L’occhio sinistro di Horus 16° e ultimo episodio di Gloria Barberi

L'occhio sinistro di Horus 16° e ultimo episodio di Gloria BarberiQuella nostra prima giornata insieme fu fatta di frasi caute e silenzi pensierosi. Immaginavo che anche lui, come me, stesse valutando i possibili sviluppi di quell’incontro, e se fosse un bene o un male l’avermi permesso di entrare nella sua vita.
Quando si era tolto gli occhiali avevo scoperto nei suoi occhi nuovi climi: non più la tensione che precede la tempesta, non più la devastazione dell’uragano. Il suo sguardo ricordava quello di Austin Spare; esausto, ma privo della profonda soddisfazione del dèmone appagato. Lo spirito maligno che albergava in Ned era solamente stanco, stanco morto e nauseato, ma tutt’altro che appagato. Non lo sarebbe stato mai.
Non mi raccontò di sé, né del suo libro, e io capii che fargli domande era prematuro. I nostri discorsi furono banali, evasivi, evitando di scendere nel personale; toccavano gli argomenti più disparati per poi staccarsene immediatamente quando un’opinione, un’idea o semplicemente una similitudine rischiavano di aprire uno spiraglio sul nostro intimo. Ned era cordiale e svagato, e sembrava sempre guardare oltre di me. Non che i suoi occhi mi evitassero; era la stessa sensazione che avevo avvertito sulle scale del Savoy, come se fossi diventato tutto a un tratto completamente trasparente. Non era ancora tempo di investigare vicendevolmente in noi stessi; il sole era ancora troppo alto, e la luce troppo cruda.
Ned mi mostrò la sua collezione di libri, che era piuttosto vasta e importante, piena di classici di ogni epoca, e affiancava con candore il suo quasi omonimo D.H. Lawrence a San Francesco d’Assisi. Tra i dischi scoprii una gran quantità di Bach e Beethoven insieme a raccolte di canti gregoriani. Quelli, libri e dischi, erano gli elementi essenziali alla sua vita, tutto il resto sembrava essere soltanto un’accozzaglia di accessori superflui: i mobili, gli abiti, persino il cibo. In quella casa non c’erano neppure letti, solo un paio di sacchi a pelo: uno per Ned, l’altro per un eventuale ospite.
Fu soltanto verso sera che mi chiese di Tutankhamon. Avevamo consumato una cena frettolosa, imbastita con provviste conservate sotto campane di vetro, come reperti nelle teche di un museo. L’informalità di Ned rappresentava un vero sollievo dopo tutta l’etichetta dei ricevimenti ai quali ero stato costretto durante il mio giro di conferenze.
“Così l’avete trovato.”
“E credo siano state le vostre parole sui sogni e i sognatori a darmi la forza di perseverare.”
“Davvero? La gente presta troppa attenzione a quello che dico.”
Lo guardai per comprendere se fosse una battuta, ma fuori era il crepuscolo, la stanza cominciava a farsi buia, e non c’erano luci. Nella penombra violetta i suoi capelli avevano riflessi metallici. Sedeva sulla poltrona con il leggio, il mento appoggiato a una mano. Io, accoccolato per terra accanto al caminetto odoroso di antiche braci, mi ero volontariamente posto in una situazione d’inferiorità.
“La prossima stagione apriremo la bara. Non vi piacerebbe essere presente?”
Mi sembrò che indugiasse un attimo a riflettere su quella mia proposta, poi lo vidi scuotere lentamente la testa.
“No, non credo. Ci sono stati già troppi cadaveri, nella mia vita.”
I cadaveri dei soldati turchi, pallidi come avorio sotto la luce delle stelle; i corpi devastati che con le sue mani aveva ricomposto affinché potessero giungere in modo più rapido e dignitoso alla pace. La morte quasi bella.
Mi strinsi nelle spalle, cercando di rispondere in un tono noncurante: “Peccato, mi avrebbe fatto davvero piacere”. Poi azzardai a sondarlo più a fondo. “Ci avete messo un po’ a rispondere alla mia lettera.”
“È stato soltanto perché avevo degli impegni. Ho aspettato di potermi prendere una licenza. Ma non ho mai dubitato di volervi rivedere.”
Era arrivato il momento di chiederglielo.
“Perché mi avete mandato il libro?”
“Ne avevate bisogno.”
Proprio come pensavo. Lui poteva leggere in me anche a grandissima distanza.
“Sì, ne avevo bisogno. Ma avreste potuto farlo anche prima. Ci sono stati momenti nei quali mi sono sentito ben più solo di adesso.”
“No, sarebbe stato prematuro. Dovevate arrivare al compimento del vostro sogno.”
“Già. E i sogni, quando si avverano, non sono esattamente come uno si immaginava.”

Lady Evelyn Herbert

Lady Evelyn Herbert

“Se è così, significa che ad avverarsi non sono stati i nostri sogni, ma quelli di qualcun altro.”
Un dio addormentato da tremila anni. Risi, incerto sul valore da attribuire alla frase di Ned Possibile che avesse compreso anche questo?
“Non vi sto prendendo in giro, Carter.” La sua voce aveva un tono asciutto, di rimprovero. “Parlo per esperienza.”
“Scusatemi” dissi. “È che… sì, avete ragione. Sembra che attraverso Tutankhamon tutti cerchino di realizzare qualche loro sogno privato. Lacau, i politici, e addirittura il popolo egiziano che non si è mai curato dei propri antenati. E, forse, la ragione per cui in tante occasioni ho reagito impulsivamente e ho commesso un errore dopo l’altro è che il mio sogno io lo avevo coltivato per una vita intera, mentre gli altri… adesso cercano di portarmelo via.”
Più tardi, se ne avessi trovato il coraggio, gli avrei anche raccontato della mano sulla spalla.
“Però non ci sono riusciti. Ce l’avete fatta… voi. Io, invece…”
La lunga confessione, che era il suo libro, sintetizzata in quell’accenno di discorso che restò in sospeso. Poi, con un improvviso mutamento di voce, quasi stizzito, come se si vergognasse di aver dato mostra di vulnerabilità, Ned aggiunse: “Non ci crederete, ma ho assistito a una delle vostre conferenze”.
“Quella alla Royal Institution?”
“No. Un club di Chelsea.”
Ero incerto se credergli. Mi sembrava impossibile non averlo notato.
“Perché non mi avete avvicinato?”
“Ero nell’ultima fila e sono scappato immediatamente dopo che avete finito di parlare. Avevate attorno troppa gente.”
Ma nessun volto amico.
“Io qualche volta sono stato tentato di andare a una delle conferenze di Thomas” confessai “ma all’ultimo momento ho sempre rinunciato, non so perché”.
“Avete fatto bene. Lowell Thomas è un giornalista, e come tale non ha saputo fare di meglio che trasformarmi in un’attrazione da circo.”
Il trapezista a un istante dal salto mortale, con gli avidi occhi del pubblico puntati su di sé!
“E questa è in parte la ragione per cui ho dovuto scrivere il libro. Non è bello esistere soltanto attraverso la realtà degli altri.”
“Un giorno, della vostra vita ne faranno un film.”
“È probabile. Spero abbiano il buon gusto di aspettare che io sia morto.” Lo sentii ridere, la risata indulgente di chi prende in giro se stesso. “La gente s’impadronisce di te e ti plasma secondo il proprio desiderio, e senza naturalmente chiederti prima il permesso. È immorale.”
“A volte qualcuno agisce in buona fede.”
E pensavo a Evelyn, a come aveva potuto credere di trovare la sua felicità attraverso di me.
“In questo caso è anche peggio.”
Ned si alzò e fece qualche passo nella stanza, fermandosi davanti alla finestra; una piccola sagoma nera sullo sfondo violetto. Eccolo, pensai, l’eroe in cornice.
“Non dovete permettere che vi facciano questo, Carter. Dovete rendere pubblica la vostra verità.”
La mia verità. Non la verità in assoluto. Una precisazione importante.
“Ogni volta che mi ci sono provato” dissi “mi hanno lapidato. E poi un libro l’ho già scritto, e ne ho in programma un altro paio.”
“Libro?” La parola mi sferzò con onesta indignazione. “Quel catalogo degli oggetti trovati nella tomba? Quello non è un libro, è l’inventario del magazzino di un museo. Non ci siete voi in quelle pagine, soltanto Tutankhamon.”
Raccontare al mondo intero del dio d’oro riflesso nello specchio di Hathor, e del sapore del sangue nel bacio della Donna Scarlatta, del profumo di notti egizie sulla pelle di Sahira, e dello sguardo di bambina saggia negli occhi di Janet, e del disprezzo di Lord Carnarvon, e del mio incompiuto amore per Evelyn… gridarlo da una finestra spalancata.
<Io non ho il vostro coraggio.”
Ed echeggiando la risposta che una volta io avevo dato a Breasted, lui precisò: “Coraggio? No, non è coraggio. Soltanto disperazione”.
*
Akhetaton. Avevo visto giusto, quel giorno di tanti anni addietro, scaldandomi le mani attorno a una tazza di tè alla menta. E, più che mai, adesso Ned somigliava a quell’antico paradiso in rovina: abbandono e malinconia. E io volevo raggiungere le sue fondamenta, ma uno scavo accurato richiede audacia e delicatezza. Quanto a fondo poteva arrivare il badile della mia curiosità?
In quell’angolo d’Inghilterra Ned viveva quasi come un esule, e i motivi sembravano chiaramente illustrati nel suo libro, ma i termini dell’esilio erano bizzarri. L’esercito è un romitaggio piuttosto affollato e rumoroso. Mi raccontò che inizialmente aveva scelto la RAF, perché era sicuro che un paio d’ali, se pure soltanto di seta e acciaio, avrebbero potuto sollevarlo al di sopra del mondo e dalla materialità della carne che tanto detestava.
“Per me è stato davvero come entrare in monastero” mi disse.
Peccato che il “monastero” della RAF fosse pieno di novizi impertinenti, e alla fine il saio gli era stato strappato di dosso brutalmente. I giornali avevano sbandierato la sua nuova identità di aviere, e lui era stato costretto ad andarsene. Le grandi ali della RAF potevano offrire riparo a ogni sorta di individui, ma non a un eroe che rifiutava il ruolo impostogli. Perché rappresentava un’incognita, la scomoda testimonianza del malfunzionamento del perfetto ingranaggio militare e politico britannico.
Il nuovo rifugio di Ned erano i Corpi Corazzati, un rifugio davvero precario, più che altro una cella di rigore. Sembrava che quel piccolo uomo dall’aspetto di eterno ragazzo, che aveva già conosciuto nella mente e nel fisico più prove di quante la maggior parte della gente possa accettare, stesse cercando di inventarsi nuovi limiti oltre cui spingersi.
“Ma è utile. Intendo scrivere un libro. Un vero libro, questa volta.”
“Perché?” chiesi ingenuamente. “Cos’ha l’altro che non va? È grandioso. Non mi vorrete far credere che non ne siete soddisfatto.”
“Precisamente” rispose lui; e parafrasando la battuta di un aneddoto che riguardava uno dei suoi musicisti favoriti, spiegò: “Ci sono troppe parole.”
“Troppe note”, aveva detto una volta un re ignorante a Mozart, riguardo un’opera del genio di Salisburgo. E adesso Ned sembrava pensare qualcosa di analogo circa lo stile del suo libro.
E proseguì: “Volevo creare qualcosa di grande e importante, che potesse sopravvivermi, qualcosa come Moby Dick, o Zarathustra. Capite cosa intendo?”

Howard_Carter_1

Howard Carter

“Temo di no. Io sono tutto tranne che un intellettuale. Pesco a caso, a seconda dell’umore del momento.”
Lui sorrise: di nuovo quel sorriso sarcastico e malinconico al quale gli occhi, velati di stanchezza, non partecipavano.
“Se volete, posso farvi leggere qualcosa del mio nuovo libro.”
Erano poco più che appunti, pagine di diario, un bollettino da un inferno di fetide baracche, scandito da umilianti corvée tra i rifiuti. Nel rigovernare piatti bisunti in bidoni d’acqua lercia, negli sfiancanti esercizi fisici, nei camion traboccanti immondizia non c’era proprio nulla della severa nobiltà che l’esercito portava in parata nel corso delle feste nazionali. E i demoni guardiani dello squallido inferno descritto da Ned erano comandanti storpi e sergenti istruttori pervertiti che abbaiavano stolidamente ordini assurdi.
Le “troppe parole” contenute nelle pagine de “I sette pilastri della saggezza” non addolcivano la crudeltà delle vicende narrate, ma negli appunti per il nuovo libro non c’era un aggettivo in più, così che le frasi suonavano metalliche, taglienti, sporche del gergo scurrile della caserma. Le parole erano come spade usate per qualche sacrificio umano, viscide di sangue ed escrementi. Soltanto un editore temerario avrebbe osato pubblicare quella verità.
*
La seconda sera gli parlai di Tutankhamon. Iniziai dalla visione di Amarna e andai fino in fondo, attraverso i miei folli sogni e i loro messaggeri, il vecchio dagli occhi simili a quelli di Horus sui soffitti delle tombe e la bambina che aveva il nome di mia figlia: le anime delle Due Terre, antichissime e insieme giovani. E, ancora, gli raccontai dei demoni inviati da Seth a confondere il mio cammino, e di come anch’essi, in fondo, non fossero altro che degli agenti, ambasciatori, e perciò del tutto innocenti del messaggio che mi recavano.
“La guerra non può essere vinta. Mai. Si possono vincere soltanto delle battaglie. Ho dovuto impararlo sulla mia pelle, e ancora non so se sono capace d’accettarlo interamente.”
Ned mi ascoltava in silenzio, disteso nel sacco a pelo, le braccia incrociate sotto la testa. Sul pavimento, tra di noi, una candela finiva di consumarsi in una larga valva di conchiglia dai bordi sfrangiati e corrosi.
“Ditelo pure. Vi sembro pazzo. Ma giuro che quanto vi ho raccontato è accaduto davvero. Non è la mia verità, ma la verità.”
Lo sentivo respirare nel silenzio che circondava il cottage da ogni parte. La fiamma della candela palpitava annegando nella cera liquefatta che colmava il fondo della conchiglia, e quegli ultimi guizzi convulsi strappavano via dal viso di Ned brandelli d’ombra. Vedevo il suo profilo deciso, il dorso lievemente ricurvo del naso, e le linee forti del mento; tra le ciglia chiare, una goccia di luce, limpidissima. Poi, come a conclusione di un pensiero, vennero le parole, appena bisbigliate: “Così, voi sapete cosa si prova a togliersi la vita”.
“Non è un gran privilegio.”
Lui voltò la testa, a guardare verso la porta di uno sgabuzzino. Per un po’ vidi soltanto i suoi capelli, leggermente appiccicati sulla nuca.
“Howard…” Forse a causa della posizione in cui lui si trovava, la sua voce mi arrivò soffocata. “Andate nello sgabuzzino, per favore.”
Non comprendevo il senso della richiesta, comunque la mia esitazione fu brevissima. Mi districai dal sacco a pelo e feci come Ned aveva detto. Nello sgabuzzino era buio pesto; e mentre annaspavo cercando di far luce, lui mi disse ancora: “Non serve vedere. Cercate al tatto. C’è un cassettone proprio davanti a voi.”
Allungai le mani, brancolando come un cieco, e urtai la sinistra contro il bordo del mobile: un urto abbastanza forte e doloroso. L’anello tintinnò.
“Aprite il primo cassetto” mi ordinò Ned; e quando dallo scricchiolio del legno comprese che gli avevo obbedito, continuò: “Mettete dentro la mano. Troverete una cosa.”
La trovai subito, infatti. L’argento dell’anello mandò un altro tintinnio, più sonoro e limpido del precedente, incontrando il metallo. Con le dita seguii i contorni dell’oggetto, e un brivido rapido e violento come un colpo di stiletto mi percorse la spina dorsale.
“Prendetela.”
Esitai. L’inquietudine era un piccolo nodo doloroso alla bocca dello stomaco.
“Avanti, portatela qui.”
La sua voce era molto tranquilla, e fu questo a decidermi. La fiamma della candela agonizzava, piccolissima e azzurra, ma sul volto di Ned c’era un riflesso di luna. In quella luce vidi il suo sorriso aprirsi, sereno, mentre gli occhi contemplavano, con uno sguardo quasi affettuoso, la pistola che stringevo tra le mani.
“Bene, Carter. E adesso puntatemela contro.”
Il piccolo nodo di inquietudine si era trasformato in un pugno serrato che mi toglieva il respiro.
“No.” Dal peso si capiva chiaramente che era carica. “Potrebbe essere pericoloso.”
“Appunto. Suvvia, Howard, non deludetemi.”
Pronunziava il mio nome con la stessa intonazione insidiosa con cui Crowley mi chiamava Fratello Lubhyami; e il suo sorriso, che non avevo mai veduto così ampio e disteso, mi soggiogava. Anche il suo sorriso era simile a quello del messaggero di Seth, ne aveva la stessa magica potenza incantatrice, era una falce di luna, un frammento dello specchio di Hathor. Molto lentamente, alzai il braccio.
“Reggetela con tutte e due le mani. Ecco, così.”
Avrei dovuto impormi e farla finita con quello stupido gioco, ma la mia volontà era di nuovo talmente debole…
Ned sospirò con soddisfazione, aggiustando le braccia sotto la nuca.
“Perfetto. Se adesso vi dicessi… se vi pregassi di tirare il grilletto… lo fareste?”
Niente sembrava più facile. La sua fronte era così ampia, bianca, indifesa… Non ero mai stato consapevole di tanto potere nelle mie mani, neppure mentre minacciavo i ladri nella tomba rupestre di Hatshepsut, e tantomeno quando avevo puntato il fucile contro quel turista a Saqqara. La vita di un altro uomo, in questo istante, mi apparteneva totalmente. Potevo farne ciò che preferivo, secondo il mio capriccio. E fra tutti gli esseri umani che avevo incontrato nel corso della mia esistenza, lui era quello che più mi assomigliava. La tentazione era così violenta da stordirmi. Mi sentivo inebriato fino alla nausea.
“Probabilmente state pensando che è una cosa ben triste dover chiedere aiuto a un’altra persona per morire. A dir la verità ho già provato a farlo da solo, non molto tempo fa. Avevo studiato la coreografia con molta cura, scritto un sacco di lettere d’addio… troppe parole anche in quel caso, temo. Ma poi, qualcuno che si crede il mio angelo custode me lo ha impedito. Peccato. Il coraggio per certe azioni lo si trova una volta soltanto. “
“Mio Dio!” non l’avevo mai invocato così, qualunque potesse essere il suo nome, in un’autentica preghiera. “È questo che volete da me?”
“Mi affido a voi.”
Un’eternità. La tensione del mio dito sul grilletto mi lacerava i tendini. Anche Crowley si era offerto temerariamente al sacrificio, sfidandomi, perché io ero l’unica persona al mondo che ricordasse la propria morte, io solo conoscevo il fascino dell’abbandono oltre il limite estremo.
“La morte è oggi innanzi a me come la guarigione per il malato…”
Avevo creduto in questo sollievo, più di tremila anni addietro, ma si era rivelato una menzogna fatale, che trentadue secoli dopo avrebbe condannato al tormento un uomo chiamato Howard Carter; e non lui soltanto, ma anche quanti lo circondavano e lo amavano, la sua famiglia e tre dolci ragazze. Innocenti, a scontare la colpa millenaria di Merinisut l’infedele, il traditore. E quante volte un’insana smania di potere e conoscenza mi aveva allontanato dal mio sentiero? In quante precedenti vite che non ricordavo?
Ma io non avevo scagliato l’arpione contro Seth. E adesso sapevo anche perché. Riabbassai la pistola.
“No, Lawrence. Se davvero intendete pagare il vostro debito, vi consiglio di farlo in questa vita.”
Lui mi fissò a lungo senza battere le palpebre; poi il sorriso gli ritornò sulle labbra, ironico e indulgente.
“Se lo dite voi, dovrò credervi. In materia avete assai più esperienza di me.”
Sospirò e mi girò la schiena, rannicchiandosi nel sacco a pelo. Qualche minuto dopo, già dormiva tranquillo come un bambino.
*

Herbert Winlock

Herbert Winlock

La luce del mattino, filtrata attraverso la gran massa di vegetazione che circondava la casa, aveva una sfumatura verdognola. Ero sveglio da circa un’ora. La scena della sera precedente continuava a infestare i miei pensieri, impedendomi di riprendere sonno. Ned dormiva placidamente accanto a me, o così mi sembrava. Poteva anche darsi che fosse ben sveglio e ne se restasse immobile per non disturbarmi. La cera sul fondo della conchiglia si era solidificata e lo stoppino bruciato sembrava un piccolo insetto nero intrappolato in una goccia d’ambra lattiginosa.
Infine mi decisi ad alzarmi e vestirmi. Intendevo fare quattro passi attorno al cottage. Forse l’aria fresca del mattino mi avrebbe schiarito le idee. Mi ero appena richiuso la porta alle spalle che intesi il rombo di un motore, e di lì a poco un’auto sbucò dal fondo della strada. La carrozzeria era sporca e malandata, ma le parti meccaniche dovevano essere in perfetta efficienza. La frenata fu morbida e senza indecisioni. L’auto si fermò dall’altro lato della strada, proprio di fronte al cottage.
L’uomo che ne scese era giovane, sui venticinque anni, ed era alto e robusto, con capelli chiari. Qualcosa nel suo atteggiamento, il modo di muoversi rapido e brusco, lo qualificava immediatamente come un militare, anche se gli abiti che indossava erano quelli di un civile, e piuttosto anonimi.
Non appena mi vide s’immobilizzò per un paio di secondi in mezzo alla strada, squadrandomi da capo a piedi in una sola rapida occhiata; quindi coprì il resto del percorso che ci divideva a passo lesto, le braccia rigide lungo i fianchi e i pugni stretti.
“E voi chi siete?” mi buttò in faccia senza neppure salutare.
“Potrei farvi la stessa domanda” ribattei, ma con tranquillità.
Lui mi guardava stringendo gli occhi e le labbra, come se si preparasse a uno scontro fisico. Aveva bei lineamenti, ma forse un po’ crudeli, e inquinati da una certa rozzezza. E sembrava avere proprio una gran voglia di fare a pugni.
“D’accordo” gli dissi. “Mi chiamo Howard Carter e sono un amico di… del signor Shaw.
“Howard Carter? Mi pare che ho già sentito questo nome da qualche parte.”
“È probabile. Carter è un cognome piuttosto comune.”
“No, aspettate. Non siete mica quello che ha scoperto la tomba di quel re d’Egitto… come si chiama?”
“Tutankhamon. Sì” ammisi. Negare lo avrebbe soltanto reso più sospettoso. “Sono io.”
“Ah.” Il giovanotto parve rilassarsi, ma non sorrise. “Credevo che eravate un giornalista. Ce n’è sempre qualcuno qui intorno, gli danno la caccia.”
Così sapeva esattamente chi era Ned; e la cosa mi rinfrancò, fingere sarebbe stato un po’ troppo impegnativo.
“Se c’è una categoria umana che detesto è proprio quella dei giornalisti. Se ne pescassi uno nei paraggi potete giurarci che passerebbe un brutto quarto d’ora.”
Soltanto adesso il giovane accennò un sorriso.
“Bene, bene.” Mi porse la mano. “Io mi chiamo…”
“Jock!” L’esclamazione fece trasalire entrambi. Ned, mezzo nascosto dietro la porta, sporgeva fuori la testa come un bambino curioso. “Mi sembrava di aver sentito la tua automobile.” Poi si rivolse a me. “Howard, vi presento John Bruce. Fate attenzione: è un autentico diamante grezzo; forse non molto splendente ma parecchio duro.”
E così era quello il suo “angelo custode”, anche se aveva più che altro l’aspetto della guardia del corpo. Dai loro discorsi, mentre sorseggiavamo un tè, intuii che erano stati compagni nell’esercito, ma adesso il giovanotto lavorava in una officina meccanica nella zona. Non mi piaceva molto, quel tipo, mi ispirava una repulsione istintiva alla quale trovavo immediata giustificazione nel suo sguardo diffidente, ma di sicuro non poteva trattarsi soltanto di quello.
Era evidente che Ned lo affascinava, e Bruce avrebbe fatto per lui qualsiasi cosa che gli venisse chiesta. Eppure quell’uomo, forse perché più giovane e fisicamente più robusto, a tratti mi dava l’impressione di poter dominare su quello che un tempo era stato definito “il principe senza corona”. T.E sembrava aver bisogno di lui, e questa era l’arma su cui John Bruce poteva contare.
Una strana tensione si stabilì tra di noi. Bruce non nascondeva d’essere infastidito dalla mia presenza ed era evidente che mi considerava un intruso, mentre Ned cercava inutilmente di farci trovare un punto di contatto. A un tratto, forse seccato dalla palese freddezza con la quale io e Bruce ci trattavamo reciprocamente, nel bel mezzo di una conversazione si alzò e ci lasciò soli. Il momento di silenzio fu lungo e imbarazzante. Infine Bruce mormorò: “Voi non potete capire”.
Bella arroganza. Decisi di dimostrargli che ne sapevo più di quanto lui credesse e chiesi: “Siete stato voi a impedirgli di ammazzarsi?”
Avevo centrato il bersaglio. Il giovane si volse verso di me, gli occhi dilatati.
“Ve l’ha raccontato lui?”
“Come potrei esserne al corrente, altrimenti?”
Bruce si morse le labbra e chinò la testa, muovendosi a disagio sulla sedia, e cominciò, parlando rapidamente: “Non mi importa un accidente di come voi e gli altri lo giudicate, lui è una persona eccezionale, più migliore di tanti, e se a volte fa delle cose strane è perché ne ha passate un sacco di proprio brutte… Ma voi non potete capire, ve l’ho già detto.”
“Ehi” gli dissi in tono tranquillo e rassicurante “lui non ha bisogno che gli cerchiate delle giustificazioni. Quanto a me non sono proprio in grado di giudicare nessuno. Ma so come capita di sentirsi, a volte”.
Bruce scosse la testa, con un atteggiamento ostinato, e mormorò: “C’è una persona, nella sua vita. Un uomo che lui chiama “Il vecchio”. Non so chi è, un suo parente o un pezzo grosso dell’esercito, chi lo sa. Ma è uno molto potente, e malvagio, e lo obbliga a obbedirgli in tutto, gli fa fare delle cose… Ma se lui mi dice chi è e dove trovarlo… io, parola d’onore, vado lì e l’ammazzo.”
Provavo di nuovo l’inquietudine della notte precedente, come un sasso pesante e appuntito nello stomaco. Quello che il ragazzo raccontava un po’ goffamente, con un marcato accento scozzese, conteneva un’intonazione di minaccia.
“Cosa intendete dire con “lo obbliga a obbedirgli in tutto?”.”
Bruce era arrossito fino alla radice dei capelli.
“Oh… lui… se vuole ve lo dirà. Io non posso parlare di questo.”
Ned rientrò in quel preciso momento, come se fosse rimasto ad ascoltarci nascosto dietro la porta, e il giovanotto arrossì ancora di più.
“Carter…” Gli occhi chiari di Ned avevano uno sguardo del tutto nuovo, piatto e freddo come una lastra di ghiaccio, ma al fondo delle pupille c’era una luce… Fuoco, sotto il ghiaccio. Lava incandescente in un paesaggio artico. “Io e Jock dovremmo restare soli per un po’, abbiamo degli affari da sistemare. Perciò adesso vi accompagnerò al villaggio. Verrò a riprendervi tra un paio d’ore, o manderò Jock.”
Mi sarei dovuto opporre, ma la tensione che avvertivo nell’aria era qualcosa di malsano, e mi faceva paura. Fu per questo che obbedii senza discutere.
*
Il villaggio era carino, ma uguale a tanti altri, e non c’era nulla di interessante da vedere. Avevo fame e perciò mi infilai in una locanda, la cui antica insegna di ferro cigolava piano al vento. Il posto era semivuoto, ma mi sembrò che i rari avventori mi scrutassero con sospetto. Non pensai neppure che potessero avere riconosciuto la mia faccia da qualche fotografia pubblicata sui giornali. Quella era brava gente di campagna alla quale non doveva importare troppo di un faraone morto da tremila anni. Ma vedevano in me un forestiero che non potevano classificare tra il personale della vicina base militare… ero decisamente un po’ troppo vecchio per spacciarmi per una recluta… e di conseguenza si sentivano inquieti.
Mangiai in fretta, ansioso di togliermi di dosso quegli sguardi, e uscii di nuovo nella tranquilla mattinata estiva.
Una tenue nebbiolina indugiava ancora a velare il verde degli alberi e i tetti delle case. Le piccole guglie gotiche della chiesetta sfumavano contro il cielo pallido. Erano anni che non mettevo piede in una chiesa. Salii la breve scala di pietra. La chiesa aveva un aspetto molto severo e raccolto, nonostante le alte finestre a sesto acuto e i fregi che ornavano i cornicioni. All’interno c’erano penombra e frescura, e una gran quiete. Restai per qualche minuto a guardarmi intorno, tra le panche di legno scuro e gli inginocchiatoi lustrati dalla devozione dei fedeli, ma non riuscii a provare null’altro che un senso di tranquillità sonnolenta. Forse, pensai, per qualcuno sarebbe già molto.
Accanto alla chiesa c’era un piccolo cimitero: lapidi vecchie e nuove affondate nel verde. Io che ero sceso nei più profondi ipogei dei sovrani d’Egitto avevo sempre provato un’acuta repulsione nei confronti dei cimiteri occidentali; eppure, questa volta oltrepassai il cancello di ferro battuto quasi senza pensarci. Il cimitero era completamente deserto. Brezza, voci d’uccelli tra i rami degli alberi, furtivi fruscii tra l’erba. La ghiaia scricchiolava sotto le mie scarpe mentre passavo tra le lapidi, sbirciando nomi e date, memorie semicancellate di vite sconosciute. Gli egizi erano soliti scrivere, all’esterno delle tombe a mastaba e sui loro cenotafi, lunghe preghiere che esortavano i viandanti di passaggio a leggerle a beneficio del ka del defunto. Noi non ci siamo discostati molto da quell’antica tradizione. La civiltà industriale ci ha elargito comodità superflue, luccicanti giocattoli per bambini cresciuti, ma non potrà mai sconfiggere la paura del silenzio, dell’oblio, della dannazione.
A un tratto mi fermai. Non che la mia attenzione fosse stata attratta da qualcosa di particolarmente notevole o insolito: quello che avevo sotto gli occhi era semplicemente un pezzo di terra ancora vergine, privo di sepolture. In un punto, ai piedi di un albero, l’erba incolta appariva leggermente schiacciata, come se avesse per breve tempo ospitato un oggetto discretamente pesante. L’impronta era allungata, vagamente rettangolare; le dimensioni erano quelle di una bara. Probabilmente, mi dissi, posata lì temporaneamente nel corso di una recente inumazione. Mi guardai attorno, ma non vidi traccia di tumuli freschi.
La foschia, sopra di me, sembrava essersi fatta più densa, e il paesaggio che mi attorniava aveva assunto toni spenti, cupi. La malinconia mi cadde addosso, avvolgendomi come una sostanza vischiosa; un nodo mi strinse la gola e le lacrime mi bruciarono le palpebre. Idiota! E non capivo il perché dello smarrimento, della voglia di piangere. Non potevo certo immaginare, allora, che stavo guardando il lembo di terra che, esattamente dieci anni più tardi, avrebbe accolto le spoglie mortali di Ned

Pierre Montet

Pierre Montet

Lasciai il cimitero in fretta, ingoiando quell’irrazionale senso di tristezza. Il desiderio del sole dell’Egitto e delle torride profondità della tomba di Tutankhamon era quasi un dolore fisico. Ned non si vedeva ancora, e io non sapevo più dove andare. Così, anche se detestavo sentirmi addosso sguardi curiosi, tornai alla locanda. Fu lì che mi trovò John Bruce, mezz’ora più tardi. Ned lo aveva mandato a prendermi con l’automobile.
Bruce era pallido, e laconico. Guidava lentamente, come riluttante a riportarmi al cottage. Io non gli feci domande, e lui non mi disse una parola. Quando arrivammo, spense il motore, ma non accennò a scendere dall’auto.
“Non entrate?” gli chiesi.
Lui scosse la testa. “No, me ne vado. Non ho più niente da fare, qui.”
Ma sembrava volersi sincerare che io entrassi davvero in casa. Era triste, inquieto.
“Spero che non sia per causa mia” azzardai.
Bruce fece un altro cenno di diniego. “No, signor Carter. No.”
Non avevo idea di cosa potesse essere successo quella mattina tra lui e Ned, ma di certo non si era trattato di qualcosa di piacevole.
“Be’… addio” gli dissi frettolosamente, cominciando ad avvertire un certo disagio.
Lui, con una mossa repentina e inaspettata, mi trattenne afferrandomi per un braccio. “Signor Carter…”
Mi voltai a guardarlo. Sotto le sopracciglia aggrottate, gli occhi erano lucidi, quasi disperati. E la stretta della sua mano faceva male.
“Signor Carter, mi promettete che intanto che siete qui vi prendete cura di lui?” Era una vera e propria preghiera.
“Ma sì, naturalmente” promisi, più che mai a disagio.
Il sollievo distese i lineamenti del giovane. “Grazie. Grazie davvero. Allora parto più tranquillo. Sapete, lui ha così tanti nemici…”
Incluso se stesso, pensai, ma lo tenni per me. Prima di entrare in casa attesi che l’automobile fosse scomparsa in fondo alla strada. Nonostante il sole ormai alto, nella stanza a pianterreno c’era penombra perché le imposte erano accostate. Ned sedeva nella sua poltrona con il leggio, intento a sfogliare un libro, e non sollevò lo sguardo.
Per un attimo ebbi la sensazione che, immerso nella lettura, non mi avesse neppure udito entrare; e quando parlò, la sua voce mi sorprese per il tono indifferente e discorsivo che contrastava con il senso delle parole.
“Ce l’avete con me per ieri sera?”
“Certamente” ammisi, con durezza, sentendomi assalire da un’improvvisa irritazione. “Ma si può sapere cosa vi è passato per la testa? Mettere un’arma in mano a un uomo e dirgli “spara”! Cristo! Sapeste la tentazione che ho provato…”
Lui si strinse nelle spalle, poi si alzò e andò a riporre il libro. Dandomi le spalle, disse: “Bruce vi ha parlato del Vecchio, non è vero?”
Annuii con un cenno del capo, anche se lui non poteva vedermi. Intanto conosceva già la risposta.
Ned si voltò e restò a fissarmi appoggiato allo scaffale, le braccia conserte e il capo leggermente piegato su una spalla.
“E cosa ne pensate?” chiese ancora con aria sarcastica e provocatoria, come se mi sfidasse.
“Io penso” risposi con spietata onestà “che questo Vecchio esista soltanto dentro di voi.”
Lui sorrise. Il suo sorriso aveva una qualità diabolica e affascinante.
“Dovete essere un esperto in spettri e larve, Carter.”
Non riuscivo a liberarmi dalla malinconia che mi aveva assalito nel cimitero di Moreton, e sentivo che anche Ned era perduto come tutti quei morti allineati laggiù nel piccolo pezzo di terra.
<Voi vi state distruggendo con le vostre mani” mormorai “e questa è una cosa vergognosa, uno spreco. Potreste fare ancora così tanto…”
“Per chi?”
“Per il mondo intero o un altro essere umano soltanto, che importa?”
“Se volete che ve lo dica onestamente, Carter, io spero di non fare mai più nulla di mio, di qualunque cosa si tratti.”
E per la prima volta in vita mia mi resi conto di essere molto fortunato, perché avevo avuto Sahira e Janet ed Evelyn… e una mano su una spalla, a guidarmi.
Ned si avvicinò alla finestra e spalancò le imposte. L’improvviso fiotto di luce mi costrinse a socchiudere gli occhi, così che lo rividi come mi era apparso la prima volta, incoronato di fulgore, come l’icona di un santo.
“Promettetemi una cosa, Carter. Che scriverete la vostra verità, prima o poi.”
“Non credo. Ci sono cose che se si risapessero potrebbero ferire delle persone che amo.”
“Questo vi fa onore. Evidentemente io sono più egoista di voi.”
“Non lo so” mormorai. “Sapete, lo scorso dicembre mio fratello Will ha perso la moglie e io non ho potuto essergli accanto per confortarlo. Come sempre. E ho provato una specie di sollievo, all’idea che mi fosse risparmiata una simile incombenza…”
“ Will… Will….” Ned si rigirò quel nome in bocca, lentamente, come se cercasse in esso un sapore speciale. “Anch’io ho… avevo… un fratello di nome Will. Ma è morto. E anche Frank.”
“È stata la guerra?” chiesi.
“Sì. E anche mio padre se n’è andato. Il che ha offerto a mia madre un’altra buona occasione di penitenza.”
Nella controluce il suo viso restava celato tra ombre che dissimulavano ogni espressione, ma la voce rivelava un’amarezza che rasentava il disprezzo di sé.
“Sapete, Carter… Lawrence non è neppure il mio vero nome. Ma mio padre aveva già una moglie quando incontrò mia madre. Così i miei genitori non si sono mai sposati, nessun sacramento ha santificato la loro lussuria. Liberi di vivere come piaceva loro, potreste dire. Ma quale diritto avevano di imporre a me e ai miei fratelli questo marchio di Caino?”
“Andiamo!” esclamai, stupito da quell’atteggiamento. “Siete troppo intelligente per credere a un’idiozia del genere. Sono ben altre le azioni che possono dannarci per l’eternità.”
“Oh, sì. Ma qualunque cosa io creda, non cambia il fatto che i miei genitori sono stati egoisti e irresponsabili al punto di mettere al mondo dei figli che, a meno di non tacere e mentire, non avrebbero mai potuto essere accettati nel consorzio umano.”
“Dovreste ammirarli, invece. Si amavano, e hanno saputo sfidare tutte le stupide ipocrisie della borghesia inglese in nome del loro amore.”
Un coraggio che a me era mancato.
“In nome della loro lussuria” ribatté seccamente Ned, e mi voltò bruscamente le spalle, appoggiandosi con le mani al davanzale.
“Perché vi riesce così difficile perdonare la carne?” gli chiesi.
“E a voi perché riesce così facile?”
“No, non mi è facile. Ma che mi piaccia o no, è di carne che sono fatto. E voi pure. Perciò vi converrebbe imparare ad accettarvi per ciò che siete, anche se non corrisponde all’immagine che gli altri vi hanno cucito addosso.”
Non sapevo da dove tirassi fuori quelle parole, non certo dal buonsenso che non avevo mai avuto. Era una saggezza molto più antica, una tranquilla resa. Accetta di percorrere il sentiero su cui gli dèi ti hanno posto… Nessuno aveva mai parlato così a Ned, e anche in questo io ero infinitamente più fortunato di lui.
“È per quello che vi hanno fatto a Deraa” continuai “è così?”
Lui non rispose. Era sempre appoggiato al davanzale, nella stessa posizione, ma la sua schiena sembrava essersi incurvata sotto il peso della terribile esperienza che gli avevo appena rammentato.
“Quell’uomo di cui vi ho parlato, Frater Perdurabo, non mi ha trattato meglio. Non ha infierito così duramente nella mia carne, è vero, ma per quanto riguarda lo spirito… niente potrà cancellare le cicatrici che mi ha lasciato. E allora tanto vale imparare a guardarle senza disgusto. Gli errori che commettiamo in questa vita, non sono che la replica di quelli che abbiamo commesso in un’altra. In molte altre.”
Ned restò ancora per qualche istante immobile, come ripiegato su se stesso, poi si raddrizzò lentamente. I suoi capelli biondi avevano riflessi satinati, lo stesso morbido lucore dell’oro che rivestiva la bara di Tutankhanmon.
“È a questo che servono gli amici?” lo sentii sussurrare. “A scaricarsi vicendevolmente addosso il peso dei propri peccati?”
“Aiuta a sentirsi meno soli.”
“La solitudine vi spaventa?” chiese Ned con voce più chiara.
“Sì. Per molto tempo ho creduto che non fosse così, ma ho capito come stavano realmente le cose quando non mi sono più sentito quella mano sulla spalla.”
“Solitudine!” Ned rise piano, e la sua risata aveva quasi un suono di pianto. “È questa la mia più grande ambizione, l’unica che ancora mi resti da soddisfare.”
*
Il giorno previsto per la mia partenza, Ned mi accompagnò alla stazione in motocicletta.
“Ricordatevi del vostro libro” mi raccomandò al momento dei saluti. “La vostra verità.”
Leggermente curvo sul manubrio, con quei grandi occhiali scuri sembrava di nuovo un furtivo insetto dagli occhi immensi, nei quali poteva riflettersi una vasta porzione di mondo; e mi piaceva pensare di esserci anch’io, in un angolo estremo, piccola fotografia annerita accanto allo splendore di Tutankhamon.
“Lo scriverò, prima o poi.”
“È una promessa?”
“Naturalmente. E voi promettetemi che sarete prudente, con quella.”
Lui rise, una risata inaspettatamente chiara e rilassata, e ripeté il gesto che gli avevo visto fare il primo giorno, vezzeggiando la sua motocicletta come fosse un fedele purosangue.
“Un incidente stradale sarebbe una fine un po’ disonorevole per El Orens, non credete?”
Risi a mia volta, ma l’inquietudine era di nuovo lì nel mio stomaco, appuntita e pesante.
“Già. E comunque, credo che per far fuori voi ci vorrebbe una pallottola d’argento.”
“O un paletto di legno conficcato nel cuore.”
Non feci neppure l’atto di stringergli la mano; avevo capito che lui negava alla sua carne persino l’intimità di un contatto tanto semplice.
“Addio, Howard. Salutatemi l’Egitto.”
“Non mancherò.”
Ned avviò il motore.
“Aspettate!”
Mi guardò, sicuramente sorpreso dall’ansia che era trapelata dalla mia esclamazione. Con gesti un po’ goffi, senza neppure riflettere su quello che stavo facendo, mi sfilai l’anello dal mignolo.
“Prendetelo” dissi. “Io non ho più bisogno di talismani.”
Lui scosse la testa. Uno scintillio d’argento dalle lenti curve degli occhiali.
“No. Non dovete privarvene.”
“Forse… forse potrebbe…” balbettai, sentendomi all’improvviso ridicolo “potrebbe indicarvi la strada”.
“La mia strada?” Ned guardò davanti a sé, dove il lungo nastro d’asfalto, assottigliandosi tra due filari di alberi, si tuffava nella foschia. “Eccola. E solo il tempo potrà rivelare da quale parte conduce.”
Insistere sarebbe stato inutile. Lui aveva sempre sfidato la propria sorte da solo, non temeva né sconfitta né morte, e in questo stava la sua disperata forza. Dovetti guardarlo andare via così, indifeso.
Addio, folletto dallo sguardo stregato.
Non ci saremmo mai più incontrati.
*
Tornavo in Egitto.
A casa.
*
Mi sentivo come un tagliatore di diamanti di fronte alla gemma più pura. A me soltanto spettava il terribile compito di liberarne tutto lo splendore, e adesso più che mai la mia mano non poteva permettersi di tremare.
Avevo deciso di togliere la bara dal sarcofago di pietra per poter lavorare attorno a essa con calma. Le sue dimensioni facevano pensare che dovesse contenere altri feretri, e il peso lo confermò. Era incredibile come il cataletto di legno dorato, a forma di leone, che l’aveva sorretta nel sarcofago di quarzite per più di tremila anni, si fosse mantenuto pressoché indeformato.
Sfilati i chiodi d’argento, sotto il coperchio mummiforme della prima bara ne apparve un secondo, coperto da un altro strato di lino decomposto e fragili ghirlande di fiori. Ma non erano soltanto i resti dell’antico sudario a patinare di grigio la serena figura dell’Osiride. Alfred Lucas raschiò delicatamente la superficie opaca con un attrezzo di legno, rivelando la lucentezza dell’oro.
“Umidità” osservò.
Non era possibile che fosse penetrata dalle pareti fungose della tomba fino all’interno del sarcofago di quarzite, perché il coperchio di granito garantiva una chiusura ermetica; quindi la presenza della velatura grigiastra poteva significare soltanto che l’umidità proveniva dalle bare stesse.
“Come se l’avessero seppellito troppo in fretta” osservò il chimico “senza dare al corpo il tempo di disidratarsi completamente”.
“Sì” mormorai. “Avevano fretta.”
Da tempo avevo smesso di chiedermi se fossi un pazzo visionario o davvero uno strumento nelle mani di una volontà superiore. Da quella notte al limite della spettrale pianura di Amarna mi ero incamminato per un sentiero stabilito da altri, deviando e smarrendomi più volte; ma ero quasi giunto al suo termine.
*
“Vi invidio davvero, Monsieur Carter.”
Aveva un morbido accento francese che mi ricordava Gaston Maspero, ed era venuto apposta da Biblo, dove stava conducendo alcuni scavi, per vedere la tomba. Sui quarant’anni, capelli chiari e un atteggiamento sereno e posato, mi comunicava quell’impressione di sognante irrealtà che a volte emanava da James Breasted. Gli occhi, miti e vacui dietro le lenti cerchiate di tartaruga, si colmarono di una luce dorata quando ci chinammo sulla bara.
“Mon Dieu! Ma è un blocco d’oro puro!”
“Già.”
“E quella roba nera cos’è?”
“Un pasticcio dovuto alla devozione dei sacerdoti.”
Assomigliava maledettamente a pece indurita e colmava completamente il sottile spazio tra la seconda bara e la terza, che recava sul coperchio un abbagliante ritratto del faraone modellato in un’unica lamina di oro massiccio. Quella sostanza immonda doveva essere stata certamente liquida al momento della sepoltura, e i sacerdoti ne avevano rovesciata sulla mummia in quantità tale che era traboccata dal feretro, cementandolo alle pareti di quello più esterno. Non ci fidavamo a intervenire con prodotti chimici, perciò avevamo deciso di esporre le bare al sole e lasciar fare alla potenza dell’Aton.
“E così” mormorò il francese “tra poco incontrerete il vostro re faccia a faccia”.
Non risposi, per non tradire l’emozione che mi chiudeva la gola, e lui ripeté: “Sì, vi invidio davvero. Spero che il progetto al quale sto lavorando abbia egual sorte”.
“Cosa pensate di trovare ancora, a Biblo?” non potei esimermi dal chiedergli, e immediatamente me ne pentii, perché la mia domanda mi aveva ricordato analoghi commenti sulla Valle che avevo dovuto udire a mio tempo.
“Oh no, non Biblo!” Un rossore di eccitazione gli colorò il volto. “Il Delta. Io credo che i nomi Avaris, Pi-Ramses e Tanis indichino in realtà una città sola.”
“Mariette scavò laggiù, ma non trovò mai prove in proposito.”
“La Bibbia” proseguì il francese in tono vibrante, con lo sguardo non più svagato ma pieno di luce e vigore “nel Libro dei Re racconta di un faraone a nome Sheshonk che saccheggiò Gerusalemme”.
“Il tesoro di Salomone!” proruppi. “È quello che cercate! Ma è…”
“Una pura follia” concluse lui con serena ironia.
Ci guardammo in faccia e scoppiammo a ridere.
“D’accordo” dissi “non sono la persona più adatta a consigliarvi di comportarvi in modo ragionevole. Vi auguro che tutto quell’oro sia rimasto ad aspettarvi”.
“Non si tratta dell’oro” ribatté lui gentilmente, ma con fermezza. “Ma… dell’Arca. L’Arca dell’Alleanza.”
Lo guardai sbigottito, incapace di qualunque commento. E l’uomo, dopo un breve silenzio, disse dolcemente, quasi in tono di scusa: “Credo che voi possiate capirmi, signor Carter. È più che un’ossessione. È come…”
“Una mano sulla spalla, che vi guida e vi spinge.”
“In un certo senso. Sì, la definizione e abbastanza appropriata. Non so se la troverò, ma devo cercarla.”
“Be’, signor… signor…” Ero così confuso che la memoria mi tradì e non mi permise di ricordare il nome con cui il francese si era presentato soltanto una mezz’ora prima.
Ma lui non si dimostrò risentito.
“Pierre Montet” disse.3
“Ah, già. Be’, signor Montet… Vi auguro con tutto il cuore di farcela.” Mi guardai brevemente attorno, tra le pareti dipinte e il lucore abbagliante della bara d’oro. “Vale davvero un’intera vita.”
E mi chiesi quale errore avesse commesso, in una vita passata, l’uomo che in quest’altra esistenza si chiamava Pierre Montet. Nel suo sguardo mite non ce n’era indizio. Ma, di qualunque misfatto si trattasse, sperai che il dio che lo chiamava avesse pietà di lui e gli concedesse di estinguere il suo debito.
*
Herbert Winlock mi raggiunse due giorni più tardi. Dopo quella scenata negli uffici del Metropolitan Museum, l’anno precedente, credevo che non lo avrei più rivisto. Invece adesso se ne stava lì sulla porta del laboratorio, e soltanto il sorriso un po’ tirato tradiva un residuo di disagio.
“Mi auguro che mi permetterai di essere della partita” disse.
Seguì un attimo di muta immobilità. Pochi passi ci separavano, ma sembrava che nessuno di noi sarebbe mai stato in grado di muoverli, colmare quella brevissima e infinita distanza. Infine fu Winlock ad agire. Stringendo le labbra in un’espressione risoluta, forse per vincere un ultimo residuo d’orgoglio o forse soltanto per dominare l’emozione che gli velava lo sguardo, venne verso di me e mi porse la mano. La stretta che ci scambiammo fu lunga e intensa. Dovetti schiarirmi la voce più volte prima di potergli dire: “Sei il benvenuto”.
Quella sera cenammo insieme, a casa mia, serviti dall’impassibile Abdal, poi uscimmo ad accogliere la notte e i ricordi che ritornavano insieme alle stelle.
“Mi piaceva come tenevi testa a Davis. “Nossignore, questa non può essere la tomba di un faraone!”. Sembravi così sicuro che Tutankhamon se ne fosse rimasto ad aspettarti da qualche parte.”
“Quante volte hai pensato che fossi tutto svitato?”
“Be’, non poche.”
“Se non fosse stato per te non ce l’avrei mai fatta. Quando venisti da me con i risultati dei tuoi studi sul materiale ritrovato da Davis… io ero sul punto di mollare. Davvero.”
“Non farmici pensare. Quella roba è rimasta nel magazzino del museo per anni, prima che mi decidessi a esaminarla.”
Il nostro ricordare aveva la serena malinconia del crepuscolo, era un addio a cose e persone che erano state, profondi dolori e fuggevoli gioie che ormai non potevano più toccarmi. Sentivo che anche Evelyn (la mia dolcissima Eve!) scivolava via da me quietamente, come l’acqua del Nilo, lasciando soltanto il sollievo della sua freschezza.
“È un vero peccato che la tomba non ci abbia ancora dato dei papiri” continuò Winlock, mentre la serenità dello scienziato riprendeva il controllo sulle emozioni dell’uomo. “Tutankhamon rimane un mistero. Quelle due piccole bare con i feti, a esempio…”
Si riferiva a due minuscole mummie di neonati prematuri che avevamo ritrovato in un angolo della tomba, due creature scivolate nel Duat senza neppure il privilegio di un nome che garantisse loro l’eternità.
“”Mio marito è morto e io non ho figli” mormorò Winlock citando una tavoletta ritrovata negli archivi di Boghazkoi, lo sperduto villaggio dell’Anatolia che un tempo era stato Hattusa, la città-fortezza dell’impero ittita. “”Mandamene uno dei tuoi affinché io ne faccia il signore delle Due Terre”. Pensi che possa essere stata la moglie di Tutankhamon a scrivere questa lettera al re di un paese straniero che in tante occasioni si era dimostrato nemico dell’Egitto?”
“È probabile.”
“Doveva essere una donna davvero risoluta, la regina Ankhesenamon.”
“Lo era.”
Il suo sguardo così spietato, mentre mi porgeva il pugnale…
Winlock mi mise un braccio attorno alle spalle.
“Guarda laggiù” disse.
Una sottile ombra nera come la pece si stagliava sulla collinetta contro il disegno delle stelle, immobile. Il cielo dietro di essa era così luminoso che il profilo dell’animale risaltava come dipinto a china su un drappo di seta violetta: le grandi orecchie appuntite, tese in ascolto; la nervosa snellezza delle zampe e del dorso; la lunga coda penzolante e folta…
“Ne avevo sentito parlare dai fellahin” bisbigliò Winlock, “ma non ci credevo. Pensavo si trattasse di una razza del tutto estinta.”
Avvertivo lo sguardo dell’animale su di me, due gocce di puro fosforo, lucignoli a rischiarare il mio cammino.
“Anubis” sussurrai. E il vento si portò via quel nome in un frusciare di sabbia.
*
Gli occhi dell’Osiride d’oro massiccio contemplavano lo splendore dei Campi di Luce. Nell’aria greve del sepolcro, e nonostante il tremendo calore dei riflettori, sotto le mie mani il metallo prezioso era fresco e puro come brezza serale. Smalti e pietre semipreziose rilucevano nel dispiegarsi delle ali delle divinità, amorevoli guardiane dell’eterno sonno del re.
Non lascerò che ti portino via di qui, fratello mio. Non finirai come gli altri al Cairo, in una teca di vetro.
Chiodi di finissimo oro. Non era possibile sfilarli, a causa dell’unguento solidificato che cementava le due bare l’una nell’altra. Fummo costretti a tagliarli. Poi, l’ultimo scrigno si spalancò.
Tutte le sensazioni che in passato avevo provato al cadere di ogni successiva barriera che mi separava dal mio signore, dapprima le porte sigillate della tomba, e poi quelle dei sacrari dorati, e infine il sarcofago di pietra e i coperchi delle tre bare, s’annullavano in quel gesto. Dopo più di trent’anni e trenta secoli, la visione aurea che era stata la mia ossessione risplendeva infine contro il nero opaco della resina solidificata, come la luna nell’oscurità della notte.
In contrasto con la magnificenza della maschera mortuaria, il resto della mummia appariva logoro e fragilissimo, e il sacro lino di Sais in cui era avvolta si presentava quasi carbonizzato per effetto di quelle stesse sostanze che avrebbero dovuto garantire l’integrità del cadavere. Ma tra la massa nera dell’unguento si distingueva parte di una sontuosa “veste” funeraria, fatta di lamine d’oro e fili di perline, un’armatura per affrontare i nemici in attesa oltre il cancelli dell’Occidente. Armi di talismani, emblemi dell’eternità, sacri cobra e scarabei. Nut accoglieva una nuova stella nel suo grembo, e il suo benvenuto era inciso nell’oro: “Sono io, tua madre, colei che conosce la tua bellezza, O Osiride, signore delle Due Terre. La tua anima vive e le tue vene sono salde.”
Il calore delle lampade puntate sulla bara mi faceva lacrimare gli occhi. Quando distolsi lo sguardo dalla mummia, per un attimo non riuscii a vedere nulla. Ma li sentivo tutti attorno a me, gli amici che avevano condiviso gli ultimi anni e molte battaglie. Tutti, anche quelli che non erano presenti fisicamente, anche quelli andati per sempre. E il silenzio, il silenzio incorrotto… persino le macchine di Burton non osavano il più lieve rumore… che accoglieva le nostre emozioni con discrezione, più di ogni discorso solenne era il giusto omaggio alla maestà del mio signore che restituivo alla sua gloria dopo tremila anni.
*
Mi trovavo nel tribunale di Osiride, al cospetto del Dio-dal-cuore-inerte e dei quarantadue Giudici divini. Ero infine giunto alla sala di Verità-Giustizia, e tra non molto avrei conosciuto la sorte che mi era riservata.
Il luogo, immerso in una luce crepuscolare, era immenso, vasto e concavo come l’interno di una coppa, il cuore di un vuoto Graal. Sarebbe bastato il mio sangue a colmarlo?
Sentivo su di me lo sguardo dei lunghi occhi dei Giudici. Anche Osiride mi fissava, ma i suoi occhi non erano che smalto e feldspato su una maschera funeraria. Teneva le braccia incrociate sul petto, le dita fasciate in guaine d’oro, strette attorno agli emblemi del potere. Sul suo capo la piumata corona atef.
Anubis si fece avanti, recando la bilancia e la piuma di Maat. Era contro la levità di quella piuma che il mio cuore sarebbe stato pesato.
“Ascoltate Anubis che inizia il suo discorso! Nella lingua di un uomo dell’Egitto egli parla, di un uomo che conosce le strade del nostro paese e le sue città. Egli dice: ‘L’odore di quest’uomo, annusatelo! Vi sembra simile a uno dei vostri?’. Io gli rispondo: ‘In verità, io sono Osiride, e sono qui giunto per contemplare gli dèi e per impossessarmi della vita eterna!’”4
… E se le mie parole non fossero state abbastanza convincenti, e il mio cuore non sufficientemente puro, la Divoratrice, che sapevo in attesa nell’ombra ai margini di quella concava vastità, avrebbe eseguito la sentenza. Anubis parlò ancora, e la sua voce era profonda come il tuono, aspra come il fulmine, le parole pesanti e fredde come chicchi di grandine.
Cos’hai da dire, uomo?
Le mie labbra aride si mossero con un fruscio di foglie autunnali.
“Io non sono stato cagione di pianto per i miei simili, non ho mai tolto il latte dalle labbra dei fanciulli, io non ho inferto sofferenze agli uomini e non ho mai sostituito l’ingiustizia alla giustizia…”5
Mentre parlavo, Anubis si avvicinò a me. Era alto come un essere umano, eppure proiettava attorno a sé un’ombra vasta a tal punto da ingoiare la luce crepuscolare, come se dalle sue spalle pendesse un mantello d’oscurità. Occhi di candido avorio nel nero dell’ebano, la lingua di rubino tra i denti d’argento… Aveva posato la piuma su uno dei piatti della bilancia: l’impercettibile peso di un respiro. Poi tese la mano verso di me, le dita leggermente ricurve, come un artiglio. Le unghie d’oro mi graffiarono la pelle, penetrarono profondamente lacerando la carne, le dita s’insinuarono, avide. Non avvertii dolore, soltanto un gelo paralizzante che rendeva impossibile ogni fuga, mentre quelle dita frugavano, cercando, e infine raggiungevano e stringevano nella loro morsa il mio cuore.
“Io non ho frequentato i malvagi e non ho commesso crimini, non ho maltrattato i miei servi, non ho bestemmiato il nome degli dèi.”6
E mentre procedevo in quell’insensato recitare, consapevole della menzogna nascosta in ogni parola, il mio cuore mi fu strappato dal petto e gettato sull’altro piatto della bilancia. Il mio cuore scarlatto, palpitante, così gonfio e pesante di mille misfatti.
L’impercettibile peso di un respiro.
Fissavo incredulo la bilancia, il braccio d’oro perfettamente orizzontale, mentre un bisbiglio scivolava lungo la curva di quella concava immensità: Giustificato… Giustificato.
Anubis si chinò su di me. Al fondo dei suoi occhi di avorio ed ebano c’era luce; uno sguardo d’essere umano.
Chi sei? bisbigliai. Fammi la grazia del tuo Nome!
Il mio nome è Io-ti-libero-dal-male-e-tu-vivi-in-me-eternamente.7
Anubis alzò la mano rossa del mio sangue e si tolse la maschera d’ebano, rivelando il suo vero viso, l’aurea ossessione della mia vita intera! Ma adesso si mostrava a me nei colori della carne giovane e del sole, con i tratti sereni di un adolescente. Davanti a tanta radiosa bellezza caddi in ginocchio, la fronte contro il levigato granito del pavimento.
Neb ef, ankh, udja, seneb…8 mormorai, e le antiche parole sulle mie labbra erano come acqua fresca dopo una lunga marcia attraverso il deserto. Io ti saluto, mio fratello e signore, e imploro il tuo perdono.
La mano di cui tanto bene conoscevo il tocco mi sfiorò la spalla, nel punto in cui tanti anni addietro il fuoco aveva lasciato una precisa traccia di dita brune.
Il mio cuore esulta. Il servo che amavo come un fratello ha fatto ritorno alla sua casa.
Rialzai la testa per guardarlo, ma non riuscivo più a distinguerne i lineamenti, cancellati nel fulgore del sole nascente.
Adesso che ho pagato il mio debito e assolto al compito che mi è stato assegnato, mi accoglierai presso di te?
Il calore del suo sorriso mi avvolse in un fiotto di luce.
Benedetto sia colui che darà gloria al mio nome.
Poi Tutankhamon accostò le mani al mio viso. Sul palmo della destra c’era il suo anello d’oro: su quello della sinistra il mio anello d’argento.
“Seth ha catturato Horus mentre sorvegliava la costruzione delle mura nei Campi della Pace. Ma io ho liberato Horus dal potere di Seth e dischiusa la via ai due occhi del cielo.”9 È tempo che tu torni a vedere con i tuoi occhi.
Lo stesso doloroso sollievo di quando le lacrime tornano a sgorgare dopo tanto tempo, mentre le dita sottili e delicate del mio signore e fratello mi incastonavano gli udjat tra le palpebre. Erano trascorsi milioni di millenni da quando Seth me li aveva strappati.
Guarda con i tuoi occhi!
Guardai, e finalmente vidi. Vidi, e conobbi le ragioni che muovono le decisioni degli dèi, così cristalline eppure imperscrutabili per gli umani.
Srotolata innanzi a me come un infinito papiro, la mappa di tutte le mie vite precedenti; e gli errori che ripetutamente mi avevano condotto lontano dal cammino tracciato erano macchie d’inchiostro di un nero assoluto; e “speranza” era scritto in geroglifici sbiaditi. E infine conobbi ogni anno e ogni secondo della vita che il mortale chiamato Howard Carter avrebbe vissuto se non avesse dato ascolto al richiamo scoccato come una freccia d’argento attraverso un baratro trimillenario; in un solo istante assaporai le sue gioie e i suoi dolori, vidi il volto della donna che lo avrebbe amato e udii le voci dei suoi figli. Ma Merinisut aveva raccolto il messaggio, e adesso conosceva il nome segreto di Ra.
In alto, dove il crepuscolo era quasi notte, Nut scosse le sue chiome d’oscurità e una pioggia di comete scivolò lungo la curva violetta del cielo, scrivendo quel nome nell’infinito.
Mi risvegliai nel buio della mia casa, nella Valle. Le coperte erano cadute a terra e il freddo della notte mi accarezzava le spalle. Avvertivo una sensazione di nudità sulla mano sinistra e, anche senza guardare, seppi che non portavo più l’anello, e sarebbe stato inutile cercarlo tra le coperte o sul pavimento.
Mi alzai e mi accostai alla finestra. La notte aveva riposto lo splendente specchio di Hathor nel suo astuccio di vellutata oscurità, e le stelle regnavano, anime dei re consegnate all’eternità.
“Giustificato” bisbigliai al loro fulgido silenzio. “Giustificato.”
E Nut mi rispose con il suo linguaggio fatto di luce. Dalle profondità del cielo una piccola lacrima di fuoco cadde, incidendo per un istante l’orizzonte con la sua effimera scia. Così erano stati gli ultimi cinquant’anni del mio destino trimillenario. Ora la notte s’avvicinava alla fine. Avevo percorso tutti i lunghi e tortuosi cammini dell’Occidente, e aldilà dell’ultima Porta guardata dai due leoni mi attendeva il giorno.
Soltanto pochi passi ancora. Incontro alla luce.

Dei del vasto Cielo, spiriti divini!
Voi tutti, osservatemi!
Io ho compiuto il mio viaggio
e giungo innanzi a voi.
(Libro dei Morti, capitolo IX)

note:
(1) T.E. Lawrence, I sette pilastri della saggezza.
(2) ibid.
(3) Pierre Montet (1885-1966), egittologo francese, tra il 1928 e il 1956 compì l’esplorazione dell’antica Tanis, ritrovando le sepolture inviolate dei faraoni Sheshonk, Psusennes e Amenemope. Del tesoro di Salomone e dell’Arca dell’Alleanza, purtroppo, non trovò traccia.
(4) Libro dei Morti, capitolo CXXV
(5) “Confessione negativa”, Papiro Nû.
(6) ibid.
(7) Libro dei Morti, capitolo LXIII
(8) “Mio signore, vita, integrità e forza”.
(9) Libro dei Morti, capitolo CX

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Gloria BarberiL’AUTRICE
Gloria Barberi nasce a Camogli (GE) il 6/9/1955, ma dall’età di 6 mesi abita a Recco, poco più di 3 chilometri dal suolo natìo.
Da sempre appassionata d’arte in tutte le sue forme, dopo un periodo trascorso a scrivere articoli sul rock per le riviste Best e Nuovo Sound, debutta all’inizio degli anni ‘80 sulle pagine delle fanzines SF…ere e Pulp, dedicate alla letteratura fantascientifica e fantasy. Fanno seguito pubblicazioni su numerose riviste e periodici sia amatoriali che professionali, quali: The Dark Side, Gli occhi di Medusa, Diesel, Shining, Yorick, Lore, Urania Millemondi, L’Eternauta, La Gazzetta del Mezzogiorno, Cosmopolitan, Inchiostro, Antarés, e le antologie Fantàsia e Horror Erotico di Stampa Alternativa. Il racconto La notte di san Valentino è apparso in Francia nell’antologia Cosmic erotica successivamente edita in Italia da Fanucci. Presente anche in diverse antologie di autori vari edite da Il Cerchio (Rimini) a seguito di vittorie e piazzamenti al Premio San Marino.
È autrice di due antologie personali: Racconti Notturni edito da Primordia (MI) e Come le bambole di notte (Montedit, MI) e di alcuni romanzi: I Custodi apparso su The Dark Side n° 34; Le viscere del Diavolo (Diesel Extra); Lo specchio scarlatto (Diesel Speciale “Pastiche”).
Nel 1987 collabora alla trasmissione radiofonica Galactica di Radio Time di Scandicci (FI). Da qualche anno si occupa di teatro in veste di attrice/caratterista nella compagnia del Teatro Stabile San Giuseppe di Ruta di Camogli, del quale cura la pagina Facebook, ma anche di autrice. La pièce “Il palazzo della Notte” ha vinto nel 2001 il premio Città di Moncalieri ed ha partecipato in seguito alla rassegna Aquilegia blu (Torino, 2002) nell’interpretazione dell’attrice Franca Berardi.
Tra i premi conseguiti per la narrativa fantastica ci sono il Premio Italia, Lovecraft, Courmayeur e Repubblica di San Marino.
Negli anni ‘90 ha lavorato come traduttrice per la casa editrice Nord e per la rivista esoterica Primordia, oltre che per alcuni privati.
Appassionata anche di poesia, fa parte da diversi anni del gruppo di scrittura “Anna di Vienna” che prevede incontri a cadenza mensile su un argomento a tema e un reading/spettacolo a fine stagione, con lettura di poesie e prosa, siparietti teatrali, proiezioni video e musica dal vivo. Ama “pasticciare” con Photoshop e creare immagini che pubblica sulla pagina facebook Green Mansions.
“Contagiata” da un amico genealogista ha creato anche una pagina sui suoi antenati materni, appartenenti alla comunità valdese di Torre Pellice, che le ha permesso di scavare un po’ più a fondo nelle sue radici. E, ovviamente, non si è fatta mancare una pagina Facebook dedicata a L’occhio sinistro di Horus, romanzo nato con l’intento di raccontare una realtà “alternativa” a quella usualmente sfruttata riguardo il ritrovamento della tomba di Tutankhamon, lavorando molto di fantasia ma entro binari rigorosamente storici, e strizzando l’occhio ai feuilleton di un tempo.
Chi desiderasse approfondire queste notizie può cercare in rete, su Fantascienza.com e altri siti.

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