L’orrore del bianco in Dino Battaglia

I delitti della feniceSpiegherò perché non ho mai comprato una macchina bianca.

Proseguendo la pubblicazione dei capolavori di Dino Battaglia, Nicola Pesce Editore ha mandato in libreria due nuovi volumi: I Delitti della Fenice Woyzeck, pubblicati a puntate negli anni ‘80 su Linus, Alter Alter e Orient Express. I Delitti della Fenice ospita due racconti dell’Ispettore Coke, unico personaggio seriale di Battaglia, il racconto omonimo che dà titolo al volume e Il mostro del Tamigi, rimasto purtroppo incompiuto per la malattia che porterà l’autore alla prematura morte.

Woyzeck contiene oltre all’adattamento dell’omonimo dramma incompiuto (!) di Georg Buchner, quello di La meravigliosa storia di Peter Schlemihl di A. von Chamisso e quelli di due racconti di E. T. A. Hoffman La Casa abbandonata e Olimpia (L’orco insabbia).                                                       
Curiosamente da quest’ultimo racconto e dal Woyzeck, furono tratte opere musicali. Rispettivamente il balletto Coppelia di Leo Delibes, da Olimpia e Wozzeck di Alban Berg, dal racconto di Buchner.

WoyzeckI due volumi di NPE sembrano molto diversi, in apparenza. Ambientate nella Londra di fine ‘800, le avventure dell’Ispettore Coke appartengono al genere poliziesco, richiamando uno sterminato numero di investigatori e poliziotti, da Conan Doyle in poi che con il ragionamento hanno portato la luce nelle tenebre del crimine, della “Grande Città Violenta”, il carnaio e crogiolo della società industriale. I racconti riuniti in  Woyzeck appartengono invece, alla vena fantastica del  romanticismo tedesco, nel quale l’essenza umana è nelle tenebre.

Ma in realtà i due volumi hanno più cose in comune di quanto si possa credere.

L’orrore del Bianco.

 

Dino Battaglia prima di questi racconti lavorò sul Moby Dick  di Herman Melville e sui racconti di E. A. Poe. Tra le tante cose che univano i due scrittori del New England, il bianco.
Quello della balena assassina e quello della creatura verso la quale Gordon Pym inesorabilmente, si perde nel finale del romanzo omonimo di Poe.
L’orrore è bianco.
Spiega Melville:
È questa qualità inafferrabile che rende l’idea della bianchezza […] capace di accrescere quel terrore fino all’estremo. Ne sono prova l’orso bianco polare e lo squalo bianco dei tropici: cos’altro se non la loro bianchezza soffice e fioccosa li rende quegli orrori ultraterreni che sono? Forse, con la sua indefinitezza, la bianchezza adombra i vuoti e le immensità crudeli dell’universo, e così ci pugnala alle spalle col pensiero dell’annientamento, mentre contempliamo gli abissi bianchi della via lattea? E, andando ancora oltre, ricordiamo che il cosmetico misterioso che produce tutte le tinte del mondo, il gran principio della luce, rimane sempre in se stesso bianco e incolore, e se operasse sulla materia senza mediazione, darebbe a ogni oggetto, anche ai tulipani e alle rose, la sua tinta vuota.  

E di tutte queste cose, la balena bianca era il simbolo”
(traduzione di Cesare Pavese)   

Infatti nelle tavole di Battaglia è il bianco in colore dell’orrore. Il bianco che nel fumetto dovrebbe essere la spazio che separa le vignette e che col pennino di Battaglia deborda in tutta la pagina, diventando come nei romanzi di Melville e Poe la fisicità del male.
Il bianco che tornerà ancora in La Sfinge dei Ghiacci, romanzo con il quale Giulio Verne diede seguito all’incubo dei Gordon Pym del maestro di Boston tentandone una spiegazione più razionale. Poe e Verne che echeggiano in ogni racconto dell’Ispettore Coke in una curiosa anticipazione dello steam-punk.

Poe padre di tutta la letteratura di genere, dal poliziesco con La lettera rubata, al fantastico al fantascientifico.

Il primo numero di Astounding di Hugo Gernsabck, conteneva racconti di Wells, Verne e Poe, per l’appunto. Figli del Romanticismo e dell’Illuminismo insieme. Sintomo del legame profondo che tra queste due correnti dominanti del pensiero moderno.
Opposte, nemiche, eppure connesse.

J.J. Rousseau è ritenuto non a caso a volte l’ultimo degli illuministi e altre il primo dei romantici.
Corrispondenze non casuali, se tutta l’opera di Verne nonostante l’ironia e la fiducia nella scienza, non nasconde mai il lato oscuro del progresso, il timore che la scienza possa snaturare l’uomo. Come in Le avventure del capitano Hatteras, in cui l’ossessione del protagonista per la conquista del Polo Nord, lo porterà come Gordon Pym perdersi nel bianco. Come nel bianco dell’Artico, avverrà la resa dei conti tra la creatura e suo padre, il dottor Frankenstein. Bianco è Lo Squalo di Steven Spielberg.

Bianco, precipitando nel finale per un dirupo, diviene per un attimo il camion omicida di Duel  di Richard Matheson e ancora Spielberg.                 

Ma se il bianco diviene il segno  grafico dell’orrore senza tempo tra richiami a George Grosz e Otto Dix, all’espressionismo pittorico e cinematografico e al noir del cinema americano, ancora qualcosa unisce i due volumi.
Se l’idea ancestrale dell’orrore è il bianco, la sua individuazione nella società industriale e post fino a quella digitale, è l’uomo ridotto a macchina. Un orrore che Mary Shelley raccontò in Frankenstein o il moderno Prometeo, il timore romantico di un universalismo tecnologico che disumanizza l’uomo violandone l’io sacro, poiché è ciò che ci rende umani. Guai a chi si crede un nuovo Prometeo.

Nei capolavori di Dino Battaglia queste due forme dell’orrore, quello originario del bianco e la sua forma attuale della macchina, si congiungono. I criminali che l’Ispettore Coke combatte, usano macchine per uccidere. Diventano macchine mostruose che non hanno nemmeno l’aspetto degli umani, sono “creature” come Frankenstein.

 

La meravigliosa storia di Peter Schlemihl è poi il paradigma dell’orrore della perdita dell’identità, dell’uomo che non è più uomo. Il protagonista Peter Schlemihl  infatti cede al diavolo la sua ombra, simbolo di quanto di più intimo ci appartenga.

Per i Romantici non c’era colpa più grave che svendere il proprio Io, l’essenza stessa dell’umanità.

La condanna di Schlemihl  infatti, sarà l’espulsione dalla comunità umana.

 

Allo stesso modo in Olimpia (Coppelia o L’orco Insabbia), è una creatura grottesca quanto quella della Shelley, un simulacro d’umanità a far perdere la ragione al protagonista.
Il povero soldato Woyzeck impazzisce per gli stessi motivi che portano la creatura del dottor Frankenstein, a vendicarsi atrocemente, di chi gli ha dato una vita senza senso:  l’amore tradito e i crudeli esperimenti condotti su di lui come fosse una cavia, una macchina umana, senza più umanità.

Ecco perché non mai comprato una macchina bianca.

 

 

 

I Delitti della Fenice e Woyzeck si avvalgono delle ottime prefazioni di Daniele Barbieri

 

Dino BattagliaL’AUTORE

Dino Battaglia (Venezia, 01.08.1923 – Milano, 04.10.1983) è tra i primi grandi Maestri della Nona Arte in Italia e tra i più celebrati protagonisti del “fumetto d’autore” tra gli anni Sessanta e Settanta. La sua arte, dopo i primi anni nel mondo dell’editoria popolare – con numerose opere d’avventura, western e belliche – approda rapidamente all’interno delle riviste chiave dell’Italia del dopoguerra, come «Sgt.Kirk», «alteralter» (per la quale crea il suo unico personaggio seriale, l’Ispettore Coke, di cui realizza due storie – I delitti della fenice e La mummia – lasciando incompiuta la terza) e poi «Corto Maltese». Storico collaboratore anche de «Il Giornalino» (per il quale pubblicherà un adattamento di Gargantua e Pantagruel), e il «Messaggero dei Ragazzi», produce una serie infinita di storie brevi per «Il Corriere dei Piccoli» e il «Corriere dei Ragazzi» e «Linus», tra cui i celebri racconti di fantascienza I cinque della Selena e I cinque su Marte.

Amico di vecchia data, oltre che stimato collega, del milanese Sergio Toppi – che lo ha spesso citato fra le sue maggiori fonti di ispirazione – e modello riconosciuto per celebri disegnatori contemporanei come i “dylandoghiani” Corrado Roi o Giovanni Freghieri, durante la sua variegata carriera si dedicò con grande passione soprattutto agli adattamenti a fumetti di opere della letteratura, tra cui Moby Dick e alcuni racconti di Guy de Maupassant.

Negli anni il suo stile cupo e funereo e le atmosfere grottesche e gotiche delle sue tavole traducono in fumetto indimenticabili sequenze tratte dai racconti di Edgar Allan Poe, H.P. Lovecraft ed Hoffman.

Storica anche la sua collaborazione con la Sergio Bonelli Editore, all’epoca Cepim, all’interno della serie «Un uomo, un’avventura» con le storie L’Uomo della Legione e L’Uomo del New England. Nel 1975 è il primo autore italiano a conquistare un premio al Festival di Angoulême, come “Miglior disegnatore straniero”.

Dando corpo ad atmosfere indefinite e misteriose, ed evocando con il suo pennino silenzi inquietanti e luci abbaglianti – anche grazie al supporto di una tecnica inconsueta nel fumetto come il tampone – le sue creazioni sono ancora oggi moderne e suggestive per la loro elegante e inquietante potenza espressiva

 

I delitti della fenice

Autore: Dino Battaglia

Editore: Nicola Pesce Editore

Pag. 80 B/N Cartonato

Codice ISBN: 9788894818253

Prezzo di copertina: € 16,90

 

Woyzeck

Autore: Dino Battaglia

Editore: Nicola Pesce Editore

Pag. 80 B/N Cartonato

Codice ISBN: 9788894818321

Prezzo di copertina: € 16,90

a cura di Gianni Solazzo

(gianni.solazzo@gmail.com)

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