tende polverose. Il mio
studio era quieto quasi come una tomba dimenticata.
Anche noi, pensai, potremmo restarcene nascosti qui per
qualche migliaio di anni.
“Allora, puoi aiutarmi?” Evelyn si era alzata. “Papà
aveva raccomandato di affidarsi a te per un’evenienza
del genere.”
“Sì, certo. Contatterò il British Museum o il
Metropolitan, magari.” E vedendola muoversi verso
l’ingresso esclamai: “Aspetta! Vuoi davvero dimenticare
tutto dell’Egitto? Credi sia possibile?”
Lei si fermò, dandomi le spalle, e la vidi chinare la
testa.
“Non lo so. Ma l’Egitto ha ucciso mio padre. E
probabilmente ucciderà anche te.”
Si avviò verso la porta. La nostra conversazione, per
lei, era finita.
“Eve!” La seguii nell’ingresso, l’afferrai per le spalle
e la feci voltare verso di me. “Non posso farci niente.
Ho tentato, lo sai che ho tentato di vivere come tutti
gli altri, ma…”
“Ormai non ha più importanza. Ed è meglio che me ne
vada, adesso.”
“No, per favore.” La voce mi tremò. Il cuore mi
martellava in gola togliendomi il respiro. Lei mi stava
offrendo un’altra occasione e, reso stolto dalla mia
debolezza, non volevo perderla. “Resta qui. Ci sono
tante cose che devo dirti, cose che avrei dovuto
raccontarti quella notte.”
“Ma non lo hai fatto.” Era un’accusa. “Ogni volta che ho
ripensato a quella notte, ho cercato di convincermi che
tu fossi stato sincero con me. Interamente. Mi ripetevo
che dovevo darti fiducia, che non mi avresti mai
mentito.”
“Ed è così, Eve.”
“Hai taciuto. Non fa molta differenza. Non ti fidavi
abbastanza di me.”
“L’ho fatto soltanto per proteggerti.”
“Io non volevo essere protetta, volevo soltanto fare
parte della tua vita!”
Ira e lacrime in quell’esclamazione. La tesa del suo
cappellino, arma improvvisata, mi frustò il viso.
La tagliente ala di Nekhbeth.
Feci un passo indietro, e in quel movimento urtai un
piccolo tavolo che si trovava nell’ingresso. Un pila
disordinata di libri franò sul pavimento. La scena mi
sembrò così comica che scoppiai a ridere.
“Oh, Dio!” Evelyn lasciò cadere il cappellino e si portò
le mani al viso in un gesto di sgomento. “Scusami.”
Scossi la testa, cercando di soffocare la nota
leggermente isterica di quella risata, e mi chinai a
raccogliere i libri. La guancia sinistra mi bruciava, là
dove la tesa del cappellino mi aveva colpito… un
semplice, innocente, soffice manufatto di alta
sartoria… La frustata dell’ala di Nekhbeth, un marchio
a fuoco. Anche l’antica scottatura sulla spalla adesso
tornava a bruciare.
“Mi illudevo che mi avresti fatta partecipe dei tuoi
segreti.” Tutto il peso della sabbia che avevo scavato
in tanti anni era nella voce della giovane donna, e si
riversava su di me, una manciata a ogni parola, mentre
io cercavo di raccogliere i libri che sembravano
sfuggirmi dalle mani. “Ma io non voglio aspettare
tremila anni per avere la mia vita.”
Qualcosa, in quella frase mi allarmò. Lasciai stare i
libri a terra, abbandonati, le pagine aperte, simili a
uccelli morti, e mi rialzai. Dovetti appoggiarmi al
tavolo, per farlo.
“Cosa intendi dire?”
Lei trasse un breve respiro singhiozzante, e poi esalò,
quasi d’un fiato: “Domani sarà sui giornali. Mi sono
fidanzata con il figlio di Lord Burghclere.”
Lo conoscevo, e per poco non scoppiai a ridere.
“Lo spilungone stonato! Ricordo bene come ti facevi
beffe di lui, quell’estate a Highclere, quando si
esibiva al pianoforte con tua madre.”
“Mi è stato amico, dopo la morte di papà.” La sua voce
era fragile come una sottilissima lamina d’oro sul legno
millenario, e come l’oro priva di impurità; priva di
menzogna. “E prima che tu me lo chieda… No, non lo
amo. Non come ho sempre pensato che si dovrebbe amare.
Ma lui mi offre sicurezza, tranquillità, la possibilità
di creare una famiglia. Tutte cose che non avrei mai
pensato di desiderare.”
Di certo non le desiderava la bambina che giocava con
gli ushebti. Con un’audacia che mi meravigliò, le misi
una mano sotto e il mento e la costrinsi ad alzare il
viso. Volevo fossero i suoi occhi a raccontare per lei
quello che esitava a esprimere a parole.
“Cosa ti ha cambiato, Eve?”
Con un gesto leggero, ma anche deciso, lei allontanò la
mia mano restando a guardarmi fieramente; questa volta,
a testa alta.
“Voglio vivere. Semplicemente vivere.”
E fu come se a quelle semplici parole qualcosa si
spezzasse dentro di lei. Si morse le labbra soffocando
un singhiozzo. Si voltò e cercò di aprire la porta,
combattendo ciecamente contro la serratura, mentre le
lacrime le scorrevano sul viso. Mi avvicinai e feci
scivolare il chiavistello, ma lei non se ne accorse
neppure. Abbandonata contro la porta, adesso
singhiozzava forte, senza freno.
“Perdonami, Howard! Perdonami!”
Pensai che quel pianto l’avrebbe distrutta, tanto il suo
piccolo corpo ne era scosso. La forte, coraggiosa Evelyn
Herbert che andava in frantumi come l’ushebti del mio
sogno, stritolata da qualcosa di ben più potente della
sua volontà. Non l’avevo mai sentita piangere così,
neppure in quella buia stanza d’albergo al Cairo,
aggrappata a me accanto al letto di morte di suo padre.
E adesso dovevo rinunciare a prenderla tra le braccia e
confortarla.
Andai a raccogliere il cappellino che le era caduto
quando l’aveva usato per percuotermi.
“Mi spiace” dissi porgendoglielo. “Si è un po’
sciupato.”
Lei lo prese senza smettere di piangere, poi si accorse
che la porta era aperta e la spalancò.
“Non puoi andare in giro così” mormorai, ma lei scappò
fuori. Non potevo dirle altro, per fermarla.
Era finita nello stesso modo anche in un’altra vita,
frantumata e dispersa nelle sabbie trimillenarie, quando
Merinisut se ne era andato spezzando il cuore della
giovane ancella che lo amava, sacrificando
consapevolmente la piuma di Maat nel fuoco di una chioma
ardente. E di quella donna di tremila anni addietro non
conoscevo neppure il nome!
Abbiamo sbagliato tempo e luogo, pensai. La prossima
volta, se una prossima volta ci sarà, non dovrà più
accadere. Ci ritroveremo. Una giovane gentildonna e un
altrettanto giovane pittore con la testa piena di sogni
e di speranze. E la Maat sarà ristabilita. Non
permettere che sia un’altra beffa, magari a parti
invertite. Io un giovane ingenuo all’alba della vita, tu
una donna marchiata da troppi tramonti.
“Non confidare nella lunghezza degli anni, essi vedono
una vita come se fosse un’ora”. Un saggio scriba senza
nome aveva scritto quell’ammonimento migliaia di anni
addietro per un giovane di nome Merikare. Ero sicuro che
quelle parole fossero cadute inascoltate.
E alla porta spalancata su un futuro ancora da divinare,
bisbigliai: “Spero che tu sia felice”.
*
Stupefacente. Lacau sembrava ansioso di bersi qualunque
frottola preferissi raccontargli. Winlock mi riferì
tramite lettera che il direttore del Service des
Antiquités aveva accettato con evidente sollievo la
spiegazione secondo la quale la testa scolpita faceva
parte della serie di oggetti ritrovata tra i detriti del
corridoio d’accesso, e perciò non era stata classificata
insieme agli altri reperti. Non che ci credesse davvero,
naturalmente. Ma, secondo Winlock, Lacau era stizzito
perché Morcos Bey Hanna aveva elaborato un nuovo testo
per la concessione senza preoccuparsi di chiedere il suo
parere.
Quella concessione! Era una beffa, uno schiaffo in pieno
viso. Non sapevo proprio come Lady Almina avrebbe potuto
accettarla. Lei stessa era obbligata a presentare scuse
ufficiali per quell’insulto gettato in aula
dall’avvocato Maxwell e del quale non era minimamente
responsabile. Io avrei dovuto fare altrettanto,
naturalmente; e riguardo la ripresa dei lavori, per il
futuro non mi sarei dovuto considerare altro che un
dipendente della Sovrintendenza; non avevo diritto
neppure ad assumere i collaboratori che ritenevo più
idonei, se questi non garbavano al Governo.
Era un sopruso. L’ultimo dei trabocchetti che
costellavano quel labirinto infinito. Infinito… No,
prima o poi ne avrei raggiunto il cuore. Ma quale
creatura disumana avrei trovato ad aspettarmi?
*
Una leggera caligine avvolgeva la città. L’inverno,
allontanandosi, aveva lasciato inavvertitamente cadere
il suo fazzoletto sudicio su Londra. La serata era
tiepida, ma la nebbiolina che opacizzava il verde già
brillante dei prati impediva di godere a pieno della
stagione. I marciapiedi erano lucidi e viscosi come
scogli lambiti dalle onde. Bastava chiudere gli occhi
affinché il respiro ferroso della città diventasse
risacca. Ancora un paio di giorni, e mi sarei trovato
davvero sul mare.
America: un nome il cui suono ricordava il gonfiarsi e
distendersi di un’onda contro la riva. Che quell’onda mi
trascinasse pure via. Da troppo tempo mi trovavo con
l’acqua alla gola per avere ancora paura d’annegare. Ma,
intanto, al presente colavo a picco nella notte che
gocciolava dai tetti attraverso la caligine, e sembrava
insinuarsi sotto gli abiti, a intorpidire i movimenti.
Le mie ossa, abituate al clima egiziano, si coprivano di
ruggine e muffe di malinconia nella mesta primavera
londinese. Eppure preferivo rabbrividire per strada che
nel silenzio della mia casa. Sceglievo zone buie e
solitarie, per le mie passeggiate serali, costeggiando
il pericolo o semplicemente tristezza e squallore. Non
cercavo panorami gradevoli: non sarebbero comunque stati
l’Egitto.
“Ehi, dove te ne vai così tutto solo?” La voce era
bassa, impostata sui registri della seduzione a basso
costo. Profumo di gelsomini e fruscio di taffetà mi
sfiorarono. “Ti andrebbe un po’ di compagnia?”
Con la coda dell’occhio colsi un bagliore rosso, come
una fiamma improvvisa.
Saluta la Donna Scarlatta, Suvasini, Signora dal Dolce
Profumo…
Mi arrestai di colpo, come se avessi inciampato in
qualche invisibile ostacolo.
“Chi sei? Cosa vuoi?”
“Ti ho fatto paura?”
I suoi capelli erano di un rosso innaturale, ardente, e
sfuggivano da sotto il cappellino, simili la coda di un
uccello chimerico. La bocca cremisi sorrideva
vampiresca.
“Ma vai a farti…” Non conclusi la frase, e ridacchiai
stancamente per il volgare sarcasmo che in essa era
implicito.
“Potresti accompagnarmi tu, bello.” Lustrini bordavano
come frammenti di ghiaccio la scollatura dell’abito, e
le proiettavano sul viso sfocati arcobaleni.
“Lasciami in pace.”
“Se è pace che cerchi, nessuno meglio di me può dartela.
Pace, e molte altre cose.” Improvvisamente fece un passo
in avanti, mi afferrò la mano sinistra e se la portò al
seno. “Ascolta il mio cuore.”
Spine di una rosa d’oro mi pungevano il palmo… Ma
questa volta erano soltanto frammenti di vetro.
“Lasciami!” Cercai di ritrarre la mano, ma lei la tenne
saldamente, stringendomi il polso. La sua forza era
sconcertante. Un calore umido sembrava filtrare
attraverso la stoffa lucida dell’abito.
“Non fare il prezioso.” Rise, e io intravidi per un
attimo la sua lingua, rosea come quella di un gatto. “E
questo cos’è? Un pegno d’amore?”
“Non toccare quell’anello!”
Lei rise ancora, beffarda, e con un rapido gesto mi
sfilò l’anello dal mignolo.
“Prendimi, se ci riesci!”
E fuggì via, agile, sirena in squame di lustrini.
“Schifosa puttana!”
Le corsi dietro, ma lei era maledettamente veloce;
sembrava pattinare sui tacchi altissimi. La vidi
ficcarsi in un vicolo. Forse mi stava attirando in una
trappola, ma non potevo lasciarla scappare con l’anello.
Il vicolo era vuoto. Mi fermai un attimo prima di
addentrarmi a passo lento, ma c’era poco da vedere,
soltanto la scrostata piattezza dei muri. L’oscurità
puzzava, e gli unici suoni che si udivano erano i molli
rumori putridi sotto le mie scarpe: l’acciottolato era
cosparso di immondizie. Appena cinquant’anni prima, quel
quartiere era stato macabro teatro alle gesta di Jack lo
Squartatore.
“Ehi, sono qui!”
Un lampo rosso sembrò scaturire dal muro a destra, e
affondare in quello di sinistra, non lontano da me. Il
vicolo fetido era tagliato a metà da un’altra
stradicciola. Inseguii il rumore morbido dei tacchi sul
marciume, addentrandomi sempre più nel buio. E la voce
davanti a me mi chiamava, sbeffeggiava a ogni angolo,
ogni nuova svolta. Stavo nuovamente vagando senza meta
nel Re-stau.
Infine la raggiunsi. O, meglio, fu lei che si lasciò
raggiungere. Si era infilata in una stradina senza
sbocco, chiusa sul fondo da una palizzata che
probabilmente delimitava qualche cortile pieno di
rottami. Ero quasi senza fiato, dopo una corsa tutto
sommato breve. La caligine londinese mi cementava i
polmoni e appesantiva caviglie e ginocchia.
“Ridammi l’anello, puttana!” gridai con voce rotta.
Lei rise, e quando l’afferrai non cercò di fuggire.
“Avanti, bello. Fammi vedere cosa sai fare.
La immobilizzai contro la palizzata e le alzai le
braccia sopra la testa, stringendole con forza i polsi.
Lei teneva la mano sinistra chiusa pugno. La forzai ad
aprire le dita e le tolsi l’anello. Me lo rimisi al
mignolo, tremando. La donna mi fissava con aria di
sfida, ansimando. I denti le luccicavano tra le labbra
semiaperte in un sorriso beffardo, ma non riuscivo a
vedere i suoi occhi, due macchie d’oscurità. La sentii
bisbigliare qualcosa che non compresi, o forse fu
soltanto un ansito più forte. Poi le sue braccia mi
avvinghiarono, la sua bocca cercò la mia.
Saette lungo la spina dorsale. Respiravo l’aspro odore
elettrico della tempesta.
Hemseth… mio… per sempre!
Ebbi voglia di vendicarmi, farla gridare, di piacere o
dolore non importava. Mentre ci baciavamo a morsi, le
nostre mani si incontrarono in un goffo e febbrile
brancolare ostacolato dai vestiti.
Sii forte! Godi di tutte le cose dei sensi e
dell’estasi. Non vi è alcun dio che ti rinnegherà per
questo.
Lei alzò una gamba a cingermi le reni e mi afferrò per
il soprabito, quasi temesse che potessi sfuggirle.
“È lui che ti ha mandata da me?” sussurrai rocamente.
“Seth?”
E lei rise; una breve risata che terminò in un grido
soffocato quando la penetrai. Fu qualcosa di violento,
rapido e sporco, scandito da oscenità dapprima
bisbigliate e poi gridate; un atto di disprezzo, come
uno stupro. E non potevo trovarmi alibi, perché
nonostante mi mordessi le labbra erano i nomi perduti
che invocavo: Sahira, Janet, ed Evelyn. Anche lei,
intoccata e intoccabile come la sacerdotessa di Iside.
Poi restai ancora per qualche attimo avvinghiato a
quella sconosciuta che si abbandonava contro di me,
ascoltando i battiti del mio cuore che mi riverberavano
in gola e alle tempie, sempre più lenti. Quando mi
staccai da lei, mi sembrò di vedere i suoi occhi per la
prima volta: grandi, smarriti, languidi. Muovendosi
molto adagio, come una sonnambula, lei si asciugò le
labbra umide di saliva con il dorso della mano.
“Mi hai strappato il vestito” protestò in tono
distaccato e sognante.
Intorpidito e debole mi risistemai gli abiti, poi mi
frugai in tasca alla ricerca del denaro.
“Questo è per la scopata” dissi buttandole ai piedi un
paio di banconote “ questo per il vestito”
Una frusciante pioggia sul sudiciume del vicolo. Ma non
era lei che stavo pagando: erano le donne perdute della
mia vita, che avevo profanato nel ricordo. Mi
allontanai, sfinito e nauseato.
Occhi di gatto ammiccarono per un istante in fondo al
vicolo, poi scomparvero. Un debole ma lungo miagolio
salì dall’oscurità, e mi sembrò una risata beffarda.
Bentornato tra noi, schiavo di Seth.
*
“Sono veramente contento di incontrarvi, signor Carter!”
E quello che mi stringeva la mano era il presidente
degli Stati Uniti d’America.
Dagli escrementi di pipistrello delle antiche tombe ai
marmi politi della Casa Bianca. Aveva tutta l’apparenza
della favola. In realtà era una grottesca tragicommedia.
Egitto e Inghilterra mi guadavano con disprezzo,
l’America mi accoglieva come un eroe.
Alla prima conferenza, tenuta a New York il 23 aprile,
ero rimasto sbigottito nel trovarmi di fronte quasi
tremila persone. Per un attimo avevo pensato di scappare
via. Parlare davanti a tutta quella gente, raccontare
degli interminabili anni di delusioni, di quel primo
sguardo nella tomba alla pallida fiamma della candela,
del satinato splendore dell’oro che sorgeva a
sconfiggere l’oscurità millenaria. Come far percepire
loro le emozioni, come far sì che comprendessero?
Rischiavo di risultare retorico e falso, come quando ci
si sforza di sembrare convincenti raccontando di Santa
Claus ai bambini. Bastavano le centinaia di immagini su
pellicola a dar consistenza alla leggenda? Nonostante la
genialità di Harry Burton, o forse proprio per questo,
sembravano così irreali. Un troppo fragile supporto a
sostegno della mia storia, fragile come la mia voce
quando iniziai a parlare.
Fu semplice, invece. Tutankhamon era il nome che apriva
ogni porta, la parola magica che rendeva reali i sogni.
E io che raccontavo, spiegavo, rispondevo alle domande,
ero Aladino e insieme il genio della lampada, ero
Sherazade e il sultano: narratore, protagonista e
spettatore della mia favola. Insieme al pubblico tornavo
a scendere i sedici scalini, vedevo il tremito delle mie
mani che sfioravano la bara di legno dorato. A ogni
conferenza rinnovavo una magia, come adesso lì alla Casa
Bianca, in presenza di un pubblico scelto di personalità
politiche.
Apparenze. Winlock mi teneva costantemente informato di
quel che succedeva in Egitto, e questo mi impediva di
godere di quel surrogato di trionfo. Perché non avevo
risposte per una delle domande che più spesso mi
venivano rivolte, la stessa che quel giorno anche il
Presidente mi aveva posto: “Quando riprenderete i lavori
nella tomba, signor Carter?”
*
Tutt’attorno alla piccola imbarcazione di papiro,
l’acqua del fiume ribolliva.
Il ragazzo stava eretto a prua. Sul capo gli splendeva
la duplice corona delle Due Terre. Tra le mani un’asta
di legno di cedro inguainata nell’argento. La punta
dell’arpione riluceva sotto il sole, forgiata in puro
oro.
Il tempo era venuto: tempo di vendetta e di riscatto; o
tempo di fallimento ed eterna dannazione?
Ed ecco, la superficie dell’acqua s’infranse in un
gigantesco zampillo e, tra il ribollire della schiuma,
il mostro emerse. Era enorme, il più grande ippopotamo
che mai si fosse rotolato nel fango del Nilo; la sua
bocca smisurata grondava fango, le poderose zanne
mordevano l’aria, affamate. Un ruggito che non era da
gola d’animale né d’uomo scosse il mondo fino al cuore
delle acque primordiali.
L’asta di legno saldamente impugnata a due mani, il
ragazzo si protese verso l’acqua attendendo l’attacco.
Il disco del sole tremò come un grande gong, percosso da
un altro immane ruggito. L’ippopotamo s’avventò sulla
fragile barca di papiro.
Il Vendicatore scagliò l’arpione.
Il primo colpo ti staccherà le narici; il secondo ti
perforerà la fronte; il terzo ti lacererà il collo; il
quarto offenderà la tua nuca; il quinto ti trapasserà le
costole; il sesto ti lederà le vertebre; il settimo ti
spiccherà i testicoli; l’ottavo ti spezzerà le zampe
anteriori; il nono le zampe posteriori; il decimo ti
spaccherà il cuore.(1)
Il Nilo scorreva rosso.
E Iside raccolse il cadavere smembrato di Seth e ne
distribuì le parti tra gli dèi, affinché lo divorassero.
Lasciò le ossa ai gatti e il grasso ai vermi.(2)
Il Vendicatore ha sconfitto l’Assassino. Come fu
all’inizio dei tempi, e sempre sarà.
Davvero? Di nuovo lo scrosciare beffardo della risata
che conoscevo ormai troppo bene.
La bocca rossa era una ferita aperta.
Sconfitto un’altra volta, Merinisut. Perché non vuoi
arrenderti? Tu non sarai mai il Vendicatore. Accetta la
realtà.
Tendeva braccia bianche e insidiose come viticci d’edera
velenosa.
Tu hai scelto il tuo sentiero molto, molto tempo fa.
Rinato attraverso la pelle del sacrificio, consacrato
nel sangue. Hemseth!
Si abbarbicava a me, avvolgendomi nel suo calore, nella
tentazione della morte. Sapevo quanto fosse bello ardere
e consumarsi nel suo abbraccio.
Vieni con me. Accetta la pace che io sola posso darti.
Vieni… vieni…
*
Vieni… vieni con me…
Le ruote del treno ritmavano dolcemente l’invito.
Vieni…
No!
Mi svegliò il suono della mia voce, e mi ritrovai solo
nello scompartimento. Il signor Keedick, l’organizzatore
del mio giro di conferenze, era sparito. L’aria nel
piccolo ambiente era soffocante, imbalsamata nel profumo
dei velluti e del legno tirato a lucido. Il libro che
stavo leggendo prima d’addormentarmi era caduto sul
pavimento: non avevo le forza per raccoglierlo.
Mi strofinai gli occhi. Mi sentivo intorpidito e sudicio
più che se avessi trascorso l’intera giornata a scavare
nelle profondità di un sepolcro. Sogghignai a me stesso,
e quel sarcasmo mi pesava più del consueto. Mi ero
illuso di essere libero, dopo quell’allucinante notte in
cui avevo sfidato Crowley. Forse perdente, ma comunque
libero. Giocherellai con l’anello, come ero abituato a
fare quando riflettevo su qualche problema, ma non mi
riuscì di girarlo attorno al dito. Avevo le mani gonfie.
Non potevo fuggire. Crowley mi aveva rivelato questa
realtà. Non si può fuggire da se stessi.
Mi alzai e aprii il finestrino. Stava scendendo la sera
e il paesaggio canadese aveva toni viola cupo e nero tra
le dense macchie degli alberi; talmente diverso dalla
calcinata aridità a cui ero abituato da anni, da
appariemi alieno come un lontanissimo pianeta. Chiusi
gli occhi, lasciandomi schiaffeggiare dall’aria
frizzante e aromatica: sempreverde e muschio, lontane
nevi di alte cime, acqua tagliente come cristallo. Un
sollievo, perché non evocava nulla: non l’ondulata
campagna attorno a Highclere, non le aride falesie della
Valle. Solo aria limpida e anonima, l’ideale per
spazzare via tutti i viscosi rifiuti accumulatisi nei
recessi della mente. Mi faceva lacrimare, ed era un
bene, perché avrebbe purificato i miei pensieri. Anche
se per un attimo pensai che il vento fosse soltanto un
alibi; forse stavo semplicemente piangendo.
Il sogno incombeva ancora su di me. Il ragazzo con
l’arpione aveva gli stessi lineamenti delle statuette
ritrovate nel sepolcro; i lineamenti di Tutankhamon
raffigurato come Horus in procinto di trafiggere il suo
eterno nemico. Eterno. Era questa la verità. La lotta
non avrebbe mai avuto fine, né vincitori.
“Se desiderate cenare, servono il primo turno fra cinque
minuti.”
La voce del signor Keedick mi fece trasalire, Non avevo
udito il rumore della porta che veniva aperta. Su quel
treno tutto era discreto e silenzioso.
Mi voltai, senza rispondere. L’aria che entrava dal
finestrino mi arruffava i capelli, e forse era per
questo che Keedick mi guardava in modo strano. Poi
ricordai, e alzai una mano a toccarmi una guancia umida,
mormorando qualcosa riguardo al vento.
“Vi è caduto il libro” disse Keedick, e si chinò a
raccoglierlo.
Lo presi balbettando un ringraziamento. Per quel lungo
viaggio avevo scelto la compagnia di Byron. Sedetti con
il volume sulle ginocchia. La copertina non chiudeva
bene perché una delle pagine si era piegata. Cercando di
lisciarla mi accorsi che era strappata. Un taglio,
slabbrato come un colpo d’arpione, sfregiava alcuni dei
primi versi del Manfred, il dialogo tra il ricco e
disperato feudatario e gli spiriti degli elementi da lui
evocati nella speranza che possano placare il divorante
dolore per la perdita della donna amata.
“Terra, oceano, aria, notte, montagne, venti,/e la tua
stella/sono ai tuoi ordini, creatura d’argilla!”
Non c’era cosa che Manfred non avrebbe potuto chiedere,
non c’era cosa che gli spiriti non potessero dargli,
tranne…
“L’oblio… L’oblio di ciò che è in me.”
Questo, non c’era che un modo per ottenerlo.
Mi chiesi se ne avrei mai avuto il coraggio.
*
Era l’ennesima celebrazione mondana, un ricevimento dopo
una delle mie conferenze. Il salone dell’albergo imitava
uno chalet di montagna, tutto legno lustro e trofei di
caccia. Non si sarebbe potuto immaginare uno scenario
più stonato per brindare a Tutankhamon. Su uno dei
tavoli, un patetico cobra scolpito nel ghiaccio, alto
quasi cinque piedi, si scioglieva malinconicamente sotto
la vampa delle decine e decine di lampadine elettriche.
Tra le sue spire stringeva una nera e poco invitante
montagnola di caviale. E c’erano anche tremolanti
piramidi di budino e fette di pancarré tagliate sui
contorni dell’Egitto, e venefici intrugli alcolici
irrispettosamente battezzati Nilo Azzurro e Tutankhamon.
Un gruppo di orchestrali in giacca dorata, allusione
forse ai tesori della tomba, suonava svogliatamente
melodie che avrebbero dovuto evocare un’atmosfera
esotica.
Avevo la nausea. Il sapore di quegli astrusi cocktails
mi legava i denti, e la giacca da sera mi andava comoda
quanto una camicia di forza. Non c’erano vie di fuga. La
trappola dell’ammirazione scattava dovunque andassi.
Sorrisi, strette di mano, complimenti così esagerati da
sembrare insinceri…
Non mi disturbava parlare di Tutankhamon, naturalmente,
altrimenti non avrei mai accettato di tenere quel giro
di conferenze. Quello che non potevo sopportare erano le
domande personali. Incredibile quanta gente considerasse
essenziale conoscere qual era il mio piatto preferito, o
la musica che mi piaceva ascoltare. Ma la donna che mi
stava fissando adesso, a pochi passi da me, luminosa in
un abito di seta azzurra, non aveva bisogno di farmi
domande; di me sapeva già molto. Quando avevo udito la
consueta frase: “Posso complimentarmi con voi?” mi ero
voltato per borbottare il solito ringraziamento, ma le
parole mi erano rimaste in gola.
Un sorriso dolce e limpido come acqua, e gli occhi…
nonostante lo scorrere degli anni avesse disegnato
finissime linee nella pelle delicata attorno alle
palpebre, avevano sempre lo stesso sguardo di bambina
saggia.
“Janet?” bisbigliai, incredulo.
La luce elettrica giocava sulle onde dei capelli che le
scolpivano il capo in un’acconciatura all’ultima moda,
una specie di casco aureo, e quell’oro non si era
appannato. Era bella. Il tempo non l’aveva tradita.
“Quanti anni, Howard!” La mano che mi porse scintillava
di anelli, fuochi purissimi di diamante.
“Janet… Come mai ti trovi qui?”
Frasi banali e vuote che mortificavano i momenti mai
dimenticati. Una passeggiata all’ombra delle piramidi…
piccole macchie brune su un lenzuolo imbiancato dalla
luna…
“Mio marito fa l’antiquario e gira parecchio per
lavoro.”
Cercavo di specchiarmi nei suoi occhi limpidi per capire
quanto potessi apparirle cambiato: la figura più
massiccia, i baffi più folti, le spalle un po’ più
curve… e quanti sfregi di sconfitte, invisibili ma
percepibili agli occhi della mente? Se mi avesse
incontrato casualmente per strada non mi avrebbe
riconosciuto.
“Eri alla conferenza?”
“Sì, certo. È stato stupendo.” Il suo sguardo limpido
s’incupì. “Ho ancora il tuo disegno, sai? Ma come
potevi…” C’era una sola risposta, per quanto assurda;
e sulle sue labbra fu come un sospiro. “Lubhyami!”
“Il mio vero nome in questa vita, a quanto pare.”
“E in questa vita non c’è posto per altri desideri.”
L’aveva intuito fin da allora, perciò mi aveva lasciato
tornare alla mia Valle senza neppure fare un tentativo
per trattenermi.
“ Janet…” Tenevo ancora la sua mano tra le mie,
sebbene i diamanti mi ferissero il palmo. “Non sai
quanto piacere mi faccia rivederti.”
Quel salone non era più un luogo straniero e assurdo.
Potere di un volto amico! Il volto della ragazza di
vent’anni aldilà della cipria e il rossetto e tutte le
altre piccole alchimie di una quarantenne. La mappa
delle esperienze si era incisa sulla sua pelle con il
massimo rispetto per quel supporto delicato, e sotto la
morbidezza appena stanca delle braccia e dei fianchi
ritrovavo i muscoli sottili e le ossa leggere. Gli anni
possono essere più brevi di minuti, agli occhi del
ricordo.
“Mamma!” Alto, solido, biondo, in un abito elegante
portato con disinvoltura; e aveva i suoi occhi. “Mi
dispiace interromperti, ma papà vorrebbe… Oh… signor
Carter!” esclamò riconoscendomi.
Janet sorrise con una maliziosa aria di trionfo che la
fece sembrare ancora più giovane.
“Vedi che non raccontavo frottole?” E rivolta a me:
“Questo è mio figlio Robert”.
Il giovanotto biondo mi strinse la mano con vigorosa
cordialità. E anche lui profumava di lavanda e appretto
per camicie.
“La mamma mi ha parlato parecchio di voi.”
“Davvero?”
“Sì, tanto che stasera, mentre seguivo la conferenza, mi
sembrava di conoscervi da sempre.”
Scoccai un’occhiata a Janet, ma lei era tranquilla,
salda in quella sua incrollabile serenità che il tempo
sembrava avere accentuato, e contemplava il suo
magnifico figliolo con sguardo radioso d’orgoglio.
“Signor Carter, mi dispiace di rubarvi mamma, ma mio
padre vuole assolutamente presentarle una persona. È
stato un vero piacere.”
“Anche per me.”
Janet fece un lieve sorriso, palesando disagio per la
prima volta.
“Mi dispiace, devo proprio andare. Ma più tardi… Tu
non scappare di nuovo, mi raccomando.”
“No. Certo che no” mentii. Non sarei rimasto ad
aspettarla. Era questo il vero addio tra noi due, non
quello pronunziato vent’anni prima. La guardai
raggiungere un uomo di mezza età, alto ed elegante, e mi
chiesi se fosse lo stesso di cui mi aveva parlato a
Saqqara, il fidanzato indifferente e distante che non
sapeva percepire la passione sotto i lini inamidati di
una dolce ventenne. E se si trattava di lui, Janet gli
aveva mai raccontato della nostra notte insieme? Ma era
passato così tanto tempo che nulla di quanto era
avvenuto allora poteva avere influenza sulle nostre
vite. E la serenità che adesso si leggeva negli occhi di
Janet era conferma che lei non nutriva rimpianti; e
molti buoni ricordi, ricordi di altre notti, si erano
sovrapposti dolcemente a quello della nostra notte.
Lasciai che uscisse per sempre dalla mia vita, al
braccio di quel suo magnifico figlio e dell’elegante
marito. Formavano davvero una famiglia perfetta.
*
“Carter, cosa significa questo?” Herbert Winlock sedeva
dietro la scrivania, rigido come una sfinge, le mani
appoggiate al piano di lucido mogano. Davanti a lui
c’era una copia dell’opuscolo che avevo dato alle stampe
un mese prima.
“Vedo che l’hai ricevuto.”
“E letto. E torno a chiederti: cosa significa?”
La freddezza del suo comportamento mi disorientava. Ero
certo che avrebbe approvato la mia idea e si sarebbe
dato da fare per sostenerla, ma invece della complicità
nella quale avevo sperato mi scontravo con un sguardo
tagliente come lo sperone sommerso di un iceberg.
“Ho anticipato il mio ritorno a New York proprio perché
il tuo giro di conferenze è alla fine. Volevo parlare
con te per pregarti di non fare colpi di testa, ora che
la situazione in Egitto si sta facendo ancora più tesa a
causa dell’ostinazione di sir John… e trovo ad
aspettarmi questo… questa roba!”
“È la mia difesa.”
“Difesa? È un suicidio!” esclamò Winlock alzandosi in
piedi con slancio. Da quando lo conoscevo era la prima
volta che lo sentivo alzare la voce. “Com’è possibile
che tu non te ne renda conto? Nella tua foga di
screditare Lacau e il Governo egiziano non hai esitato a
pubblicare documenti confidenziali e segreti. Tutta la
storia della testa scolpita, e i telegrammi in codice,
dopo che io mi sono dannato per impedire che la faccenda
si risapesse in giro!”
“Ma l’opuscolo è destinato alla distribuzione privata”
cercai di spiegargli, non comprendendo i motivi della
sua ira. “Nessuna delle persone alle quali sarà
inviato…”
“E alla mia credibilità di archeologo non hai
minimamente pensato, vero? Non ti è passato per la mente
neppure per un attimo che adesso potranno accusarmi di
avere cercato di coprire un tentato furto!”
“Del quale nessuno ha una sola prova” ribattei. “Lacau
ha accettato le mie spiegazioni. E poi questo non è che
un particolare.”
“Un particolare? Secondo te sarebbe un particolare?”
Non lo avevo mai visto tanto sconvolto, e di certo non
mi sarei mai aspettato una simile reazione dal cordiale
e accomodante Herbert Winlock.
“Pensa al resto, piuttosto” gli dissi. “Se hai davvero
letto quanto ho scritto…” Raccolsi l’opuscolo e lo
sfogliai nervosamente, anche se conoscevo a memoria il
contenuto di ogni singola pagina. “Guarda qui, ho messo
in chiaro tutto, ogni mossa del Governo egiziano e di
Lacau. Il mondo scientifico sarà costretto a prendere
posizione contro questi ripetuti soprusi.”
“Messo in chiaro!” Winlock mi strappò di mano il
libretto e lo scagliò all’altro capo dell’ufficio.
“Tu non hai fatto che sputare veleno su quelli che
consideri i tuoi mortali nemici, persone che tu stesso
ti sei inimicato con le tue azioni irresponsabili, di
cui questa è soltanto l’ultima. Se vuoi rovinarti con le
tue mani, padronissimo di farlo. Ma non coinvolgere gli
altri! Io ho una reputazione e una famiglia, e non
intendo rischiare l’una e l’altra per le tue imprese
sconsiderate!”
Quella grandinata di accuse pesanti d’astio mi
raggelava; incapace di reagire, sentivo l’anima coprirsi
di lividi. Herbert Winlock, il mio migliore amico, colui
che tante volte aveva saputo infondermi speranza…
“Sei il peggior egoista che io abbia mai conosciuto,
Carter. Non ti importa su quali e quanti cadaveri dovrai
passare per vincere la tua guerra.” Dopo l’esplosione di
collera, il tono della sua voce era cambiato, ritrovando
la freddezza dei primi attimi dell’incontro. “Ho
sopportato per anni i tuoi capricci, ho cercato per
quanto potevo di limitare le conseguenze dei tuoi gesti
impulsivi. Ma desso basta, hai passato il segno. Come si
può cercare di aiutarti a costruire qualcosa quando il
tuo passatempo preferito consiste nel distruggere la tua
e l’altrui vita? Sono profondamente deluso. Deluso e
disgustato, e non voglio più aver nulla a che fare con
te.”
Mi negava il suo appoggio. Anche lui, come Breasted.
“Herbert, non puoi abbandonarmi proprio adesso.”
“Devo. Con me hai chiuso, Howard. E quel che è peggio,
hai chiuso anche con Tutankhamon. Se ti avvicini ancora
a quella tomba, finirai in manette. Sì, per te è finita.
Finita.”
Uscì sbattendo la porta su quell’ultima parola.
Il tonfo del martello del giudice; una sentenza di
morte.
“Io sono un’Entità attorniata da muraglie. Io sono un
solitario al centro della mia solitudine”.3
*
Non ritornai più al Metropolitan Museum, non volevo
correre il rischio di incontrarmi di nuovo con Winlock o
qualche altro membro della sezione egizia. In attesa
d’imbarcarmi per l’Inghilterra me ne restai in albergo,
recluso volontario.
Cercavo inutilmente di riflettere sugli ultimi
avvenimenti, ma i pensieri si rifiutavano di seguire un
ordine logico e si accavallavano, alcuni sfuggendomi
inesorabilmente, altri ritornando insistenti come
un’ossessione. Ma una certezza, al di sopra del caos, si
presentava inequivocabile; ero solo. L’ultima persona
sulla quale potessi contare mi aveva abbandonato. Dovevo
fare affidamento soltanto su me stesso. Ma quant’ero
affidabile?
Mi ero sentito talmente sicuro di me, mentre componevo
quel libriccino di poche pagine, durante tante notti
insonni… Il mio ultimo e fatale errore. Avevo esposto
le mie ragioni, spiegato, sottolineato, ribadito ogni
particolare di tutte le fasi della mia guerra contro
l’arroganza e la stupidità di stampa e Governo egiziano,
la rivelazione delle ingiustizie e i soprusi di cui ero
stato vittima avrebbe dovuto scuotere il mondo
scientifico e accademico come un terremoto di massima
magnitudine. E Winlock mi diceva che avevo sbagliato. La
verità era dunque un errore?
“O Maat, ecco che giungo a te dinnanzi, lasciami
contemplare la tua fulgida bellezza! Guarda, le mie
braccia si levano adorandoti; per il tuo santo e sacro
nome, o Verità-Giustizia, ascoltami!”4
Non c’erano né verità né giustizia nel mondo dei vivi.

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agosto

Gloria BarberiL’AUTRICE
Gloria Barberi nasce a Camogli (GE) il 6/9/1955, ma
dall’età di 6 mesi abita a Recco, poco più di 3
chilometri dal suolo natìo.
Da sempre appassionata d’arte in tutte le sue forme,
dopo un periodo trascorso a scrivere articoli sul rock
per le riviste Best e Nuovo Sound, debutta all’inizio
degli anni ‘80 sulle pagine delle fanzines SF…ere e
Pulp, dedicate alla letteratura fantascientifica e
fantasy. Fanno seguito pubblicazioni su numerose riviste
e periodici sia amatoriali che professionali, quali: The
Dark Side, Gli occhi di Medusa, Diesel, Shining, Yorick,
Lore, Urania Millemondi, L’Eternauta, La Gazzetta del
Mezzogiorno, Cosmopolitan, Inchiostro, Antarés, e le
antologie Fantàsia e Horror Erotico di Stampa
Alternativa. Il racconto La notte di san Valentino è
apparso in Francia nell’antologia Cosmic erotica
successivamente edita in Italia da Fanucci. Presente
anche in diverse antologie di autori vari edite da Il
Cerchio (Rimini) a seguito di vittorie e piazzamenti al
Premio San Marino.
È autrice di due antologie personali: Racconti Notturni
edito da Primordia (MI) e Come le bambole di notte
(Montedit, MI) e di alcuni romanzi: I Custodi apparso su
The Dark Side n° 34; Le viscere del Diavolo (Diesel
Extra); Lo specchio scarlatto (Diesel Speciale
“Pastiche”).
Nel 1987 collabora alla trasmissione radiofonica
Galactica di Radio Time di Scandicci (FI). Da qualche
anno si occupa di teatro in veste di
attrice/caratterista nella compagnia del Teatro Stabile
San Giuseppe di Ruta di Camogli, del quale cura la
pagina Facebook, ma anche di autrice. La pièce “Il
palazzo della Notte” ha vinto nel 2001 il premio Città
di Moncalieri ed ha partecipato in seguito alla rassegna
Aquilegia blu (Torino, 2002) nell’interpretazione
dell’attrice Franca Berardi.
Tra i premi conseguiti per la narrativa fantastica ci
sono il Premio Italia, Lovecraft, Courmayeur e
Repubblica di San Marino.
Negli anni ‘90 ha lavorato come traduttrice per la casa
editrice Nord e per la rivista esoterica Primordia,
oltre che per alcuni privati.
Appassionata anche di poesia, fa parte da diversi anni
del gruppo di scrittura “Anna di Vienna” che prevede
incontri a cadenza mensile su un argomento a tema e un
reading/spettacolo a fine stagione, con lettura di
poesie e prosa, siparietti teatrali, proiezioni video e
musica dal vivo. Ama “pasticciare” con Photoshop e
creare immagini che pubblica sulla pagina facebook Green
Mansions.
“Contagiata” da un amico genealogista ha creato anche
una pagina sui suoi antenati materni, appartenenti alla
comunità valdese di Torre Pellice, che le ha permesso di
scavare un po’ più a fondo nelle sue radici. E,
ovviamente, non si è fatta mancare una pagina Facebook
dedicata a L’occhio sinistro di Horus, romanzo nato con
l’intento di raccontare una realtà “alternativa” a
quella usualmente sfruttata riguardo il ritrovamento
della tomba di Tutankhamon, lavorando molto di fantasia
ma entro binari rigorosamente storici, e strizzando
l’occhio ai feuilleton di un tempo.
Chi desiderasse approfondire queste notizie può cercare
in rete, su Fantascienza.com e altri siti.

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