Dall’8 ottobre è disponibile, sulle migliori piattaforme di audio streaming, Ruins, il nuovo singolo di Andrea Agosta. Artista ragusano, nasce come chitarrista sperimentale, nel 2013 dà vita al suo primo progetto, Paradisi artificiali, nel 2016 comincia a strizzare l’occhio verso la musica ambient.

Questo artista ci cimenta anche come scrittore: ha nel 2020 ha pubblicato un raccolta di quindici poesie dal titolo Rumore. Ma torniamo alla musica: prima della pandemia, nell’Ep The River la ricerca musicale dell’autore si esplicava in una notevole quantità di elementi, a volte anche dal sapore folcloristico e l’elettronica costituiva il collante per una vasta serie di suoni, stati d’animo. Chitarre, delay e riverberi riempivano le cinque tracce introspettive in maniera a volte irruente a volte quieta, come pennellate di varie intensità e durata: il disco era idealmente dedicato al pittore espressionista Mark Rothko.

Adesso è come se questo fiume si fosse irrimediabilmente fermato, e ciò che rimane è fatto soltanto da rovine: bisogna costruire un nuovo mondo, esplorando milioni di modi possibili. In copertina vediamo un caseggiato bianco su un paesaggio spoglio e scuro(in figura subito sopra).

“RUINS” riparte dalle “Rovine del Tutto”, dalla mera percezione di un Cosmo in disfacimento che ripiega su sé stesso, i cui diversi elementi collidono e si trasformano. RUINS è una tempesta analogica di suoni che irrompono nello spazio, lo avviluppano in una atmosfera plumbea aperta a dinamiche e sviluppi imprevedibili

Con queste parole Andrea Agosta spiega il significato della creazione artistica del nuovo singolo.

In Ruins assistiamo al perfetto equilibrio tra suoni digitali ed elementi quasi world music: in apertura, tra percussioni digitali risuonano percussioni metalliche che accompagnano dei suoni in loop dal sapore mediorientale. L’atmosfera mistica ed etnica caratterizza anche il tema di synth che domina buona parte del pezzo. In sottofondo ci sono voci, suoni digitali quasi nascosti che sembrano recare un messaggio da decifrare. Il finale ci riporta indietro, agli anni 80. Il brano colpisce anche per questo continuo “fluire” di suoni, che non risolvono mai in qualcosa di stabile e definitivo, ma scorrono, si intrecciano tra loro e schiudono alla mente dell’ascoltatore migliaia di possibili strade o direzioni.

La musica di Andrea Agosta riesce bene nella difficile espressione della contemporaneità, e potrebbe costituire un valido esempio per chiunque intenda creare una colonna sonora per i nostri, spesso bui, tempi.

Link streaming Spotify:

https://open.spotify.com/album/6KOGM3CdKjQU5Prsk1A9DZ

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Di Shock

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