L’occhio sinistro di Horus 15° episodio di Gloria Barberi

L'occhio sinistro di Horus 15° episodio di Gloria BarberiContrariamente alle mie abitudini, quella sera avevo scelto di cenare nel ristorante dell’albergo. Di solito mi facevo portare i pasti in camera, dove li consumavo nell’ultima luce che entrava dalla finestra; lo splendore delle lampadine elettriche mi feriva gli occhi quanto il sole del mezzogiorno egiziano non era mai riuscito a fare. Mi sentivo come una bestia malata nella sua tana e pensavo che non ne sarei più uscito vivo. Ma quell’ultimo tramonto estivo era stato opprimente. Lo avevo visto scendere su New York come una caligine sanguigna, traendo ombre incredibilmente nere e spesse dai marciapiedi e gli angoli delle strade. La stanza d’albergo mi era sembrata una trappola, non più un rifugio, ed ero sceso dabbasso in cerca d’aria e voci umane.
Non desideravo parlare con nessuno; in realtà, la presenza degli altri mi irritava, e molte volte nell’arco del mio viaggio americano mi ero trovato a reagire sgarbatamente contro coloro che avevano la ventura di capitarmi tra i piedi. Il sorriso gentile di una fioraia aveva il potere di farmi saltare i nervi quanto gli strilli di un bambino capriccioso. Ma quella sera sentivo il bisogno di qualcosa che mi ricordasse l’esistenza del mondo. Non volevo essere coinvolto nella vita, chiedevo soltanto di rimanere ad ascoltarla in disparte, così come a volte, sulle rive del Nilo, ascoltavo il mormorio dell’acqua: un puro suono a testimonianza dell’esistenza di qualcosa di immutabile e sempre diverso, eterno e vitale.
“Io ti avevo avvertito.”

Arthur Weigal

Arthur Weigal

La voce mi sorprese mentre stavo versandomi dell’acqua. Il bordo della caraffa urtò contro il bicchiere in un tintinnio limpido. Alzai lo sguardo sull’uomo che stava in piedi davanti a me, aldilà del tavolo.
“Cosa vuoi?”
Non ero sorpreso, soltanto seccato per l’intrusione.
Arthur Weigall prese una sedia da un vicino tavolo non occupato, e sedette con modi misurati e calmi. “Dimentichi che sono anche un giornalista.
“Ti hanno dato l’incarico di spiarmi?” chiesi in tono acido. “Togliti dai piedi, non sei stato invitato.”
Lui non si mosse e restò a scrutarmi tranquillamente, a occhi socchiusi. La luce delle lampade elettriche creava insoliti riflessi azzurrognoli sulle onde dei suoi capelli chiari.
“Sei ubriaco, Carter?”
Sogghignai. “Magari. Ma in questo paese ubriacarsi è faticoso, le leggi proibizioniste cambiano da Stato a Stato.” E poi non avevo bisogno dell’alcol. Erano sufficienti frustrazione e malinconia a farmi sentire stordito e nauseato.
“Be’, non puoi lamentarti di come ti è andata qui in America.”
“Ti sei disturbato a venire a cercarmi soltanto per farti beffe di me?”
“Io voglio soltanto parlarti, Howard.” La sua espressione, dopotutto, non mostrava sarcasmo né derisione. “Parlarti da amico, se permetti.”
Sospirai pesantemente. “Ne ho abbastanza di buoni consigli e osservazioni disinteressate.”
“Non intendo darti consigli. Al contrario. Vorrei soltanto che mi aiutassi a capire alcune cose.”
“Ti sei rivolto alla persona sbagliata.”
Nessuno di noi due aveva ancora nominato Tutankhamon. Quel nome sarebbe suonato irreale e polveroso tra la fulgida e assoluta trasparenza dei cristalli che dominavano sul restaurant in tintinnanti cascate di gocce, e le frange di seta dei paralumi, e i pettegolezzi spensierati degli altri ospiti dell’albergo. Qui tutto era chiaro e profumato, terso e sofficemente rumoroso, così lontano dall’oscurità, l’aria greve e il silenzio pietrificato degli ipogei.
“Il giorno in cui fu abbattuta la porta della camera sepolcrale” disse Weigall adagio, quasi cautamente “io ero là”.
Non mi raccontava nulla di nuovo. Bevvi un sorso d’acqua.
“E quando ho visto Carnarvon scendere la scala di pietra… era allegro, scherzava… ho avuto come… come un presentimento. Ho sentito che non gli restava più molto tempo.”
“Non dire idiozie.”
Ma la mia mano, mentre posavo il bicchiere, tremava.
“Vorrei poter essere realista e positivo come te, ma quanto ti ho appena raccontato non è una fantasia, è un fatto. E, dopotutto, anche tu…”
“Io cosa?” lo interruppi seccamente.
“Anni fa, al Cairo, quando ti raccontai della morte di Ayrton…” rispose Weigall, abbassando la voce e protendendosi leggermente verso di me “non avevo mai visto nessuno tanto sconvolto”.
“Non stavo troppo bene, a quel tempo.”
“Neppure adesso, direi.”
“Insomma, che cosa vuoi da me?” chiesi, sempre più irritato.
Lui tornò ad appoggiarsi contro lo schienale della sedia. Adesso nei suoi occhi mi sembrava di scorgere un irritante sguardo di compatimento.
“Non sei cambiato, Carter. Cerchi sempre di mentire a te stesso.”
“Non mi…”
“Mentire a te stesso” ripeté Arthur Weigall, troncando sul nascere le mie rimostranze. “E anche questo è parte del messaggio.”
All’irritazione subentrò un subitaneo senso di vuoto alla bocca dello stomaco.
“Un messaggio? Da parte di chi?”
“Lui dice di chiamarsi Frater Perdurabo.”
Fu come se un sottile filo di brezza gelida fosse scivolato attraverso il ristorante da una invisibile crepa nella tappezzeria rosa. Le frange dei paralumi non si erano mosse, non un tintinnio dai grappoli di cristallo appesi al soffitto, ma io avevo avvertito chiaramente il soffio invernale sulla mia nuca. Restai in silenzio, incapace di porre domande. La bistecca si raffreddava nel mio piatto.
“Questo bizzarro individuo… sì, credo che “bizzarro” sia l’aggettivo appropriato… mi ha contattato durante la mia ultima visita a Londra. Un incontro apparentemente casuale, in un club, ma ho avuto l’impressione che mi stesse aspettando, e che conoscesse parecchie cose di te.”
Annuii con un cenno del capo, molto lentamente.
“Non c’è che dire, tiene fede al suo nome. Non ho mai incontrato nessun cacciatore tanto ostinato nell’inseguire la sua preda.”
L’anello mi stringeva il mignolo in un minuscolo laccio di fuoco. Il dolore risaliva lungo i tendini della mano, s’irradiava alle ossa del polso e proseguiva lungo i nervi, fino alla spalla e al cuore.
“Be’, comunque sia…” proseguì Weigall in un tono indifferente che il suo sguardo indagatore contraddiceva “questo Frater Perdurabo mi ha incaricato di dirti che lo hai deluso.”
“È una mia prerogativa” mormorai, e avevo la gola così arida che mi doleva, ma sentivo che non sarei riuscito a sollevare il bicchiere e portarmelo alle labbra, era troppo pesante.
“Lo hai deluso, dice lui, perché per ben due volte ti ha messo in mano l’arpione e tu ti sei rifiutato di colpire l’ippopotamo.” Weigall esitò un attimo. Immaginai che stesse contando le gocce di sudore che sentivo scivolarmi lungo le tempie. “Ora, quell’uomo potrebbe benissimo essere Seth… ma tu non sei certamente Horus.”
“Ecco perché non ho ucciso l’ippopotamo” bisbigliai. Se almeno avessi potuto bere un sorso d’acqua!
“Lui è soltanto uno strumento, così ha detto. Uno strumento della Maat. E finché non comprenderai questo non potrai mai trovare la tua vera strada.”
“La Maat. L’equilibrio cosmico. Seth e Horus non potranno mai avere la meglio l’uno sull’altro senza annullarsi a vicenda.”
Il dolore andava lasciandomi lentamente, il fuoco liquido si ritirava lungo il braccio, come riassorbito nella cupa pupilla di lapislazzuli dell’udjat.
“Il Bene non ha ragione d’esistere senza il Male.”
Weigall mosse la testa in un lento cenno d’assenso.
“Dio sa se hai avuto la tua buona dose di entrambi.” Si alzò, scostando la sedia con cautela, come se non volesse far rumore. “Andiamo a parlare in un posto un po’ più tranquillo.”

Aleister Crowley

Aleister Crowley

Ci rifugiammo tra i velluti di un salottino da fumo che a quell’ora era praticamente deserto. Un’imponente pendola, che presidiava la parete di fondo tra due ampie finestre, mi rammentò in modo curioso le due statue ka a guardia della camera sepolcrale. Mi chiesi se le avrei più riviste, e rabbrividii. Avevo freddo. Il dolore mi aveva come sempre schiantato, lasciandomi debole e con gli abiti intrisi di sudore.
“Voglio raccontarti un paio di episodi che mi sono capitati quando lavoravo ancora per il Service des Antiquités.” Seduto in poltrona davanti a me, Weigall appariva calmo, ma non mi sfuggiva la forza con la quale teneva intrecciate le dita delle mani che stringevano il ginocchio della gamba destra, accavallata sull’altra; una finzione di disinvoltura. “Episodi per i quali troppo spesso mi sono inventato delle spiegazioni razionali. Ma adesso quelle spiegazioni non mi bastano più.”
Fece una pausa, guardandomi mentre mi accendevo una sigaretta. Voleva essere sicuro di avere tutta la mia attenzione, e mi chiesi a cosa mirasse. Avrei dovuto cacciarlo via, ma temevo che un gesto del genere avrebbe soltanto stuzzicato ancora di più la sua curiosità riguardo a Crowley. Il fumo mi scivolò nella gola arida come una boccata di acido. Trattenni a stento un colpo di tosse.
“Bene” riprese Weigall a bassa voce, sebbene nessuno potesse udirci. “Una volta stavo riportando alla luce la tomba di un visir della diciottesima dinastia, ma al posto della sua mummia trovai invece quella di un sacerdote. Nulla di strano, certe usurpazioni non erano insolite nell’antico Egitto. E anche in quel caso seguii la solita procedura: portai la mummia nei magazzini della Sovrintendenza e la liberai dalle bende, poi feci diversi schizzi e scattai delle fotografie. Tutto come sempre. Soltanto che mentre lavoravo su quella mummia mi sentivo perseguitato da una strana emozione, quasi fosse la prima che vedevo e toccavo. Le mummie non mi hanno mai fatto un grande effetto, ma questa era molto ben conservata, e il viso aveva un’espressione severa e tranquilla, come quella di un vecchio saggio addormentato. Mi sorprendevo a pensare che quell’uomo doveva avere posseduto le risposte a molti interrogativi della vita. E più di una volta…” La sua voce ebbe una lieve ma percettibile incertezza. “Più di una volta, mentre lavoravo su quella mummia, mi ritrovai con le lacrime agli occhi.”
“E allora?” chiesi in tono sbrigativo, per non lasciargli capire quanto le sue parole mi avessero colpito. La sensazione che andava descrivendo mi era perfettamente familiare.
“Allora… so che quanto sto per dirti ti sembrerà assurdo, ma è la pura verità. Quando… quando sviluppai le fotografie, su una di esse che inquadrava il volto della mummia c’era… c’era un’altra faccia. Che era, indubbiamente, quella di una persona viva. Non guardarmi in quel modo, Carter, non sto farneticando. Pensando a una sovraimpressione o a qualche strana reazione dell’emulsione ho anche fatto esaminare quella fotografia da un esperto, sia il positivo che il negativo, ma non siamo approdati a nulla. Sul negativo c’era il volto della mummia, ma nel corso del processo di stampa, quel volto mutava. E aveva gli occhi aperti. Occhi incredibilmente vivi.”
La pendola batté gravemente dieci rintocchi, una drammatica sottolineatura. Ridacchiai maldestramente, a disagio.
“Quasi una Sacra Sindone egizia. Ma quale vorrebbe essere la morale di questo tuo raccontino del mistero?”
“Dovrebbe esserci una morale? Sì, probabilmente, ma io non sono in grado di comprenderla.”
“E pensi che possa farlo io per te?” chiesi, e una malinconia tanto improvvisa quanto violenta mi serrò la gola.
“Non lo so. Vorrei poterti mostrare quella fotografia, allora capiresti come mi sento ogni volta che la guardo. Quegli occhi! Ma non l’ho portata con me. Non intendevo certo parlarti di questo, al principio. Io… dovevo essere soltanto un ambasciatore, tutto qui.”
Mi chiesi se si rendesse conto di tutti i sottintesi e le implicazioni di quanto andava dicendo, ma la sua espressione era soltanto confusa, senza nessuna sfumatura di sgomento.
“E adesso” dissi con un filo di compiaciuta crudeltà “ti sei reso conto che il messaggero non è immune dal messaggio che porta”.
“E non è finita.” Weigall si alzò e mosse qualche passo nel salottino. Un tappeto soffice come un prato primaverile attutiva ogni rumore. “Quella non è la sola cosa insolita che mi è capitata in Egitto. C’è stata anche la faccenda del teatro.”
Si fermò accanto alla finestra, dandomi le spalle, come se non osasse guardarmi in faccia mentre proseguiva: “Forse ti ricorderai di un disegnatore di nome Lindon Smith. Un inverno fu mio ospite a Luxor, mentre lavoravamo insieme su una tomba. Mi trovavo bene in sua compagnia, e la sera avevamo l’abitudine di fare delle lunghe passeggiate sulla riva occidentale del Nilo e contemplare le rovine alla luce della luna. Fu durante una di queste passeggiate che ci venne l’idea del teatro.”
Continuando a darmi le spalle si appoggiò al davanzale, scrutando tra le tende la notte di New York, pulsante di luci colorate.
“La Valle delle Regine ci sembrava un anfiteatro naturale, e decidemmo di sfruttarla come scenario. Naturalmente la storia egizia ci offriva ampia scelta di storie e personaggi, ma mia moglie insistette affinché il nostro lavoro teatrale fosse imperniato sulla figura di Akhenaton.” Weigall ficcò le mani nelle tasche della giacca, come assalito dal freddo. E dopo una breve pausa continuò: “Il copione vedeva il ka del re, derubato della mummia e la tomba, vagare smarrito nella Città dei Morti. Mia moglie volle interpretare lei stessa la parte di Akhenaton, tanto era entusiasta della storia. Prevedevamo di tenere la nostra rappresentazione davanti a tutta la buona società di Luxor. Ma quella rappresentazione non ebbe mai luogo”.
Il tappeto soffice come un prato primaverile sembrava assorbire anche la sua voce, che mi arrivava sfocata. Adesso Weigall aveva ripreso a camminare e, certamente senza accorgersene, girava attorno alla mia poltrona, chiudendomi in un cerchio sempre più stretto.
“Alla prova generale la moglie di Smith, che interpretava la parte della madre del faraone, non aveva ancora finito di pronunciare la prima battuta che cominciò a gridare in preda al dolore: disse che era come se la testa le si spaccasse, e non riusciva più a vedere nulla, era completamente cieca. Dovemmo trasportarla d’urgenza al più vicino ospedale. E qualche ora dopo toccò a mia moglie, colpita da un collasso.”
La pendola scandiva i secondi in sintonia con il mio cuore.
“È così quando loro chiamano” bisbigliai su quel ritmo, come una formula magica.
“Prego?” Weigall si era fermato alle mie spalle, appoggiando le mani sullo schienale della poltrona. “Cos’hai detto?”
Scossi la testa e chiesi: “E poi?”
“Fortunatamente, le due donne si ripresero in fretta. Ma la nostra carriera teatrale era terminata.”
Schiacciai il mozzicone di sigaretta in un posacenere di cristallo che portava il nome dell’albergo scritto in oro su ognuno dei quattro lati. Sentivo il respiro di Weigall sui miei capelli.
“Howard, nessuno meglio di te può sapere se questo è soltanto follia o… un messaggio.”
Infilai un’altra sigaretta nel bocchino, e l’accesi. La risposta richiedeva tempo. Come potevo indirizzare Weigall sul sentiero giusto, io che da millenni non facevo che smarrirmi?
“Se c’è un messaggio” dissi infine, alzandomi dalla poltrona “devi decifrarlo da solo. Io non posso aiutarti”.
“Howard!” Weigall mi si parò davanti, sbarrandomi la strada. Era pallido, e nei suoi occhi ardeva una luce che mi era familiare. “Io devo sapere! L’Egitto comincia a farmi paura, si è divorato tutte le certezze che avevo.”
“No” dissi, più gentilmente che potei, e senza dargli il tempo di replicare lasciai il salotto.
Weigall non mi seguì.
Mentre mi dirigevo verso l’ascensore, suggendo avidamente il fumo della sigaretta come fosse pura aria di montagna, ricordai dove avevo già veduto lo sguardo febbrile di Winlock. Nei miei stessi occhi riflessi in uno specchio, anni addietro, al risveglio dopo una folle notte di stregoneria e di sangue.
*
Una stella brillava nel cielo incoronando la Cima. Una stella soltanto, come se tutto il firmamento si fosse oscurato a eccezione di quel singolo punto di luce.
La tua anima, fratello mio! La tua anima nelle braccia di Nut!
Gelo di gemma. Un raggio di quella stella me lo sentivo premere acuto in mezzo al petto. I polsi e le dita strette attorno all’elsa del pugnale erano intorpiditi dal dolore. Piccole schegge di pietra mi straziavano le ginocchia.
È dunque così difficile seguirti?
Mi sconcertava scoprirmi ancora tanto attaccato alla vita, nonostante il disgusto che provavo per me stesso, e la vergogna. Lacrime calde lungo le mie guance sempre più fredde; e le sentivo cadere come pioggia sulle mie mani, le vedevo scivolare sulla lama forgiata nell’azzurro metallo generato dalle ossa di Seth. Il mio misfatto non meritava di meno.
Un messaggero di Anubis salutò la tenebra, lontano nel deserto. A quel suono sussultai e le mie mani si contrassero ancora di più attorno all’elsa del pugnale; una breve convulsione che spinse la lama nel petto. La stella cadde, attraverso l’oscurità compatta del cielo. Mi penetrò nel cuore, gelida e rovente insieme.
O Horus! L’invocazione mi salì alle labbra assieme a un fiotto di sangue, gocciolando, sillaba a sillaba, tra i miei denti, lungo il mento, sulle mani che ancora stringevano il pugnale. Perché non hai illuminato il mio cammino con il tuo sguardo?
Non c’erano risposte in cielo, e nemmeno sulla terra.
“La morte è oggi innanzi a me come la guarigione per il malato…”
Il mio corpo, appesantito dal dolore, si reclinò su un fianco e scivolò tra la sabbia come un antico albero abbattuto da un fulmine.
… come uscire all’aperto dopo essere stati rinchiusi, come il profumo della mirra…
La luna sorgeva lentamente su di me, e aveva un volto infinitamente triste.
“… come lo star seduti sotto la vela in un giorno di vento…”5
Un volto infinitamente triste, e impreziosito da una lacrima.
*
Mi svegliò un rollio così forte che per poco non mi buttò giù dalla sedia a sdraio. Un vento teso e torrido spazzava il ponte della nave, destando risonanze metalliche. Non c’era luna, ma la notte era ugualmente luminosa, rischiarata da una fosforescenza che sembrava salire dalle profondità dell’oceano verso il cielo, per ricadere di nuovo tra le onde a ogni zampillo di spuma.
Mi alzai, scostando il plaid, e andai alla murata. L’orizzonte era sgombro, non si vedeva traccia di nuvole, eppure l’aria sapeva di tempesta, un ferroso e pungente sentore elettrico. Mi leccai il salmastro dalle labbra. Lacrime. Tempesta e lacrime. Ma non avevo nessuna isola su cui naufragare, nessuna dolce Miranda ad aspettarmi. Dopotutto, non avevo ancora capito se io ero Ariel o Calibano.
“Hai chiuso con Tutankhamon”. Le parole di Herbert Winlock erano un dolore sordo, simile a quello di una ferita piena di pus. Ne sarei morto intossicato.
“La morte è oggi innanzi a me come il desiderio di rivedere la propria casa dopo anni trascorsi in prigionia…”6
Un ago di luce penetrò all’improvviso la sottile cortina di foschia che velava le stelle, tracciando una perfetta scia di fuoco verde, e si tuffò aldilà dell’orizzonte. Lacrime degli dèi. Nut che scuoteva il suo strascico di stelle.
… come lo star seduti sotto la vela in un giorno di vento…
Ci sono molti modi di morire, pensai.
Rientrato in cabina, scrissi il mio totale atto di capitolazione a Pierre Lacau e il Governo egiziano: rinunciavo a ogni pretesa, ogni diritto sulla tomba e il suo contenuto. Ma che mi lasciassero tornare, per favore.
*

Lord Carnarvon

Lord Carnarvon

Tutto era come ricordavo, nello studio di Lord Carnarvon: la sua poltrona dietro la scrivania, le pile di volumi su cui dorsi riluceva l’oro zecchino, i quadri scuriti dal tempo nelle loro cornici intagliate, i preziosi soprammobili.
Lady Almina, invece, era cambiata. Sembrava che il trascorrere del tempo, invece che addolcire il suo dolore, lo rendesse più profondo. Nei primi mesi dopo la morte di suo marito mi era apparsa ancora fiera, combattiva, come se si opponesse alla tristezza con tutte le sue forze. Ma adesso le linee del suo viso erano una mappa di sconfitta rassegnazione.
“Non ero più entrata qui dalla morte di George. È Eve che si occupa personalmente di tenere tutto in ordine. Non permette ai domestici di toccare le cose che erano di suo padre.”
Eve… Sapevo che si trovava a Highclere, ma era molto abile a sfuggirmi. La sera prima aveva trovato qualche scusa per non scendere a cena, e gliene ero stato silenziosamente grato.
“In linea di massima sono d’accordo” riprese la contessa. “La collezione di antichità rappresenta soltanto un ricordo doloroso in più. È stato l’Egitto che me l’ha… ucciso” concluse in un bisbiglio.
“Maxwell però non intende mollare” le ricordai, cercando di mostrare una disinvoltura che ero ben lontano dal provare.
Quella stanza mi dava i brividi. Avevo la precisa sensazione che Lord Carnarvon ne fosse appena uscito per una breve passeggiata nel parco, e di certo non sarebbe stato contento di sorprenderci a frugare tra le sue cose.
“Se Maxwell riuscirà a farmi avere un risarcimento per le spese sostenute da mio marito non lo rifiuterò di certo. Ma quella roba… No, Carter, non voglio più vedermela intorno. Aspettate.” Lady Almina andò ad aprire un cassetto della scrivania. “Eve ha detto che le chiavi sono qui.”
La sua emozione nel toccare le cose appartenute al marito era evidente; era così pallida che sembrava sul punto di svenire. Pensai che Evelyn era stata crudele; nella sua ansia di sfuggirmi, imponeva a sua madre quella prova.
“Ecco…” La mano tremante di Lady Almina posò due chiavi sul ripiano della scrivania, l’una accanto all’altra. “Questa è la chiave della cassaforte; parte della collezione è lì dentro, adesso. Il resto è nella cassetta di sicurezza.
“Preferirei…”
Lei fece un cenno di diniego.
“No, cercate di capirmi. Davvero non me la sento. Ho già provveduto a informare la banca; state tranquillo, non vi creeranno alcun problema. E…” Un sorriso pallido e freddo quanto pioggia invernale le sfiorò le labbra. “Mi fido di voi, Carter.”
“D’accordo. Vedrò di contattare…”
Lady Almina mi interruppe un’altra volta con un gesto deciso.
“Il British Museum o il Metropolitan per me non fa differenza. Non voglio conoscere i particolari, non mi importa affatto chi avrà la collezione.”
Assentii in silenzio e feci per avviarmi alla porta, ma lei non si mosse. Si era mostrata più che riluttante a entrare in quella stanza, ma adesso sembrava altrettanto esitante a lasciarla.
“Mio Dio!” la sentii sussurrare. “Se soltanto riuscissi ad accettare una spiegazione razionale. Sapete che mio cognato Aubrey è morto?”
Aubrey Herbert, il fratellastro del conte di Carnarvon. Lo avevo conosciuto al Cairo durante la guerra, quando lavoravo come “messaggero del re”, e lo ricordavo come un eccentrico dal carattere fantasioso e gioviale.
“L’ho letto sui giornali” risposi.
“Sì. Negli ultimi mesi era diventato completamente cieco.”
E all’improvviso compresi che ciò che logorava Lady Almina non era soltanto dolore, ma paura.
“Non dovete lasciarvi influenzare da certe storie assurde!” esclamai, augurandomi di apparire indignato, ma lo stesso soffio d’aria gelida che mi aveva fatto rabbrividire nel ristorante di un albergo di New York era adesso in quella stanza, e sembrava spirare da una lontananza appena immaginabile, una desolazione aldilà del tempo e dello spazio, piena di malinconia e di nomi morti come le sale del museo del Cairo.
Lady Almina prese le chiavi e me le porse.
“Io ho due figli” disse con voce piatta, guardandomi negli occhi “e non voglio perderli”.
Presi le chiavi e le riposi con cura nella tasca interna della giacca, e mi sembrò di avvertirne il freddo peso attraverso la stoffa. Ma non sarebbe stato sufficiente a fermarmi il cuore, no davvero.
“Io sono ancora vivo” risposi serenamente.
Lady Almina alzò le mani e si ravviò i capelli, anche se la sua acconciatura era come sempre impeccabile.
“Voi gli servite, Howard.”
Così, alla fine l’aveva compreso anche lei. La sensazione di disagio che avevo cominciato ad avvertire dal preciso momento in cui avevo messo piede nello studio si era fatta, se possibile, ancora più intensa. Mi accorsi che trattenevo il respiro, tendendo l’orecchio per percepire in corridoio l’inconfondibile passo di Lord Carnarvon. E un improvviso, insopprimibile desiderio di cose vive mi portò un nome alle labbra.
“Evelyn… Non ci siamo potuti incontrare. Volete farmi il favore di salutarla da parte mia?”
“Sì, naturalmente.” Lady Almina mi prese sottobraccio e mi guidò gentilmente fuori dallo studio. Poi si volse per richiudere la porta e soltanto allora, dandomi le spalle, disse: “Mia figlia avrebbe piacere se ci foste anche voi, al suo matrimonio”.
“Ci sarò” mentii. Sarebbe stato come aprirsi le vene e restare a guardare il sangue che ne fluiva inarrestabile. “Se mi sarà possibile.”
*
Londra, nell’afa di fine agosto, mi pesava sulle spalle come una coperta fradicia del sudore di qualche malattia. Non riuscivo né a dormire né a mangiare, e a volte le mani mi si gonfiavano e dolevano come se me le avessero ammaccate a bastonate. Sapevo che la mia stessa inerzia mi stava uccidendo, ma ero completamente impotente. Avevo consegnato la mia intera vita nelle mani di esseri assai più capricciosi degli dèi d’Egitto, e l’unica cosa che potessi fare era attendere le loro decisioni. Ma i giorni trascorrevano in un’immobilità opprimente, e ogni singolo minuto di ogni giornata era come una corda tesa fino al punto di rottura e che tuttavia non si spezzava mai.
Avevo bisogno di pace. La reclamavano il corpo e la mente. E fu perciò che mi decisi a raccogliere l’invito di mia cugina Annie che dopo la morte di zia Kate aveva preso possesso della villetta nella quale avevo vissuto la maggior parte dell’infanzia. Anche mia sorella Amy, insieme alla figlia, trascorreva gran parte dell’estate a Swaffham, lontano dal caldo e la confusione della città, dove suo marito John la raggiungeva per i fine settimana, a volte portando con sé mio fratello William con tutta la famiglia.
Io avevo sempre detestato quelle riunioni familiari, ma mi illudevo che ritrovarmi per qualche tempo in un ambiente “ordinario” potesse purificare almeno in parte la mia mente da tutte le incrostazioni di risentimenti che le vicende degli ultimi anni avevano lasciato in me, come dipinti corrosi sulle pareti di una tomba.
Ma non ci misi molto a capire di aver commesso un altro errore.
Mi erano estranei, tutti. E come avrebbe potuto essere altrimenti? Tuttavia il senso di estraneità era qualcosa che avevo messo in conto. Ciò che non mi aspettavo era la sfibrante sollecitudine di cui quegli estranei mi facevano oggetto. Soprattutto mi irritava il modo in cui evitavano con ogni cura l’argomento Tutankhamon. Ma il mio re era sempre presente tra di noi, come uno spettro dorato; nei loro sguardi, soprattutto, quando credevano che non li stessi osservando, nei loro gesti, nei bisbigli che a volte casualmente coglievo dietro a una porta, e in quella appiccicosa gentilezza che mi riversavano addosso. Amy in particolare; sembrava quasi che si sentisse colpevole di qualche misteriosa mancanza nei miei confronti e cercasse disperatamente di farsi perdonare.
Ma non era per amore che si comportava così, ne avevo la certezza. Una certezza solida come il granito di Assuan. Quegli estranei non mi amavano. Come potevano? Ma avevano compassione di me. E la compassione era un sentimento che non potevo tollerare da nessuno.
I pomeriggi che trascorrevo vagabondando in solitudine per la campagna non erano tanto terribili. C’erano soltanto la polvere delle strade e l’erba arida a cui rispondere delle mie azioni e pensieri. Potevo vagare come un sonnambulo in un limbo di sensazioni attutite, un surrogato accettabile della pace che avevo cercato. Ma a sera, in mezzo a quelli che avrei dovuto considerare miei familiari, mi sentivo un intruso. Persino la vecchia casa della mia infanzia sembrava respingermi, sbattendo le imposte, inceppando le ante dei vecchi armadi. Il pavimento di legno emetteva gementi proteste a ogni mio passo; in giardino l’erba nascondeva sassi appuntiti.
Dopo qualche giorno presi a reagire nel modo che mi era abituale, con l’insofferenza, rivoltandomi contro cose e persone. Imprecavo senza riguardo per le donne presenti e non perdevo occasione per commenti caustici e osservazioni sgarbate. Incredibilmente, con una pazienza che aveva del sovrumano, mia cugina e gli altri abbozzavano in silenzio.
Ma una sera in cui Annie aveva invitato a cena mio fratello William, mi spinsi forse un po’ troppo in là. Sapevo che mia cognata Julia era malata, e Amy mi aveva confidato che non c’erano speranze; pure, mi lasciai sfuggire un’osservazione sgradevole sulla morte. Fu mia nipote Phyllis, che dominava a stento la sua curiosità in quei giorni dai quali tutto ciò che ricordava l’Egitto era bandito, a fornirmene ingenuamente il pretesto, scherzando a proposito di un pezzo di formaggio dimenticato in fondo a una credenza.
“Oh, è proprio mummificato!”
Le labbra incolori di Julia avevano accennato un pallido sorriso.
“Meglio mummificato che pieno di vermi.”
E il commento mi era salito irresistibilmente alle labbra, ogni parola affilata come una lama di rasoio.
“Mummificati o divorati dai vermi cosa cambia, una volta che si è morti? Nulla di quanto accade al tuo corpo dopo che hai esalato l’ultimo respiro può garantirti la vita eterna.”
L’attimo che seguì fu di perfetta immobilità. I volti che mi attorniavano, esangui, sembravano ritratti di marmo su vecchie lapidi. Non c’era ira in quelle espressioni pietrificate, soltanto un’infinita mestizia. E mi sentii un miserabile, tuttavia non riuscii a chiedere scusa, dire quanto mi dispiaceva. Poi, dal fondo degli occhi di Will, vidi sorgere lentamente una cupa luce, simile all’aura di un sole eclissato: gelido, puro odio. Ma sia Will che John, il marito di Amy, erano gentiluomini, e non avrebbero certo fatto scenate a tavola. Annie mi fissava a labbra socchiuse, con un’espressione stordita. Phyllis era rimasta immobile accanto alla credenza, con il pezzo di formaggio “mummificato” ancora in mano, e Julia mi osservava stringendo con forza un tovagliolo tra le mani. Poi vidi una lacrima spuntarle all’angolo di un occhio e rotolarle lentamente lungo una guancia.
Una mano mi artigliò la spalla destra, e per poco non mi sfuggì un grido. Alzando lo sguardo incontrai gli occhi severi di mia sorella Amy.
“Howard, vieni con me.”
Mi alzai scostando la sedia con cautela, per non far rumore e non rigare il pavimento appena incerato, e seguii mia sorella fino in giardino.
La sera era umida e velata, e i grilli troppo accaldati per far concerto. L’aria ristagnava sul prato come acqua morta. Lo sguardo di Amy era identico a quello di nostra madre un certo giorno di trent’anni addietro, quando dalla mia cartellina era venuta alla luce, come un prezioso reperto da antiche rovine, la bellezza senza falsi pudori di Sahira.
“Non puoi proprio fare a meno di ferire gli altri, vero?” Naturalmente Amy non si aspettava una risposta. Continuò: “Sei sempre lo stesso, gli anni e le esperienze non ti hanno insegnato niente. Ti ritieni al centro dell’universo e non hai un briciolo di rispetto per i sentimenti di chi ti sta accanto. Pensi che il solo fatto di avere dei problemi ti autorizzi a rifarti sugli altri, quasi fossi l’unico a dover lottare e soffrire”.
Problemi. Nella sua serena ignoranza li chiamava problemi. Ma per il resto non potevo darle torto. Eppure io volevo bene a Julia, era una brava donna e sapevo quanto Will l’amava e quanto avrebbe sofferto quando lei se ne fosse andata per sempre.
“Mi dispiace” mormorai, ma la mia voce suonava piatta e priva di convinzione. “Te lo giuro, mi dispiace.”
“Non è a me che devi dirlo, ma a Will e Julia.”
Annuii. “Sì, sì. Lo farò.”
Amy rise brevemente, con amarezza.
“Ti abbiamo voluto con noi perché ti vogliamo bene, Howard, anche se tu fai di tutto per allontanarci da te. Credi che ci piaccia avere tue notizie soltanto dai giornali? Considerato poi come la stampa ti tratta… Ma comincio a pensare che quello che scrivono di te sia vero. Tu non sai come comportarti con i vivi, ti senti a tuo agio soltanto tra mummie e rovine. Già, cose inanimate che non discutono, non ti chiedono nulla.”
Quanto si sbagliava! E non potevo dirglielo. Verney, lui era il solo che avrebbe potuto capire. Verney… Mi mancava.
Amy mi aveva afferrato per un braccio e lo stringeva con forza, quasi avesse paura che potessi sfuggirle.
“Tu non c’eri mai quando avevamo bisogno di te. Quando è morto papà, e mamma, e Verney. Tu eri in Egitto a giocare alla talpa, lontano dalle responsabilità. Ma speravo che dentro di te ci fosse ancora qualcosa, un minimo di riconoscenza e di affetto per chi non ha mai smesso di volerti bene e cerca soltanto di esserti vicino, aiutarti.”
E come potevano essermi vicini? Loro, creature dell’epoca moderna? Un baratro di tremila anni ci divideva.
“Forse è il sole dell’Egitto che ti ha inaridito.”
Avrei preferito litigare con Will; una feroce litigata tra uomini, magari accompagnata da qualche pugno. La violenza mi era familiare. Ma quelle rimostranze dolenti, quel disprezzo che non mi concedeva attenuanti, erano difficili da trattare. Non sapevo controbatterli, potevo soltanto lasciare che mi rovinassero addosso, restandomene impassibile come uno dei colossi di Memnone. Probabilmente Amy non sapeva che anche la pietra, fredda e immobile, a volte può piangere.
“Non ti chiederò di andartene, questo spetta a Annie dirtelo. Ma pretendo che tu ti scusi con Julia e Will.”
“D’accordo.”
E sapevo che difficilmente ne avrei trovato il coraggio.
Amy però sembrò credermi. Lasciò andare il mio braccio e disse dopo un breve sospiro: “Va bene, ma fallo al più presto”.

Lady Almina

Lady Almina

Mentre mia sorella rientrava in casa, intravidi una figura alta e sottile sgusciare dietro le tende del salotto. Phyllis, ci avrei giurato.
Mi appoggiai alla staccionata, lasciando che le ombre della sera mi rinfrescassero gli occhi. Mi sembrava di avere sabbia sotto le palpebre e spilli conficcati nelle pupille. Stavo cominciando a scontare tutte le stagioni di venti aridi e sole bruciante.
Da qualche parte tra l’erba, un grillo si svegliò. Le lucciole ammiccavano nel buio.
“ Zio…” La voce di Phyllis mi risuonò alle spalle all’improvviso, senza che il rumore dei passi mi avesse messo sul preavviso. O mia nipote aveva camminato in punta di piedi, o io ero talmente assorto nei miei pensieri da non udire lo scricchiolio degli scalini di legno della vecchia veranda. “ Zio, mi dispiace.”
Mi voltai. Con le luci della casa a farle da sfondo, la figura di mia nipote si delineava snella e un po’ spigolosa. Mi diede un’impressione di sicurezza, anche se negli atteggiamenti e nell’andatura persisteva un certa goffaggine adolescenziale. Anche a quarant’anni Phyllis sarebbe sempre sembrata una ragazzina, pensai.
“Dispiace pure a me” risposi “anche se tua madre non è disposta a crederlo”.
Lei scosse la testa.
“Credevo che ti avrebbe preso a schiaffi.”
“Anch’io. E forse avrebbe fatto bene.”
La ragazza mi venne accanto e si appoggiò alla staccionata.
“Vi ho spiato dalla finestra” confessò.
“Lo so, ti ho vista.”
Lei restò in silenzio per qualche attimo, giocherellando con le frange del leggero scialle che si era buttata sulle spalle, poi chiese: “Non puoi non tornare in Egitto, vero? È come la storia di Sinuhe”.
“Sinuhe?”
“Me la raccontasti tu, tanti anni fa, non ricordi? È stata l’unica volta che hai passato il Natale con noi. Io avrò avuto cinque o sei anni.”
“Sì, certo” mentii. Difficilmente certi ricordi sopravvivevano al sole della Valle, inaridivano in fretta e si sgretolavano come mura di mattoni crudi, sabbia che tornava alla sabbia; i ricordi dell’Inghilterra non avevano fondamenta di pietra.
“Quasi ricordo ancora le tue precise parole. Era una storia affascinante. Sinuhe fuggì dall’Egitto perché per caso era venuto a conoscenza di un terribile segreto…”
“Una congiura per spegnere la vita del faraone.”
“Sì. E fuggì senza portare nulla con sé, tranne il suo mantello.”
“La storia di Sinuhe non parla di nessun mantello” la corressi.
“Ma sì!”
“No.”
E una strana ilarità, forse frutto della tensione che andava allentandosi, mi nasceva dentro lentamente. Dovevo fare uno sforzo per non scoppiare a ridere.
Phyllis si strinse nelle spalle, e con ostinazione quasi infantile ribadì: “Be’, nella tua versione il mantello c’era. Ma non è importante, no? Quello che conta nella storia è che Sinuhe viaggiò a lungo e visse in esilio per tanti anni, conoscendo anche fama, ricchezza e onori; ma infine la nostalgia fu più forte: non poteva morire senza aver rivisto l’Egitto. Così mandò un messaggio al nuovo faraone, pregandolo di permettergli di tornare”.
Un messaggio attraverso una distanza di tremila anni.
“Zio, non credi che Sinuhe, una volta tornato in Egitto, sia stato ucciso per ordine del faraone proprio a causa di quello che sapeva?”
“È probabile.”
“Però doveva tornare, proprio perché era scappato via lasciando il precedente faraone in balia dei cospiratori. Non è così, zio?”
Era così. Ineluttabilmente. E per la prima volta dopo tanto tempo, un tempo da contarsi in millenni, avvertii qualcosa di simile a un senso di pace allargarsi dentro di me, lentamente, come miele dorato rovesciato sull’amarezza dei miei giorni. Sarei tornato in Egitto, in un modo o nell’altro. Ero avvolto nel mio destino come nel mantello di Sinuhe, e dovevo tornare. Non fosse che per morire.
*
La notizia mi raggiunse a Madrid dove l’Accademia delle Scienze aveva deciso di insignirmi di una laurea honoris causa, la seconda dopo quella conferitami dall’Università di Yale qualche mese addietro.
Sir Lee Stack, comandante supremo dell’esercito britannico in Egitto, era rimasto vittima di un attentato al Cairo. In conseguenza a quest’atto terroristico, il governo di Zaghlul era caduto; e il nuovo Primo Ministro mi invitava ufficialmente a riprendere il lavori nella Valle dei Re.

Note:
(1) & (2) Il mito di Horus e Seth, rielaborazione dell’autrice.
(3) Libro dei Morti, capitolo XLII
(4) Libro dei Morti, capitolo CXXV
(5) “La morte è oggi […] in un giorno di vento”, Papiro Ebers
(6) ibid.

DODICESIMA ORA DELLA NOTTE
(Uscendo verso la luce)

Io ho varcato le porte dell’Aldilà,
per contemplare Osiride, il mio divino padre!
Ho fugato le tenebre che ti avvolgono
poiché io ti amo, Osiride,
e vengo per contemplare
il tuo volto.

(Libro dei Morti, capitolo IX)

Il cielo mostrava la trasparenza finemente smerigliata di un coccio di vetro rimasto a lungo in mare, un celeste sbiadito e velato che annunciava una giornata calda. Era quasi la fine di gennaio. Il venticinque gennaio 1925. Quella data sembrava avere un suo particolare ritmo, come una battuta musicale a conclusione di una sinfonia. Il mio esilio era finito. Per sempre.
Ero attorniato da una ghirlanda di facce scure, simili a strani frutti disseccati: le facce dei fellahin che da tanti anni lavoravano per me. E in un angolo c’era un pallido gruppetto con gli occhi arrossati di commozione: i miei collaboratori.
Pierre Lacau si fece avanti scortato da alcuni funzionari governativi. Un altro bel contrasto di colori, perché il direttore del Service des Antiquités adesso era terreo. Aveva con sé due mazzi di chiavi, uno della tomba e l’altro del laboratorio, e sembrava il signore di una città espugnata che si accinga ad accogliere il comandante dell’esercito vincitore. Mi sorpresi a provare compassione per lui. Sapevo che al Cairo aveva dovuto accettare in silenzio le spietate critiche di Georges Foucart, il direttore della missione archeologica francese in Egitto. Questa cerimonia davanti alla tomba, alla quale era costretto, rappresentava la sua penitenza, e gli avrebbe insegnato il sapore di sconfitta e disperazione.
Progettavo di umiliarlo ulteriormente rifiutando di stringergli la mano. Eppure, quando mi consegnò le chiavi, e vidi la sua mano tesa, il coraggio per quella crudeltà mi venne meno. Mi fu sufficiente notare che evitava il mio sguardo.
I due mazzi di chiavi erano come manciate di polvere d’oro tra le mie dita: li strinsi forte per timore di vedermi ancora sfuggire quel tesoro. La ghirlanda di facce scure si era stretta attorno a me. Tutti aspettavano un mio gesto, un discorso, una parola magica che sancisse la realtà di quell’istante. Glielo dovevo.
Avevo con me uno dei piccoli scettri ritrovati tra un sacrario e l’altro, una sottile canna sormontata da una piccola immagine dorata del faraone bambino. Al sommo dei sedici scalini la levai verso il cielo. Un raggio di sole strappò una lunga scintilla dalla figuretta d’oro. Allora un possente urlo corale, simile a un ruggito, eruppe dal gruppo dei fellahin, travolgendo la quiete del mattino.
“Ah, sir!” facendosi largo tra i suoi compagni, Gurgar venne a stringermi la mano. “Siamo tutti molto felicissimi che tornate!”
“Non mi crederete” mormorò Lacau con voce fragile “ma lo sono anch’io”.
Credergli o no, cosa importava? Lui non esisteva più, spazzato via in quel grido d’esaltazione, assieme a tutte le amarezze degli ultimi quindici mesi.
“Sì, sono tornato” bisbigliai; e non era né a lui né a Gurgar che mi rivolgevo. No, a nessuno che appartenesse a quel giorno e a quel millennio.
*
Attraverso la pesante lastra di vetro posata sul sarcofago, l’effige d’oro appariva ancor più irreale. Il metallo nel quale erano modellati il volto e le mani, che stringevano i simboli del potere, con la sua insolita sfumatura suggeriva il pallore della morte. Ma gli occhi, sotto l’accento blu-lapislazzuli delle sopracciglia, erano scuri e ardenti, incredibilmente vivi. Osiride aveva raggiunto la sua eternità. Per un bizzarro capriccio degli dèi, quel sovrano di cui la storia aveva pressoché cancellato il ricordo, sarebbe stato d’ora in avanti il più celebrato, il suo nome sarebbe fiorito sulle bocche degli uomini in ogni angolo del mondo. Era un giusto risarcimento, e io ero stato scelto per esserne l’artefice.
Poi raggiunsi il laboratorio. Tutto era come l’avevo lasciato, ma quell’anno di inattività aveva comunque prodotto dei danni. C’erano oggetti che non avevamo fatto a tempo a trattare con i prodotti adeguati, e adesso li ritrovavamo ancora più fragili di quanto già non fossero quando erano stati estratti dalla tomba: pochi mesi avevano agito su di essi come altri tremila anni. L’evanescente drappo funerario cosparso di rosette dorate appariva irrimediabilmente distrutto. Alfred Lucas mi confermò che la chimica non avrebbe potuto salvarne un solo brandello.
“E al Cairo ho visto i reperti che la Sovrintendenza ha fatto portare via dalla tomba” raccontai ad Arthur Mace. “Quei criminali non hanno la più pallida idea di come si debbano imballare simili reperti. È stato un miracolo se nessun pezzo ne è uscito gravemente danneggiato.”
Mace era silenzioso e assorto, per nulla partecipe dell’eccitazione che gli altri membri del gruppo mostravano.
“Che vi succede?” gli chiesi. “L’idea di riprendere il lavoro vi preoccupa?”
“No, al contrario. È che… d’ora in avanti non potrete più contare su di me.”
“Non potrò? Ma che dite?”
“Ho voluto essere presente alla riapertura della tomba, per niente al mondo mi sarei perso un momento come questo. Ma i malanni che la guerra mi ha lasciato addosso non mi permettono di continuare a lavorare nel clima egiziano.”
Certo, vedevo che era diventato ancora più magro, e nessun sorriso poteva mascherare l’espressione sofferente che gli contraeva i lineamenti. Come avevo fatto a non accorgermene immediatamente? Già, ero abbagliato dallo splendore del re d’oro nel sarcofago di pietra.
“Mi mancherete molto, Arthur.” Avrei rimpianto la sua tranquillità e i suoi modi discreti, oltre alla sua indubbia professionalità. Perdendo lui perdevo un prezioso collaboratore e un amico; un complice, pensai, ricordando un episodio di cui soltanto la luna e le stelle erano state testimoni, due anni addietro. Gli strinsi entrambe le mani tra le mie, cercando di comunicargli con quel gesto ciò che l’emozione mi impediva di tradurre in parole. “Spero che tornerete comunque a trovarci, di tanto in tanto.”
“Certo, potete contarci.”
In realtà, quella era l’ultima volta che lo vedevo. Non gli restava molto da vivere.
*
Non potevo riprendere immediatamente a lavorare nella tomba come avrei desiderato, perché febbraio avrebbe portato le prime tempeste di sabbia, e aprire la bara d’oro non era quindi prudente. Non sapevo quali difficoltà ci attendevano, e il caldo non doveva sorprendere la mummia priva di difese.
Era una dura prova, forse la più dura che avessi mai dovuto affrontare. Quell’attesa! Tutta la primavera e l’estate; altri otto mesi ancora, come minimo. Naturalmente il lavoro non ci mancava, con tutti i reperti presenti nel laboratorio che richiedevano immediati interventi di conservazione.
La sera non mi era facile abbandonarmi al sonno. Era l’unico momento nel quale il timore riusciva di nuovo ad avere il sopravvento sui progetti e l’entusiasmo. Nuovi problemi potevano sempre presentarsi, nuovi e antichi nemici disposti a tutto pur di impedirmi di estinguere il debito contratto trentadue secoli addietro.
Interrogavo l’occhio di Horus come fosse una sfera di cristallo, ma il cupo azzurro della pupilla non mi rimandava immagini. A volte, mentre infine scivolavo nel sonno, risentivo in bocca il sapore del sangue.
*
“Un pacco per voi, effendi.” Abdal mostrò le gengive rosee in un sorriso. “Viene dall’Inghilterra.”
Era abbastanza pesante, con angoli precisi, come se contenesse una scatola rettangolare, alta poche dita. La calligrafia con la quale era scritto l’indirizzo, sulla carta da pacchi, era piuttosto chiara e minuta, leggermente inclinata a destra: sembrava tradire una certa fretta, come nel tentativo di evitare dei ripensamenti. Non conoscevo quella calligrafia, né il nome del mittente, un certo Shaw, che abitava nel Dorset. Ma conoscevo qualcuno che si faceva chiamare T.E. O Ned.
Il pacco conteneva soltanto un libro; nessun messaggio, nessuna dedica, nemmeno un saluto. Avevo vagamente inteso parlare di quel libro, uscito qualche anno addietro in un numero limitato di copie. Adesso, evidentemente, si era deciso a darlo alle stampe. “I sette pilastri della saggezza”: era un titolo evocativo e insieme triste. Non c’era saggezza nel modo in cui Ned aveva condotto la propria vita, così come non ce n’era nel modo in cui avevo condotto la mia. Forse è questo che affratella tutti i sognatori.
Sfogliai qualche pagina. Il volume era molto curato, fin troppo per quella che intendeva essere una confessione. Le pagine avevano un morbido biancore satinato, nella chiara luce del mattino che entrava dalla finestra, e le lettere ornate che aprivano i paragrafi erano perfette al punto da sembrare miniate. Il libro conteneva parecchie illustrazioni, ritratti sublimati in una bellezza irreale. Aveva fatto della sua guerra un capolavoro d’estetica. Sconcertante.
Lo sguardo mi cadde su una frase: “I morti sembravano meravigliosamente belli. La notte versava su di loro la sua luce gentile, e ne faceva tenere forme d’avorio.”1
Ma era pur sempre la morte, mi dissi; e non importava che il sudario fosse intessuto d’oro o raggi di luna.
*
Il libro mi tenne compagnia per molte notti. Procedere tra quelle frasi impeccabili e accurate era a tratti come avanzare tra la sabbia del deserto; ci si poteva smarrire, cadere e desiderare di non proseguire oltre, perché proprio come il sole e la sabbia sgomentava e accecava. Era davvero simile al deserto, così bello e così crudele. Aldilà del colore dell’inchiostro riconoscevo lo scarlatto del sangue e l’indefinibile sfumatura inquieta degli occhi di Ned
Il lacero principe che avevo incontrato sulla scala del Savoy al Cairo rivelava in quelle pagine il prezzo e il peso della sua corona. Avevo visto giusto, allora. Avrebbero cercato di fare di lui un simulacro, un eroe di bronzo da esporre in una cattedrale, e quel libro era il suo rifiuto di tutto ciò. Era colmo di disillusione e crudeltà, e persino ferocia, che lo stile elaborato esaltava invece di appiattire. Mi chiedevo come si potessero descrivere angoscia, tortura e morte con parole così accuratamente soppesate.
Eppure c’era almeno un punto nel quale sembrava sorridere l’antico ragazzo di Oxford, il folletto che indagava nella mia vita con il suo sguardo turchino al di sopra del bordo lucente di una tazza di tè. La scena descritta era quella di un pantagruelico festino in un accampamento di beduini, un’orgia alimentare a base di montone e riso bollito, descritta con divertita ironia. L’effetto risultava troppo calibrato per essere involontario. Rappresentava una sosta in un’oasi di serenità, accordata al lettore prima di rituffarlo nei deserti della disperazione.
Odiare il tradimento e tradire: lui l’aveva fatto. Odiare se stesso: continuava a farlo, era evidente, e avrebbe forse continuato per sempre, sino alla fine dei suoi giorni. Potevo capirlo. Ma quando io mi ero spinto sul punto di uccidere lo avevo fatto quasi inconsapevolmente. Ned invece aveva eseguito sentenze di morte in piena coscienza; a volte in nome della giustizia, a volte per vendetta, altre volte ancora per pietà, come quando era stato costretto a finire il suo giovane servo Farraj, gravemente ferito, affinché non cadesse vivo nelle mani dei turchi che gli avrebbero riservato una morte ben peggiore.
Soltanto una volta dovetti interrompere la lettura, chiudere il libro e metterlo da parte, perché la mente e la carne si ribellavano con una nausea profonda al ricordo che le parole evocavano. Ned prigioniero, battuto a sangue, umiliato così come Crowley aveva umiliato me. “La cittadella della mia inattaccabilità quella notte andò irrimediabilmente perduta”.2 Io conoscevo il fascino corrotto della disgregazione, specchiarsi nella propria anima al fondo di un pozzo profondissimo dalle cui pareti stillano putredine e orrore.
Riuscii a riprendere la lettura soltanto la notte seguente.
Il sottotitolo di quel libro, “Un Trionfo”, era come una beffa estrema che avesse inteso giocare a se stesso. Non c’era proprio nulla di trionfale nelle vicende narrate, nulla di eroico o grandioso: le vittorie risultavano crudeli quanto le sconfitte. E Damasco, l’ultimo atto di quella tragedia di guerra, era il più straziante. Nelle strade il popolo esultava e acclamava i liberatori, ma le grida di gioia si perdevano in fretta nei bisbigli e il ronzio delle mosche in un ospedale pieno di moribondi e di cadaveri in disfacimento, dove gli unici a esultare erano i topi che non avevano mai avuto banchetto tanto ricco. Putrefazione ed escrementi, quella era la ricompensa per l’eroe; e non c’erano lacrime che bastassero a lavar via tali orrori, neppure la preghiera del muezzin che chiudeva l’ultima pagina poteva essergli di sollievo. Un richiamo destinato a non avere risposta.
Un richiamo. Anche il lungo ululato degli sciacalli tra le rocce delle Valle era un richiamo.
Richiusi il libro e restai in ascolto per qualche attimo. Soltanto un’altra volta, in passato, mi era capitato di udire uno sciacallo così vicino. Una notte di oltre trent’anni avanti, tra le rovine e gli spettri di Akhetaton. La notte in cui lui mi aveva parlato per la prima volta.
L’ululato si ripeté. Mi sembrò di sentirlo echeggiare sotto la cupola sghemba. Si sarebbe detto che lo sciacallo si trovasse a pochi passi dalla mia porta. Mi alzai e andai a sbirciare dalla finestra. Sassi e rocce, come sempre; e come sempre immobilità e tenebra. Socchiusi gli occhi, e le stelle parvero rimpicciolirsi, divenire puntini di luce ben definiti e privi di raggi. Due di questi punti di luce erano di un colore differente.
Vedevo appena la sagoma dell’animale, come uno strappo d’oscurità totale che rovinava l’imperlinatura di stelle sul mantello del cielo. Non era certo il primo sciacallo che vedevo, quello, eppure i vaghi contorni della sua figura sembravano mostrare una deformazione. No, “deformazione” era un termine inadatto, perché le linee erano armoniose, sottili. Piuttosto… Era qualcosa di alieno, eppure bellissimo. Presi il binocolo e spalancai la porta.
Lo sciacallo era immobile sulla curva della collinetta, proprio al limite oltre il quale iniziava il dolce digradare del terreno. Sollevai il binocolo.
L’animale guardava dritto nella mia direzione: le piccole schegge di stella dei suoi occhi puntavano verso di me, come frecce. Il loro gelo mi trafisse, profondamente, togliendomi il respiro per un istante. Di nuovo l’orribile sapore di sangue sulla lingua e tra i denti.
Vieni tra le mie braccia, fratello.
*
Le rocce si frantumavano inavvertitamente in sabbia sotto al maglio del sole. Un paziente lavoro di milioni di anni per creare un deserto. Il pomeriggio era fermo e limpido come l’acqua di un laghetto. Il vento taceva. Anche i rapaci non avevano voce.
“Guarda!” Il rintocco di un campanello d’argento a spezzare l’immobilità. La bambina seminuda s’accoccolò nella sabbia accanto al cadavere e ripeté più piano: “Guarda”.
Giaceva tra i sassi calcinati; disseccato e fragile, rattrappito come un vecchio frammento di cuoio, ma ancora riconoscibile dai lineamenti prosciugati del volto. La bambina allungò una mano a sfiorare l’elsa del pugnale che sporgeva dal petto, tra le costole disegnate sotto la bruna cartapecora dell’epidermide. Decorazioni in pasta di vetro scintillavano di cupo lapislazzuli e bianco latteo.
“È stato ucciso!”
“No, si è dato la morte.”
Il vecchio, in piedi dietro alla bambina, aveva un corpo magro ma forte sotto l’ampia tunica. Lunghi capelli candidi gli incorniciavano il volto. E gli occhi, pensosi nel disegno delle rughe, erano lunghi e scuri come quelli di Horus sui soffitti delle tombe.
“Che strano, i predatori hanno risparmiato il suo corpo.”
Rannicchiata come un piccolo ragno scuro, la testa leggermente piegata su una spalla, la bambina scrutava senza sgomento il cadavere. Il biancheggiare dei denti nell’arida cavità della bocca ricordava l’avorio dei pezzi di un gioco in un antico astuccio di legno.
<Chissà chi era, forse uno straniero.”
“No. Veste abiti egizi, non vedi? E c’è un anello sulla sua mano sinistra.”
Il vecchio si chinò e lo sfilò delicatamente dall’anulare del cadavere. Un bisbiglio come di sabbia appena sfiorata da un passo: polvere e fragili falangi, il dito si staccò e cadde tra i sassi. Socchiudendo le palpebre, il vecchio si portò l’anello all’altezza degli occhi e tenendolo tra pollice e indice lo rigirò, esponendolo alla luce sotto diverse angolazioni, come se lo stesse valutando.
“Un potente amuleto, eppure non ha fermato la sua mano. Conoscevo questo anello, e il suo proprietario. Appena un ragazzo, come il nostro sovrano divenuto Osiride.”
“Chi era?”
“Un infelice che percorse un sentiero sbagliato e con le proprie mani si è condannato a errare per sempre nel Duat, senza poter giungere a contemplare il volto luminoso di Ra.”
La bambina si alzò. La sabbia le era rimasta appiccicata alle ginocchia in due mezzelune dorate.
“Chissà perché ha scelto di venire a morire proprio qui, sulla strada che conduce alle Grandi Sedi.”
“Cercava qualcuno che ha perduto. Il suo signore. E se stesso.”
*
“Howard, mi sembrate distratto.” Il tono di Callender, sotto l’abituale bonomia, lasciava filtrare una leggera preoccupazione.
Mi tolsi gli occhiali e li posai sul tavolo del laboratorio, accanto all’agile boomerang che avevo iniziato a ripulire delle incrostazioni millenarie, e mi strofinai gli occhi.
“Mancanza di concentrazione.”
“Andate a riposare un po’. Me ne occuperò io.”
“Grazie, Callender, ma sarà sufficiente una tazza di caffè.”
Ci sarebbe voluto un filtro magico per scacciare dalla mia mente le immagini del sogno che ancora mi ossessionavano. E non mi potevo permettere di avere la testa tra le nuvole mentre lavoravo, gli oggetti che mi passavano tra le mani erano troppo fragili. Forse avrei dovuto seguire il consiglio di Callender.
Volsi lo sguardo attorno. Quanto ancora restava da fare! Recuperare il passato avrebbe richiesto il resto della mia vita. Ed era il minimo che dovevo al mio re.
Lo guardai, ritratto in una scena di caccia sulla parete dorata di un piccolo naos. Tra le mani Tutankhamon stringeva arco e frecce, e la giovane moglie, accoccolata ai suoi piedi, gli indicava la preda. Un attimo sereno di quella che era stata una vita felice. La vita che io avevo contribuito a distruggere.
Ma gli uomini non sono che pedine nelle mani degli dèi.
“Sir!” Gurgar si affacciò all’entrata del laboratorio, gettando un’occhiata guardinga, come per assicurarsi che non fossero presenti estranei.
“Entra” lo invitò Callender, che conosceva bene quell’atteggiamento.
Il caposquadra entrò con fare furtivo, le mani nascoste dietro la schiena.
“Allora?” chiesi.
“Una cosa da non credere, sir. Voi avete scavato tutta la Valle, sir, non è vero? Avete cercato il vostro re sotto ogni granello di sabbia. Ebbene, questa mattina un ragazzo di nome Chasim…”
E Gurgar si lanciò in un elaborato racconto, non trascurando i particolari dell’infanzia del protagonista. Sapevo che era inutile forzarlo affinché arrivasse al dunque, sarei riuscito soltanto a offenderlo. Perciò lasciai che sfrenasse la sua fantasia.
Callender e quanti si trovavano nel laboratorio avevano smesso di lavorare per ascoltarlo. Gurgar ci sciorinò il suo racconto in inglese, a beneficio di coloro per i quali l’arabo restava tale; e certe buffe espressioni che gli erano tipiche, e che avevo idea usasse consapevolmente, rendevano la narrazione ancor più gustosa. Ridemmo tutti quando ci spiegò come il ragazzo si fosse allontanato dagli altri operai per scavarsi una piccola buca nella quale depositare un bisogno fisiologico urgente.
“E scavando ha trovato questo.” Gurgar tolse le mani da dietro la schiena e posò sul banco, davanti a me, un oggetto avvolto in un pezzo di tela. “Dev’essere molto antico, sir!” aggiunse in un sussurro eccitato.
“Be’, vediamo.”
Svolsi la tela.
Pasta di vetro blu-lapislazzuli e bianco latte. La lama era scomparsa, naturalmente. Il metallo di cui sono fatte le ossa di Seth, e che gli uomini moderni chiamano ferro, si era decomposto in ruggine da millenni; ma l’elsa d’oro incrostata di ricami di vetro era intatta.
“Non è possibile!” bisbigliò Callender, dando voce ai miei pensieri. “Negli ultimi quindici anni avete rivoltato la Valle come un vecchio cappotto. Da dove salta fuori, questo?”
Da un sogno. Un sogno antico tremila anni.
“Bravo, Gurgar” mi udii dire con tono quasi indifferente. Mi frugai nelle tasche dei calzoni, dove tenevo sempre un po’ di denaro. “Questo è per il ragazzo, è quest’altro per te.”
“Grazie, sir! Moltissime grazie!”
“E se fosse un’antikas che qualche turista distratto s’è perso per strada?” insinuò Callender quando Gurgar fu uscito.
“No, state tranquillo. È autentico. Diciottesima dinastia.”
Raccolsi l’elsa del pugnale e strinsi entrambe le mani, dolcemente, attorno a essa. Schegge di stella nella mia carne.
*
Lo sciacallo era là, tutte le notti. Mi sorvegliava, era il mio guardiano. Anubi che indicava la via all’Oltretomba. Il suo sguardo era come un dolore fisso, eppure mi faceva sentire protetto. Non avrebbe permesso che il male si avvicinasse ancora a me, perlomeno finché rimanevo in Egitto.
Ma all’inizio dell’estate sarei dovuto ritornare in Inghilterra. C’era materiale da acquistare in previsione della stagione seguente, strategie di lavoro da decidere, contatti da stabilire. E, se pure avessi deciso di restarmene in Egitto, non potevo obbligare i miei collaboratori a fare altrettanto; e avevo bisogno di loro per programmare l’apertura del primo sarcofago: un progetto che non si poteva certo definire via telegrafo.
Pensavo che probabilmente avremmo trovato una serie di bare mummiformi l’una dentro l’altra, in una tecnica simile a quella adottata per i sacrari. E anche in questo caso ce la saremmo dovuta vedere con un fragile rivestimento d’oro modellato su un legno la cui struttura si era alterata nel corso dei millenni. Prima di metterci le mani sopra dovevamo essere in grado di prevedere l’imprevedibile e studiare le soluzioni migliori per affrontarlo.
C’era anche un’altra ragione, però, per la quale desideravo tornare in Inghilterra. Intendevo rivedere una persona, se questa persona avesse accettato di incontrarmi.
*
La mattina era calma e tiepida, leggermente caliginosa. Un velo di nebbia era rimasto impigliato tra i rami degli alberi, lieve abbastanza da risultare invisibile ma sufficiente a offuscare i contorni delle cose. Il mondo appariva simile a un quadro dipinto a pastello su un cartoncino ruvido: la strada sterrata tra la brughiera, in un contrasto di pastoso bruno terra di Siena e verde cupo, e il cielo di un delicato celeste un po’ spento. Tutto era morbido, dolcemente opaco. La natura sonnecchiava discretamente, senza rumore. Potevo udire il battito del mio cuore.
Non capivo perché mi avesse dato appuntamento in aperta campagna, come se per qualche ragione intendesse tenere segreto il nostro incontro. A ogni modo ero riuscito a decifrare le indicazioni del suo telegramma nella maniera giusta, e a trovare il bivio. Mi sentivo un po’ stupido, piantato lì all’incrocio di due strade di campagna, con la mia sacca da viaggio tra i piedi. Fortunatamente, quello non era un posto frequentato e mi era risparmiato l’imbarazzo degli sguardi di eventuali passanti. Mi trovavo lì da una ventina di minuti e ancora non avevo visto nessuno.
Il rumore arrivò a interrompere la quiete dopo circa una mezz’ora di attesa, salendo lentamente d’intensità. Dapprima soltanto il ronzio lontano di un grosso insetto, poi sempre più vicino e pieno: il rombo di una motocicletta. La vidi spuntare da un lieve avvallamento del terreno, dove la strada sfumava nella foschia. Per un istante ebbi l’impressione che neppure toccasse l’asfalto, sospesa come un miraggio sul tenue velo di caligine azzurrognola. Scintillava al pallido sole, nera e vibrante come un drago appena partorito dalla bocca di un vulcano. Il rombo basso e morbido del motore crebbe fino ad avvolgermi, e si smorzò dolcemente quando la motocicletta si arrestò accanto a me.
“Sono in ritardo” fu la prima cosa che mi disse, senza neppure un saluto. Sul suo viso, i larghi occhiali da motociclista ricordavano occhi d’insetto, un po’ appannati e languidi. Il vento gli aveva pettinato i capelli chiari all’indietro, e con quel suo corpo sottile, quasi rannicchiato sulla grande massa d’acciaio vibrante, sembrava davvero una qualche specie di piccolo abitatore dei prati, il grillo fatato di una favola per bambini. Lo sguardo cieco degli occhiali mi metteva a disagio. Sulla superficie curva delle lenti si disegnavano scuri profili di alberi e una porzione lattiginosa di cielo; e il mio viso, a seconda di come muovevo la testa. Ma sentivo i suoi occhi, come quel pomeriggio lontano nel controluce di un’ampia finestra inondata di sole: come allora, mi studiavano; e chissà cosa notavano di mutato, fuori e dentro di me, perché il loro era uno sguardo in grado di penetrare molto a fondo.
Lui era un ragazzo invecchiato: non esisteva definizione migliore per descrivere l’uomo di trentasette anni che mi stava davanti, perché sotto la pelle riarsa del lacero principe incontrato otto anni prima al Cairo riaffioravano i colori chiari del giovane assistente di Flinders Petrie, quel folletto talmente bizzarro che persino il suo maestro ne era turbato, come presagisse…
“Saltate su” mi disse.
“Lì sopra?”
Un sorriso, fugace ma ironico. “Non avrete paura.”
Nella mia vita ero montato su somari, muli, cavalli e persino dromedari, ma mai su una motocicletta.
“Invece sì, ho proprio paura” ammisi, negandolo al tempo stesso con un tono scherzoso.
Lui batté la mano inguantata sul fianco della motocicletta, come se vezzeggiasse un animale fedele.
“Boanerges potrebbe portarvi fino in Egitto, se non ci fosse il mare di mezzo. Avanti, salite. Avremo cura di voi.”
*
Il viaggio non era stato lungo: attraverso la brughiera e costeggiando il campo militare, sfilando accanto a macchie fitte di boschetti e cingolati simili a mammuth di metallo, sentieri seminascosti e piccole case affondate nel verde. Il luogo giaceva in una quiete che rasentava la letargia.
Guardai la casetta da gnomi che mi stava davanti, un minuscolo cottage circondato da un compatto muro di vegetazione, tranne che dal lato affacciato sulla strada. Dipinto di bianco, con un tetto molto spiovente, sembrava il rifugio temporaneo di un guardacaccia, non una vera e propria abitazione. In un certo senso era l’equivalente in stile britannico della mia casa nella Valle e, pur sviluppandosi su due piani, non era molto più ampia. Entrando, scoprii che il pianterreno si componeva di una stanza sola. Mi guardai attorno, misurando i confini del regno di quel principe spodestato.
Un regno raccolto, disordinato e in penombra. Moltissimi libri e una poltrona con leggio per sfogliarli con comodo, parecchi dischi e un grammofono. Il divano era ricoperto di pelli come il seggio di un re barbaro, e il piano della scrivania scompariva sotto fogli sparsi, incartamenti e quaderni.
“Non ci sono molte comodità” si scusò Ned “Manca la cucina, e anche il bagno.”
“Ci sono abituato.”
“Ma è un posto sicuro.”
“Sì, sembra proprio di sì.”

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Gloria BarberiL’AUTRICE
Gloria Barberi nasce a Camogli (GE) il 6/9/1955, ma dall’età di 6 mesi abita a Recco, poco più di 3 chilometri dal suolo natìo.
Da sempre appassionata d’arte in tutte le sue forme, dopo un periodo trascorso a scrivere articoli sul rock per le riviste Best e Nuovo Sound, debutta all’inizio degli anni ‘80 sulle pagine delle fanzines SF…ere e Pulp, dedicate alla letteratura fantascientifica e fantasy. Fanno seguito pubblicazioni su numerose riviste e periodici sia amatoriali che professionali, quali: The Dark Side, Gli occhi di Medusa, Diesel, Shining, Yorick, Lore, Urania Millemondi, L’Eternauta, La Gazzetta del Mezzogiorno, Cosmopolitan, Inchiostro, Antarés, e le antologie Fantàsia e Horror Erotico di Stampa Alternativa. Il racconto La notte di san Valentino è apparso in Francia nell’antologia Cosmic erotica successivamente edita in Italia da Fanucci. Presente anche in diverse antologie di autori vari edite da Il Cerchio (Rimini) a seguito di vittorie e piazzamenti al Premio San Marino.
È autrice di due antologie personali: Racconti Notturni edito da Primordia (MI) e Come le bambole di notte (Montedit, MI) e di alcuni romanzi: I Custodi apparso su The Dark Side n° 34; Le viscere del Diavolo (Diesel Extra); Lo specchio scarlatto (Diesel Speciale “Pastiche”).
Nel 1987 collabora alla trasmissione radiofonica Galactica di Radio Time di Scandicci (FI). Da qualche anno si occupa di teatro in veste di attrice/caratterista nella compagnia del Teatro Stabile San Giuseppe di Ruta di Camogli, del quale cura la pagina Facebook, ma anche di autrice. La pièce “Il palazzo della Notte” ha vinto nel 2001 il premio Città di Moncalieri ed ha partecipato in seguito alla rassegna Aquilegia blu (Torino, 2002) nell’interpretazione dell’attrice Franca Berardi.
Tra i premi conseguiti per la narrativa fantastica ci sono il Premio Italia, Lovecraft, Courmayeur e Repubblica di San Marino.
Negli anni ‘90 ha lavorato come traduttrice per la casa editrice Nord e per la rivista esoterica Primordia, oltre che per alcuni privati.
Appassionata anche di poesia, fa parte da diversi anni del gruppo di scrittura “Anna di Vienna” che prevede incontri a cadenza mensile su un argomento a tema e un reading/spettacolo a fine stagione, con lettura di poesie e prosa, siparietti teatrali, proiezioni video e musica dal vivo. Ama “pasticciare” con Photoshop e creare immagini che pubblica sulla pagina facebook Green Mansions.
“Contagiata” da un amico genealogista ha creato anche una pagina sui suoi antenati materni, appartenenti alla comunità valdese di Torre Pellice, che le ha permesso di scavare un po’ più a fondo nelle sue radici. E, ovviamente, non si è fatta mancare una pagina Facebook dedicata a L’occhio sinistro di Horus, romanzo nato con l’intento di raccontare una realtà “alternativa” a quella usualmente sfruttata riguardo il ritrovamento della tomba di Tutankhamon, lavorando molto di fantasia ma entro binari rigorosamente storici, e strizzando l’occhio ai feuilleton di un tempo.
Chi desiderasse approfondire queste notizie può cercare in rete, su Fantascienza.com e altri siti.

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