L’occhio sinistro di Horus 15° episodio di Gloria Barberi

Contrariamente alle mie abitudini, quella sera avevo scelto di cenare nel ristorante dell’albergo. Di solito mi facevo portare i pasti in camera, dove li consumavo nell’ultima luce che entrava dalla finestra; lo splendore delle lampadine elettriche mi feriva gli occhi quanto il sole del mezzogiorno egiziano non era mai riuscito a fare. Mi sentivo come una bestia malata nella sua tana e pensavo che non ne sarei più uscito vivo. Ma quell’ultimo tramonto estivo era stato opprimente. Lo avevo visto scendere su New York come una caligine sanguigna, traendo ombre incredibilmente nere e spesse dai marciapiedi e gli angoli delle strade. La stanza d’albergo mi era sembrata una trappola, non più un rifugio, ed ero sceso dabbasso in cerca d’aria e voci umane.
Non desideravo parlare con nessuno; in realtà, la presenza degli altri mi irritava, e molte volte nell’arco del mio viaggio americano mi ero trovato a reagire sgarbatamente contro coloro che avevano la ventura di capitarmi tra i piedi. Il sorriso gentile di una fioraia aveva il potere di farmi saltare i nervi quanto gli strilli di un bambino capriccioso. Ma quella sera sentivo il bisogno di qualcosa che mi ricordasse l’esistenza del mondo. Non volevo essere coinvolto nella vita, chiedevo soltanto di rimanere ad ascoltarla in disparte, così come a volte, sulle rive del Nilo, ascoltavo il mormorio dell’acqua: un puro suono a testimonianza dell’esistenza di qualcosa di immutabile e sempre diverso, eterno e vitale.
“Io ti avevo avvertito.”

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