Le nostre verità, il primo concept album di Brando

Brando è un progetto musicale che prende vita nel 2018. Un progetto dai connotati decisamente alternative che viaggia, però, tra sonorità classiche ed elettroniche, in una fusione decisamente convincente già partendo dal primo brano dell’album Le Nostre Verità.

L’album infatti si apre con Intromissione, costruita su un giro di tastiere, con un sound decisamente anni 70, su cui si interseca un intenso fill di batteria. A cantare la melodia ci pensa un bel violoncello profondo e malinconico, un po’ a ricordare le musiche di Gudnadottir, a cui si fonde, poi, un synth che sostiene il cantato dello strumento, andando, verso il centro, a fondersi in un suono che si protrae verso i meandri più elettronici.

Le nostre verità, title track dell’album, è invece qualcosa di decisamente più rock, con un ritornello decisamente incalzante. Il brano ha un ottimo intermezzo parlato prima di risalire verso il ritornello, per poi chiudere di nuovo sulla voce narrante in sottofondo, che sembra uscire da uno stereo.

La vita che ti perdi sembra ricordare un miscuglio di Zen Circus e Muse. Qualcosa che di certo non è avvenuto fin ora. Un bel brano potente. Un brano che offre molta più elettronica è Stare fermo qui, che si apre direttamente su un riff di synth processato con un delay. La strofa è accompagnata da una bella chitarra di background con il basso e la batteria molto accattivanti nel creare il groove del brano. Sul ritornello rientrano i synth. Ottima la scelta di tenere le atmosfere pacate nel cantato.

Ottimi innesti di violoncello in Un letto da rifare. Ottima anche l’armonia che il piano sovrappone all’arco, con un bel suono di basso plettrato. L’immagine di te è un bel brano pop, decisamente radiofonico. Come ti vorrei mi vede citare ancora una volta i Muse, in questo intro alla Matthew Bellamy and company, per poi evolversi in un brano tra Negramaro, Negrita e Vibrazioni.

L’intro di Rimpiangeremo Noi ricorda molto le atmosfere di Sunburn(Muse), portando poi il brano verso una delicata ballad con il solito ritornello carico ed esplosivo. Poi la scena viene presa da Ora che è finita, forse il brano migliore dell’album insieme a Intromissione. Una struggente ballata, costruita tra gli intarsi di piano, chitarra e archi, fin quando a metà canzone subentrano dolcissimi cori dal retrobottega, in un’atmosfera delicatissima. Bella carica sul finale quando entrano gli altri strumenti.

Decisamente convincente l’ultima traccia In abbandono – Elogio al tempo, di devastante psichedelia che si protrae in tutto il brano, con degli ottimi suoni di synth che man mano crescono, in queste atmosfere astratte connotate dalla malinconia che attraversa tutto l’album.

Un buon prodotto, molto adatto a fini commerciali che, però, quando vuole, riesce a protrarsi verso una musica più ricercata e futurista, cosa che manca un po’ nel panorama attuale. L’ultima traccia e la prima tendono ad essere molto buone per il mercato cinematografico e, personalmente, più originali e interessanti. Ottimo anche il sound del mastering, curato egregiamente. Beh, a questo punto vale la pena ascoltarlo…

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