Il silenzio delle vergini ci presenta Fiori Recisi

Possiamo disquisire per ore sul concetto di modernità. In musica è praticamente impossibile stabilire con esattezza platonica cosa è vecchio e cosa è moderno. Eppure, la capacità di proiettarsi nel futuro e disegnare scenari incompresi nel presente, può senza dubbio tracciare il solco nel terreno in cui ingabbiare il concetto, vaghissimo, di cui stiamo cianciando.

Sotto questo punto di vista, Bach è antico o moderno? Quello che sentiamo in radio in questi giorni è modernità o è la riproduzione “ciclostilata” di uno schema vincente 40 anni fa?

Chi vi scrive, non ha la risposta, ma sa di certo che ha appena ascoltato il futuro della musica, individuandolo nella stranissima formula adottata dalla band bergamasca Il Silenzio delle Vergini che da pochissimo ha presentato il suo terzo album: Fiori Recisi.

Nella sua sostanza, l’espediente tecnico è di non proporre più un testo vero e proprio, sostituendolo con degli inserti vocali che spezzano il continuum spazio-temporale in una destabilizzante e malinconica percezione del presente. Questi inserti sembrano mutuati da film di una Nouvelle Vague “Andromedana”… è come se si stesse al cinema e… contemporaneamente ad un concerto.
Le parti si dovrebbero sommare in nove canzoni che, per quanto ben composte, ben suonate, ben prodotte, in sé non avrebbero nulla di rivoluzionario. Invece, grazie a questi inserti, finiscono con lo spezzare l’unicità dello spettatore, protagonista, a quel punto, di un destabilizzante effetto Doppler. Non è la canzone a spezzarsi, ma proprio l’ascoltatore che, nota dopo nota, finisce con lo scindersi. Gruppi di sinapsi decidono di seguire il dialogo o gli spezzoni di dialogo che vanno proiettandosi in un vecchio cineforum perduto chissà dove in questo Universo, mentre nello stesso medesimo momento altri gruppi di cellule cerebrali decidono scientemente di seguire il sotteso filo musicale.

Per una volta, ho l’impressione, che non sia una fantastica band newyorkese a venire ad “insegnarci” il futuro, ma una band proveniente dalla profonda provincia italiana (quella bergamasca). Quella provincia che da anni continua a sfornare progetti interessanti (vedi Verdena e co.) che finiscono inevitabilmente per segnare la storia della stessa musica “alternativa” del nostro Paese.

Messo di fronte al muro alto di queste nove tracce, mi sono perso in uno scenario alla Gattaca. Si parte per andare dove? Nel futuro, lo abbiamo detto, ne siamo stra-certi. Nel futuro, ma… quale futuro? Il futuro distopico dove non c’è più bisogno di parole, perché nessuno le vuole più ascoltare. Si parte verso un altro livello. Verso la consapevolezza che nulla può essere più come prima. Il Covid (che proprio quella parte di Paese ha così duramente colpito), l’isteria collettiva, un’economia sempre più evanescente…. e queste nove canzoni. Languide come un film di Sophia Coppola. Laconiche, come un ipotetico terzo capitolo di Blade Runner. Felicemente insensate, come un colpo di katana che, oltre a recidere i fiori sul tavolo, finisce incidentalmente per decapitare anche l’ascoltatore più insensibile. Il resto è tutto nella sigaretta che ho avuto il bisogno di fumarmi alla fine di questo splendido disco!

Fiori recisi su Spotify: https://open.spotify.com/album/4BXckIWskkZEv2fJXDeN3c

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