Raesta ci introduce la sua musica e il suo singolo Vienna

“Vienna” è il tuo nuovo lavoro. Su quali suggestioni, ispirazioni, emozioni è basato?

Ciao a tutti i lettori di Clubghost. Dentro “Vienna” ci sono i miei viaggi, le mie emozioni, la mia vita. Il testo parla di un viaggio di piacere nella capitale austriaca, nel lontano 2010, ospite di un amico conterraneo pugliese. La spensierata vacanza di studenti ventenni. In termini prettamente sonori, invece, porta i segni di una lunga “gestazione”. E’ stato proposto alla band con cui suonavo nel 2015 come un “gingle” al pianoforte, adoperando solo i “tasti neri”, ed era in italiano e dal sapore beatlesiano. Poi ha visto una mutazione elettronica, nata in studio di un nostro amico, Graziano Stasi, che “ha tirato fuori” lo shuffle” principale e il synt: che si ispirava a Jon Hopkins, Moderat. E io che amavo Trentemoller, Apparat, Paul Kalkbrenner non disdegnai la scelta. Mancando di una linea vocale limpida e fruibile nella prima versione targata “Ilaria in una stanza”, è stata rielaborata insieme al mio amico e produttore Andrea Allocca, che ne ha curato le riprese di chitarra. Qui a Roma.

 

Quali sono stati i dischi che hai ascoltato di più in questo periodo?

Sicuramente i miei classici non mi abbandonano mai: “Kid A”, “In rainbows” dei Radiohead, “The eraser” di Thom Yorke, “An Awesome Wave” degli “Alt-j”, “Neon Golden” dei Notwist. Poi ci sono “Moby”, “Beach House”, e “Grizzly Bear”, “Wilko”. In italiano mi piacciono le idee e le sonorità dei “Coma_Cose”, “Motta”, “Testaintasca”, “Sinigallia”. Sono Abbastanza pigro negli ascolti e nella vita. Ecco. Pino Daniele lo ascolto tanto.

Come scrivi solitamente i testi delle tue canzoni?

Mi piacerebbe dire il contrario, ma solitamente scrivere un testo per me è un processo che avviene faticosamente, dolorosamente il più delle volte. Devo lasciare che le parole, che a volte hanno il sapore di una confessione che faccio a me stesso e agli altri, escano; ma soprattutto aspettare che “sia il tempo giusto”. Non si tratta di scrivere la cosa giusta, la cosa “figa”, la cosa corretta stilisticamente: quello viene dopo. Si tratta di scrivere in primis qualcosa che ti dovrà andare di cantare a squarciagola, qualcosa che incarni il tuo pensiero, ma anche quello di chiunque speri ascolterà e accorderà le sua anima alla tua. Emozioni vere, ma colorate con le giuste tinte. Solitamente vengono da un flusso, un turbinio di pensieri. Le annoto ovunque e poi aspetto l’ispirazione giusta per darci una forma univoca.

Secondo te, qual è la cosa più importante nello scrivere una canzone ?

Essere se stessi. Sarebbe troppo scontato dirlo? Tuttavia credo sia una cosa molto importante. Inserirci un’emozione, che poi sia  distribuita in parti uguali nel testo, nella musica, nell’espressività dell’esecuzione in studio. Essere onesti e autentici il più possibile.

Hai mai paura di rivelare aspetti della tua vita personale a estranei attraverso la tua musica?

Bella domanda. Questo devo dire che a volte è il freno maggiore, anche perché sebbene non mi manchi l’inventiva per creare “storie”, non mi piace farlo nella musica; parlare troppo di ciò che non mi riguardi direttamente non lo trovo corretto. Inoltre credo che la mia timidezza sia anche la causa principale del mio continuare a scrivere testi in inglese, almeno fino ad ora.

Qual è stato il miglior momento della tua carriera? E il più difficile?

Non ho una carriera così lunga ed importante per un tale bilancio. Il lavoro del medico e lo studio della medicina mi hanno assorbito troppo per dedicarmici completamente allo “Stefano musicista”. C’è stato un periodo in cui riuscivo a trasformare in musica e in performance estemporanee ciò che mi girava in testa. In quel periodo ho suonato a Stoccolma con Paulina Nosslo nel progetto “Wallenberg”, in compagnia del mio compagno musicale e amico di sempre Aldo Mascoli. Quello è stato un bel periodo. Difficile è stato impormi di smettere di suonare come batterista in vari progetti, per iniziare a credere in me stesso come compositore e performer. Non mi piace ripetermi e raffinare troppo un’idea. La mia tendenza a sperimentare mi ha costretto a sforzi disumani per estrinsecare il mio mondo di suoni interiore. Suonare e lavorare con me non è sempre agevolissimo, devo ammetterlo.

Quali sono i tuoi piani per il futuro?

Suonare e farmi conoscere come compositore e cantautore. Fare un EP di più ampio respiro. E Avere una band fatta di amici e musicisti con cui condividere e proporre al meglio la mia musica nei live.

Definisci in una parola il tuo sound:

Denso.

Il miglior spettacolo dove hai mai suonato…

Mi ha emozionato molto suonare un set elettronico e syntpop su di un balcone di un antico palazzo del centro di Corato, la mia città, che si affaccia su una piazza che era illuminata solo dal videomapping proiettato sulla facciata dell’edificio.

La colonna sonora della tua infanzia:

Beh, sicuramente ho avuto un’infanzia pacatamente inquieta. Per questo la colonna sonora del mio passato la vedo come un brano serenamente inquietante, forse la colonna sonora di “mamma ho perso l’aereo”. E poi c’è una canzone tra tante, una di quelle che piaceva tanto a mia madre che aveva le sue “cassette per i lunghi viaggi” che forse mi fa tornare indietro: “I treni a vapore” di Fossati.

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