Pinocchio di Matteo Garrone

Pinocchio di Matteo GarroneL’errore più grave commesso da Matteo Garrone nel suo Pinocchio, è rendere il burattino di Carlo Collodi espressivo come una salma.
Pinocchio di Collodi, Comencini e Disney è un bambino pasticcione, beffardo, irriverente, strafottente, pieno di vita, per questo è famoso in tutto il mondo, perché come Peter Pan e Alice, è la metafora dell’infanzia e della dura scoperta del mondo adulto, in cui tutti, tutti possono riconoscersi.

Pinocchio è la storia di un rito di passaggio.
Pinocchio frame 1Per chi sa quale frainteso senso della storicizzazione, alcune abitudini estetiche, figurative o la chimera del realismo, impossibile nell’arte, poiché questa è sempre finzione, Matteo Garrone ambienta Pinocchio in un mondo rurale, primitivo, come doveva essere l’Italia quella del 1868, quando per la prima volta Pinocchio fu edito in volume, con i disegni di Federico Mazzanti; fotografandolo con il danese Nicolaj Brüel, forse troppo debitore dei principi del gruppo Dogma, fondato da Lars Von Tirer, in toni crudi, spenti e malinconici. L’estetica di Matteo Garrone che privilegia i toni oscuri e le deformità, non appartiene al mondo del Regno d’Italia, alla nascita dei borghi umbertini e alla versione liberty delle illustrazioni di Pinocchio di Carlo Chiostri e trascina la storia del burattino, ne I Malavoglia di Verga e La terra del Rimorso di De Martino. Mancano Rocco Scotellaro, Il Gattopardo, i briganti e la pizzica.

Pinocchio frame 2Kostantin Stanislavskij chiedeva ai suoi attori di ricostruire il passato del personaggio che dovevano interpretare, fin nei minimi dettagli, anche se l’unica battuta da pronunciare era :“Il pranzo è servito”. Alla fine ciò che andava in scena era per l’appunto quell’unica battuta, il resto però veniva eliminato. Matteo Garrone invece propone anche il lavoro di preparazione, aggiungendo inutili dettagli sulla povertà di Geppetto, sulla Lumaca, sul Gatto, la Volpe, su ogni personaggio. Unito alla totale inespressività dell’innocente bambino protagonista, il risultato è imbarazzante e noioso, nonostante gli ottimi cammei di Roberto Benigni e Gigi Proietti. Totalmente inadeguato Rocco Papaleo, nel ruolo del Gatto, “mangiato” dall’invece ottimo Massimo Ceccherini. Lagnoso e melenso il commento musicale del premio Oscar Dario Marinelli che cita e ricita Erik Satie, mentre forse era meglio citare Fiorenzo Carpi, autore delle musiche del film di Luigi Comencini. L’unico momento non funestato da pesanti scelte ideologiche, davvero commovente e sincero, di un film inerte, è quello nel quale finalmente libero dalla pesante truccatura da burattino, il piccolo protagonista, Federico Lelapi, corre tra le braccia di Geppetto, perché quella del burattino era una metafora che non aveva alcun bisogno di ricollocazione storica e realismo, ma di meraviglia, come Luigi Comencini e Carmelo Bene avevano capito e Matteo Garrone cinquanta anni dopo, no.

Pinocchio di Matteo Garrone

con Roberto Benigni, Gigi Proietti, Federico Ielapi, Massimo Ceccherini, Enzo Vetrano, Alida Baldari Calabria, Rocco Papaleo, Maria Pia Timo, Marine Vacht.

Musiche di Dario Marinelli.
Fotografia di Nicolaj Brüel

a cura di Gianni Solazzo
(gianni.solazzo@gmail.com)

 

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