Skin Medicine di Tim Curran

Skin Medicine di Tim CurranLa Dunwich Edizioni torna a proporre al pubblico italiano un romanzo dello statunitense Tim Curran. Contrariamente a quanto si legge in giro, non si tratta di un nuovo prodotto ma di una graditissima riscoperta del passato. Per la casa editrice romana è comunque il quinto volume dedicato alle creazioni del maestro del terrore del Michigan, una lunga cavalcata iniziata nell’agosto del 2015 con l’uscita di Cannibal Corpse, M/C.
Skin Medicine, uscito in Italia nel dicembre del 2020, è uno dei primi romanzi dell’autore, distribuito nella nostra penisola con un ritardo di sedici anni. Curran, alle prime esperienze sulla proverbiale lunga distanza dopo i primi approcci con le short stories, plasma un’opera “contenitore” costruita su tre sotto trame afferenti a generi diversi. Si ha difatti la sensazione di essere alle prese con un romanzo costruito mediante accorpamento di più racconti che si muovono dal giallo all’horror in un contesto western che rivanga gli orrori e i mai superati conflitti della guerra di secessione americana. Azione, sangue a ettolitri, trovate weird che evolvono nello splatterpunk si alternano in una canovaccio che ricorda la costruzione de Il Buono, il Brutto, il Cattivo di Sergio Leone, in un mix liberato da quel classicismo delle origini che prende le mosse dal mito di Jack lo Squartatore e dalle opere di Robert E. Howard e Howard P. Lovecraft per dipanarsi su sentieri che conducono a quella modernità che ricorda il romanzo Black Flag (2002) di Valerio Evangelisti e i film L’Insaziabile (1999) di Antonia Bird e Dog Soldiers (2002) di Neil Marshall. Dall’opera di Evangelisti arriva l’idea dei pistoleri mannari, poi schierati in una battaglia finale ricalcata sulla pellicola di Marshall. Mutuata da L’Insaziabile è invece la scena tra le montagne innevate dove emerge il background cannibalico.
La trama non è particolarmente complessa, sebbene sviluppata in modo frammentario con qualche ripetizione di troppo (continui i riferimenti alla guerra di secessione) e cambi di registro non sempre collimanti con il registro linguistico scelto.
Siamo sul finire dell’ottocento, nell’estremo far west. Il cacciatore di taglie Tyler Cabe giunge a Whisper Lake, alla caccia di un misterioso strangolatore di prostitute. La caccia è tutt’altro che agevole, poiché alla difficoltà di identificazione dell’assassino si aggiunge quella di eludere i numerosi attaccabrighe, ubriachi e bulli locali che frequentano il saloon cittadino, in un panorama dominato da un clima di odio razziale che vede i predoni locali schierati contro la comunità mormone presente nei due vicini villaggi limitrofi: Redemption e Deliverance. Cabe, inizialmente preso dall’intento di condurre le indagini per risalire all’identità dell’assassino seriale, viene presto sviato da sfidanti pistoleri, nerboruti intenzionati a vendicare figli o compagni abbattuti e soprattutto da uno sceriffo legato a un passato risalente ai tempi della guerra di secessione, quando Cabe era un rappresentante dell’esercito confederato e l’altro un ufficiale nordista.
Curran lavora sui personaggi, fa evolvere le loro relazioni interpersonali e investe sulle caratterizzazioni per delineare ruoli ben determinati, dall’eroe al cattivo dichiarato, con le relative bande e numerosi personaggi di supporto.
Così troviamo l’integerrimo sceriffo Jackson Dirker, una sorta di John Wayne che si è macchiato di orrori di guerra da cui intende manlevarsi. Cabe, che porta sul volto le ferite inferte a suon di frustate dallo sceriffo ai tempi della guerra, vorrebbe ucciderlo ma, al progredire della storia, muta la propria opinione sull’avversario. Dirker è cambiato, si è trasformato in uomo giusto ed equilibrato. Da nemici i due si ritroveranno alleati contro un avversario diabolico che, a poco a poco, prende il posto dello strangolatore. Quest’ultimo riuscirà infatti a darsi alla fuga, suggerendo mirabolanti future imprese a Londra (Curran allude all’identità del mostro, evocando la figura leggendaria e maledetta di Jack lo Squartatore) e lasciando spazio a un bandito di lungo corso che risponde al nome di James Lee Cobb. Curran definisce l’antagonista presentandolo prima ancora del concepimento. Lo fa guardando a The Dunwich Horror (1929) di Lovecraft, immaginando la maledizione di una strega bruciata sul rogo scagliata contro una cittadina bigotta colpevole di aver prima chiesto la benedizione e occulta salvo poi ricusarla in vista della salvezza religiosa. L’anatema porta al concepimento di tre bambini da parte di altrettanti madri vergini figlie dei rappresentanti religiosi locali. Cobb, l’unico a nascere sotto le sembianze umane, mostra sul corpo il marchio della bestia. Una maledizione che non sarà sovvertibile dall’educazione rigida cui verrà sottoposto e che esploderà una volta superato il tabù dell’omicidio. Divenuto un bandito truce e torturatore, Cobb evolverà sempre più nella scala dei valori del male estremo, divenendo il degno figlio del diavolo. Un mostro capace di diffondere un’epidemia licantropica che sarà debellata solo nella sanguinolenta resa dei conti finali, tra sparatorie, deflagrazioni e bestie mannare pronte ad affondare i denti nelle palpitanti carni di pistoleri urlanti.
Skin Medicine è dunque un horror moderno che muove i suoi passi dalla tradizione. Curran inventa poco, giostra su leit motiv collaudati e lo fa con uno stile e una fluidità di narrazione non certo secondaria. Abilissimo nello scandire il ritmo e soprattutto nel delineare il substrato horror (la parte relativa all’infanzia e al concepimento di Cobb è la punta qualitativa del romanzo), perde qualcosa nel gestire la tanta (forse troppa) carne messa ad ardere sul fuoco dell’intrattenimento. Alla fine esce fuori un prodotto che saprà deliziare il palato dei fruitore di quell’horror sdoganato da case editrici quali la Independent Legions Publishing, in virtù di un taglio che ammoderna sia il western sia l’horror classico dei lupi mannari e delle stregonerie diaboliche. Un prodotto che si pone a metà strada tra la narrazione pulp delle pagine di weird tales (si pensi ai western di Robert E. Howard) e il più recente registro fumettistico (si vedano i dialoghi e l’attitudine alla contaminazione di generi) che ha reso epiche le scorribande di miti quali il bonelliano Tex Willer.
Consigliato agli amanti del grandguignol.

Tim CurranL’AUTORE
Tim Curran è un autore americano, vive nel Michigan con la moglie e tre figli. Appassionato di horror fin da ragazzo, è un autore di genere molto prolifico. Recentemente i suoi romanzi sono stati pubblicati in Italia, Germania e Giappone.
Per i tipi di Dunwich edizioni sono usciti già Nightcrawlers (2017), Long Black coffin. Una lunga bara nera (2018), Dead Sea (2019), Cannibal Corpse (2015). Per la Nero press Edizioni è uscito Demoni, un volume contenente La notte del Diavolo insieme ad Accogli me di Alberto Buchi.

Skin Medicine
Autore: Tim Curran
Editore: Dunwich Edizioni
Collana: Ritorno a Dunwich
Pag. 302
Prezzo di copertina: edizione cartacea € 14,90; ebook: € 4,99

a cura di Matteo Mancini
(goldenmancho@libero.it)

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