Matteo Liberati e la sua musica….

Nel 2018 Matteo scrive, arrangia e produce l’Ep “Luci gialle di città” cercando di non soffermarsi a un genere preciso ma mischiando tutte le influenze musicali, spesso difficili da trovare in italiano, che lo appassionano. Inserisce parti di elettronica, diversi synth ma lascia le chitarre in primo piano dando sempre una sfumatura rock ad ogni brano. L’Ep viene proposto alla Exabyte Records con cui Matteo firma un contratto per la distribuzione. “Luci gialle di città” è disponibile in digitale (Spotify, Apple music, Amazon, Tidal, Deezer e tanti altri). Noi lo abbiamo intervistato per Clubghost…

Come scrivi solitamente i testi delle tue canzoni?

Sicuramente parte sempre da un ispirazione, uno stato d’animo e qualcosa che voglio buttare fuori, le parole vengono da sé e io cerco sempre di metterci dentro tutto quello che le faccia suonare nel modo giusto e raccontino davvero quello che voglio dire, a volte non serve un racconto preciso o troppe parole, mi interessa fare arrivare le sensazioni e le emozioni del contenuto.

Secondo te, qual è la cosa più importante nello scrivere una canzone ?

Essere veri. Sembra banale ma non lo è. Spesso chi scrive si trova a mettersi a nudo di fronte a un pubblico e non è facile essere giudicati quando stai mostrando le tue emozioni ma raccontare davvero se stessi. Essere veri e reali paga con un risultato che non puoi ottenere da un testo scritto a tavolino. Le emozioni non arrivano da uno studio, arrivano dal cuore.

Hai mai paura di rivelare aspetti della tua vita personale a estranei attraverso la tua musica?

Il brano “chi credi di essere” con cui si apre l’EP è una sfida a me stesso proprio per questo. Elenco i miei difetti, le mie paure, mi do del presuntuoso e lo do agli altri, parlo di quanto mi sento in disagio su parecchie cose e di come mi faccio forza per portarne avanti altre. Non è facile dire quello che si pensa davvero in un brano ascoltato da chiunque ma devo ammettere che diventa anche interessante vedere la reazione della gente alla realtà, vedo che arriva davvero il contenuto e chi ti ascolta sa di avere davanti una persona reale che vive una vita come lui e non un computer o delle frasi fatte. Ci si trova nella stessa musica.

Qual è il migliore verso che hai mai scritto (o il più significativo)?

Difficile scegliere! A primo impatto direi “in fondo non è male qua, tra le parole e la realtà, io sono proprio al centro di un pianeta immenso tra un bel sogno e la gravità”. Contenuto in “un po’ più in là”, esprime quanto uno scrittore o un artista viva in una linea di mezzo tra il mondo reale e un sogno e in fondo se ne sta bene lì, a sognare, a scrivere e a credere in quello che fa, si estranea dagli altri perché vive in un mondo suo e lo porta avanti costruendo quello in cui crede. Inoltra la parola “gravità” che gioca da metafora è anche un riferimento a un brano sempre mio scritto tempo fa’, un piccolo “Easter egg” per i miei fans. “Gravity” è un brano contenuto in “Loser” album degli Height & Light, la mia vecchia band e il testo era tutto una mega metafora sul credere nell’impossibile.

Che cosa ha ispirato “I tetti di Parigi”, tuo ultimo singolo?

I tetti di Parigi è ispirato alla mia bellissima esperienza a Parigi. Ho viaggiato avanti e indietro nella città per trovarmi con la mia ragazza che in quel periodo viveva in Francia. Penso a Parigi e mi vengono in mente mille cose stupende di quei momenti. La canzone è un mio interrogarmi su cosa caratterizzi quella magia spiegando che in realtà non è il luogo a essere speciale ma siamo noi a renderlo perfetto.

Ci parli della genesi di “Luci gialle di città”?

Il mio “EP” è stata una scommessa con me stesso, anche quando suonavo in altre band e scrivevamo brani, ero io a fare il lavoro maggiore o a volte intero di composizione ma stavolta volevo essere davvero io a fare tutto: registrazioni, arrangiamenti, pre-produzioni compresi. Scrivere in Italiano è stata una scommessa ancora più grande perché non volevo fare la musica della massa, volevo fare qualcosa di diverso, di nuovo, con i generi che amo e farlo suonare semplice e diretto anche se in realtà c’è un lavoro epocale all’interno. Così ho iniziato a mettermi in gioco ed è uscita “Un po’ più in là”. Da allora ho continuato a sperimentare e buttare fuori tutto quello che mi passa per la testa ed è arrivato “Luci gialle di città”.

Qual è stato il miglior momento della tua carriera? E il più difficile?

Il miglior momento è stato vedere il video musicale di “I tetti di Parigi” completato: un emozione immensa. La storia del video è stata modificata da quella vera ma ha comunque reso un emozione incredibile. Inoltre recitare accompagnato da dei professionisti è stata davvero una bella esperienza! Il momento peggiore purtroppo è stato la realizzazione del mio precedente album “Loser”: le divergenze di idee tra i componenti della band, il portare tutto a un livello più alto, i contrasti, le pressioni e tutto il resto hanno creato una rottura negli obbiettivi degli altri musicisti e mi sono ritrovato nel bel mezzo delle registrazioni in uno studio professionale da solo, perduto, con un sacco di parti ancora da registrare, mille cose da portare avanti… sembrava dovessi buttare la spugna invece mi sono dato forza e ho completato tutto l’album da solo, suonando tutti gli strumenti tranne la batteria e dopo ho ricomposto la band con nuovi componenti per portare in giro il lavoro. Mi ha fatto male quell’esperienza ma mi ha fatto capire chi sono e quello che voglio fare, quello è stata la campanella, ha iniziato a farmi rendere conto che la mia strada da solista era un futuro a cui potevo e dovevo puntare.

Per concludere l’intervista una breve sessione Q / A, rispondi alla prima cosa che ti viene in mente. Definisci in una parola il tuo sound:

Sognatore.

Il miglior spettacolo dove hai mai suonato:

Il Let’s rock di Casale Monferrato mi è davvero rimasto nel cuore, non per il palco in sé, ma per il calore vero degli organizzatori e per il pubblico più bello che abbia mai visto in un contesto di musica emergente.

La cosa che devi assolutamente avere nel backstage:

Non è una cosa ma delle persone: i miei amici e chi mi sta accanto, chi crede in me e mi aiuta a rendere possibile tutto questo dandomi forza ogni giorno.

La colonna sonora della tua infanzia:

“Back in black” degli AC/DC, mi ha reso pazzo e malato di Rock!

La tua canzone preferita, dal punto di vista delle lyrics, ma non scritta da te:

“Handyman” di AWOLNATION. Un brano bellissimo a mio parere scritto in modo spettacolare.

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