Dieci minuti a notte (lo strano caso del rag. S.G) di Donato Altomare

Dieci minuti a notte (lo strano caso del rag. S.G)

Aprì gli occhi di colpo.
7.10.
Eppure la sveglia aveva suonato, ne era sicuro, lo vedeva dal lampeggiare della lucetta rossa.
Ma lui non l’aveva sentita.
Borbottò qualcosa all’indirizzo della vita stressante e si alzò da letto. Dieci minuti non erano poi tanti, avrebbe fatto tutto più in fretta del solito.
Difatti giunse in ufficio in perfetto orario.

Aprì gli occhi di colpo.
7.20
– Ma che cazzo!
Balzò giù dal letto e sollevò l’orologio sveglia. Il led rosso lampeggiava a indicare che la sveglia aveva compiuto il suo dovere.
– Questo lo vedremo stasera. – Fece tutto in fretta e giunse sul posto di lavoro con un solo minuto in ritardo. Nessuno gli fece caso.

Aprì gli occhi di colpo.
7.30
– Non è possibile! – Il led lampeggiava, ma anche la sveglia manuale che aveva affiancato alla radio-sveglia era scarica. E questo significava inequivocabilmente che aveva suonato per tutta la sua carica.
Cominciò a preoccuparsi. Non aveva un sonno pesante e sino a un paio di giorni prima la sveglia l’aveva gettato giù dal letto senza pietà. Doveva essere accaduto qualcosa che l’aveva reso refrattario al suono della maledetta. Forse l’oggetto aveva una sua anima e si stava vendicando per tutte le volte che l’aveva mandata al diavolo. Telefonò in ufficio e disse di non sentirsi bene e che avrebbe portato l’indomani il certificato medico. Non aveva invocato la solita scusa, perché la sua intenzione era proprio quello di andare dal medico di base.
Era un giorno di ricevimento, 10-12 dei giorni dispari. Si vestì con calma e alle 10 in punto era seduto nella saletta antistante lo studio medico. Era il settimo. Si mise in paziente attesa.
Quando uscì dall’ambulatorio era più confuso che mai.
Non aveva problemi di udito, né disturbi d’altro genere. Il medico, un brav’uomo che lo conosceva sin da bambino, gli disse di non drammatizzare la cosa. Tre eventi apparentemente inspiegabili non potevano essere considerati un caso, per cui gli consigliò di prendersi una settimana di ferie, di tornare a casa e registrare manualmente tutto, quando andava a letto, presumibilmente quando si addormentava, quando si svegliava. Senza però mettere la sveglia, lasciando fare alla sua natura.
E così fece. Non fu difficile farsi dare una settimana di ferie, erano tre anni che non ne prendeva. Non ne aveva mai avuto bisogno.
Annotò la cena con le pietanze e la loro quantità, scrisse che non beveva vino, anche se era superfluo, gustò della frutta secca che adorava e andò a letto alla solita ora, dopo essersi sufficientemente stordito con la TV. L’unica cosa che non riuscì a annotare e quando si era addormentato.

Aprì gli occhi di colpo.
7.40
La sveglia non aveva suonato in quanto non l’aveva inserita. Strano, quando poteva dormire lo faceva ben oltre le 8 di mattina.
Strinse le labbra perplesso. E si chiese cosa fare in quella giornata. La tentazione di andare in ufficio era forte, ma non poteva prevedere la reazione del suo capo. Pensò che da tempo non faceva una passeggiata sulla collina appena fuori città. Sì, buona idea, magari cercando funghi. Non era proprio stagione, ma egualmente un’occhiata poteva darla in giro. Mise le scarpe più pesanti, un cappello a falde e indossò il giaccone delle scampagnate.
Il tempo passava molto lentamente, proprio come quand’era in ufficio. Aveva intenzione di tornare a casa per l’ora di pranzo, decise però di fermarsi alla trattoria Luna blu. Non c’era mai stato, ma si diceva che era molto frequentata dai camionisti di passaggio sulla statale. E dove si fermano i camionisti si mangia bene.
In effetti mangiò abbastanza bene e non spese molto. Tornò a casa satollo e deciso a fare una pennichella. Ma fu subito fagocitato da un film che davano quel pomeriggio. Non l’aveva mai visto e c’era il suo attore preferito.
Era un film d’azione, per cui la sonnolenza gli passò subito. Nel pomeriggio inoltrato si fiondò al computer. Che stupido, da mesi stava cercando il tempo per completare una ricerca sul Santo Graal. Aveva una sua idea, ma aveva anche bisogno di supportarla con elementi concreti.
L’ora di cena arrivò senza che se ne accorgesse. Si preparò una leggera insalata e mozzarella. Poi frutta fresca e qualche biscotto al miele.
Andò a dormire tranquillo.

Apri gli occhi di colpo.
7.50
Ancora dieci minuti in più. Restò a lungo a fissare l’orologio digitale sperando che fosse in qualche modo guasto. Ma scattarono le 7.51, 7.52, 7.53, ecc. che controllò minuto dopo minuto con l’orologio del computer. A parte uno sfasamento di pochi secondi erano in sincronia.
Si chiese che fare.
E fece l’unica cosa giusta in quel frangente. Ignorò la situazione.
Non andò in collina, del resto funghi proprio non ce n’erano e raggiunse il torrente a valle. C’era ancora acqua e laddove formava un piccolo laghetto dovevano esserci anche dei pesci, visto che un paio di pescatori tenevano ferme le loro canne in immota attesa.
Pranzò a casa. Lavorò al computer. Vide un noiosissimo programma televisivo. E andò a dormire alla solita ora. Ebbe difficoltà ad addormentarsi.

Aprì gli occhi di colpo.
8.00
No, non poteva accettare quella strana cosa senza reagire.
Si precipitò al computer e cominciò a cercare i disturbi del sonno. Trovò:
Insonnia
Russamento e Sindrome delle apnee ostruttive nel sonno (OSAS)
Bruxismo
Sindrome delle gambe senza riposo
Epilessia notturna
Sonnambulismo
Narcolessia.
Scartò subito i primi cinque, non riusciva a trovare un nesso con quello che gli succedeva e si concentrò sugli ultimi due.
Sonnambulismo.
Perché no? Poteva essere che si svegliasse di notte e, invece di camminare, si limitava a modificare la sveglia mettendola ogni volta dieci minuti più avanti. Sempre dormendo. Sì, poteva essere. Anche se non era la sveglia a fargli riaprire gli occhi. Un sonnambulismo sui generis, ma pur sempre una patologia credibile e, per questo, curabile.
Doveva verificare che la sua ipotesi fosse vera. Come fare? Non dormiva con nessuno. A volte si portava a letto la signora dell’appartamento di fronte nel pianerottolo. Il marito andava per mare e stava fuori sei mesi l’anno. Lei quasi sempre resisteva alla voglia di sesso, ma ogni tanto non ce la faceva e bussava alla sua porta. Era decisamente una bella donna e a letto era esuberante. Ma cosa fare? Andare da lei e chiederle di venire a letto soltanto per controllare se non fosse sonnambulo?
Sorrise. Che stupido, in quel periodo c’era il marito che certo le dava tutta la soddisfazione di cui la donna aveva bisogno.
Allora?
Doveva inventarsi qualcosa.
Borotalco. Ci voleva del borotalco.
Non ne aveva, per cui scese per strada, raggiunse il piccolo supermercato al centro del palazzo di fronte e ne comprò un barattolo piuttosto grande. La commessa gli chiese se fosse per il bambino, perché quello scelto sarebbe stato poco adatto. Lui rispose che gli serviva perché era sonnambulo.
Lei rise. Poco convinta e gli diede lo scontrino.
Lui la salutò con una equivoca strizzatina d’occhio e uscì. La commessa era bellina, ma lui mal sopportava il suo odore. Non era cattivo, né era dovuto a un profumo di bassa qualità. No, il suo profumo naturale lo infastidiva.
Tornò a casa un tantino eccitato. Si stese sul divano per seguire un programma televisivo che gli piaceva molto. Non se lo gustò. Guardava continuamente l’orologio e sembrava che il tempo non passasse mai. Finalmente giunsero le undici di sera, l’ora in cui abitualmente andava a letto. Non aveva sonno, ma era colpa dell’eccitazione.
Si lavò accuratamente come faceva sempre, mise il pigiama e raggiunse il letto. Prese l’orologio da comodino, inserì la sveglia alla solita ora: 7.00 e lo ripoggiò sul comodino.
Poi lo ricoprì col borotalco. Se nel sonno ci avesse messo le mani sarebbero rimaste le tracce.
Ma un sonnambulo cammina anche, per cui dal letto cosparse il pavimento a destra e sinistra. Se si fosse alzato avrebbe lasciato le impronte.
Faticò molto ad addormentarsi.

Aprì gli occhi di colpo.
8.10
Quando lesse l’ora e vide il led della sveglia lampeggiare si lasciò sfuggire una bestemmia pesante. Cosa che non rammentava di aver mai fatto.
Stava per afferrare la radio-sveglia per scagliarla contro la parete quando si arrestò. Di colpo, proprio come aveva aperto gli occhi, gli tornò in mente l’esperimento. E bloccò la mano a mezz’aria.
Con una certa apprensione mise a fuoco la radio-sveglia del suo comodino.
Era ancora coperta dal borotalco senza alcuna traccia delle sue mani. Allora posò lo sguardo sul pavimento davanti al letto. La patina bianca era esattamente come l’aveva lasciata. Si girò e guardò dall’altra parte del letto. Nulla, sempre il borotalco immacolato.
Bene. A meno che non avesse avuto episodi di levitazione, lui non era sonnambulo.
E non si sentì per nulla sollevato.

Si rese conto che non era affatto facile raccogliere il borotalco e pulire ogni cosa. Dovette usare uno straccio umido e farlo inginocchiato per terra. Ma dopo una mezzoretta il pavimento tornò lindo. Come la sveglia. Era un maniaco della pulizia, gli piaceva il profumo del pulito, delle lenzuola di bucato, dei piatti sgrassati. E non trascurava nulla. Non un granello di polvere restava a lungo su un mobile.
Bevve un caffè pensieroso. La sua colazione in genere era abbondante, visto che in ufficio all’ora di pranzo ingoiava distrattamente un tramezzino. Ma quella mattina aveva lo stomaco aggrovigliato, e non gli andava nulla oltre quel caffè troppo dolce.
Per un istante pensò di chiamare il dottore, ma pensò che non aveva completato la sua ricerca. C’era ancora una possibilità
Narcolessia.
Aveva letto che si trattava di una patologia neurologica, caratterizzata da eccessiva sonnolenza diurna, spesso vissuta come ricorrenti attacchi di sonno incoercibili, che si manifestano nel corso della giornata. Era causata da un’incapacità del cervello a regolare in maniera fisiologica il ritmo sonno-veglia.
Poteva essere? Sollevò le spalle. Non ci perdeva nulla a controllare.
Era vero, non aveva mai avuto sintomi del genere, durante il giorno era sempre stato perfettamente sveglio. Però poteva essere che si destasse al suono della sveglia, ma poi ripiombasse senza volerlo a dormire per un pugno di minuti.
Sì, ma così all’improvviso, alla sua età non certo giovanile? Sollevò le spalle, molti malanni giungono all’improvviso. Un infarto mica ti avvisa. Persino un raffreddore non t’avvisa. Pensò alla vecchia battuta dello scienziato che aveva trovato una pillola efficacissima contro il raffreddore. L’unico problema è che bisognava prenderla esattamente dieci minuti prima di raffreddarsi.
Non rise. Non ne aveva proprio voglia.
Narcolessia.
Come capire se ne soffrisse?
Si precipitò al computer e scoprì che poteva essere soggetto ad allucinazioni ipnagogiche, insomma che a volte sognava e il sogno si sovrapponeva alla realtà. Trovò che si poteva adattare al suo caso. Lui forse sognava di svegliarsi ogni giorno con dieci minuti di ritardo, ma non era vero, la realtà era altra. Certo. Ma quale? Telefonò al suo ufficio fingendosi un cliente e chiese di sé stesso. Se il sogno si sovrapponeva alla realtà, lui forse non lavorava in nessun ufficio.
Ma la sua speranza fu cancellata dalla voce della segretaria che lo informava che il rag. S.G. non era in ufficio, ma in ferie e che sarebbe tornato il lunedì successivo. E il sogno non poteva influenzare la fibra. Allora?
C’era un’altra possibilità. La paralisi. Subito dopo il risveglio il corpo di un soggetto narcolettico a volte resta completamente paralizzato. Ecco, la sveglia lo strappava dal sonno, ma lui restava immobile per un certo tempo.
No, neanche quello poteva avere senso. Perché, anche se paralizzato si era coscienti, e lui se ne sarebbe accorto, inoltre c’era la questione di base. Quei maledettissimi dieci minuti.
Ma ciò che maggiormente lo sconvolse fu leggere che non esiste una cura.
Si diede dello stupido. Certo, un narcolettico non è curabile se non in via preventiva. D’accordo. Ma ormai era certo: lui NON era narcolettico.
C’erano soltanto quei dieci stramaledettissimi minuti a notte.

Man mano che il tempo passava l’angoscia l’assaliva. Strana angoscia. Non provava dolore, non provava disturbi di alcun genere. Eppure cominciava a temere di prender sonno.
Digiuno.
Forse era tutto lì. Doveva andare a letto digiuno. Avrebbe mutato in qualche modo il metabolismo del suo corpo e quindi mutato anche, forse, il suo risveglio.
Non gli restava da far altro che provarci.
Andò a letto intorno a mezzanotte. Non aveva né sonno né voglia di addormentarsi, ma sapeva che per verificare la sua ultima ipotesi avrebbe dovuto farlo. Più per abitudine che per convinzione mise la sveglia alle 7.00. Stentò ad addormentarsi. Si girò e rigirò tra le coperte a lungo. Infine cedette più per stanchezza che per altro.
Sognò radio-sveglie che si burlavano di lui.

Aprì gli occhi di colpo.
8.20
Il led non lampeggiava più. Dopo un po’ si spegneva. Anche quel tentativo era stato vano. L’unica cosa che gli aveva lasciato era un certo languirono. Più che languorino, fame.
Si vestì e scese al bar dell’angolo. Banalissimamente Bar Sport. Prese due cornetti e un cappuccino. Mangiò con calma, anche se aveva fame, odiava dare l’impressione di abbuffarsi. Alla fine bevve il cappuccino sino all’ultima traccia di latte nella tazza. Per farlo dovette sollevarla. Insieme al capo.
Gli occhi caddero sull’orologio da parete del bar.
Che segnava le 7.23.
Quasi lasciò cadere la tazza. Fece appena in tempo ad afferrarla al volo sporcandosi un po’ il maglioncino.
Che idiota! Che cazzone era stato.
Non aveva pensato alla cosa più banale in assoluto.
Non aveva pensato alla radio-sveglia… malfunzionante.
Che stupido! Ecco perché nel sogno le radio-sveglie stavano ridendo di lui.
Con una calma che non provava raggiunse il barista per pagare la consumazione. Distrattamente gli chiese se l’orologio da parete segnasse l’ora giusta.
L’uomo ridacchiò: – Mi spiace, ma è fermo. Segna quell’ora da circa una settimana. Devo decidermi a cambiargli la pila.
Lui sentì quasi cedere le gambe, ma riuscì a farsi forza. Il barista non se ne accorse e, sempre col sorriso ebete gli chiese: – Sa dirmi quale è più preciso? Un orologio che funziona ma va un minuto avanti o uno fermo? – E senza attendere continuò: – Certamente quello fermo perché almeno due volte al giorno segna l’ora giusta! – Scoppiò in una risata cantilenante.
Lui forzò un sorriso e uscì. Come aveva potuto crede a una banalità del genere? Aveva controllato l’ora col computer. E aveva anche messo insieme una sveglia a molla.
Non aveva voglia di tornare a casa. Cominciò a bighellonare per la città senza una meta precisa e finì nel giardinetti di Vittorio Emanuele I. La sua statua troneggiava nel centro di una grande aiola. Si accorse che l’emozione l’aveva stancato. Si sedette su una panchina scalcagnata e pensò. A lungo. Erano le 14 quando si decise di tornare a casa. Aveva pensato per tutto quel tempo.
Senza giungere ad alcuna conclusione.

Mangiò poco e svogliatamente. Lesse una rivista di economia e delle strisce di Tot, quelle di NIRVANA, l’eremita che gli piacevano un casino. Eppure restò quasi indifferente. Si piantò davanti alla televisione e vide tutti i programmi noiosi. Non ci aveva fatto caso, ma erano davvero tanti, aveva soltanto l’imbarazzo della scelta. L’effetto fu quello voluto. Le palpebre gli si chiudevano.
Andò a letto, lasciò perdere la sveglia e si rilassò.
Non fece programmi, non pensò a nulla.
Aveva solo voglia di dormire.

Aprì gli occhi di colpo.
8.30
Si sorprese quasi ad accettare questa peculiarità del suo risveglio.
Ma era sfasato, tutto era sfasato.
Si sorprese anche ad accettare la situazione e a pensare di come poter continuare il suo lavoro svegliandosi ogni giorno dieci minuti più tardi.
Gli restavano soltanto due giorni di ferie. Poi sarebbe dovuto tornare in ufficio. Ogni giorno con dieci minuti di ritardo rispetto al giorno precedente.
Non c’era spiegazione, non c’era modo di giustificarsi. L’unica era quella di sottoporsi a un controllo in un centro del sonno e poi farsi rilasciare una attestazione medica.
Ma non sapeva se il suo capo l’avrebbe neanche letta, troppo assurda quella storia.
Anche lui si sarebbe comportato nello stesso modo.
Doveva pensare… fare qualcosa. E forse rivolgersi davvero ad esperti.
Aprì il frigorifero e si accorse che non c’era più latte. Anzi, mancavano diverse cose, persino il pane nel congelatore era finito. Doveva andare al supermercato a fare spesa se non voleva restare digiuno.
Si rivestì, indossò la solita giacca e uscì. Fece una lista mentale di ciò che gli serviva e raggiunse la piccola rivendita. Per fortuna aveva un servizio porta a porta, che non era quello dei rifiuti, ma ti portavano la spesa a cassa gratis.
Prese il carrello, lo riempì di quello che serviva ma anche di qualcosa di superfluo. Si sorprese a pensare di come la merce fosse sistemata sugli scaffali. Prima quelle cose superflue o non del tutto necessarie, con quelle più costose ad altezza occhi. Più in alto, ma principalmente più in basso quelle simili ma più economiche, per arrivare ai prodotti migliori come rapporto qualità-prezzo il più in basso possibile. Man mano che poi procedeva verso la cassa, i prodotti diventavano sempre più necessari. Ma ti ritrovavi il carrello già mezzo pieno di superfluo.
Non dovette attendere molto in coda per pagare, c’era poca gente a quell’ora del mattino di un giorno qualsiasi. La cassiera gli sorrise, poi si oscurò: – Cosa c’è? Non si sente bene? La vedo un po’ pallido.
Lui scosse il capo. No, di salute stava benissimo, ma non riusciva a dormire di notte.
La commessa disse la cosa più banale in quel frangente: – Allora dorma di giorno. Quelli che soffrono d’insonnia fanno così.
E lui restò folgorato. Come non averci pensato prima.
Pagò, disse di mandargli tutto a casa come faceva abitualmente. E usci. Ma prima diede un rapido bacio sulla bocca alla cassiera che restò per qualche istante immobile, occhi spalancati e mano sinistra sulle labbra, senza capire.

Già… dormire di giorno. Poteva provarci, non gli costava nulla. Ma non gli andava proprio. Provò a rimettersi a letto, ma dopo innumerevoli tentativi di concentrarsi su un sogno come faceva spesso, dovette rinunciare. Ed era ovvio, aveva dormito a lungo la notte precedente. Non gli restava da fare altro che passare una notte insonne e dormire il giorno seguente.
Non fu affatto facile. All’inizio non notò alcuna differenza. Passò gran parte del pomeriggio al computer e dalle otto di sera si sistemò davanti al televisore zappingando tra un programma spazzatura e l’altro. E sì che aveva l’imbarazzo della scelta. Tirò avanti sino alle due di notte. Poi cominciarono i problemi. Aveva sonno, non era abituato a far tardi. Andò in cucina e si preparò un caffè ristretto. Non che gli servì molto, soltanto a perdere un po’ di minuti. Quando tornò sul suo divano resse un’oretta circa, poi le palpebre cominciarono a pesare. Scelse un film d’azione che l’aiutò, poi un porno che, al contrario, peggiorò la situazione. Quei rapporti erano così… così finti che gli davano il voltastomaco, piuttosto che eccitarlo. Allora cercò un sano film erotico degli anni ’80. Sì, quelli erano film d’arte erotica.
Alla fine guardò l’orologio. Erano da poco passate le cinque di mattina. Ormai aveva vinto, il peggio era passato. Dover resistere soltanto altre tre ore, poi si sarebbe gettato sul letto e addormentato con la luce del sole. Il pensiero del letto fece vacillare la sua forza di volontà, ma a quel punto cedere sarebbe stato da idioti.
Tornò al divano e alla sua televisione.
C’era un telefilm vintage. Rozzo nella sua originalità.
Le sette. Ancora poco.
Ma quel divano gli fu fatale.

Aprì gli occhi di colpo.
8.40
Maledizione! Stramaledizione. C’era quasi riuscito.
Bestemmiando come un turco ubriaco a corto di sigarette da un giorno intero. Si tolse gli abiti e, senza indossare il pigiama si gettò sul letto riaddormentandosi.
Non sentì il campanello della porta suonare in maniera insistente.

Fu la fame a svegliarlo. Guardò l’orologio-sveglia. Le 14.27. Corse al computer e l’accese.
14,27.
Sgranò gli occhi. Che quella nottata insonne avesse resettato il suo sonno?
Forse… una cosa era certa: si era svegliato alla stessa ora del computer.
Si bloccò. Ma che cazzo stava dicendo? Nel pomeriggio non aveva un riferimento preciso, non aveva mai dormito di giorno, almeno mai da adulto, e quindi non aveva la minima idea di quando ci si sveglia.
No, quel tentativo si era dimostrato un’inutile sofferenza.
Mangiò qualcosa, e cominciò a passeggiare nervosamente avanti e indietro nel suo soggiorno. Non gli andava di uscire, non gli andava di lavorare al computer, non gli andava di guardare la TV, non gli andava di far nulla.
Dieci minuti a notte. Era un ragioniere, per cui fece qualche rapido calcolo mentale. In ventiquattr’ore c’erano 144 dieci minuti. Quindi tra 144 giorni sarebbe tornato a svegliarsi puntuale alle sette di mattina. Una volta ogni cinque mesi scarsi. Improbabile che il suo principale l’avrebbe accettato.
Sorrise amaramente. Non poteva calibrare la sua vita a quei dieci minuti di ritardo a notte.
Suonarono alla porta. Perplesso andò ad aprire. Magari qualcuno che gli avrebbe spiegato tutto. Un alieno…
Era il commesso del supermercato che per la seconda volta gli portava la pesante spesa. Gli chiese di poggiare tutto in cucina, gli diede una mancia e lo face uscire come fosse l’ultima volta che lo vedeva.
Così prese la decisione.
Non era un problema che poteva risolvere il suo medico di base, tantomeno lui. Sì, doveva rivolgersi a un centro specializzato.
Lo cercò su internet. Lo trovò a una cinquantina di chilometri dalla sua città.

Quando andò a dormire lo fece con l’animo sollevato. Aveva deciso. Quello non sarebbe stato più un suo problema.
Mise la radio-sveglia alle 7.00.
E si addormento col sonno del giusto.

Aprì gli occhi di colpo.
8.50
Doveva dare due telefonate.
La prima alla Clinica del Sonno. La seconda all’ufficio.
Poi si lavò accuratamente, si rivestì, fece la solita colazione, preparò la valigia con tutto l’occorrente e raggiunse l’auto in garage.
A quell’ora non c’era tanto traffico.
Raggiunse la Clinica del Sonno in quaranta minuti.

Lo strano caso del rag. S.G. fu studiato a fondo. Si tentò di tutto, persino qualcuno mise in dubbio l’autenticità di quei risvegli dieci minuti dopo a notte, che, insomma, fosse una truffa per creare una certa notorietà intorno all’istituto. Ma era tutto vero, incredibilmente vero.
Lo chiamarono ‘Paziente ALFA’, anche perché lui non voleva che si rendesse noto il suo nome. L’accontentarono e questa storia è rimasta segretissima. Inutile andare a cercane traccia, non troverete mai nulla.
Ed è tuttora sotto controllo.
Le ipotesi si sprecano. Ma la più probabile è che l’orologio biologico sia impazzito e che il suo cervello abbia autonomamente deciso di svegliarsi dieci minuti dopo ogni giorno. Così, senza una vera ragione. Avrebbe potuto decidere di svegliarsi anche mezz’ora dopo. O prima.
O mai.
Si è parlato di onde provenienti dal cellulare quasi a contatto con la materia grigia, si è parlato di interferenze del computer e della TV, si è parlato delle infinite onde identificabili ma anche inidentificabili che permeano la nostra aria, che ci avvolgono e trapassano. E chissà cosa ci fanno.
Ma sono state e sono soltanto ipotesi.
Due cose restano certe.
Il ‘Paziente ALFA’ non è mai guarito.
E dopo poco c’è stato un paziente BETA, GAMMA, DELTA, EPSILON…

 

L’AUTORE
Donato AltomareDonato Altomare nasce a Molfetta nel 1951 e vi risiede. Laureato in Ingegneria Civile, esercita la libera professione. Sposato con Loredana Pietrafesa ha tre figli. Narratore, saggista, poeta, ha pubblicato centinaia di opere con diversi editori (Mondadori, Solfanelli, Fanucci, Giunti, Fazi, Delos, Perseo, Altrimedia e molti altri). Ha vinto numerosi premi tra i quali il premio della critica Ernesto Vegetti per il Romanzo ‘Sinfonia per l’Imperatore’, due volte il Premio Urania di Mondadori con ‘Mater Maxima’ nel 2000 e ‘Il dono di Svet’ nel 2007 e otto volte il Premio Italia. Fa parte dei ‘Poeti La Vallisa’ di Bari. Sono state tenute tesi di laurea su di lui. Nel 2013 è stato nominato Presidente della World SF Italia, l’associazione italiana degli operatori della fantascienza e del fantastico.

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